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Italia giolittiana

Il panorama economico e sociale

Il periodo che va dall’inizio del Novecento fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale fu un periodo di grande sviluppo industriale per l’Italia. In particolare nel settore meccanico nacquero aziende come la FIAT, la Lancia e l’Alfa Romeo. La maggior parte delle nuove industrie sorgono nel cosiddetto triangolo industriale: Torino – Milano – Genova.

Il triangolo industriale italiano

La crescita industriale fu favorita soprattutto da due fattori:

  • le commesse statali: soprattutto nel campo dei trasporti ferroviari favorirono la crescita dei settori siderurgico e meccanico;
  • il protezionismo: gli alti dazi sui prodotti stranieri favorirono le industrie del nord, ma danneggiarono il Sud che vide chiuse e porte per l’esportazione dei suoi prodotti tipici come vino, olio, agrumi.

Tale sviluppo influì notevolmente anche sul livello medio di vita degli italiani: nelle città comparvero illuminazione elettrica, trasporti pubblici, acqua corrente e gas.

Ma l’industrializzazione comportò anche il riversarsi nelle città di grandi masse umane che abbandonavano le campagne, masse che si concentravano in quartieri sovraffollati, malsani e degradati.

L’agricoltura crebbe soprattutto nella Pianura padana, dove vennero migliorate le tecniche produttive.

Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti fu uno dei politici più longevi nella storia italiana. Tra il 1901 e il 1903 fu Ministro dell’Interno, poi fu a capo del governo fino al 1914. Questo periodo prese il nome da lui, che fu il protagonista della scena politica.

Si tratta di una delle figure più controverse della storia politica italiana.

Non si può dimenticare comunque che lui si trovò a gestire l’Italia in un periodo molto difficile, caratterizzato da grandi cambiamenti.

Inoltre è innegabile che lui, da piemontese, affrontò la politica italiana con una focalizzazione sul Nord Italia e non ebbe mai una visione realmente unitaria.

Giovanni Giolitti https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giolitti#/media/File:Giolitti2.jpg

Giolitti Ministro dell’Interno

Tra il 1901 e il 1903 Giolitti fu ministro dell’Interno. Egli volle che il governo mantenesse una posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali. Egli riteneva che le proteste operaie avrebbero portato a:

  • ridistribuzione del reddito,
  • maggior benessere alle classi lavoratrici,
  • allargamento mercato interno,
  • maggior consenso sociale.

L’ampliamento della forza sindacale alimentò proteste e scioperi che portarono all’aumento dei salari e al conseguente miglioramento del tenore di vita degli operai.

La politica di Giolitti cercava il compromesso tra la borghesia liberale e il socialismo riformista; voleva una politica di accordo e non di scontro con l’obiettivo di ampliare la rappresentanza politica.

Per Giolitti la soluzione dei conflitti sociali non stava nel ritorno ad un potere centrale forte, come voleva una parte dei liberali, ma nel riconoscere le richieste del proletariato come diritti che lo stato ha l’obbligo di tutelare.

Per noi quest’idea è assolutamente scontata, oggi, ma nell’Italia di inizio Novecento non era affatto così.

Documento: Perché le camere del lavoro non vanno chiuse

Il testo è tratto da un discorso tenuto alla camera il 4 febbraio del 1901 da Giovanni Giolitti, ministro dell’Interno, contro lo scioglimento della camera del lavoro di Genova disposta dal prefetto della città il 18 dicembre 1900.

Lettura documento – Giolitti, Perché le camere del lavoro non vanno chiuse.

Giolitti Presidente del Consiglio

Nel 1903, il primo ministro Zanardelli si dimise e Giolitti venne chiamato a formare il nuovo governo.

Politica interna

In questo periodo furono varate importanti riforme sociali quali la tutela del lavoro minorile e femminile, furono create delle assicurazioni per i lavoratori e vennero municipalizzati alcuni servizi pubblici.

