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Novecento

Salvatore Quasimodo scrittore

Biografia

Salvatore Quasimodo nasce a Modica, in provincia di Ragusa nel 1901. Appartiene quindi a quella generazione di italiani che vive tuttte le tragedie del Novecento: le due guerre, il Fascismo, la Guerra Fredda. Muore nel 1968 all’inizio dei movimenti di contestazione giovanile.

Trascorre l’infanzia in Sicilia, spostandosi in diverse città: il padre è ferroviere ed e costretto a frequenti spostamenti. Nel 1908 la Sicilia viene scossa da un terremoto che provoca più di 80 mila vittime. Il padre viene inviato a Messina per ripristinare i servizi ferroviari. In quel periodo la loro casa, come quella di molti altri, è un vagone ferrioviario. Qui frequenta brillantemente l’Istituto Tecnico e quindi si iscrive alla facoltà di Ingegneria a Roma. Le difficoltà economiche in cui versa la famiglia non gli permettono di proseguire gli studi: deve lavorare e accetta di fare lavori umili.

Nonostante gli studi tecnici la sua passione sono le lettere: si dedica così da autodidatta allo studio dei classici e inizia a scrivere le sue prime poesie.

Nel 1926 viene assunto come geometra presso il Ministero dei lavori pubblici e viene assegnato al Genio civile in Calabria; può quindi contare su uno stipendio sicuro, ma ha meno tempo per dedicarsi alla scrittura. Ma la passione è profonda e Salvatore Quasimodo riesce a riprendere a scrivere.

Nel 1930, suo cognato, lo scrittore Elio Vittorini, lo invita a Firenze. Vittorini è siciliano anche lui ed ha sposato sua sorella Rosa Maria Teresa. A Firenze Salvatore Quasimodo entra in contatto con i poeti della rivista “Solaria”. Qui conosce, tra gli altri, Eugenio Montale e pubblica la sua prima raccolta poetica Acque e terre.

Si stabilisce a Milano e nel 1938 viene assunto presso la redazione del settimanale “Tempo”. Qui entra in contatto con il mondo artistico e intellettuale milanese e collabora con una rivista fiorentina che diffonde la poetica dell’Ermetismo.

Nel 1941 la sua fama come poeta è tale che gli viene offerta una cattedra di Letteratura a Milano. Oltre a insegnare e a scrivere, Salvatore Quasimodo traduce opere dalle tradizione classica, ma anche autori europei come Molière e Shakespeare.

Nel dopoguerra la sua poesia rinnova il suo stile e inserisce temi sociali e etici. Simbolo di questo periodo è la poesia “Alle fronde dei salici”.

Nel 1959 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura il più importante dei numerosi riconoscimenti ottenuti da Salvatore Quasimodo.

Apprezzato sia in Italia che in Europa il poeta muore nel 1968. Le sue opere sono tradotte in quaranta lingue.

Periodo storico e letterario

Il Novecento è il secolo caratterizzato da grandi drammi umani: le due guerre mondiali, ma anche la guerra fredda, i regimi totalitari che limitano le libertà individuali, il dramma dell’olocausto e di molti altri conflitti meno imponenti ma non per questo meno drammatici.

Ma il Novecento è anche il secolo delle grandi invenzioni che hanno migliorato le condizioni di vita dell’umanità.

Le correnti letterarie di inizio Novecento sono Decadentismo e Simbolismo, mentre negli anni Trenta si definisce una nuova corrente letteraria: l’Ermetismo.

Ermetismo

L’Ermetismo, più che una corrente letteraria, è un atteggiamento poetico che si sviluppa in Italia, a Firenze, intorno agli anni Trenta.
Il nome fa riferimento al leggendario Ermete Trismegisto che si ispirava alla cultura egizia che era nascosta dietro il linguaggio oscuro dei geroglifici. A quell’epoca la censura fascista aveva il potere del sì e del no nel panorana culturale italiano. I poeti scelgono allora di utilizzare un linguaggio oscuro, criptico e ambiguo per essere liberi di esprimersi.

