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Carlo Goldoni e la riforma del teatro comico

Carlo Goldoni (1707-1793) è stato un letterato e un commediografo italiano. È considerato uno dei principali innovatori del teatro moderno, e uno dei padri della commedia. Nelle sue opere ha veicolato i valori dell’illuminismo.

Le sue opere sono apprezzate anche oggi tanto che nelle stagioni teatrale sono spesso presenti testi di Goldoni. Le sue opere sono apprezzate perché i personaggi delle sue commedie mostrano, sotto un’apparente semplicità, una gamma molto complessa di atteggiamenti e svelano i risvolti più profondi dei caratteri umani. Le sue opere mettono in scena inoltre la quotidiana conflittualità che regola i rapporti tra gli uomini.

Cenni sulla biografia

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia da una famiglia borghese che attraversa notevoli difficoltà economiche. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono allora itineranti per Carlo che, insieme alla madre, raggiunge il genitore a Perugia nel 1719: qui Carlo studia prima presso i Gesuiti poi a Rimini dai Domenicani.

Il ragazzo è insofferente nei confronti dell’insegnamento tradizionale, mentre mostra una spiccata passione per il teatro.

Ben presto si aggrega alla compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia, città nei pressi di Venezia dove viveva la madre.

Testo 1 – Fuga da Rimini

Il brano è tratto dai Memoires di Carlo Goldoni, cap. IV – V

Il giovane Goldoni, tredicenne, si trova a Rimini, dove frequenta le lezioni di filosofia e di logica alla scuola dei domenicani. La madre, il padre e il fratello Giovanni si trovano invece a Chioggia (dove il padre lavora come medico). A Rimini arriva la compagnia di comici del napoletano Paolo Antonio Foresi, e il piccolo Goldoni va a vederla a teatro e resta folgorato (soprattutto dal fatto che nella compagnia sono presenti delle donne, mentre spesso, nel teatro di quei tempi, le parti femminili erano sostenute da maschi adolescenti).

I primi giorni andavo a teatro, molto modestamente, in platea; vedevo qualche giovane come me tra le quinte: tentai allora di spingermi fin là e non trovai ostacolo alcuno; guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine ed esse mi fissavano assai arditamente. A poco a poco mi familiarizzai con loro; di discorso in discorso, di domanda in domanda, vennero a sapere che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote, mi fecero coccole e gentilezze senza fine; lo stesso capo-comico mi colmò di cortesie: mi invitò a cena a casa sua, vi andai e non vidi più il reverendo Candini[1].
I comici stavano ormai per concludere il loro impegno e dovevano andarsene; la loro partenza mi procurava sincero dispiacere. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia[2], tranne che per lo stato di Venezia, facemmo una scampagnata; c’era tutta la compagnia, il capocomico annunciò la partenza entro gli otto giorni seguenti; aveva già fissato la barca che li avrebbe condotti a Chioggia… A Chioggia! Esclamai con un grido di sorpresa.
– Sissignore, dobbiamo andare a Venezia, ma ci fermeremo quindici o venti giorni a Chioggia per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
– Ah, Dio mio! Mia madre è a Chioggia e la vedrei con vero piacere.
– Venite con noi.
– Sì, sì (gridano tutti l’uno dopo l’altro) con noi, con noi, sulla nostra barca; vi troverete bene, non vi costerà nulla; si gioca, si ride, si canta, ci si diverte, ecc.
Come resistere a una tentazione così grande? Perché perdere un’occasione così bella? Accetto, mi impegno e faccio i miei preparativi.
Comincio con il parlarne al mio ospite[3], egli vi si oppone con forza: io insisto ed egli riferisce il fatto al conte Rinalducci; eran tutti contro di me.
di cedere, me ne sto tranquillo; il giorno fissato per la partenza infilo in tasca due camicie e un berretto da notte; mi reco al porto, salgo sulla barca per primo, mi nascondo ben bene sotto prua; avevo con me il calamaio da tasca, scrivo al signor Battaglini, gli presento le mie scuse: è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina; lo prego di donare tutta la mia roba alla governante che mi aveva curato durante la malattia e gli annuncio che sto ormai per partire. Ho commesso una mancanza, lo riconosco; ne ho commesse altre, lo riconoscerò parimenti.
Arrivano i comici.
– Dov’è Goldoni?
– Ecco Goldoni che esce dalla sua tana; tutti scoppiano a ridere; mi fanno festa, mi vezzeggiano, si fa vela. Addio Rimini.