Politica sociale

Come presidente del consiglio non cambiò la sua posizione rispetto ai conflitti sociali e concesse libertà alla contrattazione sindacale.

Vennero emanate delle leggi per:

  • la tutela del lavoro di donne e bambini;
  • l’assistenza infortunistica e pensionistica;
  • l’obbligatorietà del riposo settimanale.

Opere pubbliche

  • Nel 1905 venne avviato il processo di statalizzazione delle Ferrovie e vennero create le Ferrovie dello stato.
  • Venne emanata una legge per la gestione statale dell’istruzione elementare.
  • Viene istituita l’INA, l’istituto nazionale delle assicurazioni sulla vita.

Giolitti e i socialisti

Tornato alla guida dell’esecutivo nel 1903, Giolitti era convinto che una politica di ampie riforme politiche e sociali potesse:

  • rafforzare la componente riformista e moderata,
  • allargare la base di consenso dello Stato liberale,
  • isolare le pulsioni rivoluzionarie presenti nel movimento operaio.

Giolitti tentò in un primo momento un accordo con i socialisti, i quali erano divisi in due correnti:

  • i riformisti, guidati da Filippo Turati – ritenevano che si dovesse cambiare la società attraverso riforme
  • i massimalisti, guidati da Benito Mussolini – ritenevano che la società andasse cambiata con la rivoluzione, senza scendere a patti con i governi borghesi.

Giolitti tentò di ottenere il sostegno dei rappresentanti dell’estrema sinistra ricercando la collaborazione del leader socialista riformista Turati, che guardava con favore all’esperimento giolittiano. Tuttavia, con il manifestarsi dei limiti e delle contraddizioni della politica di riforme giolittiane e con l’inasprirsi del conflitto sociale nel Mezzogiorno, le correnti rivoluzionarie che serpeggiavano nel PSI presero la guida del partito.

La linea riformista ebbe la maggioranza fino al 1904 e Giolitti collaborò con i socialisti alla realizzazione di un programma condiviso che comprendeva  

  • il suffragio universale,
  • l’istruzione laica obbligatoria,
  • l’assistenza e la previdenza.

Nel 1904 ottenne la maggioranza l’idea rivoluzionaria che promulgò il primo sciopero generale della storia d’Italia e d’Europa.  

Sciopero generale 1904

Nel corso del 1904, in diverse occasioni, le forze dell’ordine avevano attaccato gli scioperanti nel Sud Italia. Ne citiamo solo due.

  • il 4 settembre a Buggerru, nella zona di Iglesias, in Sardegna mentre era in corso uno sciopero a cui avevano aderito circa 2000 minatori, l’esercito sparò sui manifestanti uccidendone quattro e ferendone undici;
  • il 14 settembre a Castelluzzo, in provincia di Trapani, i carabinieri spararono sui contadini in protesta, ci furono due morti e dieci feriti.

L’uso delle armi da parte della forza pubblica riaccese il ricordo dell’eccidio di Milano del 1898 e lo sdegno tra i proletari fu enorme.

Di fronte a questa ennesima violenza, il 15 settembre 1904 la Camera del Lavoro di Milano, proclamò uno Sciopero Generale di 8 giorni a partire dal 16 settembre. Fu il primo grande sciopero generale della storia del paese, ma fu anche il primo grande sciopero ma anche in Europa.

Ferrovieri in sciopero a Milano
Sciopero dei portuali a Genova

Solo dopo l’assunzione di impegno, da parte di un gruppo di parlamentari socialisti, a presentare in Parlamento una proposta di legge per vietare l’uso delle armi alle forze dell’ordine durante gli scioperi, il 21 settembre lo sciopero si concluse. 

Questo evento segnò anche la fine della collaborazione tra Giolitti e i socialisti.

I primi sindacati

Nel 1906 venne fondata la Confederazione generale del lavoro (Cgdl), il sindacato di matrice socialista a guida riformista.

A difesa degli interessi degli imprenditori, in risposta alla ripresa della conflittualità operaia nacque nel 1910 la Confederazione generale dell’industria, la Confindustria.

