Categorie
Decadentismo Letteratura italiana Novecento Ottocento Poesia

Giovanni Pascoli

Poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della letteratura italiana di fine Ottocento, è considerato, assieme a Gabriele D’Annunzio il maggior poeta del Decadentismo italiano.

Perché Pascoli è famoso?

  1. Perché è considerato il maggiore rappresentante italiano della poesia simbolista italiana.
  2. Perché ha saputo cogliere il mistero della vita.
  3. Perché era dotato di una sensibilità sottile e particolare che gli permetteva di sentire le voci della natura e di leggere la natura come un libro segreto, libro in cui sono riposte le grandi verità dell’esistenza umana.
  4. Perché, come un visionario, ha saputo guardare al di là della concretezza delle cose per afferrarne l’essenza.
  5. Perché sapeva guardare il mondo con gli occhi stupiti e incantati di un bambino e così raggiungere le verità eterne e universali.

Biografia [1855-1912]

Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì), quarto di dieci figli.

Il padre amministrava una tenuta agricola di proprietà dei principi di Torlonia e Giovanni crebbe in campagna, in una famiglia patriarcale e agiata.

Villa Torlonia San Mauro di Romagna

A otto anni entrò nel collegio dei padri scolopi a Urbino, dove frequentava la prima liceo quando, nel 1867, il padre venne assassinato in circostanze misteriose. Il delitto rimase impunito anche se in famiglia si sospettava che l’assassino fosse il fattore che aveva poi sostituito il padre.

Questo evento sconvolse il sereno nido familiare. Ma i lutti non si fermarono qui: la madre e un fratello morirono l’anno seguente. I fratelli Pascoli si trasferirono quindi a Rimini.

Giovanni riuscì a terminare il liceo e a iscriversi alla facoltà di lettere a Bologna.

Giovanni Pascoli da giovane

Partecipò alla vita culturale bolognese e venne a contatto con i circoli socialisti, sposando la causa della giustizia sociale. Ma la partecipazione a una manifestazione di protesta lo privò della borsa di studio che aveva ottenuto e per questo Pascoli dovette abbandonare gli studi.

Mantenne il suo impegno politico e partecipò alle iniziative di Andrea Costa un anarchico. La sua militanza gli costò anche l’arresto.

L’esperienza in carcere lo segnò profondamente tanto che, una volta scarcerato, abbandonò la politica attiva. Mantenne però i suoi ideali socialisti e umanitari che trasferì nel suo lavoro e nei suoi scritti, riprese gli studi e nel 1882 si laureò.

L’insegnamento del latino e del greco divenne la sua professione, dapprima a Matera, quindi a Massa e infine a Livorno.

Nel 1892 vinse per la prima volta il prestigioso premio internazionale di composizione poetica in lingua latina. Passò quindi ad insegnare all’università a Bologna, a Messina, quindi a Pisa.

Nel 1905 fu infine chiamato dall’università di Bologna a succedere a Giosue Carducci che era stato suo docente di letteratura italiana.

Giovanni aveva sofferto terribilmente la frantumazione del suo nido familiare, qual nido che lo aveva protetto per i primi anni della sua vita. Questo trauma gli lasciò il desiderio, quasi un’ossessione, di ricostituire il nucleo familiare. Non pensò di fondare un nuovo nido, una famiglia tutta sua, ma investì le sue energie a “ricostruire il nido perduto”.

Fu così che Giovanni andò a vivere con le sorelle Ida e Maria rinunciando a sposarsi. Ma quando Ida decise di farsi una propria famiglia Pascoli visse quel matrimonio come un vero tradimento, come l’ennesima lacerazione di quel suo nido tanto agognato.

Nel 1895 a Castelvecchio di Barga (Lucca) prese in affitto una casa che in seguito acquistò, quello divenne il suo nido definitivo assieme alla sorella Maria.

Casa museo di Giovanni Pascoli a Castelvecchio di Barga, Lucca

In questi anni travagliati nacquero le raccolte poetiche più celebri: Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi conviviali.

Assunto il ruolo di poeta ufficiale impegnato a celebrare la patria, pubblicò le raccolte Odi e inni, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, Canzoni di Re Enzio.

Nel 1911 tenne un discorso pubblico (La grande proletaria s’è mossa) celebrando la guerra coloniale di Libia.

Morì di cancro nel 1912, dopo avere vinto per la tredicesima volta il premio dell’Accademia olandese.

I suoi temi ricorrenti: la morte e il nido

Pascoli fu un uomo che coltivò molti interessi e fu poeta versatile. I testi poetici che lo hanno reso famoso hanno un’impronta decisamente unitaria.

La serie di lutti vissuti da Giovanni, a partire dalla morte del padre, ha segnato indelebilmente la vita di Pascoli e ha dato origine alla sua vocazione poetica.

Il tema del lutto, della morte è presente in ogni sua lirica e caratterizza tutta la sua opera.

L’assassinio del padre funge da spartiacque della sua vita: c’è un prima e un poi. Prima la vita agiata e spensierata, poi la morte, la dissoluzione della famiglia, la disperazione.

Questa situazione genera in lui un meccanismo che lo ha porta a voler rivivere, ricostruire quello che nel suo immaginario è il paradiso perduto dell’infanzia, della felicità passata.

