Viandante

Ti è mai capitato di sentirti come se fossi davanti ad un bivio e di voler imboccare entrambe le strade?

Hai mai pensato di amare due persone allo stesso modo e di non esser capace di scegliere?

È mai successo nella tua tua vita di sentire emozioni contrastanti che ti davano la sensazione che qualcosa dentro di te si strappasse?

Si tratta di situazioni dolorose di cui hanno parlato molti poeti. Parliamo del dissidio emotivo, di quel sentire che si manifesta quando si provano emozioni contrastanti oppure quando si è attratti da istanze contrapposte.

Quando poi c’entra anche l’amore la situazione si fa sempre più dolorosa.

La lacerazione dell’anima

Troviamo testimonianza del dissidio dell’anima nell’Aida, un’opera lirica di Verdi.

Nato nel 1813, in provincia di Parma, in una famiglia di commercianti, Giuseppe Verdi dimostra subito di avere passione per la musica. Viene quindi avviato prestissimo agli studi musicali a cui si dedica con passione e entusiasmo. Suona l’organo e il pianoforte prima, composizione musicale poi.

Scrive le sue prime musiche (sinfonie, brani di musica sacra e marce per banda) quando è ancora giovanissimo. Alla fine del Ginnasio decide di dedicarsi a tempo pieno allo studio della musica. Così si trasferisce a Milano e studia alla Scala.

A 23 anni sposa Margherita da cui ha due figli, ma sembra che la sorte si accanisca col giovane compositore perché tra il 1838 e il 1840 muoiono sia i due figli che la giovane moglie. La disperazione lo travolge. Inoltre, nel settembre dello stesso anno viene allestita una delle sue opere che ha un esito disastroso. 

Prostrato dal dolore Verdi dichiara di voler abbandonare la musica. 

Ma la forza della musica, come ci spiega il mito di Orfeo ha in sè una enorme forza vitale e può essere grande aiuto del dolore. Per Verdi la musica significa rinascita tanto che, meno di due anni, dopo realizza un’opera che segna il ritorno del grande compositore: il Nabucco, l’opera, del “Va, pensiero”, quella che interpreta i sogni e i desideri dell’Italia risorgimentale e lo consacra a compositore nazionale.

Da quel momento la vita di Giuseppe Verdi è costellata di successi personali e professionali.  

Aida è una delle sue opere più famose, scritta su libretto di Antonio Ghislanzoni e commissionata per l’inaugurazione del Canale di Suez.

L’opera narra le vicende di Aida, figlia del re di Etiopia. La fanciulla viene fatta prigioniera degli egiziani e messa a servizio alla corte del faraone, dove nessuno conosce la sua identità. Alla corte Aida conosce Radames, il capo dell’esercito, e se ne innamora. Quando però Radames viene incaricato di condurre la battaglia contro gli etiopi, quindi contro l’esercuito di suo padre, lei vive un terribile dissidio. 

La povera Aida è lacerata tra due istanze contrapposte. Per chi deve parteggiare, per chi deve temere? Deve invocare protezione per il suo innamorato oppure per il suo popolo?

Queste sono le parole che la fanciulla disperata canta:

Per chi piango? Per chi prego? Qual poter m’avvince lui! 
Devo amarlo … E è costui un nemico uno stranier …

Immaginate la sua desolazione, si trova in una situazione per la quale lei sarà in lutto, indipendentemente da chi sarà il vincitore. Si tratta di una di quelle situazioni da cui si esce comunque perdenti. 

E come se ne esce?

Un suggerimento viene dalla saggezza popolare. La mia prozia diceva sempre: se non sai che strada prendere allora torna indietro e cambia percorso.

Cosa voleva dire? Quando la vita ci mette di fronte a un bivio imperscrutabile dobbiamo vedere il messaggio che questa situazione nasconde: la vita stessa mi sta dicendo che io, quel bivio, non lo devo imboccare, quella scelta non è buona per me. Allora è meglio rinunciare sia a A che a B e cercare qualcos’altro.

Non è facile, però funziona. La dolce Aida aveva solo una scelta: prima della guerra avrebbe dovuto piangere entrambi come morti, lasciarli andare nel suo cuore, pensarli già morti. In quel caso, poi, avrebbe potuto gioire per colui che era sopravvissuto. E la sua sarebbe stata comunque ua gioia piena.

Quando ero in conservatorio il mio professore di composizione, un uomo burbero e anche un po’ antipatico, mi diceva: “Quando vedi che l’armonia che stai creando dà troppi errori, cancella tutta la riga e riparti da lì”.

All’inizio avevo trovato poco senso il quella indicazione, ma poi mi sono resa conto che è proprio vero: a volte basta fare un passo indietro per trovare una via migiore.

Incapacità di scelta

Anche il poeta Francesco Petrarca vive il dissidio amoroso ma causato da una situazione molto diversa.   

Francesco Petrarca nasce nel 1304 ad Arezzo da una famiglia di esuli fiorentini e nella vita si sentirà sempre un esule. Non so se questo elemento biografico abbia inciso sul suo dissidio, ma possiamo affermare che l’ambivalenza abbia caratterizzato tutta la sua vita.

Figlio di un funzionario della corte papale ad Avignone, quando muore suo padre deve trovare un modo per il proprio sostentamento.

Decide quindi di prendere gli ordini religiosi minori, non spinto da una vera vocazione ma dal bisogno. L’adesione agli ordini ecclesiastici gli garantisce il sostegno economico e il tempo per dedicarsi allo studio. 

Ma si tratta di una scelta di comodo e, forse anche per questo, non trova pace. 

Infatti Petrarca è fortemente attratto sia dalle donne che dai successi della vita mondana. Uno dei desideri più grandi è essere riconosciuto come poeta e apprezza molto quando viene incoronato poeta proprio dal re di Napoli. Inoltre pur avendo preso gli ordini minori ha due figli. 

E come la sua vita è lacerata, nelle sue poesie emerge prepotente il tema del dissidio amoroso. Francesco sente di essere attratto da due istanze contrapposte: la vicinanza a Dio e l’amore per la bella Laura. 

Nella poesia Era il giorno ch’al sol  il poeta racconta l’inizio del suo dolore. 

Era il Venerdì Santo, giorno in cui si ricorda la passione e la morte di Gesù. In quel giorno la comunità dei cristiani si stringe nel comune dolore per la morte del figlio di Dio. 

Ma proprio in quel giorno di lutto Cupido lancia la sua freccia e fa innamorare Francesco di Laura, una donna virtuosa che non viene toccata da quell’amore. 

Il poeta riconduce a questo evento la genesi del suo dissidio: mentre la sua anima era rivolta a Dio l’amore vi si è insinuato subdolamente. 

E da quel giorno queste due istanze albergano nella sua anima costantemente provocandogli un dissidio che lo tormenta. 

Ma sai come fa il poeta a trovare una via di conciliazione per comporre questa lacerazione? 

Attraverso la scrittura! 

Francesco Petrarca affida alla scrittura il compito di ripristinare l’armonia nella sua anima. Scrivendo e cercando la perfezione formale, l’anima del poeta si placa e lui riesce a ritrovare la pace. È la scrittura che gli permette di raccontare il suo disagio esistenziale, di ricomporre la sua anima e quindi di ritrovare un po’ di pace.

Questa strategia è alla portata di tutti: con carta e penna, con il pc o semplicemente sulle note del cellulare, scrivere può diventare una via di liberazione e di conciliazione anche nei nostri dissidi quotidiani.

Ma non basta lasciar andare la penna e scrivere a caso: è importante curare la forma, leggere e limare il testo scritto per trovare pace. 

E se non acquisiamo la notorietà come il Petrarca, potremmo, almeno, trovare un po’ di pace per noi. 

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