Anche il movimento cattolico compì alcuni timidi passi verso una maggiore partecipazione alla cosa pubblica.

Giolitti e i cattolici

Visto che il rapporto con i socialisti si andava incrinando a causa dell’atteggiamento più rivoluzionario, atteggiamento che suscitava anche timori nella borghesia, Giolitti cercò l’accordo col mondo cattolico.

Ricordiamo che nel 1870, dopo la Breccia di Porta Pia, il papa Pio IX aveva dichiarato di essere prigioniero dello stato italiano e aveva esortato il mondo cattolico a “non collaborare con lo stato usurpatore” – vedi la questione romana.

I suoi successori ammorbidirono questo divieto e i cattolici votarono, per la prima volta, nel 1904 con l’intenzione di sconfiggere i socialisti, considerati un pericolo. Infatti, nel 1891 il papa Leone XIII aveva scritto l’enciclica Rerum novarum, che criticava le ingiustizie provocate dal sistema capitalistico ma condannava anche la soluzione socialista, con la sua visione atea della vita. Nella stessa enciclica il papa incoraggiava l’impegno sociale dei cattolici. Le sollecitazioni pontificie diedero vita a una fitta rete associativa fatta di cooperative, sindacati, leghe contadine e leghe operaie.

In quel periodo il movimento cattolico era percorso da diverse correnti:

  • Intransigenti che rifiutavano lo stato liberale,
  • Moderati che erano favorevoli all’inserimento dei cattolici nello stato,
  • Democrazia Cristiana che voleva creare un partito di massa e voleva affrontare la questione operaia secondo i dettami della Rerum novarum.

Giolitti, dopo il 1904 strinse accordi elettorali tra liberali e cattolici e il pontefice Pio X, in occasione delle elezioni politiche attenuò il non expedit per ostacolare i candidati socialisti. In questa maniera e nel 1909 ben 16 candidati cattolici entrarono in Parlamento: erano i primi deputati cattolici.

Per Giolitti era sempre più necessario l’accordo con i cattolici per mantenere la stabilità di governo dal momento che nel paese aumentava l’instabilità economica. Nel 1913 il presidente del consiglio stipulò con i cattolici il Patto Gentiloni (dal nome del presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, Filippo Gentiloni): i cattolici si sarebbero impegnati a votare per quei candidati giolittiani che avessero sottoscritto l’impegno di “difendere la Chiesa”:

  • a non ostacolare istruzione privata,
  • a garantire istruzione religione a scuola,
  • a opporsi alla legge al divorzio.

Associazione Nazionalistica Italiana

Mentre i socialisti erano ancora divisi tra rivoluzionari e riformisti nacque in Italia l’Associazione Nazionalistica Italiana che voleva trasformare la società italiana.

Il movimento dei nazionalisti, sorto intorno alla rivista «Il Regno», si estese grazie all’eloquenza di Gabriele D’Annunzio e nel 1910 diviene una forza politica a carattere antiliberale, antiparlamentare e militarista.

I nazionalisti italiani auspicavano uno stato forte e autoritario, volevano potenziare l’espansione coloniale di matrice imperialistica, volevano affermare grandezza dell’Italia.

Inoltre erano in forte polemica contro il giolittismo, contro il parlamentarismo e contro i partiti di matrice socialista. Iniziò in quel periodo a circolare il mito dell’Italia proletaria sfruttata e umiliata dalle nazioni ricche e potenti come il proletariato era sfruttato dalla borghesia. Questa Italia doveva trovare nelle conquiste coloniali un attestato della propria potenza e uno sfogo per la propria forza demografica costretta all’emigrazione.

Nazionalismo: posizione politica che mira all’affermazione del prestigio e degli interessi di una singola nazionalità, anche in contrapposizione con le altre. Alla base del nazionalismo vi è il concetto di nazione, intesa come un gruppo organico di individui accomunati da lingua, tradizioni e valori e tesi alla realizzazione degli stessi obiettivi.