I due elementi della morte e del nido diventano quindi i due temi ricorrenti che possiamo individuare, a volte in modo evidente, altre in modo più nascosto, in ognuna delle sue liriche.

Il “nido” rappresenta il luogo dove l’uomo può trovare riparo sicuro dal male che serpeggia nel mondo. Solo il “nido”, con i suoi affetti, fornisce la protezione a chi gli si affida.

La regressione

Nelle opere di Pascoli possiamo individuare un atteggiamento che possiamo definire di “regressione”

1. una regressione anagrafica: la fanciullezza, stagione dell’innocenza, della fantasia e della spontaneità, come alternativa al mondo adulto dominato dal calcolo, dall’egoismo, dall’insensibilità;

2. una regressione sociale verso il mondo arcaico e armonico della campagna, regolato dalle eterne leggi di natura, come alternativa all’universo alienante della modernità tecnologica e cittadina;

3. una regressione storico-culturale verso un mondo classico  come alternativa alla cultura borghese contemporanea.

Le opere

La poetica del fanciullino [1897-1903]

Pascoli fu autore sincronico: portava cioè avanti più opere contemporaneamente. Per questo la sua produzione può essere ricondotta a una medesima poetica, che egli stesso ha illustrato nella prosa del Fanciullino.  Il testo uscì in anteprima parziale nel 1897 e fu pubblicata in forma integrale solo nel 1903. 

La riflessione di Pascoli ruota tutta attorno alla figura cardine del «fanciullino», la parte infantile dell’uomo che impara a conoscere la realtà attraverso intuizione e spontaneità. Il fanciullino riassume la nostra essenza in un tratto della nostra esistenza. L’io fanciullo vive nell’io adulto, anche se nell’io adulto la voce del fanciullino viene messa a tacere.

Tuttavia il fanciullino rimane parte integrante della nostra personalità: è quella parte che ci consente di stupirci e di sognare. Anche se ognuno di noi ha un fanciullo nel suo intimo, solo il poeta è in grado di ascoltarlo e di dargli voce. Come Omero, il poeta cieco che si fa guidare per mano proprio da un fanciullo, così il poeta si fa guidare dal fanciullino interiore che lo guida sulle strade della poesia. Il fanciullino corrisponde dunque all’anima poetica dell’uomo.

Pascoli dunque considera poeta chi accetta di scrivere ciò che il fanciullino gli «detta dentro».

La visione poetica del mondo

Il fanciullino per Pascoli rappresenta la sfera irrazionale, dominata da fantasie ed emozioni. Per questo la sua visione poetica del mondo è molto diversa da quella elaborata dalla ragione o dalla scienza.

Secondo Pascoli il poeta è un «veggente», è colui che vede oltre, al di là di quello che vedono gli altri. Il suo sguardo non considera l’utilità pratica, ma ci mostra le verità nascoste spesso nelle cose più umili.

La conoscenza poetica è quindi una conoscenza metafisica che avviene per la via dell’intuizione, che è la forma più elevata di conoscenza. Il poeta infatti possiede una facoltà di visione, quasi divina, grazie alla quale può vedere la rete di somiglianze e relazioni fra le cose [come le Corrispondenze di Baudelaire].

Tali relazioni sfuggono all’approccio analitico della ragione e della scienza. Questo elemento colloca Pascoli all’interno del Simbolismo: conoscere è riconoscere, è “illuminazione”.

Il fanciullino osserva le cose che incontra, le guarda con la meraviglia di chi riesce a vedere per la prima volta. Non si inventa nulla di nuovo, ma si scopre la realtà.

Per conoscere il fanciullino sfoglia il libro aperto della natura, di cui bisogna saper decifrare l’alfabeto: nel libro della natura sono scritte tutte le verità.

Il linguaggio: onomatopea e fonosimbolismo

La natura, per Pascoli, non è solo una foresta di simboli, è anche un’orchestra di suoni. La natura ci parla, ma solo il fanciullino è in grado di comprenderne la lingua. Tradotte in parole, le voci della natura diventano onomatopee.

A Pascoli però non interessa rappresentare realisticamente la natura. A lui interessa decifrare il messaggio di cui la natura è portatrice. Lui vuole rendere comprensibili le verità che è affermata in modo oscuro.

Infatti, oltre all’onomatopea Pascoli utilizza molte figure di suono come allitterazioni e assonanze. Si può dire che grazie ad un uso sapiente di metro e rima il poeta costruisce un linguaggio fonosimbolico.

Il fanciullino come nuovo Adamo

Pascoli definisce il fanciullino come «l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Dare un nome alle cose significa dare un nome alle verità nascoste in esse. Per Pascoli l’atto poetico del nominare è un atto di conoscenza, in quanto dare un nome significa riconoscere un senso.

Le verità scoperte dalla poesia simbolista riguardano cioè l’essere in sé: le verità esistono indipendentemente dall’uomo e il fanciullino le scopre.

Come non si può modificare l’essenza, la natura, delle cose, allo stesso modo non si possono chiamare le cose che con il proprio nome.

Perciò quando Pascoli deve designare un oggetto, sceglie di usare il nome proprio e non un nome generico. Per questo Pascoli usa nelle sue poesie numerosi termini tecnici anche derivati dal dialetto o dal lessico contadino.