I comici non eran certo quelli di Scarron[4]; eppure l’insieme della compagnia sulla barca formava un quadro divertente.
Dodici persone, fra attori e attrici, un suggeritore, un macchinista, un trovarobe[5], otto domestici, quattro cameriere, due balie e, inoltre, bambini di ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni, persino un agnello: l’arca di Noè.
La barca era molto ampia, c’erano numerosi compartimenti: le donne avevano ognuna una nicchia con tende; per me, invece, era stato preparato un buon letto accanto al capo-comico; eravamo tutti ben sistemati.
L’intendente generale del viaggio, che era a un tempo il cuoco e il credenziere[6], suonò una campanella che era il segnale della colazione; ci si riunì allora in una specie di sala allestita al centro della barca, sopra le casse, i bagagli e i pacchi; su una tavola ovale c’erano caffè, tè, latte, pane tostato, acque e vino.
La prima Amorosa[7]chiese un brodo: non ce n’era. Essa andò su tutte le furie; non senza fatica si riuscì a calmarla con una tazza di cioccolata; ella era la più brutta e la più difficile[8].Dopo la colazione venne proposta una partita in attesa del pranzo. Io sapevo giocare a tressette: era il gioco preferito di mia madre, che me l’aveva insegnato.
Stavamo per cominciare un tressette e un picchetto[9], quando un tavolo di faraone[10], che nel frattempo era stato preparato sul ponte, attirò l’attenzione di noi tutti; il banco annunciava più divertimento che interesse: il capocomico non avrebbe altrimenti dato il permesso.
Si giocava, si rideva, si scherzava, ci si burlava vicendevolmente; la campanella annuncia il pranzo: ci andiamo.
Maccheroni! Tutti vi si gettano sopra: ne vengono divorate ben tre zuppiere. Carne di manzo cucinata come si usava allora, pollo freddo, lombo di vitello, dessert e buon vino; ah, che pranzo squisito! Non v’è cibo migliore dell’appetito!
Restammo a tavola quattro ore. Poi i comici suonarono diversi strumenti, cantammo a lungo; la Servetta cantava assai bene; io la guardavo attentamente: mi dava una strana sensazione.
Ma, ahimè, un imprevisto venne a interrompere l’allegria della brigata; un gatto fuggì dalla gabbia: si trattava del micetto della prima Amorosa. La poveretta invocò l’aiuto di tutti, noi lo rincorremmo; il gatto, che era schizzinoso proprio come la sua padrona, strisciava, saltava, si nascondeva dappertutto; vedendosi inseguito, si arrampicò sull’albero: la signora Claricefu colpita da un malore. Un marinaio sale sull’albero per acchiappare il gatto, ma quello si butta in mare e vi resta. Ecco la padrona disperata: vuole uccidere tutti gli animali che vede, vuole gettare la sua cameriera nella tomba dell’amato gattino. Tutti prendono le difese della cameriera e il litigio diventa generale. Arriva il capo-comico, fa mille moine all’afflitta: finisce per ridere anch’essa; ed ecco il gatto dimenticato.
Ma ora basta, penso; sarebbe abusare troppo del lettore l’intrattenerlo oltre con simili fatterelli, che sono da nulla.
Il vento non era favorevole: restammo in mare tre giorni; sempre gli stessi passatempi, gli stessi piaceri, lo stesso appetito; il quarto giorno arrivammo a Chioggia.
 
Io non avevo l’indirizzo dell’appartamento di mia madre, ma non impiegai troppo tempo a cercarlo. La signora Goldoni e sua sorella portavano la cuffia[11]: appartenevano alla classe dei ricchi, tutti le conoscevano.
Pregai il capocomico di accompagnarmi; vi si prestò con piacere, venne con me: si fece annunciare; io restai in anticamera.
– Signora, disse a mia madre, vengo da Rimini, vi porto notizie del signorino vostro figlio.
– Come sta mio figlio?
– Benissimo, signora.
– È contento del suo stato?
– Non troppo, signora; soffre molto.
– Di che cosa?
– Di essere lontano dalla sua tenera madre.
– Povero figliuolo! Vorrei davvero averlo qui con me. (Io sentivo tutto, e mi batteva forte il cuore.)
– Signora, continuò il comico, io gli avevo proposto di portarlo con me.
– E perché non l’avete fatto?
– E voi sareste stata d’accordo?
– Certamente.
– Ma, e i suoi studi?
– I suoi studi! Che cosa gli avrebbe impedito di tornare là? E poi, maestri ce ne sono dappertutto.
– Lo vedreste dunque con piacere?
– Con immensa gioia.
– Signora, eccolo qui.
Apre la porta, io entro, mi getto alle ginocchia di mia madre; ella mi abbraccia: le lacrime ci impediscono di parlare.