Il settentrionalismo di Giolitti

Durante l’“età giolittiana” si realizzò in Italia il processo di industrializzazione che altri Stati europei avevano conosciuto nel secolo precedente.

La crescita del settore industriale fu resa possibile da:

  • una congiuntura internazionale favorevole,
  • il rialzo dei prezzi,
  • una maggiore disponibilità di capitali,
  • l’aumento della manodopera, con la trasformazione progressiva dei contadini in operai,
  • l’impiego di nuove tecniche produttive e di rinnovate energie imprenditoriali.

L’intervento dello Stato acquistò un ruolo centrale per correggere gli squilibri sociali e sostenere la crescita economica del Paese. La politica protezionistica, adottata nel 1887 e proseguita anche nel periodo giolittiano, permise all’industria nazionale di svilupparsi senza essere minacciata dalla concorrenza straniera, soprattutto nel settore siderurgico, meccanico e tessile.

Ma lo sviluppo industriale italiano non riuscì a colmare il ritardo che l’economia nazionale aveva accumulato rispetto a quella delle grandi potenze industriali del tempo. Infatti l’Italia restava ancora un Paese ancora prevalentemente agricolo: vedi tabella.

Inoltre lo sviluppo dell’industria non si manifestò in forma omogenea, ma interessò prevalentemente il Nord nell’area del cosiddetto “triangolo
industriale” Torino-Milano-Genova.

Verso il Sud Giolitti ebbe un atteggiamento ambiguo:

  • da un lato diede l’avvio ad alcune grandi opere infrastrutturali con le “leggi per il Mezzogiorno”,
  • dall’altro strinse alleanze con gli interessi conservatori degli agrari, con i poteri forti che gestivano il territorio al Sud;
  • mentre al Nord mantenne una neutralità nei conflitti sindacali, al Sud fece un patto con il potere agrario e intervenne duramente nei conflitti sindacali.

Il Mezzogiorno continuò a rimanere ai margini della crescita economica, anche perché la politica giolittiana individuava come interlocutori privilegiati il movimento operaio e il mondo industriale del Nord.

La sua visione industrialista e settentrionalista portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciarono l’Italia.

La piaga dell’emigrazione

Le scarse possibilità di lavoro, la drammatica riduzione dei salari del Sud l’abbondanza di manodopera portarono ad un aumento della disoccupazione e al dilagare di povertà, soprattutto al Sud. Questo fece accentuare i movimenti migratori. Molti contadini si videro costretti a cercare lavoro all’estero.

Tra il 1900 e il 1914 emigrarono oltre 8 milioni di italiani, soprattutto verso il Nord Europa, gli USA e il Sudamerica.

Questo fenomeno doloroso portò tuttavia un po’ di ricchezza nelle terre più povere: i lavoratori emigrati mandavano una parte delle loro paghe, dette rimesse, in Italia, aumentando un po’ la ricchezza del nostro Paese. Inoltre i lavoratori rimasti, non più in sovrannumero, potevano vedere aumentato il proprio potere contrattuale e ottenere così salari migliori.

Fonte https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf

I numeri dell’emigrazione italiana

  • Perché secondo te l’emigrazione raddoppia nel periodo 1887 – 1900 rispetto al decennio precedente?
  • Perché nonostante il decollo industriale, l’emigrazione raddoppia nel primo decennio del Novecento?
  • Formula la tua risposta tenendo presente i seguenti fenomeni relativi all’Italia dell’800 grande depressione crisi svolta protezionista.

Il suffragio universale maschile

La più importante riforma democratica dell’età giolittiana fu, nel maggio 1912, l’approvazione di una nuova legge elettorale che introduceva il suffragio universale maschile. Furono ammessi al voto tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 30 anni.

Per accedere al voto a 21 anni era invece necessario aver adempiuto agli obblighi del servizio militare o saper leggere e scrivere. Il suffragio universale vero e proprio, con la concessione del voto anche alle donne, fu introdotto solo nel 1946. Nel 1913 furono fatte le prime elezioni a suffragio universale maschile, con il 23,2 % della popolazione.