Questa scelta lessicale non nasce da uno scrupolo scientifico di classificazione, ma da un rispetto quasi religioso della verità della cosa stessa, di cui il nome proprio è garante.

Al poeta, nuovo Adamo, spetta dunque il compito di utilizzare, per la prima volta in poesia, termini, anche tecnici, spesso poco diffusi anche nella lingua comune.

L’analogia

Lo sguardo del fanciullino non si ferma però mai alla singola cosa: ogni oggetto è parte di un tutto. Lo sguardo del fanciullino riesce a cogliere somiglianze e relazioni ingegnose.

Come fare ad esprimere tali relazioni?

Pascoli utilizza l’analogia, la figura retorica che mette in relazione gli aspetti comuni fra le cose, in particolare nella forma della sineddoche. Infatti nella poesia simbolista l’analogia non collega due elementi di pari grado, ma collega sempre una parte con il tutto. Per questo motivo dunque le grandi verità non devono essere cercate nelle grandi cose, ma in quelle piccole. Anzi, per Pascoli, il genio del poeta si riconosce proprio nella sproporzione fra la piccolezza dell’oggetto e la verità che egli sa cogliere e poi mostrare. Pascoli riesce a nobilitare la materia più umile dandole un respiro metafisico. Questa concezione poetica ha anche un risvolto esistenziale: per Pascoli la ricetta della felicità sta nel saper gioire del poco; questa è la miglior medicina contro il dolore e l’invidia: a chi sa accontentarsi non manca nulla. A livello sociale questo si traduce in un socialismo “addomesticato” che rinuncia alla lotta di classe per sognare una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e contenti di ciò che hanno.

Poesia pura e poesia applicata

Per Pascoli la poesia ha una suprema utilità morale e sociale, ma solo in quanto nasce da una naturale inclinazione al bello e al buono.

Il poeta non è un non oratore o predicatore. Lui non deve insegnare nulla con la sua poesia, non deve atteggiarsi a maestro o a filosofo, altrimenti la poesia diventa vuota retorica.

Il poeta è poeta puro. Può insegnare in quanto ci aiuta a riscoprire le verità sepolte nelle piccole cose, ma non deve farlo con l’intenzione di insegnare.

Testo – La poetica del Fanciullino

Capitolo 1

Pascoli pubblica sulla rivista Marzocco nel 1897 un piccolo trattato anomalo, scritto con stile allusivo fatto di immagini e ragionamenti. In questo testo il discorso procede senza ordine per ampie digressioni. Nel primo capitolo fissa l’immagine del fanciullino che è dentro ognuno di noi.

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi [ … ], ma lagrime ancora e tripudi suoi.
Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo.
Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.
Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell’età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell’angolo d’anima d’onde esso risuona.
E anche, egli, l’invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi.
Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d’un passato ancor troppo recente.
Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.  

In questo capitolo Pascoli usa parole che fanno riferimento al mondo infantile come brividi, lagrime, tripudi, … temono sperano godono piangono… Ci parla di emozioni che si esprimono con immediatezza e innocenza. Troviamo la stessa immediatezza nella poesia per Pascoli che è intuitiva e immediata, proprio come la conoscenza del mondo che hanno i bambini. Il tinnulo squillo è quello del bambino, mentre il tintinnio segreto si riferisce alla voce del fanciullino che sente l’uomo.

In questo testo di Pascoli, sviluppato come un testo argomentativo senza uno sviluppo organico, il poeta non spiega il suo pensiero ma procede per affermazioni affidate alle immagini e alle suggestioni delle parole.

Domande

  1. In questo brano le differenze tra l’adulto e il fanciullino sono espresse attraverso l’antitesi noi – egli. Fai due elenchi distinti con le caratteristiche che Pascoli attribuisce a noi e a egli.
  2. Sintetizza la tesi esposta in questa pagina.

Capitolo 3

Nel terzo capitolo Pascoli enuncia le facoltà del fanciullino-poeta. Il poeta è come un Adamo, il primo uomo che ha dato il nome alle cose. Nel compiere questo atti di denominazione egli ne svela l’essenza.  Qui Pascoli mostra come il linguaggio poetico sappia accostare realtà distanti tra loro: mette in evidenza significati che possono essere colti soltanto dalla poesia.

«Ma è veramente in tutti il fanciullo musico?
Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine.
Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell’anima sua giungerebbe all’anima dei suoi vicini.
Egli non sarebbe unito all’umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine.
Perché gli uomini non si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.
Ma io non amo credere a tanta infelicità.
In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa.
Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché con le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia.
Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili.

Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei.
Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.
Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.
Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena.
Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella, accarezza e consola la bambina che è nella donna.
Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora.
Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.  
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.»      

Secondo Pascoli, in ogni uomo si cela un «fanciullino», ovvero ogni uomo ha la capacità di guardare con stupore a quanto lo circonda; ma gli uomini comuni, diventando adulti, tendono a perdere questa particolare sensibilità dell’infanzia.

Il poeta invece mantiene la sensibilità del bambino. Nel passaggio tra l’infanzia e la maturità, il linguaggio tende a una crescente rigidità del linguaggio: il linguaggio col tempo si fa sempre più logico e chiaro.

Pascoli vuol sottolineare come sia necessario retrocedere verso un linguaggio infantile per cogliere la realtà della vita nella sua pienezza.