L’adesione a questa corrente ha portato i poeti a delineare un nuovo stile e un nuovo linguaggio letterario. I poeti ermetici richiudono nelle loro opere oscuri messaggi, proiettano il loro animo nei loro testi criptici.

Le opere più importanti di Salvatore Quasimodo

Molte sono le raccolte poetiche pubblicate da Quasimodo, moltissime le opere straniere tradotte in italiano e diversi sono anche i saggi poetici.

Ed è subito sera

Questi versi, in origine, concludevano una lirica più ampia intitolatata Solitudini ed era inserita nella prima raccolta Acqua e terre del 1930.

Solitudini

Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.

Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.

Lontana la casa,
ogni casa che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.

Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

In un secondo momento Salvatore Quasimodo decide di isolare gli ultimi tre versi e li inserisce come testo di apertura della raccolta del 1942 intitolata Ed è subito sera.

Questa è la lirica più nota dell’Ermetismo.

Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

In questo breve frammento lirico il poeta condensa il senso di solitudine che caratterizza la breve vicenda esistenziale dell’uomo.

L’idea che arriva è che ogni uomo, chiuso nel suo guscio di individualismo e di solitudine, si illude di essere al centro del mondo, di essere sul cuore della terra. La vita è breve, dura pochissimo, un attimo. In quel breve lasso di tempo l’uomo attende un’illuminazione che chiarisca il senso della vita. Ma, quando arriva, dura un baleno.

Salvatore Quasimodo racconta la vita con la metafora del giorno, mentre la morte è immaginata come il buio della notte.

Nel primo verso l’attenzione è focalizzata sulla solitudine esistenziale dell’uomo, solitudine enfatizzata dal difficile contesto storico: Quasimodo è nella Milano occupata dall’esercito nazista.

La lirica inizia con la parola “ognuno” e si riferisce quindi all’intera umanità. Ognuno è solo e può pensare di essere al centro di tutto l’universo. La condizione di solitudine non consente all’uomo di condividere con alcuno quello che sente; questo enfatizza il senso di isolamento.

Nel secondo verso la luce attraversa l’uomo, ma lo trafigge. Si crea quindi una situazione disorientante perchè la luce è vita che illumina ma che può trafiggere dolorosamente l’animo umano.

Il raggio di sole è metafora di vita, di luce e di illuminazione, ma il raggio di sole può ferire come una spada, inchiodare l’uomo alla sofferenza delle cose terrene.

Nel terzo verso il poeta pone l’attenzione sulla brevità dell’esperienza umana: la breve luce svanisce, il buio cala sull’esperienza umana …”ed è subito sera”. E questa sera arriva all’improvviso: l’uomo non sa quando la sua esperienza terrena sarà giunta al termine.

Questo contribuisce a percepire un senso di caducità che avvolge l’intera umanità.

Salvatore Quasimodo porta all’estremo la ricerca di essenzialità espressiva che caratterizza i testi dell’Ermetismo. Ogni parola è scolpita e levigata; anche alcune poesie di Ungaretti hanno caratteristiche simili.

Dal punto di vista formale il testo è strutturato come un climax discendente sia sul piano della forma che su quello del contenuto.

  • Il primo verso è un doppio senario,
  • il secondo un novenario,
  • il terzo un settenario.

Dal punto di vista contenutistico si passa da un’illusione iniziale alla brusca conclusione.

Il testo è ricco di richiami sonori; emerge subito la presenza della “s” e della “r” in tutti i versi.

Ma non basta. Il primo e il terzo verso sono in assonanza “terra” e “sera” mentre il “solo” alla fine del primo senario del primo verso è il consonanza col “sole” del secondo verso.

E quale messaggio possiamo trarne noi uomini del ventunesimo secolo?

Possiamo guardare la nostra vita focalizzando l’attenzione a quel raggio di sole, a quell’illuminazione e cercando di vivere intensamente questa luce, con la consapevolezza che, non dobbiamo attardarci perché … “è subito sera”.

Alle fronde dei salici

Questa poesia è stata composta da Salvatore Quasimodo durante l’occupazione nazista a Milano nella Seconda Guerra Mondiale ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1944.

Il poeta, testimonia qui il nuovo impegno civile della poesia. Questa poesia segna l’uscita dalla fase ermetica per aprirsi alla chiarezza espressiva.

In questo testo Salvatore Quasimodo esprime l’orrore della guerra e il dolore che travolge la popolazione. Di fronte a tanta aberrazione i poeti non potevano far altro che tacere.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

PARAFRASI
E come potevamo, noi poeti, continuare a scrivere i nostri versi, a cantare le nostre liriche durante durante l’occupazione nazista, col cuore calpestato da piede straniero. Intorno a noi vedevamo cadaveri abbandonati nelle piazze e dispersi sui prati congelati, sentivamo il pianto disperato e innocente dei bambini, pianto che somigliava al lamento di agnelli, sentivamo il terribile urlo delle madri disperate che si trovavano davanti il cadavere del figlio appeso ad un palo del telegrafo. Come potevamo noi poeti continuare a scrivere?
Per questo, noi poeti abbiamo appeso ai salici le nostre cetre, gli antichi strumenti con cui i poeti accompagnavano le loro composizioni poetiche, abbiamo fatto voto di silenzio, così la nostra poesia ha taciuto come tacciono le cetre appese, che oscillavano lentamente mosse dal triste vento della guerra.

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La poesia è strutturata come un’ampia domanda retorica che occupa i primi sette versi, con cui il poeta sottolinea come fosse impossibile fare poesia di fronte all’orrore dell’occupazione tedesca.

In quel terribile periodo un’intera generazione di poeti ha scelto il silenzio come voto, un voto che ha come preghiera la fine degli orrori. Non potevano fare altro i poeti se non lasciare ferme le loro penne e muti i canti.

Il silenzio dei poeti è però un silenzio carico di comprensione e appena sarà possibile, la prima azione che compirà il poeta sarà quella di testimoniare il dolore e denunciare gli orrori.

La poesia si apre con la citazione del secondo versetto del Salmo 136.

Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.

In questo salmo si racconta il dolore del popolo ebraico che era stato deportato in terra babilonese. Qui gli israeliti si rifiutano di cantare per la sofferenza causata dalla lontananza.

Nella poesia “Alle fronde dei salici” il poeta cambia stile ripetto al passato: infatti nella poesia Ed è subito sera il poeta usava la terza persona singolare e esordiva con “ognuno”, qui il soggetto è un “noi“.

L’isolamento è finito.

Prima nel dolore, nellisolamento, ognuno era solo, ma adesso le cose sono cambiate, è ora di uscire allo scoperto, di parlare, di unirsi e di esporsi di nuovo.

Qui la guerra è vista nell’ottica di tutte le vittime italiane che hanno pagato il peso e l’ingiuria dell’invasione nazista.

Ma con la fine della guerra inizia una nuova stagione, quella dell’impegno volto alla ricostruzione della nuova Italia e degli italiani.

Così anche i poeti ritornano ai loro canti.

Figure retoriche

  • Sintassi piana e accessibile;
  • Lessico comune;
  • Metafora “piede straniero” v. 2 -Il piede straniero riguarda la dominazionne nazista che schiaccia il cuore di vittime innocenti,
  • Metonimia “piede straniero” v. 2 si riferisce all’avanzata degli eserciti nazisti in Italia;
  • Metafora “al lamento d’agnello dei fanciulli” vv. 4-5, l’agnello ricorda l’agnello sacrificale della Bibbia: qui il pianto dei bambini assume la sacralità di tutte le vittime innocenti.
  • Metafora “triste vento” v.10 si riferisce alla diffusione della sofferenza
  • Analogia “erba dura” v.4 erba indurita perché ghiacciata;
  • Sinestesia “urlo nero” v.5 l’urlo angosciato e disperato della madre, nero, buio come la morte.
  • Personificazione v. 10

Pensiero e poetica di Salvatore Quasimodo