[1] Il professore di logica e filosofia da cui Goldoni andava a lezione.
[2] Nei teatri italiani, le compagnie riposavano di solito il venerdì
[3] si tratta del signor Battaglini, la persona di fiducia alla quale il piccolo Goldoni è stato affidato durante il suo soggiorno a Rimini.
[4] Paul Scarron (1610 – 1660), uno dei maggiori commediografi francesi. Qui l’espressione vuol dire che si trattava di una compagnia un po’ scalcagnata.
[5] Trovarobe: chi, in una compagnia teatrale, è incaricato di trovare il materiale che dovrà essere usato in scena
[6] Credenziere: chi si occupa delle vivande.
[7] La prima amorosa: l’attrice che, nella commedia, recita la parte dell’innamorata.
[8] La più difficile: la più capricciosa, la più difficile da accontentare.
 
[9] picchetto: gioco di carte di origine francese.
[10] faraone: gioco di carte d’azzardo (Goldoni era un amante dei giochi di carte: di qui il puntiglio con cui ne ricorda i nomi).
[11] portavano la cuffia: cuffie e cappellini erano indossati, di solito, dalle persone benestanti: portare la cuffia qui dunque vuol dire “essere persone distinte”.

Il giovane Goldoni inizia quindi a seguire la sua passione, il teatro, ma prosegue anche gli studi in giurisprudenza.

Sono anni di spostamenti e di studi interrotti. Da Milano (1722), a Pavia (1723) dove verrà espulso dal collegio dei gesuiti per una piccante satira sui costumi delle donne della città, poi Udine, Gorizia, Modena, Vipacco, ancora Chioggia, Feltre.

Nonostante questo si laurea in legge a Padova e, dopo la morte del padre, svolge per un breve periodo la professione di avvocato per aiutare economicamente la madre. Cerca di conciliare lo studio con la passione per il teatro, come attore ed autore teatrale.

La sua vera passione però lo induce ben presto a lasciare il mondo giuridico per dedicare tutta la sua vita al teatro.  Il suo impegno e la sua dedizione nel mondo delle maschere lo portano a rivoluzionare la concezione teatrale del suo tempo, che era ancora legata alla tradizione delle maschere e della Commedia dell’arte e ad operare una vera e propria riforma del teatro.

Molte sono le opere che lui ha scritto, tra le più note, “La donna di garbo”, “La bottega del caffè”, “La locandiera”, “I rusteghi”, “La trilogia della villeggiatura”, il “Sior Todero brontolon”, “Le baruffe chiozzotte e “Il ventaglio”.

Ma il suo lavoro non è sempre apprezzato e nel 1762 Goldoni si trasferisce a Parigi, su invito della Comédie Italienne e nella speranza di trovare un clima e un pubblico più favorevoli al suo teatro. Lì deve ricominciare il suo faticoso lavoro di riforma. In quegli anni e si dedica alla stesura della sua autobiografia, i Mémoires. La sua fine è molto triste, malato e in miseria, Carlo Goldoni si spegne nel febbraio del 1793.

Per approfondimenti sulla vita di Carlo Goldoni:

https://biografieonline.it/biografia-carlo-goldoni

http://www.italialibri.net/autori/goldonic.html

La riforma del teatro comico

Ai tempi di Goldoni il teatro comico era monopolizzato dalla Commedia dell’arte, che era basata sull’improvvisazione a partire da un semplice canovaccio. La commedia dell’arte aveva portato alla fissità delle parti e dei ruoli e alla ripetitività delle battute; si ovviava alla noia ricorrendo a volgarità e oscenità.

Goldoni considerava questo teatro corrotto e cattivo, perché le opere erano scritte male, erano costruite peggio e recitate in modo pessimo. Inoltre egli riteneva che la commedia avesse una funzione pedagogica ed etica che ormai non apparteneva più alla commedia dell’arte. Infatti, secondo Goldoni, la commedia dell’arte nel Settecento, fomentava il vizio anziché correggerlo.

Goldoni era un esponente della borghesia e il suo pensiero era influenzato dalle idee illuministe e dalla nuova sensibilità borghese. A Venezia nel Settecento giungono le idee dell’illuminismo più moderno e innovatore, grazie ai commerci della città.

Goldoni elabora le nuove idee illuministe che risultano spesso una rielaborazione della mentalità diffusa dai ceti medi.

Statua bronzea di Goldoni a Venezia

Motivi illuministi nelle opere di Goldoni

Nelle sue opere Goldoni veicola idee dell’illuminismo, infatti egli:

  • aderisce alla vita mondana estranea ad ogni forma di trascendente,
  • esalta la filosofia pratica basata sul buon senso,
  • è attento ad ogni sentimento di socialità,
  • rispetta i valori del mondo borghese e mercantile come la sincerità, l’onestà e la fedeltà agli impegni,
  • prova antipatia per i nobili e per la dissolutezza dei loro costumi,
  • apprezza l’uguaglianza fra gli uomini e la tranquilla convivenza tra i ceti nelle loro diverse funzioni,
  • ammira Inghilterra e Olanda, patrie di civiltà laboriose e pacifiche.
  • critica l’autoritarismo dei padri sui figli,
  • accarezza nuovi ideali di sviluppo naturale nella ragione,
  • è consapevole che il denaro sia importante ma sa che il denaro non basta.

La sua riforma della commedia viene fatta in modo graduale.

Goldoni parte dal rifiuto della commedia dell’arte, dalle sue improvvisazioni, dalla volgarità e dalla rigidezza delle figure rappresentate dalle maschere. I personaggi che lui mette in scena non sono più quindi maschere fisse, ma individui concreti e non falsati dalla maschera, personaggi a tutto tondo, che imparano dalle esperienze della vita e che testimoniano i valori in cui Goldoni crede. I personaggi inoltre sono strettamente legati all’ambiente sociale in cui si muovono.

Goldoni sostituisce le vicende inverosimili con intrecci ispirati dalle storie reali e razionali.

Lui dichiara che il mondo reale è la sua fonte di ispirazione, il suo teatro è borghese, concreto e reale e la sua visione del mondo è lontana dall’astrattezza classica e rinascimentale.

Con Goldoni le maschere della commedia dell’arte diventano personaggi reali, per cui, ad esempio, la servetta Colombina diventa una donna di garbo, il vecchio Pantalone, da mercante vizioso, diventa un vecchio assennato e saggio. I suoi personaggi hanno caratteri psicologicamente delineati a tutto tondo, sono caratteri umani.

Nel concreto Goldoni scrive tutto il testo che deve essere recitato e inserisce anche indicazioni tecniche per gli attori. Colloca le sue vicende in un contesto realistico nella Venezia mercantile, nelle piazze e nelle calli veneziane, al tempo di Carnevale.

Il significato del teatro goldoniano è quello di celebrare le virtù borghesi del buon senso, del garbo, della gentilezza, della ragionevolezza. In virtù del pensiero illuminista fa sì che anche i servi veicolino il buon senso.

Mondo e teatro

L’attore doveva restituire il primo posto all’autore dei testi teatrali, autore che aveva il compito di porsi a mediatore tra il mondo reale e la finzione teatrale.

Goldoni diceva che il Mondo e il Teatro erano i due “libri” a cui si ispirava.

Le sue opere infatti traevano spunto dal Mondo, raccontando la ricca varietà di situazioni, di vicende e di personaggi che popolano la vita quotidiana.

Goldoni utilizzava gli strumenti del Teatro per mettere in scena tutto questo in modo naturale e coinvolgente, mantenendo la sua originaria funzione pedagogica e etica.

Calli a Venezia

Testo “Mondo e teatro”

Tratta dalla prefazione alla racconta di commedie pubblicate nel 1750

In questa prefazione Goldoni presenta la sua riforma della commedia dell’arte. Nel brano dice che i libri su cui ha più studiato sono “il Mondo e il Teatro”. Il libro del Mondo è quello da cui trae ispirazione per i personaggi e gli argomenti delle sue commedie. Il libro del Teatro è quello su cui studia come rappresentare sulla scena “i caratteri, le passioni, gli avvenimenti” per piacere al pubblico. Il teatro deve essere una “copia” di quanto accade nel mondo, lo scrittore di commedie deve tenere in considerazione solo il gusto dei suoi spettatori.

[…] i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.
Il primo [il Mondo] mi mostra tanti e poi tanti vari carat­teri di persone, me li dipinge così al naturale, che paion [sembrano] fatti apposta per somministrarmi abbondantissimi argo­menti di graziose ed istruttive Commedie: mi rappresenta i segni, la forza, gli effetti di tutte le umane passioni: mi provvede di avvenimenti curiosi: m’informa de’ correnti costumi: m’intruisce de’ vizi e de’ difetti che son più co­muni del nostro secolo e della nostra Nazione, i quali me­ritano la disapprovazione o la derisione de’ Saggi; e nel tempo stesso mi addita in qualche virtuosa Persona i mezzi coi quali la Virtù a codeste corruttele resiste, ond’io da questo libro raccolgo, rivolgendolo sempre, o meditando­vi, in qualunque circostanza od azione della vita mi trovi, quanto è assolutamente necessario che si sappia da chi vuole con qualche lode esercitare questa mia professione.
Il secondo poi, cioè il libro del Teatro, mentre io lo vo ma­neggiando, mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentar sulle Scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del Mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggiore rilievo, e quali sien quelle tinte, che più li rendon grati agli occhi dilicati degli spettatori.
Imparo in somma dal Teatro a distinguere ciò ch’è più atto a far impressione sugli animi, a destar la maraviglia, o il riso, o quel tal dilettevole solletico nell’uman cuore, che nasce principalmente dal trovar nella Commedia che ascoltasi, effigiati al naturale, e posti con buon garbo nel loro punto di vista, i difetti e ‘l ridicolo che trovasi in chi continuamente si pratica, in modo però che non urti troppo offendendo.
Ho appreso pur dal Teatro, e lo apprendo tuttavia al­l’occasione delle mie stesse Commedie, il gusto particolare della nostra Nazione, per cui precisamente io debbo scrivere, diverso in ben molte cose da quello dell’altre.
Ho osservato alle volte riscuotere grandissimi encomi [onori, lodi] alcune coserelle da me prima avute in niun conto, altre riportarne pochissima lode, e talvolta eziandio qualche critica, dalle quali non ordinario applauso io avea sperato; per la qual cosa ho imparato, volendo render utili le mie Commedie, a regolar talvolta il mio gusto su quello dell’universale, a cui deggio principalmente servire, senza darmi pensiero delle dicerie di alcuni o ignoranti, o indiscreti e difficili […]
Fonte – http://www.letteraturaitalia.it/3-autori-e-opere-seicento-settecento/carlo-goldoni-la-riforma-del-teatro-mondo-e-teatro/

La locandiera

La locandiera è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni composta nel 1751 ed è considerata uno degli esempi più riusciti della “commedia di carattere” goldoniana, nonché il testo in cui la riforma del teatro è compiuta.

La trama verte attorno al personaggio della locandiera Mirandolina, che, aiutata dal cameriere Fabrizio, si trova a doversi difendere dalle proposte amorose dei clienti dell’albergo, da loro gestito, nei pressi di Firenze. Un giorno arriva alla locanda l’altezzoso cavaliere di Ripafratta, misogino dichiarato. L’arroganza del cavaliere e il suo odio verso le donne spingono Mirandolina a cercar di sedurlo. Mirandolina è una locandiera capace e smaliziata che, oltre a far prosperare la sua attività commerciale saprà mettere in scacco l’altezzoso cavaliere di Ripafratta.  

Differenze tra la Locandiera e la Commedia dell’arte

In questa commedia spariscono completamente le maschere, i personaggi sono veri e unici, non sono più stereotipati. Il copione è scritto interamente per tutti gli attori e non c’è più spazio per le improvvisazioni. L’intento è moralistico ma è accompagnato dal divertimento perché, secondo Goldoni il teatro deve far ragionare. Si tratta di un’opera di buongusto che narra una vicenda lineare, verosimile, collocata in un’ambientazione realistica.

Riassunto

Nel primo atto Mirandolina, una giovane ed affascinante locandiera abituata a ricevere attenzioni e lusinghe dai clienti, viene corteggiata da due ospiti: il Marchese di Forlipopoli, un nobile decaduto, e il Conte di Albafiorita, un mercante arricchito che ha comprato il titolo nobiliare grazie ai suoi commerci. Anche nel corteggiamento i due si comportano in modo conforme al proprio ruolo sociale: il Marchese è convinto che basti il prestigio del suo titolo per conquistare l’amore di Mirandolina, mentre il Conte crede di poterla comprare per mezzo di regali e doni. Arriva però alla locanda un terzo ospite, il Cavaliere di Ripafratta, burbero e misogino, che si prende gioco di loro perché insistono a dimostrare interesse per una donna, per giunta popolana. Egli invece preferisce di gran lunga la libertà del celibato e non si abbasserebbe mai alla condizione dell’innamorato.

Mirandolina, offesa e stimolata dal comportamento del Cavaliere, spiega in un monologo di voler minare le convinzioni del cavaliere, facendolo innamorare di lei.

Durante uno screzio tra lei e il conte sulla biancheria dell’albergo Mirandolina adotta la sua strategia. Lamenta il fastidio che le procurano i corteggiatori, dichiara di apprezzare un uomo come il cavaliere per la sua schiettezza. Lui rimane colpito dalle dichiarazioni della donna anche perché entrambi ribadiscono di preferire la libertà piuttosto che il matrimonio.

Il secondo atto vede quindi Mirandolina mettere in atto i suoi propositi. Durante un pranzo in cui si siedono alternativamente a tavola tutti gli ospiti nelle rispettive camere, Mirandolina fa sfoggio del proprio carattere indipendente e sincero.

Mirandolina gioca tutte le carte di una perfetta seduttrice, la solidarietà, la timidezza, l’onestà, le lacrime e l’immancabile svenimento.

Il Cavaliere cade nel tranello della protagonista e si innamora di lei.

Nel terzo atto acquista visibilità il cameriere Fabrizio a cui il padre di Mirandolina, in punto di morte, aveva affidato la figlia.

Il Cavaliere, ormai innamorato, dona a Mirandolina una preziosa boccetta d’oro e si dichiara. Lei rifiuta sdegnosamente l’uomo.

La passione del Cavaliere, la gelosia di Fabrizio e degli altri nobili complicano la situazione. La tensione sale anche se è sempre mitigata dal sorriso con cui Goldoni condisce tutta la scena.

Mirandolina, soddisfatta per aver realizzato il suo piano, annuncia che sposerà il cameriere Fabrizio e promette al futuro sposo di smetterla di sedurre gli uomini per divertimento. Gli altri ospiti quindi lasciano la locanda.

Mirandolina, nel monologo finale, mette in guardia il pubblico dalle abilità di una donna e dalle sue lusinghe.

Analisi e commento

La locandiera è una delle opere di Goldoni che hanno goduto di maggior fortuna critica e di pubblico e una di quelle che meglio riassume le caratteristiche del teatro goldoniano.

Si nota innanzitutto la riuscita caratterizzazione dei personaggi che, in maniera opposta a quanto succede con le “maschere” fisse della Commedia dell’arte, sono definiti ciascuno in modo individuale e peculiare.

A svettare su tutti è ovviamente la figura di Mirandolina, evoluzione della servetta Colombina della commedia dell’arte.

Lei è intelligente e determinata, bella e consapevole di sé. La “locandiera” gestisce la locanda che gli ha lasciato il padre in eredità e ha come primo interesse il profitto della sua attività. Sa quindi sia disimpegnarsi con stile dai mediocri tentativi di seduzione del Conte e del Marchese, sia tener testa all’orgoglio borioso del Cavaliere, facendolo infine capitolare.

Mirandolina è così regista e attrice dell’azione scenica, tanto da rivolgersi spesso al pubblico coinvolgendolo nella sua finzione e spiegando in dettaglio come agirà per battere il “nemico”.

La locandiera si sdoppia infatti tra l’azione e la premeditazione delle battute in controscena. Attraverso di lei, Goldoni da un lato stabilisce un dialogo diretto con il suo pubblico e dall’altro pone in rilievo l’arma con cui Mirandolina trionfa, ovvero l’intelligenza, caratteristica decisamente illuminista.

È del resto questa, insieme con l’intraprendenza e il senso del dovere, la dote della nuova classe borghese, che nella Venezia di metà Settecento è in piena ascesa. Molto diverso è invece per Goldoni il ruolo dei nobili boriosi e parassiti, improduttivi, arroccati sul superato concetto del prestigio e del rispetto del titolo.

La conclusione della commedia è comunque nel segno dell’ordine: Mirandolina, pur vincente, ammette d’aver esagerato e rientra nei ranghi con il matrimonio con Fabrizio, come le era stato consigliato dal padre morente. E questo è in linea con la finalità etica che, con un pizzico d’ironia,