Lui ritiene che si debba utilizzare il linguaggio del bambino, il linguaggio preconscio, nel quale il suono assume maggiore forza e significato.

  • Il «poeta fanciullo» vede tutto con meraviglia, come se lo vedesse per la prima volta;
  • si sottrae alla logica ordinaria grazie all’attività fantastica,
  • parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle»,
  • piange e ride «senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione»,
  • scopre legami inconsueti tra le cose,
  • rovescia le proporzioni e rimpicciolisce «per poter vedere» o ingigantisce «per poter ammirare».

La poesia quindi diventa come un ricordo del momento magico dell’età infantile e pertanto non inventa nulla. Si limita solo a scoprire, nelle cose quotidiane, gli echi dell’interiorità e delle inquietudini della coscienza.

Inoltre Pascoli parla anche del valore morale della poesia: la poesia non si pone finalità formative e didascaliche: ha solo l’obiettivo di fondersi con la natura.

Ma il fanciullino, la voce del poeta, dice solo cose belle perché ciò che è malvagio, sostiene Pascoli, non può essere bello. Il fanciullino mette quindi l’uomo in contatto con la sua anima e con l’anima delle cose.

Myricae [1891-1911]

Myricae è una raccolta di componimenti poetici. La prima edizione è edita nel 1891 con 22 testi, l’ultima è del 1911; è articolata in 15 sezioni intercalate da testi isolati e comprende 156 testi.

Myricae è termine latino, per indicare le tamerici, umili arbusti comuni in area mediterranea, impiegati dai contadini per far ramazze o accendere il fuoco.

Tamerici

Per Pascoli le tamerici simboleggiano il mondo umile delle piccole cose legate alla terra. Inoltre rappresentano un legame con il luogo natale perché particolarmente abbondanti proprio nei paraggi di San Mauro di Romagna.

I temi: morte e nido

Nella prefazione Pascoli suggerisce la chiave di lettura del libro, dominato dal tema funebre della rievocazione dei lutti di famiglia: la morte, nel giro di dieci anni, del padre, della madre e di tre fratelli.

Ma la dimensione privata diventa la sua visione del mondo, in cui al bene assicurato da madre natura si mescola il male provocato dalla malvagità dell’uomo.

Il nido è il grande archetipo attorno al quale ruota il mondo poetico pascoliano.

Esso è il luogo degli affetti e il rifugio contro la cattiveria degli uomini; ogni distacco dal nido è un trauma, così come ogni ritorno è una regressione alla beatitudine della prima infanzia.   

Il nido è anche simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia: pertanto è legato al polo positivo della campagna, con la celebrazione della piccola proprietà terriera e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla città dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male.

La tensione drammatica che anima la raccolta è data dal fatto che anche nel nido la violenza si abbatte comunque.

Il tema della morte si innesta quindi nell’idillio e lo spezza.

Il nido appare alla fine come il campo in cui il bene, la natura e la vita danno battaglia contro il male, la storia e la morte.

Testi da Myricae

Orfano

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola piano piano.
Un bimbo piange, il piccolo dito in bocca;
Canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: intorno al tuo lettino
C’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo si addormenta
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

La poesia “Orfano” affronta i due temi principali della poesia pascoliana: il tema della perdita e quello del ”nido”.

Il titolo è parte integrante e indispensabile del testo.

Il testo presenta un quadretto domestico in cui un’anziana donna addormenta un bimbo, cantando una ninna nanna e dondolando la culla mentre fuori nevica. Il titolo ci introduce il tema della morte: possiamo pensare che la ”vecchia” sia in realtà la nonna, che cerca di proteggere il bambino. Entrambi i protagonisti di questo quadretto probabilmente sono stati toccati dal lutto: la vecchia ha perso la figlia, il bimbo la mamma.

Ma di fronte al dolore della perdita, il calore del nido, in cui si coltivano gli affetti, ha il potere di tenere fuori il freddo della neve che fiocca lenta lenta lenta.

Temporale

 Un bubbolìo lontano

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli.

Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno legato all’interiorità del poeta e dell’uomo: è sì un temporale, ma dell’anima.

In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Percezioni sensoriali

Campi uditivi – bubbolìo

  • Campi visivi – rosseggia .. Affocato .. Nero di pece

Figure retoriche

  • Allitterazione della “o”: vv. 1-4: “Un bubboo lontano…/ Rosseggia l’orizzonte,/ come affocato, a mare:/ nero di pece, a monte”;
  • Analogia vv. 6-7: “tra il nero di un casolare:/ un’ala di gabbiano”;
  • Metafora v. 4: “nero di pece”; v. 5: “stracci di nubi chiare”;
  • Onomatopea v. 1: “bubbolìo”.

Commento

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli. Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è solo un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno introiettivo: è sì un temporale, ma dell’anima. In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – livida, bianca, apparì sparì, occhio, nera.
  • Campi uditivi – ansante, tacito tumulto.

Figure retoriche

  • Antitesi v. 5: “apparì sparì”;
  • Climax ascendente v. 2: “ansante, livida, in sussulto; v. 3: “ingombro, tragico, disfatto”;
  • Enjambements vv. 4-5; vv. 6-7;
  • Metafore v. 2: “la terra ansante, livida, in sussulto; v. 3: “il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Ossimoro v. 4: “tacito tumulto”;
  • Personificazione vv. 2-3: “la terra ansante, livida, in sussulto/ il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Similitudine v. 6: “come un occhio”.

Commento

Il lampo scaturisce dalle riflessioni fatte da Pascoli ripensando con dolore all’uccisione e alla morte del padre: 

«I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d’ala […]. Come un lampo in una notte buia buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci.»

Sin dall’inizio del componimento emerge una realtà di dolore e tormento: l’e iniziale sembra evocare un passato di sofferenza, il lampo, che illumina improvvisamente tutto quanto, permette di vedere il cielo e la terra non come elementi naturali inerti, ma per quello che sono realmente.

Il lampo che squarcia la notte e mette in evidenza la realtà desolante. È una metafora della labilità della vita, il simbolo della violenza e della durezza del mondo, dalla quale si cerca di scappare rifugiandosi nel nido e negli affetti della propria famiglia.

Colpisce, a tal proposito, l’antitesi che viene a crearsi fra la notte scura e tempestosa (come la vita) e il bianco della casa in cui potersi rifugiare (il nido).

È densa di significato anche la similitudine che accosta l’apparizione fulminea della casa ad un occhio che si apre e si chiude improvvisamente. L’occhio in questione è quello del padre del poeta, che lancia il suo ultimo sguardo da morente prima che si consumi l’immane tragedia.

Tuono

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì, di madre, e il moto d’una culla.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – nera,
  • Campi uditivi – fragor, tuono, rimbombò, schianto, rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo, tacque, rimareggiò, vanì, canto, s’udì.

Figure retoriche

  • similitudine: nera come il nulla
  • allitterazione: nella notte nera come il nulla
  • Onomatopea: rimbombò, rimbalzò, rotolò

Commento

La poesia si apre con un verso isolato (come per Il lampo), introdotto dalla congiunzione e che sembra quindi voler proseguire un discorso, una riflessione. 

L’essere umano all’udire questa forza possente della natura, s’impaurisce come il bimbo che piange spaventato nella notte buia.

Il nero della notte è simile al nulla; dove il nulla è simbolo di morte), le figure della madre e della culla (simbolo di nascita, vita) si contrappongono all’immagine minacciosa della natura.

X agosto – Myricae

1. San Lorenzo, io lo so perché tanto
2. di stelle per l’aria tranquilla
3. arde e cade, perché si gran pianto
4. nel concavo cielo sfavilla.
 

5. Ritornava una rondine al tetto:
6. l’uccisero: cadde tra i spini;
7. ella aveva nel becco un insetto:
8. la cena dei suoi rondinini.
 

9. Ora è là, come in croce, che tende
10. quel verme a quel cielo lontano;
11. e il suo nido è nell’ombra, che attende,
12. che pigola sempre più piano.
 

13. Anche un uomo tornava al suo nido:
14. l’uccisero: disse: Perdono;
15. e restò negli aperti occhi un grido:
16. portava due bambole in dono.
 

17. Ora là, nella casa romita,
18. lo aspettano, aspettano in vano:
19. egli immobile, attonito, addita
20. le bambole al cielo lontano
.  

21. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
22. sereni, infinito, immortale,
23. oh! d’un pianto di stelle lo inondi
24. quest’atomo opaco del Male!
 
Metro: composta di sei quartine di decasillabi e novenari piani in rima alternata.

Parafrasi discorsiva

San Lorenzo, io so perché un numero così grande di stelle brilla e cade attraverso l’aria tranquilla, perché un pianto così grande risplende nella volta del cielo. Una rondine stava ritornando al suo nido: fu uccisa: cadde tra i rovi: aveva nel becco un insetto: la cena per i suoi figlioletti. Ora è là, come se fosse in croce, che tende quel verme verso quel cielo lontano; e i suoi piccoli sono nell’oscurità ad aspettarla, pigolando sempre più piano. Anche un uomo stava tornando a casa: fu ucciso: disse: “Vi perdono”; e nei suoi occhi sbarrati restò soffocato un grido: portava in regalo due bambole… Ora là, nella casa solitaria, lo aspettano, lo aspettano inutilmente: lui immobile, sbigottito mostra le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, infinito, eterno, dall’alto dei mondi sereni, inondi di un pianto di stelle questo corpuscolo senza luce caratterizzato solo dal male.

Figure Retoriche

  • Allitterazioni “Lorenzo, stelle, tranquilla”; “Ritornava unrondine” (v. 5); “pigola sempre più piano” (v. 12); “attonitaddita” (v. 19); “atomo opaco” (v. 24);
  • Anafore “ora è là, come in croce…/ ora là, nella casa…” (vv. 9 e 17); “che tende…/ che attende… / che pigola”(vv. 9-12); “l’uccisero: cadde tra spini… l’uccisero: disse: Perdono” (vv. 6 e 14);
  • Apostrofi “San Lorenzo” (v. 1); “E tu, Cielo” (v. 21);
  • Anastrofi  “Ritornava una rondine al tetto” (v. 5); “di un pianto di stelle lo inondi” (v. 23);
  • Metonimia “nido… / che pigola” (vv. 13-14);
  • Sineddoche “al tetto” (v. 5);
  • Sinestesia restò negli aperti occhi un grido” (v. 15);
  • Similitudine “come in croce” (v. 9);
  • Metafore “sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla” (vv. 3-4); “nido” (v.13); “di un pianto di stelle” (v. 23); “atomo opaco del Male” (v. 24);
  • Personificazione “E tu, Cielo” (v. 21); “Male” (v. 24);
  • Iperbole “di un pianto di stelle lo inondi…” (v. 23); “atomo” (v. 24);
  • Enjambements “tanto / di stelle” (vv. 1-2); “tende / quel verme” (vv. 9-10); “addita / le bambole” (vv. 19-20); “mondi / sereni” (vv. 21-22); “inondi / quest’atomo” (vv. 23-24).

Commento

Anche in X Agosto, Pascoli, rievoca la tragedia dell’uccisione di suo padre, avvenuta il 10 agosto 1867, trent’anni prima della stesura della poesia. Il 10 agosto è, però, anche il giorno di San Lorenzo, quello in cui, secondo la tradizione popolare, si verifica il fenomeno delle stelle cadenti. Le stelle che cadono in quella notte, nell’immaginario pascoliano, rappresentano il pianto del cielo sulla malvagità degli uomini: quest’immagine rende l’idea di un cosmo profondamente umanizzato.

Prendendo le mosse dalla propria tragica vicenda personale, il poeta affronta i grandi temi del male e del dolore: gli elementi familiari e biografici vengono trasposti su un piano universale e cosmico.

Così, la rondine e il padre uccisi, posti in evidente parallelismo diventano il simbolo di tutti gli innocenti perseguitati ed alludono scopertamente alla figura di Cristo, la vittima per eccellenza, che perdona i suoi carnefici sulla croce, richiamata già nel titolo, con il numero romano X.

La rondine che stava tornando al suo nido portando un verme per i suoi piccoli, è stata uccisa durante il tragitto e li ha lasciati soli ed affamati; allo stesso modo, il padre del poeta viene ucciso mentre sta tornando a casa, al suo “nido” chiuso e protetto, portando due bambole in dono alle figlie, che ora lo aspettano invano, proprio come i piccoli della rondine aspettano la madre, ormai affamati e morenti. L’unica differenza tra la rondine e il padre in punto di morte sta nella parola “perdono” pronunciata dall’uomo.

La struttura del componimento è circolare, poiché esso si apre e si chiude con l’immagine del cielo inondato di stelle cadenti, simboli del dolore

Il Cielo, ossia Dio, è sentito come lontano, distante, indifferente, separato dal mondo, capace solo di guardarlo dall’alto e di “piangere” sulle miserie umane, ma non di lenirne in nessun modo le sofferenze.

Il male, personificato, è incomprensibile per l’uomo, che si sente sempre in balia di un insondabile destino. La Terra, nell’economia dell’universo, al cospetto dell’immensità del Cielo, non è altro che un “atomo opaco”, un minuscolo ed insignificante corpuscolo che non brilla neppure di luce propria.

Di fronte alla malvagità del mondo, l’unico rifugio, dovrebbe essere il “nido”, unico luogo protetto in cui trovare pace, ma la casa è anch’essa “romita”, solitaria, lacerata dalle tragiche vicende del mondo, dunque insufficiente a proteggere l’uomo, a cui non resta che invocare invano il “pianto di stelle” del cielo che lo soccorra e partecipi del suo dolore.

Lavandare – Myricae

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.  

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene. 

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.  
Madrigale composto di due terzine e una quartina di endecasillabi.
Schema: ABA CBC DEDE.

Figure retoriche

Allitterazioni:
– “r”: “resta” – “aratro” – “pare”; “gora” – “sciabordare” – “lavandare”;
– “frasca”, “torni”- “ancora” – “partisti” –“rimasta” – “aratro”
– “f”: “soffia”- “frasca”;
– di “s” e “t” nell’ultima strofa: “soffia”- “frasca” “torni” “tuo”- “paese” – “partisti”- “rimasta” – “aratro” “maggese”;
Onomatopee: “sciabordare” (v. 5), “tonfi” (v. 6);
Enjambement; “ pare / dimenticato” (vv. 2-3); viene / lo sciabordare (vv. 4-5);
Sinestesia: “tonfi spessi” (v. 6);
Chiasmo
– “tonfi spessi e lunghe cantilene” (v. 6);
– “il vento soffia e nevica la frasca” (v. 7);
Similitudine: “rimasta / come l’aratro in mezzo alla maggese” (v. 10);
Metafora: “nevica la frasca” (v. 7).

Campi sensoriali

  • Tutta la prima strofa è caratterizzata dalle percezioni visive.
  • La seconda e la terza strofa sono caratterizzate da sonorità e musicalità.

Commento

I temi principali di Lavandare sono legati a abbandono e solitudine.

L’aratro viene dimenticato in mezzo al campo deserto diventa il simbolo dell’abbandono e della nostalgia. Inoltre il campo non è stato arato del tutto: questo aumenta il senso di abbandono imprevisto.

Il riferimento all’abbandono caratterizza sia l’inizio che la fine della poesia che mostra quindi una struttura circolare.

L’ambiente è quello di un mondo quotidiano e semplice.

La prima strofa è statica. Vi dominano le sensazioni visive.

Nella seconda strofa prevalgono le sensazioni uditive. Le rime al mezzo ne velocizzano il ritmo.

La congiunzione coordinante “e”, che apre la seconda strofa, indica che le due scene descritte nelle prime due strofe sono accostate, ma distinte l’una dall’altra.

Nella terza strofa il ritmo è rallentato. Il poeta ha ripreso un canto popolare marchigiano e rende l’idea della nenia cantata dalle donne durante il lavoro.

Si crea quindi un parallelismo tra la donna, protagonista del canto, e l’aratro: entrambi sono stati abbandonati, e si trovano come sospesi, in attesa di un evento, di un ritorno, di una ripresa.

Anche la poesia Lavandare potrebbe sembrare un bozzetto naturalistico, ma il poeta carica ogni oggetto di un intenso valore simbolico.

Gli oggetti semplici legati al mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”: l’oggetto diventa un simbolo, colto da un poeta fanciullino che scandaglia a fondo la realtà e suggerisce al lettore l’essenza vera di tutto ciò che lo circonda.

Così, la rappresentazione apparentemente oggettiva della natura autunnale e dei gesti quotidiani delle donne diventa la proiezione simbolica dell’inquietudine e della profonda malinconia dell’animo del poeta.

Novembre – Myricae

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…  

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.  

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l’estate, fredda, dei morti.  
Metro: Tre strofe saffiche composte da 3 endecasillabi e un quinario a rime alternate. Schema: ABAb

Figure retoriche

Allitterazioni:
–  della –s e della –r: v. 5: secco, stecchite; v. 6: nere, trame, segnano, sereno; v. 7: sonante; v. 8: sembra. La sequenza allitterante della seconda strofa richiama l’aridità della natura. L’insistita allitterazione della –s comunica un’idea di morte, e richiama il XIII canto dell’Inferno, il canto di Pier della Vigna e dei suicidi.
Enjambement: vv. 1-2; vv. 7-8; vv. 11-12;
Metafora: v. 1: Gèmmea l’aria, metafora con sinestesia tattile-visiva;
Ossimoro: vv. 11-12: estate, fredda;
Sinestesia: v. 3: odorino amaro; v. 11: cader fragile.

Commento

Il titolo della poesia corrisponde al mese dei defunti e ci avvicina subito al tema della morte.

La poesia è tripartita e potremmo sintetizzarla così: illusione – svelamento – tristezza.

Illusione

Il poeta ci presenta l’illusione che si prova in una giornata autunnale che sembra primaverile: l’aria cristallina di novembre ci dà l’illusione della primavera. questa sensazione è confermata dalle sensazioni visive («gèmmea l’aria») e olfattive («del prunalbo l’odorino amaro»),

La seconda strofa corrisponde allo svelamento: il “ma” avversativo del quinto verso, dimostra che in realtà si sta vivendo la stagione autunnale; l’autunno è una metafora dell’esistenza.

Con il Ma il bozzetto naturalistico inizia a comunicare l’idea della morte.

L’illusione della primavera, altra metafora della vita, si contrappone alla realtà caratterizzata dalla legge della morte. Vi è, dunque, una forte analogia tra la primavera, che rappresenta la vita e l’autunno, che è collegato alla morte.

La terza strofa ci fa sprofondare nella tristezza della stagione autunnale, con il suo messaggio di precarietà e morte

Il paesaggio rappresentato nella terza strofa si può ritenere universale: non ci sono riferimenti precisi allo spazio perché, come avviene anche in altre liriche della raccolta, Pascoli non intende descrivere la natura in un preciso momento dell’anno ma trasmettere un messaggio più profondo.


Il poeta quindi cerca di penetrare il senso segreto delle cose, che si rivela carico di drammaticità e morte e osserva il mondo con lo stupore e la meraviglia di un “fanciullino”, per riscoprirne i lati segreti e la purezza originaria.

Pascoli e il tema dell’emigrazione italiana

Giovanni Pascoli arrivò a Castelvecchio nel 1895.

Gli ultimi anni del secolo segnarono per Giovanni Pascoli l’inizio di una nuova vita e di un’intensissima attività poetica. Castelvecchio, Barga, la Valle del Serchio permisero a Pascoli di vivere in un mondo sognato e desiderato: adorava la terra lavorata dalle mani dell’uomo, apprezzava la bontà degli uomini resi umili dal duro lavoro. Ma gli ultimi anni del secolo furono anni difficili per l’Italia: furono gli anni che segnarono l’inizio della Grande emigrazione.

La fame e la disoccupazione svuotarono anche le sue terre. Molti emigrarono all’estero e lui soffriva al pensiero che l’Italia fosse costretta a esportare manodopera in altri paesi.

Traccia di questa fase storica si trovano nel poemetto Italy – Sacro all’Italia raminga.  Nel testo si narra la vicenda di Molly, nipote di Zi Meo, un arguto contadino che era legato da un rapporto di amicizia con la famiglia Pascoli. La piccola Molly, Isabella il nome originale, era nata a Cincinnati dove il padre Enrico gestiva un ristorante.

La bambina si era ammalata e venne portata in Italia, nella casa di famiglia, con la speranza che l’aria buona giovasse alla sua salute. Pascoli conobbe la bimba e rimase colpito dalla sua storia.

Le dedicò quindi il poemetto Italy in cui si narra la riscoperta delle radici e dell’identità di questa bimba che, pur essendo nata negli Stati Uniti, si riconobbe presto nella cultura antica della famiglia e della vita del piccolo borgo.

Un altro bambino che giocava scalzo con le caprette della sorella del poeta, Maria Pascoli, è Valente Arrighi, figlio del Mere, contadino del Poeta. Valente emigrò in America in cerca di fortuna; non divenne ricco ma la sua vita fu più agiata. A lui è dedicata la famosa poesia Oh Valentino.

Italy

Nel primo canto viene narrato il ritorno di una bambina italo-americana che torna in Italia per cercare di sconfiggere la tisi e respirare aria migliore. Dopo i primi problemi d’incomprensione con la nonna che si occupa di lei, le due ritrovano un linguaggio comune.

Vi
 
Lèvati, Molly. Gente ode parlare
la tua parlata. Sono qui. Cammina,
se vuoi vederle. Hanno passato il mare.
 
Fanno un brusìo nell’ora mattutina!
Ma il vecchio Lupo dorme e non abbaia.
È buona gente e fu già sua vicinaI
 
Vengono e vanno, su e giù dall’aia
alla lor casa che da un pezzo è vuota.
Oh! la lor casa, sotto la grondaia,
 
non gli par brutta, ben che sia di mota!
 
VII
 
Sweet… Sweet… Ho inteso quel lor dolce grido
dalle tue labbra… Sweet, uscendo fuori,
e sweet sweet sweet, nel ritornare al nido.
 
Palpiti a volo limpidi e sonori,
gorgheggi a fermo teneri e soavi,
battere d’ali e battere di cuori!
 
In questa casa che tu bad chiamavi,
black, nera, sì, dal tempo e dal lavoro,
son le lor case, là sotto le travi,
 
di mota sì, ma così sweet per loro!
 
VIII
 
O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini, e qui resta
il nido solo, oh! che dolente andare!
 
Non c’è più cibo qui per loro, e mesta
la terra e freddo è il cielo, tra l’affanno
dei venti e lo scrosciar della tempesta.
 
Non c’è più cibo. Vanno. Torneranno?
Lasciano la lor casa senza porta.
Tornano tutte al rifiorir dell’anno!
 
Quella che no, di’ che non può; ch’è morta.
 

Oh Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Oh Valentino – GIOVANNI PASCOLI, I Canti di Castelvecchio

La nazione come nido

Quando nel 1911 il governo Giolitti decise di conquistare la Libia, Giovanni Pascoli si espresse a favore dell’impresa. Tenne un discorso a Barga il 26 novembre 1911 in cui espose diverse ragioni a sostegno dell’impresa coloniale in Libia: lui sosteneva in particolare il diritto di una nazione «proletaria» quale era l’Italia, costretta a esportare manodopera in altri paesi capitalistici, di procedere a conquiste coloniali per assicurare ai suoi figli una seconda patria.

Nella visione del poeta la conquista coloniale avrebbe unito, affratellato le diverse classi sociali italiane (nobile e operaio, borghese e contadino) e avrebbe risolto le tensioni che serpeggiavano nella società italiana.

La concezione nazionalista di Pascoli, inoltre, si lega ad un tema ricorrente dell’autore, quello del “nido”: la famiglia è il «nido» caldo che garantisce la protezione dai mali del mondo.

Lo scrittore allarga all’intera nazione la visione del rapporto sociale come legame di sangue. Egli difende gelosamente il nido, la culla costituito dalla nazione, nazione che deve essere nido protettivo per i suoi figli italiani.
Dietro la scelta imperialista del poeta si percepisce comunque la contraddizione tipica dell’Italia di quell’epoca, che, stretta tra mondo contadino e modernizzazione, sfogava le proprie tensioni in miti nazionalistici.

La grande proletaria si è mossa

La grande Proletaria [così viene definita l’Italia, in quanto nazione povera rispetto alle altre potenze europee, e patria di proletari costretti a emigrare] si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar [abbattere] selve, a dissodare campi, a iniziar culture [iniziare nuove coltivazioni], a erigere edifizi, ad animare
officine
[a lavorare nelle fabbriche] , a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città dove era la selva vergine, a piantar pometi [piante di mele], agrumeti, vigneti dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto [all’angolo] della strada.
Il mondo li aveva presi a opra [lavoro a giornata] i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava [offendeva]

Diceva:
Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos
[esempi di soprannomi
ingiuriosi dati agli italiani nell’America Latina]
! […]
Così queste opre [braccianti] tornavano in patria poveri come prima o peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità [Pascoli si riferisce allo sradicamento e alla perdita delle identità nazionali dei migranti].
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande [la Sicilia].[…]
Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate [insultate] degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo [lavoreranno sulla propria terra],
sul terreno della Patria; non dovranno, il nome della Patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque [costruiranno canali], costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare
nostro
[il Mediterraneo] il nostro tricolore. […]
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta [ma non ci sarà lotta di classe] non v’è; o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia.
Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
da Patria e umanità, in Prose, Mondadori, Milano, 1971

Fonti

  • https://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-online/laboratorio-pascoli_emigrazione.pdf
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori.
  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson.
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it