Per queste elezioni Giolitti fece un accordo con i cattolici, l’accordo Gentiloni.

Allargando la base politica dello Stato italiano, Giolitti intendeva avvicinare alle istituzioni i due grandi movimenti di massa che erano allora esclusi dalla partecipazione politica diretta: i socialisti (che dominavano il mondo operaio) i cattolici (che dominavano il mondo contadino).

Furono così eletti 169 deputati a sinistra e 304 a destra.

Politica estera

Guerra contro l’Impero ottomano (1911)

Nel 1902 Giolitti aveva firmato un accordo con la Francia per porre fine alla «guerra doganale» e per affrontare la questione africana: l’Italia ottenne così il riconoscimento dei suoi interessi in Libia e lasciò mano libera alla Francia in Marocco.

Nel 1911 Giolitti decise di sferrare un attacco all’Impero Ottomano e attaccando la Libia e alcune isole del Mediterraneo orientale, approfittando della crisi ottomana.

Le conquiste coloniali in tutte le realtà nazionali, sono sempre sostenute da diversi motivi:

  • aumentare il prestigio internazionale dell’Italia;
  • creare un nuovo sbocco per l’emigrazione dei contadini del Sud;
  • aumentare il consenso interno.

La decisione del governo Giolitti fu sostenuta da:

  • gruppi industriali e finanziari, che avrebbero dalla guerra,
  • liberali e nazionalisti, che sognavano un Impero coloniale italiano,
  • la Chiesa che parlava di crociata civilizzatrice.
Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

L’impresa coloniale giolittiana

  • fu preparata da una politica di riavvicinamento alla Francia, pur mantenendo fede alla Triplice alleanza firmata nel 1882 con Austria e Germania – l’Italia, aveva accettato il dominio francese in Tunisia e Marocco e aveva ottenuto in cambio il “diritto di conquista” della Libia, possedimento dell’Impero ottomano;
  • consolidò i legami con il cattolicesimo moderato e con gli ambienti della finanza vaticana – con il Banco di Roma avevano avviato la penetrazione commerciale e finanziaria in Libia;
  • andò incontro al desiderio dell’opinione pubblica borghese di rilanciare l’azione in Africa dopo la disfatta di Adua del 1896.
Tra i sostenitori dell’impresa libica ci fu Giovanni Pascoli, poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della cultura italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento. Egli sostenne l’impresa della conquista della Libia e pronunciò il famoso discorso “La grande proletaria si è mossa“.  

Il 28 settembre del 1911 il governo italiano presentò al governo turco un ultimatum annunciando il proprio intervento in Tripolitania e Cirenaica con lo scopo di “porre fine allo stato di disordine e di abbandono in cui quelle terre erano lasciate dalla Turchia, per fare in modo che potessero essere ammesse a godere i medesimi progressi compiuti dall’Africa settentrionale”.

Quindi Tripolitania e Cirenaica vennero attaccate. Fu sferrato anche un attacco ai Dardanelli, che però rimase senza esito, fu occupata Rodi e le isole del Dodecaneso.

La penetrazione in Tripolitania e Cirenaica si limitò peraltro alle aree costiere perché incontrò la forte resistenza delle popolazioni arabe che non apprezzarono affatto la “liberazione” italiana dal giogo ottomano (come sosteneva la nostra propaganda nazionalista) e avviarono una guerriglia destinata a durare a lungo. Questa resistenza fu piegata ferocemente dal regime fascista solo nel 1927.

MAPPA

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/189/la-guerra-di-libia-1911-1912

Vignetta satirica di opposizione alla guerra in Libia

Le isole egee divennero in seguito una colonia italiana e vennero restituite, alla sovranità greca, solo nel 1947.

Le spese per questa guerra furono ingentissime e 3000 italiani morirono in guerra. E nonostante l’investimento economico e umano, la conquista della Libia non portò i benefici sperati all’Italia, ma diede vantaggi solo agli armatori, alle banche e all’industria pesante.

Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

In questa guerra, che si concluse con il trattato di Losanna (1912) l’Italia ottenne dai turchi anche il Dodecaneso, un arcipelago di isole egee con capoluogo Rodi.

Alla conclusione la Libia non si rivelò quella terra fertile adatta ad accogliere l’emigrazione italiana che si era sognato.

Salvemini la definì “uno scatolone di sabbia”: non erano infatti ancora state scoperte le ricchezze minerarie libiche che avrebbero potuto giustificare economicamente l’impresa coloniale.

Riformismo inferiore alle attese

Il riformismo giolittiano, per quanto ampio, fu inferiore alle attese. Infatti mancò:

  • una riforma sociale di ampio respiro,
  • un intervento organico al Sud (vennero fatti solo interventi sporadici che garantirono clientelismi);

Ebbe invece una visione industrialista e settentrionalista che portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciano l’Italia.

Crisi del sistema giolittiano

Il Bilancio dello stato in passivo, i conflitti sindacali sempre più aspri e violenti, le polemiche dei nazionalisti erano i segni forti della crisi che il governo Giolitti stava attraversando. Per tentare di risolvere la situazione nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni; lo fece perché era convinto che sarebbe richiamato. Ma le cose non andarono così: al suo posto fu eletto Antonio Salandra che portò l’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Mappa di sintesi sulla politica di Giovanni Giolitti

Domande

  1. Quali sono stati i primi due governi in Italia, quali le caratteristiche principali di entrambi?
  2. Chi fu Giovanni Giolitti?
  3. Sintetizza la sua politica interna.
  4. Quale fu il suo atteggiamento nei confronti delle richieste operaie?
  5. Sintetizza in breve i movimenti migratori che caratterizzano l’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento.
  6. Che tipo di relazione ebbe Giolitti con i socialisti?
  7. E cosa fece quando l’accordo con i socialisti venne a mancare?
  8. Parla della politica estera di Giovanni Giolitti.
SINTESI
Giolitti ebbe un atteggiamento aperto e lungimirante nei confronti delle nuove classi operaie concentrate nel Nord. Egli consentì gli scioperi e fece assumere al governo una posizione neutrale nei confronti dei conflitti sindacali. Giolitti era convinto che se gli operai non avessero trovato forme legali di protesta, sarebbero stati spinti alla ribellione armata.
Oltre a consentire gli scioperi, Giolitti varò alcune riforme che migliorarono le condizioni di vita degli operai:
– l’orario di lavoro venne limitato per legge a un massimo di 10 ore;
– venne riorganizzata la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia dei lavoratori;
– vennero presi provvedimenti alo scopo di tutelare la maternità delle lavoratrici e il lavoro dei bambini (l’età minima per accedere al lavoro fu elevata a 12 anni).
La lotta sindacale portò anche all’aumento dei salari; in tal modo anche gli operai poterono cominciare ad acquistare non solo prodotti alimentari, ma anche industriali biciclette, macchine per cucire…).

Si andò così diffondendo nel Nord quel benessere tipico della società di massa.

Piemontese di nascita, Giolitti non ebbe altrettanta attenzione o capacità nell’affrontare la questione meridionale, ovvero il drammatico ritardo di sviluppo del Sud nei confronti del Nord.
Nei confronti degli scioperi del sud, spesso fece intervenire le forze dell’ordine.
Il Sud era per Giolitti un semplice serbatoio di voti da controllare attraverso:
– i prefetti che per suo ordine impedivano i comizi dell’opposizione;
– le forze dell’ordine che arrestavano i sindacalisti;
– corruzione, minacce e brogli per fare eleggere i parlamentari a lui fedeli.

Per questo Giolitti venne aspramente criticato, tanto da meritarsi la definizione di “ministro della malavita” attribuitagli dallo storico e politico pugliese Gaetano Salvemini.

Fonti

  • Fossati. Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.wikipedia.org
  • https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf