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Letteratura italiana Poesia Prosa

Glossario

Endecasillabo

Nella metrica italiana, l’endecasillabo è il verso in cui l’ultimo accento tonico cade obbligatoriamente sulla decima sillaba. La parola endecasillabo deriva dal greco e significa letteralmente parola con 11 sillabe.

Settenario

Il settenario, nella metrica italiana, è un verso nel quale l’ultimo accento tonico si trova sulla sesta sillaba. Se l’ultima parola è piana (cioè accentata sulla penultima sillaba) il verso è costituito da sette sillabe, se invece l’ultima parola è tronca (cioè accentata sull’ultima sillaba) o sdrucciola (cioè accentata sulla terzultima sillaba) ne ha rispettivamente sei oppure otto.

Sonetto

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana. Il nome deriva dal provenzale sonet che significa piccolo suono, diminutivo di son che significava canto, melodia. Il sonetto infatti è un componimento breve, costituito da 14 versi. La struttura è semplice: 14 endecasillabi, raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e due terzine a rima varia. Lo schema rimico del sonetto è molto vario. Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC EDC.

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Duecento italiano Poesia

La scuola siciliana

La lirica d’amore alla corte di Federico II

La poesia italiana in volgare nasce in Sicilia nella prima metà del Duecento (1230- 1250), alla corte di Federico II di Svevia.

A Palermo, città che lui ama profondamente, l’imperatore Federico pone la sede di uno stato moderno. Accentra il potere nelle sue mani, affida la gestione amministrativa a funzionari laici e borghesi, che rispondono solo al lui, e crea un centro culturale slegato dal controllo ecclesiastico.

I suoi funzionari si dedicano, oltre che alla gestione dello stato, anche alla poesia e danno vita alla cosiddetta Scuola siciliana: una ventina di rimatori che scrive poesie con scelte tematiche e stilistiche comuni. Questi poeti utilizzano il volgare italiano per le loro raffinate liriche amorose e, subendo l’influenza dei trovatori provenzali, rappresentano l’unico esempio di letteratura cortese in Italia.

Per i poeti siciliani, come per quelli provenzali, Amore significa dedizione totale alla donna, che è quasi sempre un’aristocratica bella e inaccessibile e questo loro amore diventa occasione di perfezio­namento morale. Ma i poeti siciliani vanno oltre sia sul piano della forma che del contenuto.

Innanzitutto va detto che i rimatori siciliani non sono professionisti della letteratura come i trovatori provenzali, ma sono funzionari imperiali – giudici, notai, segretari – che scrivono nei momenti di svago. Inoltre non conoscono la musica e le loro opere sono destinate alla declamazione e non al canto. Questo comporta che la forma deve essere perfetta in quanto non sostenuta dalla musica. Dall’esperienza siciliana si vengono a delineare le strutture metriche e retoriche che diventano il modello della tradizione lirica italiana come la canzone, la canzonetta e il sonetto.  

Per quanto riguarda il contenuto, i rimatori siciliani cantano l’amore per la donna bella e l’elevazione morale che ne cosegue, ma pongono particolare attenzione agli effetti emotivi che tale amore provoca nell’animo di chi scrive.

Della maggior parte dei poeti siciliani è giunto solo il nome e i testi loro attribuiti dai copisti di fine Duecento sono spesso incerti.

Al termine dell’esperienza federiciana scrittori e opere si disperdono e l’eredità viene raccolta dalla scuola toscana.

Jacopo da Lentini

Jacopo da Lentini
https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

Jacopo, o Giacomo, nasce a Lentini, un piccolo borgo siciliano, intorno al 1210. È considerato il massimo rappresentante della Scuola poetica siciliana. Della sua vita si conosce ben poco; da documenti d’archivio emerge che Jacopo da Lentini lavora come funzionario presso la corte di Federico II in qualità di Notaio imperiale.

Le sue liriche sono dedicate esclusivamente all’amore cortese. Il poeta descrive:

  • la gioia e il dolore che provengono dal sentimento amoroso,
  • i giochi amorosi di coraggio, di audacia e di ritrosia,
  • la sottomissione nei confronti della donna,
  • la bellezza della donna paragonandola alle bellezze della natura,
  • i sospiri d’amore, gli sguardi fuggevoli,
  • la natura dell’amore.

Questi temi verranno poi sviluppati nella poesia dello Stilnovo toscano.

Le sue liriche, composte tra il 1233 e il 1240 sono una trentina; in esse troviamo diverse forme metriche come canzoni, canzonette e sonetti. Proprio a Jacopo da Lentini si attribuisce l’invenzione del sonetto, la forma metrica più utilizzata dai poeti italiani nel corso dei secoli.

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana. Il nome deriva dal provenzale sonet che significa piccolo suono, diminutivo di son  che significava canto, melodia. Il sonetto infatti è un componimento breve, costituito da 14 versi. La struttura è semplice: 14 endecasillabi, raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e due terzine a rima varia. Lo schema rimico del sonetto è molto vario. Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC EDC.

Meravigliosamente

Si tratta di un tipico testo della scuola siciliana, scritto da Jacopo da Lentini. Il poeta canta la bellezza della donna amata presentandosi come un innamorato timido, che non osa né esprimere i propri sentimenti né guardare direttamente la dama quando lei passa per strada. Jacopo racconta anche la sofferenza che prova nel nasconderle il proprio amore. Per arrivare a lei l’autore affida il messaggio amoroso al suo stesso componimento: nell’ultima strofa infatti egli invita la canzonetta a recarsi dalla donna e a riferirle la purezza del suo amore.

Metro: canzonetta formata da sette stanze (strofe) di nove versi settenari ciascuna, con schema della rima ABCABCDDC.

Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ’nvoglia
allora arde più loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.

S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.

Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte le parti
di bellezze ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti,
che voi pur v’ascondete.
Sacciatelo per singa,
zo ch’eo no dico a linga,
quando voi mi vedrite.

Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
levati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino.»

Un amore mi stringe il cuore e mi tiene, mi fa vivere, in modo meraviglioso ogni momento.Come un uomo che osserva un soggetto [exemplo] e dipinge una pittura che sia simile a tale soggetto, così, o mia bella, faccio anch’io la stessa cosa, perché porto la tua figura, la tua immagine, come dipinta nel mio cuore.
Sembra che io vi porti nel cuore, dipinta così come apparite, ma la cosa non traspare all’esterno [non lo do a vedere]. O Dio, non immaginate quanto questo mi sembri difficile da sopportare [duro].
Non so se sapete quanto io vi ami lealmente; infatti io mi vergogno così tanto [di mostrare i miei sentimenti] che vi guardo sempre di nascosto e non vi dimostro il mio amore. 
Avendo io un grande desiderio di voi, ho dipinto un quadro, o mia bella, che vi somiglia, e quando non vi vedo guardo quell’immagine e mi sembra che voi siate davanti a me: io sono proprio come colui che  crede di salvarsi in virtù della sua fede anche se non vede nulla davanti a sé.
Nel cuore mi brucia un dolore terribile, sono come uno che tiene il fuoco nascosto nel suo petto; quanto più egli cerca di soffocarlo, tanto più forte il fuoco brucia e non può stare rinchiuso: io ardo, io brucio allo stesso modo quando passo [per strada] e non guardo verso di voi, o viso che ispirate l’amore dentro di me.
Se io quando passo per la strada vi vedo, io non mi giro verso di voi per guardarvi di nuovo.
Mentre cammino, ad ogni passo faccio grandi sospiri che mi fanno angosciare;
e la mia angoscia è così profonda, così grande, che mi riconosco a malapena [sono stravolto], tanto bella tu mi appari.
O mia signora [madonna da mea domina, in latino = mia signora] vi ho molto lodato per tutti gli aspetti della vostra bellezza. Non so se vi hanno raccontato che io vi lodo solo per esercitare la mia arte, dal momento che voi vi nascondete a me. Sappiate che io vi lodo con sincerità, guardate i miei gesti quando mi vedete, perché io non parlo solo per parlare.
O canzonetta che io ho appena composto, vai da lei a cantare questa cosa nuova; alzati al mattino presto [e presentati] davanti alla donna più bella che è come il fiore di ogni donna innamorata e che è più bionda dell’oro zecchino [e dille]: «Il vostro amore, che è cosa cara e preziosa, donatelo al Notaio [Jacopo] che è nato a Lentini».
 
Lettura e spiegazione del testo – a cura della prof.ssa Silvana Poli

Commento

Il testo presenta un innamorato timido, che ha paura di esprimere i suoi sentimenti, che guarda l’amata di nascosto, che non si volta a rimirarla quando passa per strada per proteggerla da maldicenze.

Nelle prime due strofe il poeta tiene sul cuore l’immagine della donna in modo da poterla guardare quando lei è lontana.

Nella terza dice di aver realizzato un dipinto che la ritrae come se fosse un’immagine sacra: il suo atteggiamento è paragonato a quello del credente che ha fede in qualcosa che non può vedere. In questa lirica emerge il significato religioso dell’amore. A differenza della poesia provenzale questo testo ruota intorno alle reazioni emotive e psicologiche che l’amore provoca nell’animo di Giacomo, più che intorno alla bellezza di lei.

L’ultima strofa funge da congedo: il poeta si rivolge direttamente al componimento e lo invita a presentarsi alla donna per esprimerle ciò che lui non ha il coraggio di dirle apertamente. Inoltre conclude la canzonetta con la “firma” dell’autore, che si presenta come il “Notaro”, soprannome con cui era noto, e dice di essere originario di Lentini.

Amor è un desìo che ven da core

Il sonetto segue lo schema delle rime alternate nelle quartine ABAB ABAB e delle rime ripetute nelle terzine CDE CDE.

Amor è uno desìo che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
 
Ben è alcuna fiata om amatore                      5
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:
 
ché li occhi rapresentan a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio,                  10
com’è formata naturalmente;
 
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
Parafrasi
L’amore è un desiderio che proviene dal cuore per il grande piacere che la donna suscita, che ispira. L’amore è generato prima di tutto dagli occhi e poi è alimentato, nutrito dal cuore.
È ben vero
È ben vero che a volte può capitare di innamorarsi di una donna senza vederla di persona, ma quell’amore che diventa passione travolgente, può nascere solo dalla vista della donna amata: perché gli occhi trasmettono al cuore l’immagine di tutto quello che vedono, buono o cattivo che sia, come esiste in natura, e il cuore, che elabora ciò (di zo è concepitore), si crea delle immagini, si crea delle aspettative e si compiace di quel desiderio: questo è l’amore che regna nel mondo.

Il sonetto Amor è uno desìo che ven da core è il più famoso della Scuola siciliana. In esso Jacopo da Lentini riflette sulla natura dell’amore e sul modo in cui esso si manifesta. Il poeta sostiene che l’amore si nutre nel cuore ma dichiara che nel cuore l’amore si accende attraverso la vista, attraverso gli occhi: l’uomo vede l’amata, l’immagine di lei arriva al cuore e lì l’amore viene nutrito e alimentato. Questo concetto è già presente nella poesia provenzale e verrà poi sviluppato dagli stilnovisti e da Dante.

Questo sonetto è particolarmente interessante perché è strutturato come un testo argomentativo. In esso infatti troviamo espressi in modo chiaro la tesi, l’antitesi e due argomenti a favore della tesi: nelle quartine abbiamo tesi e antitesi, nelle terzine gli argomenti.

Tesi vv. 1 – 4L’amore è un desiderio che viene dal cuore: gli occhi accendono l’amore che è alimentato dal cuore.
Antitesi e confutazione vv. 5 – 8È possibile, qualche volta innamorarsi senza aver visto l’amata, ma l’amore travolgente si sviluppa solo se la donna è stata vista.
1° argomento a favore della tesi vv 9 – 11Gli occhi trasmettono al cuore qualsiasi tipo di immagine, sia che si tratti di cose buone che cattive.
2° argomento a favore della tesi vv 12 – 14Il cuore, che accoglie il messaggio degli occhi, realizza un’immagine; sognare e ricordare questa immagine reca piacere al cuore. 

Fonti

G. Bellini, T. Gargano, G. Mazzoni, Costellazioni, manuale di letteratura, Editori Laterza.

B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI, Zanichelli Editore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

https://letteritaliana.weebly.com/meravigliosamente.html

https://www.atuttarte.it/autore/da-lentini-jacopo.html

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Duecento italiano Poesia

Il dolce stil novo

La nascita della poesia in Toscana

Il Dolce Stil Novo è una corrente poetica che prende forma e si sviluppa durante la seconda metà del 1200, ma il movimento stilnovista influenzerà la poesia italiana nel corso dei secoli successivi.  

Gli stilnovisti sono accomunati dalla convinzione che solo i “cuori gentili”, che sono contraddistinti da nobiltà d’animo, possono provare amore. Di conseguenza l’amore non può trovare sede in cuori volgari. I poeti dello Stilnovo pensano dunque che la poesia d’amore debba rivolgersi solo ad un pubblico selezionato di gentili

Con lo Stilnovo il linguaggio diventa ricercato ed aulico. Il tema prediletto dagli stilnovisti è quello amoroso: i poeti non si limitano più a cantare i patimenti dell’amore o le doti dell’amata, ma si concentrano sull’effetto che l’esperienza amorosa ha sull’anima del poeta e sulla sua esperienza terrena.

Gli autori maggiormente rappresentativi di questa corrente sono Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti e il giovane Dante Alighieri.

Guido Guinizelli

Guido Guinizelli https://www.autori.net/storiadellaletteraturaitalianadelmedioevo/2020/06/05/guido-guinizzelli

Cenni sull’autore

Guinizelli è indicato da Dante come padre del nuovo stile. Bolognese di origine, di professione faceva il giudice, è stato molto attivo nella vita politica della sua città. La sua famiglia apparteneva al partito dei ghibellini. Quando i guelfi presero il sopravvento venne esiliato.

Scrive Al cor gentile rempaira sempre amore che è considerato il manifesto dello stilnovo perché ne sono enunciati i temi della n tale componimento affronta tre temi.

  • Identità tra amore e cuore gentile: l’amore può essere provato e vissuto solo da chi sia dotato di un cuore nobile, non da tutti gli esseri umani. Si introduce quindi il concetto di nobiltà d’animo diversa da quello di nobiltà di sangue.
  • Funzione salvifica della donna: le virtù della donna hanno il potere di elevare l’animo delle persone.
  • Dimensione angelica della donna: la donna non è più una bellezza terrena, ma sembra sia scesa dal cielo, un angelo.

Per un approfondimento su questo componimento vai a https://letteritaliana.weebly.com/al-cor-gentil-rempaira-sempre-amore.html

Io voglio del ver la mia donna laudare

Il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare esprime il nuovo stile inaugurato da Guido Guinizelli. In questo sonetto la lode della bellezza e della virtù della donna amata si accompagnano al valore “salvifico” del suo saluto: quel saluto acquista un importante significato religioso perché permette di convertire alla fede cristiana chi non crede in essa. Tra le immagini con cui viene descritta la donna vi sono i tradizionali fiori (la rosa, il giglio) i corpi celesti e tutte le bellezze del mondo naturale.

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.               4

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.           8

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;               11

e no·lle pò apressare om che sia vile;           
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.         14
Parafrasi
Io voglio, in verità, lodare la mia donna e voglio paragonare a lei la rosa e il giglio: la mia donna splende e appare [e si mostra a me] più bella della stella Venere, e io paragono a lei ciò che di bello vi è lassù [in cielo].
Paragono a lei una verde campagna e [paragono a lei] l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro [i lapislazzuli] e anche i gioielli molto preziosi che possono essere donati: lo stesso Amore grazie a lei [attraverso lei] diviene più perfetto.
[La mia donna] passa per strada così bella e così nobile che fa abbassa l’orgoglio alla persona a cui lei porge il suo saluto e [oltre a questo] lo fa diventare della nostra fede [cristiana], se lui non crede in essa;
e [dico di più] non le si può avvicinare un uomo che sia di animo gretto [vile]; vi dirò che ella ha una virtù ancora più grande: nessuno può pensare male fino a quando egli la vede.

Spiegazione

Il sonetto si divide in due parti simmetriche. Nelle quartine Guinizelli loda la bellezza della donna, mentre nelle terzine sposta l’attenzione sulle sue virtù “salvifiche” dell’amata: dice infatti che la donna, con il suo saluto, abbassa l’orgoglio di chi la vede per strada: riesce cioè a rendere umili le persone. E non solo, riesce addirittura a convertire i non credenti alla fede cristiana!

La nobiltà d’animo di questa donna è un tutt’uno con la sua bellezza: non solo riesce a tenere a distanza gli uomini “vili”, cioè quelli non nobili di cuore, ma con il suo atteggiamento impedisce alle persone di pensare male.

In Guinizelli la nobiltà d’animo e l’amore sono strettamente connessi. Questo tema è molto presente nella sua poesia e diventerà uno degli elementi costitutivi dello Stilnovo.

La novità introdotta da questo autore consiste proprio nel valore religioso assunto dalla figura femminile, tanto che poi Cavalcanti e Dante la configureranno proprio come una “donna-angelo”.

Guinizelli, paragona la donna al giglio e alla rosa. I due fiori sono simbolo di purezza e nobiltà nella poesia classica e anche il loro colore ha valore simbolico. Infatti il bianco del giglio rimanda al colore della pelle e, forse, a quello del sorriso, mentre il rosso della rosa allude alle labbra.

Il paragone si arricchisce poi con altri elementi naturali. La donna è paragonata al pianeta Venere chiamato “stella dïana”, cioè la stella del giorno. Infatti la luce di Venere è l’ultima che si spegne al mattino, quindi annuncia la venuta del giorno, e la prima che si accende la sera.

L’amata è paragonata anche a elementi del paesaggio – una verde campagna, l’aria – e a variopinti elementi del mondo minerale e dei preziosi – l’oro, l’azzurro dei lapislazzuli, i gioielli – secondo uno schema che si trova poi anche in altri Stilnovisti.

Per un approfondimento su Guido Guinizelli vai a https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guinizelli http://www.treccani.it/enciclopedia/guido-guinizzelli/ https://library.weschool.com/lezione/guido-guinizzelli-poesie-stilnovo-al-cor-gentil-10833.html

Guido Cavalcanti

Cenni sull’autore

Guido Cavalcanti nasce a Firenze a metà del Duecento, in una famiglia guelfa, di parte bianca, come Dante. Fu attivo nella vita politica di Firenze e venne esiliato dopo esser stato coinvolto in disordini violenti. Fu grande amico di Dante. Di lui troviamo traccia sia nella Divina Commedia di Dante che nel Decameron di Boccaccio. Fu un uomo inquieto che aveva modi aristocratici, spirito laico e pensiero filosofico.

Chi è questa che vèn ch’ogni om la mira

Il sonetto Chi è questa che vèn è tra i più celebri di Cavalcanti. In esso troviamo due elementi: il primo è, come per Guinizelli, la lode della bellezza della donna e il secondo è relativo all’incapacità del poeta nel descrivere tale angelica bellezza. Infatti il poeta sente che la sua capacità di scrittura è limitata e non riesce a descrivere la meraviglia, la perfezione della donna amata.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?              4

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.           8

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.             11

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.       14
Parafrasi
Chi è questa donna che arriva, che ogni uomo ammira, che fa tremare l’aria di luminosità, e che porta con sé l’amore, tanto che nessuno riesce a parlare, ma ognuno può solo sospirare?
O Dio, che cosa meravigliosa sembra quando lei muove gli occhi! Lo dica Amore, poiché io non lo saprei descrivere: mi sembra una donna talmente umile che ogni altra donna, al suo confronto, io la definisco malvagia, a me sembra cattiva.
La sua bellezza poi non si potrebbe raccontare, poiché a lei si inchina ogni virtù nobile e la Bellezza stessa la indica come sua dea.
La nostra mente non è mai stata così elevata e in noi non c’è mai stata così tanta perfezione, che noi possiamo avere una conoscenza piena e completa di tale bellezza.

Metro: sonetto con schema della rima regolare ABBA, ABBA, CDE, EDC.

Il sonetto ha lo stile semplice, tipico dello Stilnovo. Celebra la bellezza della donna amata e arricchisce il tema con riferimenti religiosi secondo il modello di Guinizelli. Sviluppa il motivo dell’ineffabilità della bellezza femminile: la bellezza è espressione della grazia divina, pertanto è impossibile da cogliere e da esprimere a causa della limitatezza della mente del poeta.

Fin dall’inizio l’atmosfera del componimento è mistica. La donna è avvolta da una luce, come un’aureola, che fa ammutolire tutti coloro che la guardano; essa è umile più di qualunque altra donna e ciò la rende paradossalmente superiore a tutte le altre, mentre la Bellezza, intesa come la Dea della bellezza, la sceglie come suo modello (oggi potremmo dire come suo testimonial).

Il poeta ammira questa donna ma è consapevole di non essere in grado di cogliere pienamente tale bellezza. Qui il discorso si fa filosofico, infatti il poeta dichiara che la mente umana non è in grado di comprendere fino in fondo il miracolo di una bellezza che proviene dalla grazia divina. Si comprende così che l’esperienza amorosa dello stilnovo diventa quasi un’esperienza mistica, troppo profonda per essere espressa a parole.

Col termine ineffabilità si intende l’incapacità del poeta di esprimere a parole quello che lui sente.

Per un approfondimento su Guido Cavalcanti https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Cavalcanti http://www.parafrasando.it/POESIE/CAVALCANTI_GUIDO/Chi-e-questa-che-ven.html http://www.parafrasando.it/BIOGRAFIE/cavalcanti-guido.html http://www.treccani.it/vocabolario/ineffabile/

Il giovane Dante Alighieri

Cenni sull’autore

Il giovane Dante conosce Guido Cavalcanti che non ha ancora 20 anni. il loro legame sarà molto profondo e intenso. In quegli anni Dante Alighieri e Guido Cavalcanti fondano la scuola poetica che prende il nome di Stilnovo. Di Dante parleremo diffusamente in seguito.

Tanto gentile e tanto onesta pare

Questo sonetto è inserito nel XXVI capitolo della Vita Nova ed è considerato il sonetto più celebre di Dante. In questo testo l’autore esprime la lode della bellezza e della virtù di Beatrice e le reazioni di ammirazione che provoca in chi la vede camminare per strada.   

Il sonetto è introdotto da un testo in prosa in cui Dante presenta il contenuto della lirica.

L’autore dice che questa donna meravigliosa, definita gentilissima, era caratterizzata da tanta Grazia che, quando lei passava per la strada, le persone accorrevano per vederla.

Dice anche che quando lei era vicino a qualcuno, un’incredibile onestà e virtù arrivava nel cuore di questi, tanto che la persona non osava alzare gli occhi e non osava neppure rispondere al saluto di lei.  L’autore dichiara che questo fatto è testimoniato da molti. Lei procedeva incoronata e vestita di umiltà, senza vantarsi per l’ammirazione che suscitava.

Dante riferisce quello che viene detto su di lei: “Non è una donna, ma un meraviglioso angelo del cielo” “Lei è una meraviglia!” “Sia benedetto il Signore che crea opere così ammirabili”.

Il poeta dichiara che lei si mostrava così gentile e così bella e che tutte le persone che la guardavano sentivano dentro di sé una dolcezza onesta e soave, così grande che loro non erano in grado di spiegarla. E non basta: tra le persone che la ammiravano non c’era nessuno che all’inizio non fosse costretto a sospirare. Le virtù della donna erano così straordinarie che lui ha voluto scrivere questo sonetto affinché anche chi non la poteva vedere potesse conoscerla attraverso le sue parole.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.          4

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.          8

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi non la prova:    11

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.              14
Quando saluta qualcuno [per la strada] la mia donna  
sembra così nobile e dignitosa che ogni lingua, tremando, ammutolisce [cioè le persone non riescono più a parlare quando sono di fronte a lei]
e i loro occhi non hanno neppure il coraggio di guardarla [quindi le persone abbassano lo sguardo].
Lei prosegue, sentendosi lodare dagli altri, è così umile che sembra benevolmente vestita di umiltà; e sembra che sia una creatura venuta dal cielo sulla terra,
per mostrare un miracolo [qualcosa di straordinario].
lei si mostra così bella a chi la guarda, tanto che attraverso gli occhi suscita nel cuore una dolcezza straordinaria, che non può essere compresa da chi non l’abbia provata:
e sembra che dal suo volto si muova un soave sospiro pieno d’amore, che suggerisce all’anima di sospirare.

Metro: il sonetto ha schema delle rime ABBA, ABBA, CDE, EDC

Commento

Il sonetto costituisce un esempio semplice e formalmente perfetto di poesia in lode di Beatrice. Si noti la presenza di alcuni vocaboli propri del linguaggio stilnovista, come “gentile” (nobile d’animo), “onesta” (dignitosa nel comportamento esteriore), “piacente” (bella e di piacevole aspetto). Beatrice viene elogiata non solo per la sua bellezza ma anche per la sua straordinaria umiltà e per gli effetti che produce in chi la osserva per strada.

Il sonetto riprende molti motivi già presenti in Cavalcanti: l’apparizione della donna quando passa per strada, il saluto fa ammutolire tutti e li spinge a guardare in basso, la sensazione di essere di fronte ad un miracolo, la “donna-angelo”, la dolcezza che ispira a chi la osserva, il sospiro che provoca in chi la osserva e la consapevolezza che tale sensazione non possa essere compresa a pieno, se non da chi ne ha già fatto diretta esperienza.

Confronta le tre poesie

Per approfondire https://letteritaliana.weebly.com/tanto-gentile-e-tanto-onesta-pare.html

Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Questo sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante; è stato scritto tra il 1283 è il 1290, era indirizzato a Guido Cavalcanti, suo grande amico.  Il tema centrale di questo componimento è la concezione stilnovista dell’amicizia e dell’amore vissuti in un’atmosfera incantata. Dante trae spunto dalla tradizione letteraria francese e fa riferimento a mago Merlino, alla sua magia e ad un vascello incantato.

1. Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
2. fossimo presi per incantamento,
3. e messi in un vasel ch’ad ogni vento
4. per mare andasse al voler vostro e mio,

5. sì che fortuna od altro tempo rio
6. non ci potesse dare impedimento,
7. anzi, vivendo sempre in un talento,
8. di stare insieme crescesse ‘l disio.

9. E monna Vanna e monna Lagia poi
10. Con quella ch’è sul numer de le trenta
11. con noi ponesse il buono incantatore:

12. e quivi ragionar sempre d’amore,
13. e ciascuno di lor fosse contenta,
14. sì come i’ credo che saremmo noi.
 

Parafrasi
Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io fossimo presi, catturati, come per magia e fossimo e messi su una piccola nave; e vorrei che questa nave andasse per mare, mossa dal soffio del vento, seguendo il mio ed il vostro desiderio,
in modo tale che una tempesta o un altro tipo di cattivo tempo non ci potesse essere di ostacolo, non ci potesse dare alcun impedimento; anzi vorrei che, vivendo sempre in linea con i nostri desideri [talento], aumentasse sempre la voglia di stare insieme.
Io vorrei poi che Mago Merlino, il buon mago [incantatore, il mago buono della tradizione bretone] ponesse sulla barca con noi donna Vanna e donna Lagia [due splendide donne di Firenze] e anche quella donna [di cui non dice il nome] che è al trentesimo posto nell’elenco delle donne più belle della città
E vorrei che su questo vascello incantato noi trascorressimo il tempo a parlar d’amore e vorrei che ognuna di loro fosse felice, serena, così come credo che saremmo noi tre.

Commento

Il sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante ed è considerato come l’atto di nascita di quel movimento poetico che Dante stesso definirà “dolce stil novo”. Questo nuovo stile è caratterizzato da una lingua più delicata, limpida e sensibile ed è prerogativa di una ristretta cerchia di spiriti nobili.

Il tema principale del sonetto è la descrizione di un sogno ambientato nel mondo cortese, un sogno completamente staccato dalla vita reale in un ambiente di fantasia.

Le quartine raccontano dell’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, tre poeti stilnovisti; nelle terzine, invece, si introduce l’elemento principale che li accomuna, ovvero il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto esclusivo, fiabesco e rarefatto, tra spiriti eletti: tre uomini e tre donne.  

L’iniziale desiderio di Dante, “Guido, i’ vorrei”, si trasforma poi in un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici, in un crescendo del desiderio.

C’è una incredibile modernità in questo testo: infatti Dante mette sulla barca dei suoi sogni tre amici e tre donne, con le quali parlare di amore. Il suo sogno è che questa comunità ideale possa parlare, immergersi in ragionamenti amorosi, condividendo pensieri e sogni, in modo che ognuno di loro possa essere felice.

Sono interessanti anche altri due elementi: il tre e il trenta.

  • Dante utilizza il numero tre (tre gli amici e tre le donne amate) che è un numero legato al concetto di perfezione che ha quindi grande valenza simbolica.
  • Nel verso 10 parla di una donna ‘quella ch’è sul numer de le trenta’. Dante allude ad un suo componimento, ora perduto, in cui aveva elencato le sessanta donne più belle di Firenze. La donna invitata era quella che occupava il trentesimo posto di questa lista e che sicuramente i suoi amici conoscevano bene.

Forma: Sonetto di quattordici endecasillabi con schema di rime: ABBA-ABBA- CDE EDC

Figure Retoriche

  • Apostrofi – “Guido” (v. 1);
  • Allitterazioni – della “v: “vasel, vento, vostro” (vv. 3-4); della “s”: “stare, insieme, crescesse, disio” (v. 8); della “r”: “ragionar, sempre, amore” (v. 12);
  • Anastrofi – “di stare insieme crescesse il disio” (v. 8); “con noi ponesse il buono incantatore” (v. 11);
  • Polisindeti – “tu e Lapo ed io” (v. 1); “e monna Vanna e monna Lagia” (v. 9);
  • Perifrasi – “il buono incantatore” (v. 11);
  • Metafore – “vasel” (v. 3);
  • Similitudini – “contenta / sì come io credo che saremmo noi” (vv. 13-14).

Molte delle parole usate da Dante ci aiutano a capire che Dante sta esprimendo un desiderio: vorrei, incantamento [magia], vasel [vascello], fortuna, talento [desiderio], incantatore [Mago Merlino].  

La struttura del sonetto è circolare. Infatti il poeta inizia parlando in prima persona nel primo verso (“vorrei”) e anche nell’ultimo (“credo”).

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

A. Ronconi, M. M. Cappellini, A. Dendi, E. Sada, O. Tribulato, LA MIA LETTERATURA, C. Signorelli Scuola.