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Illuministi italiani

In Italia l’arretratezza economica e culturale, la mancanza di una borghesia imprenditoriale, la frammentazione politica della penisola in vari stati costituiscono altrettanti ostacoli alla diffusione del pensiero illuministico.

Tuttavia nella seconda metà del Settecento anche l’Italia partecipa a quel generale moto di rinnovamento che si diffonde in tutta Europa. Non si tratta però di un movimento di grandi proporzioni come quello francese: nella penisola italica gli intellettuali illuministi rappresentano una ristretta élite, sia rispetto alla massa della popolazione analfabeta, sia all’interno delle classi che detengono il potere: l’aristocrazia terriera e il clero.

Gli illuministi italiani restano generalmente su posizioni moderate, non mettono in discussione il potere ma tendono a collaborare con i sovrani illuminati appoggiando i loro tentativi di riforma. i principali centri dell’Illuminismo furono Milano e Firenze, ma un movimento intellettuale illuministico fu attivo anche a Napoli e a Venezia.

Il primo numero del “Caffè” – Pietro Verri

Quello che segue è l’articolo che apre il primo numero del giornale Milanese dei fratelli Verri. Servendosi di uno stile giornalistico del tutto inedito in Italia fino ad allora, sull’esempio del giornalismo inglese, gli autori simulano una sorta di intervista. In questo testo annunciano che il giornale conterrà argomenti di pubblica utilità, in qualunque stile che non annoi.

In pratica sul giornale verranno trascritti semplicemente i discorsi che si fanno in un caffè Milanese dove si può sorseggiare l’ottima bevanda, ma dove si possono anche leggere i giornali europei e discutere con uomini “ragionevoli” o “irragionevoli”.

Cos’è questo Caffè?
È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni.
Cosa conterrà questo foglio di stampa?
Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.
Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli?
Con ogni stile, che non annoi.
E sin a quando fate voi conto di continuare quest’Opera?
Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa.
Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto?
Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Steel, e Swift, e Addison, e Pope ed altri.
Ma perché chiamate questi fogli il Caffè?
Ve lo dirò ma andiamo a capo.

Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l’avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo.
Indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con richezza ed eleganza somma.
In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’Aloe che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, chi vuol leggere, trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi, o lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v’è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche.
In essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutti i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.
Primo numero de “Il caffè” periodico milanese pubblicato a cura dei fratelli Verri

Commento

La rivista letteraria “Il Caffè” è il risultato di un processo intellettuale e culturale che nei secoli successivi alla sua pubblicazione influenzerà fortemente la storia culturale d’Italia e d’Europa.

La particolarità del “Caffè” è che concettualmente nasce sia come rivista periodica che come progetto unitario. I fogli vengono infatti pubblicati ogni dieci giorni, ma è fin da principio intenzione degli autori rilegarli a fine anno in un unico tomo. L’avventura del periodico però fu breve e terminò alla fine della seconda annata di pubblicazione nel 1766.

Autori entusiasti della rivista sono gli uomini dell’Accademia dei Pugni, tra i quali si distinguono le voci dei fratelli Pietro e Alessandro Verri e quella di Cesare Beccaria.

Nell’introduzione gli autori rispondono alle domande fittizie dei lettori indicando che il Caffè è una rivista pubblicata ogni dieci giorni contenente testi che toccano argomenti diversi tra loro ma attuali e di pubblica utilità.

Viene inoltre scelto uno stile “che non annoi”. L’idea è quella di pubblicare i fogli periodici fino a quando avranno mercato “avranno spaccio”, e arrivati a trentasei fogli di farne “un tomo di mole discreta”, quindi di rilegarli.

Gli autori si impongono inoltre di sospendere la pubblicazione dei fogli nel caso in cui la pubblicazione non incontrasse più il gusto dei lettori. Informano inoltre il pubblico sul fine del progetto: fare qualcosa di piacevole per gli autori e di utile per la patria “spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli, come altrove fecero Steele e Swift e Addisson e Pope.

Dopo questa breve ma esaustiva motivazione del progetto gli autori, spiegando il titolo della rivista, introducono il lettore nella cornice fittizia della bottega del caffè. Attraverso la descrizione della bottega del caffettiere greco Demetrio, il lettore viene informato sul titolo del periodico “Il Caffè”, “poiché [i fogli] appunto son nati in una bottega di caffè”.  

La cornice fittizia della bottega del caffè

Nell’introduzione viene descritta la bottega del caffè del caffettiere greco Demetrio, che “sen venne in Milano dove son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè”. La particolarità della bottega di Demetrio non è solo la possibilità di consumare un ottimo caffè, ma anche quella di immergersi in un ambiente di grande cultura.

Le numerose possibilità per ampliare la propria conoscenza personale vengono pure elencate nell’introduzione, nella quale viene detto che “in essa bottega chi vuole leggere trova sempre i fogli di novelle politiche […], trova per suo uso e il Giornale enciclopedico e l’Estratto delle letteratura europea e simil buone raccolte di novelle interessanti […] v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche”.

 Oltre alle molte opere di consultazione disponibili nella bottega, essa svolge la funzione di luogo-centro nel quale hanno luogo le discussioni e nel quale confluiscono le informazioni utili alla stesura dei fogli periodici. Viene infatti detto che “in essa bottega per finire si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere e tutt’i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi”.

Nella descrizione dell’autore il concetto di bottega come luogo di scambio di opinioni si trova alla fine della descrizione. Questa posizione di rilievo nel testo sottolinea l’importanza della funzione di luogo di scambio nel quale convergono tutte le idee inserite nella rivista.

Questo luogo-centro permette la finzione di un dialogo tra autori e pubblico. Infatti la scelta di usare una cornice allo stesso tempo mondana e leggera, permette ai suoi ideatori di discutere argomenti seri lontano dai luoghi canonici della cultura e di avvicinarsi ai loro lettori.

La cornice svolge anche la funzione di schermo protettivo per gli autori che “registrano” le scene e le riportano nel periodico senza doversi esporre personalmente.

Essa rende infatti possibile una “zona di relativa immunità, di lieve declinazione di responsabilità”. Inoltre la cornice permette agli autori, in particolare a Pietro Verri, attraverso le lettere fittizie dei lettori di introdurre e affrontare temi di natura diversa. Altro elemento interessante di quest’ultima descrizione è rappresentato dall’emergere di un “io” che afferma di limitarsi alla registrazione delle discussioni che avvengono nella bottega, senza partecipare attivamente a esse.

Questa voce appartiene a Pietro Verri che si incarica di introdurre e di commentare molti dei testi pubblicati nel periodo 1764-1765. La presenza di questo “io” rappresenta, in particolare durante la stesura dei primi fogli, la voce della “redazione virtuale” che si occupa della rivista e che mantiene viva la finzione letteraria nella quale sono inseriti i testi.

Contro la pena di morte – Cesare Beccaria

Cesare Beccaria scrive Dei delitti e delle pene, un saggio dedicato alla pena di morte. Qui di seguito riportiamo un estratto dal capitolo più noto del libro, il più discusso e quello di maggiore effetto. Il lavoro di Beccaria fu presto tradotto e diffuso in tutta Europa. Esso influenzò le scelte politiche di alcuni sovrani.

  • Il progetto di costituzione russa, elaborato dalla zarina Caterina II tra il 1765 e il 1767, prevedeva l’eliminazione della pena di morte e le sue argomentazioni erano ricavate letteralmente dal testo di Beccaria.
  • La Riforma della legislazione criminale introdotta nel 1786 dal granduca di Toscana, Pietro Leopoldo (1765-1790), prevede che venga abolita la pena di morte. Si tratta della prima volta in Europa. Nell’articolo 51 la pena di morta veniva definita non necessaria, meno efficace della pena perpetua con argomenti derivati, anche in questo caso, direttamente da Beccaria.

Per onor di cronaca dobbiamo ricordare che il progetto di Caterina II poi non si concretizzò e in Toscana la pena di morte fu poi reintrodotta nel 1790. Ma questo non toglie valore al contributo lavoro di Cesare Beccaria.

Nei passi che proponiamo Beccaria prima dimostra che la pena di morte non può mai essere considerata giusta, perché nessuno, sottoscrivendo il contratto con cui si è costituita la società, può avere ceduto il diritto alla vita, che è un diritto inalienabile, come aveva insegnato Locke.

Quindi la pena di morte non si configura come un atto di giustizia, ma come «una guerra della nazione con un cittadino».

Il testo di Beccaria è ancora oggi un modello per tutti coloro che ancora oggi lottano contro la tortura e la pena capitale.

Estratto dal cap. XXVIII – Dei Delitti e delle pene

Questa inutile prodigalità di supplicii [generosità nell’infliggere torture], che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?
Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Le leggi non sono altro che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; le leggi rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari.
Chi è mai l’uomo che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere il desiderio di sacrificare il più importante tra tutti i beni dell’uomo, cioè la sua vita?
E se ciò è stato fatto, come si accorda questo principio con quello che dice che l’uomo non è padrone di uccidersi?
Ma doveva essere padrone di togliersi la vita se ha potuto dare ad altri questo diritto e se lo ha dato addirittura alla società intera.
La pena di morte dunque non è un diritto dello stato, ho dimostrato che non può essere tale, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere.
Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi.
Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita.
La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi.
Ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non vedo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Nel caso in cui non bastassero secoli di storia, in cui l’ultimo supplicio [la pena capitale] non ha mai distolto gli uomini che erano decisi a compiere atti violenti nei confronti della propria società, quando non bastasse l’esempio dei cittadini romani [che ricorrevano alla pena capitale sono in casi di estrema gravità] e non bastasse neppure la scelta dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia [che abolì la pena di morte nel 1753] che diede ai padri dei popoli [agli altri sovrani] quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, nel caso in cui questi esempi non persuadessero gli uomini, che sospettano del linguaggio della ragione e rispettano solo quello dell’autorità, in questo caso basta comunque osservare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia asserzione.
Non è l’intensione [intensità] della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione [la durata nel tempo] di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento.
L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e soddisfa i suoi bisogni con l’aiuto dell’abitudine, allo stesso modo le idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse [ripetute sollecitazioni].
Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa: questo è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace pensiero, perché spessissimo viene ripetuto dalle persone tra sé e sé, “io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti” è assai più possente che non l’idea della morte, che gli uomini vedono sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che per quanto forte, non riesce a superare il potere della dimenticanza, che è naturale nell’uomo anche per le cose più essenziali, ma che è accelerata quando l’emozione è forte.
La regola generale è questa: le passioni violente sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo. Per questo sono adatte a fare quelle rivoluzioni che trasformano uomini comuni in guerrieri.
Ma in una situazione di pace, durante un tranquillo governo, le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diventa uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; entrambi questi sentimenti occupano l’animo degli spettatori molto di più di quel terrore che la legge pretende di ispirare.
Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è il terrore perché è il solo sentimento.  
Il limite al rigore delle pene che dovrebbe fissar il legislatore dovrebbe consistere proprio nel potere di suscitare il sentimento di compassione.
Perché una pena sia giusta deve avere quel grado di intensità che funzioni come deterrente. Non c’è nessuno che, riflettendoci, sceglierebbe la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto vantaggioso possa apparirgli un delitto. Dunque l’intensità della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte basta per rimuovere qualunque animo determinato a compiere un reato.
E aggiungo che ha più vantaggi: moltissimi riguardano in faccia alla morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, perché il disperato non finisce i suoi mali, ma li comincia. L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può concentrare tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa elasticità di lui non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi.

Cesare Beccaria in questo testo ci pone innanzitutto una domanda cruciale: che diritto abbiamo di uccidere un uomo? Lui sostiene che con il contratto sociale gli uomini si affidano a chi li governa e in cambio del governo cedono loro alcuni diritti, alcune libertà, ma gli uomini non hanno ceduto il diritto alla vita. La vita è un bene inalienabile e quindi non può essere ceduto ad altri. La pena di morte invece costituisce una violazione del più importante diritto dell’uomo: quello del diritto alla vita. La pena di morte è quindi la guerra della nazione contro un cittadino. Per questo la pena di morte non è ammissibile in uno stato civile.

Beccaria ravvisa solo due eccezioni nelle quali lo stato può decidere di ricorrere a questa risoluzione e può ricorrervi solo come estrema ratio, quando non vi siano altre soluzioni.

  1. Quando una persona, anche se privata della sua libertà, abbia ancora tale potere da minacciare la sicurezza nazionale e quindi quando l’intera nazione è in pericolo.
  2. Quando la morte di una persona dissuade altri dal compiere altri delitti.

In nessun altro caso si deve ricorrere alla pena di morte. Infatti la storia dimostra che la pena di morte non dissuade dal compiere delitti, perché un’emozione forte come quella che si prova nel vedere una pubblica esecuzione non basta come deterrente: non è l’intensità della pena, ad impressionare gli uomini, ma la sua durata nel tempo. Il freno più forte ai delitti non è la pena di morte, ma una lunga e dura detenzione. Gli uomini dimenticano in fretta anche le impressioni più violente, l’esecuzione suscita non solo il terrore, ma in tanti casi suscita anche la pena, la compassione in chi assiste al truce spettacolo. Invece nelle pene moderate, ma continue, prevale il terrore. Nessun crimine è vantaggioso se si rischia l’ergastolo, mentre talvolta motivazioni forti spingono a sfidare la morte. Per l’uomo, secondo Beccaria è molto più penoso il pensiero della galera a vita rispetto a quello di una morte violenta.

Domande

Domande

1) Perché la pena di morte lede un diritto inalienabile?

2) Come definisce la pena di morte Beccaria?

3) Quali sono i due motivi per cui si potrebbe credere che la pena di morte sia utile e necessaria?

4) A quali argomenti ricorre Beccaria per contestare l’efficacia della pena di morte come deterrente?

5) In che senso l’ergastolo può essere considerato anche più doloroso della morte?

6) Ricostruisci il ragionamento con cui Beccaria sostiene che gli uomini temono maggiormente l’estensione che l’intensità della pena.

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italiano Ottocento

Alessandro Manzoni

Perchè Manzoni è famoso?

Alessandro Manzoni è stato il primo autore italiano a scrivere un romanzo, genere letterario destinato a dominare la letteratura occidentale.

Nelle sue opere Manzoni critica ferocemente i principi  su cui si reggeva la società dell’antico regime e quindi anche la società italiana.

In particolare nelle sue opere critica:

  • l’oppressione esercitata dal ricco sul povero, del potente sull’umile;
  • l’inefficacia delle leggi che puniscono i deboli e proteggono i potenti;
  • la connivenza di tutti coloro che consentono con la loro vigliaccheria di perpetuare un sistema di potere profondamente ingiusto.

Manzoni racconta storie ambientate nella storia e attraverso il racconto delle ingiustizie della storia, ci offre esempi straordinari di sacrificio e di solidarietà. Nelle sue opere affronta temi e problemi attuali, invitando il lettore a giudicare i fatti e i personaggi, a prendere posizione, a riconoscere e combattere l’ingiustizia.

Manzoni, educato ai valori dell’illuminismo, esprime, in ogni sua opera, l’amore per la libertà e per la verità.

  • Amore per la libertà: libertà politica, libertà religiosa, libertà di giudizio, libertà stilistica;
  • Amore per la verità inteso come fedeltà al vero della storia.

Un altro elemento che caratterizza l’opera di Manzoni è la ricerca di una lingua nuova adatta alla sensibilità e alle possibilità del popolo italiano.

Biografia

Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785 da una relazione extra-coniugale tra Giulia Beccaria e Giovanni Verri. La madre era figlia di Cesare Beccaria autore del famoso saggio Dei delitti e delle pene. Il padre naturale è Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro Verri, noti esponenti dell’Illuminismo e fondatori della rivista Il Caffè. Giulia è sposata con Pietro Manzoni e lui riconosce il figlio come legittimo, ma il loro matrimonio non è destinato a durare molto.

Nel 1791, a soli 6 anni, il piccolo Alessandro entra nel collegio dove gli viene impartita una rigida educazione cattolica. In reazione alle dure regole del collegio Alessandro sviluppa un atteggiamento democratico, ateo e giacobino.

Dal 1801 torna ad abitare col padre a Milano, la madre però non è già più lì, ma si è trasferita a Parigi. A Milano Alessandro entra in contatto con l’ambiente illuminista, dove assimila gli ideali democratici che rimarranno un punto fermo della sua personalità.

Il giovane Alessandro è un adolescente difficile; fra primi amori e prime esperienze poetiche conduce una vita dissipata, frequentando anche amicizie moralmente pericolose da cui il padre cerca di allontanarlo.

 Nel 1805 si trasferisce a Parigi, dove risiede la madre insieme con il suo nuovo compagno, Carlo Imbonati. Purtroppo quando Alessandro arriva a Parigi, Imbonati è appena deceduto. Per consolare la madre Alessandro scrive un carme In morte di Carlo Imbonati.

Manzoni rimane a Parigi fino al 1810 e entra in contatto con i circoli illuministi francesi, in opposizione al regime napoleonico. La frequentazione di questo ambiente rafforza nel giovane Manzoni gli ideali democratici e egualitari. Nello stesso periodo entra in contatto anche con le grandi correnti romantiche.

Nel 1808, durante un breve soggiorno a Milano, incontra Enrichetta Blondel, giovane calvinista figlia di un banchiere svizzero. I due si sposano con rito calvinista e dalla loro unione nasceranno ben dieci figli; purtroppo otto di loro morirono tra il 1811 e il 1873.

Nel 1810 avviene un altro episodio importante: i due sposi si convertono al cattolicesimo e la coppia decide di celebrare nuovamente il matrimonio con rito cattolico. L’adesione alla fede cattolica raffforza e approfondisce i sentimenti di libertà e giustizia che già animavano Manzoni.

Al rientro a Milano nel 1810 segue un quindicennio di intensa produzione; in questo periodo Manzoni compose molte delle sue opere maggiori. In questi anni scrive gli Inni Sacri, Il conte di Carmagnola, l’Adelchi e altre opere.

Nel 1821 scrive due odi famose Marzo 1821 e Il 5 maggio dedicate ad avvenimenti della storia contemporanea.

Nel 1821 inizia anche la stesura del suo romanzo I promessi sposi che concluderà nel 1840.

Per il Manzoni, questo è però un periodo molto triste dal punto di vista familiare. Molti lutti segnano la sua vita familiare e nel 1833 muore la moglie, ennesimo lutto che getta lo scrittore in un grave sconforto.

Passano quattro anni e nel 1837 si risposa con Teresa Borri. La tranquillità familiare, però, è ben lungi dal profilarsi all’orizzonte, tanto che nel 1848 viene arrestato il figlio Filippo.

Nel 1839 scrive una lettera al Carena “Sulla lingua italiana” e tra il ’52 e il ’56 si stabilisce in Toscana.

La sua fama di letterato, di grande studioso di poetica ed interprete della lingua italiana si andava sempre più consolidando e i riconoscimenti ufficiali non si fanno attendere, tanto che nel 1860 viene nominato Senatore del Regno.

Purtroppo, accanto a questa soddisfazione di rilievo segue sul piano privato un altro grande dolore: appena un anno dopo la nomina, perde la seconda moglie.

Nel 1862 viene incaricato di prendere parte alla Commissione per l’unificazione della lingua e sei anni dopo presenta la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla”.

Alessandro Manzoni muore a Milano il 22 maggio 1873, venerato come il letterato italiano più rappresentativo del secolo e come il padre della lingua italiana moderna. Per la sua morte Giuseppe Verdi compone la stupenda “Messa da Requiem”.

Il cinque maggio

L’obiettivo che si pone Manzoni non è tanto glorificare la figura straordinaria del generale francese, ma fare una riflessione sui limiti dell’agire umano e sul grande disegno della Provvidenza divina a cui è necessario adeguarsi. 

Il 16 luglio 1821 la “Gazzetta di Milano” pubblicò la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio nell’isola di Sant’Elena, dove l’imperatore francese era da sei anni in esilio.

La notizia della morte di Napoleone colpì profondamente Manzoni. Lui aveva seguito le imprese e gli atti di Napoleone, ma non si era mai espresso nei confronti di questo grande personaggio. Alla notizia della sua morte invece lasciò che la sua penna gli dedicasse un’opera. Così, in preda a un furore compositivo, cosa per lui assolutamente insolita, compose in pochi giorni l’ode Il cinque maggio. L’ode fu composta tra il 17 e il 20 luglio ma fu subito censurata dal governo austriaco. Poté quindi essere pubblicata solo in Francia e in Germania; venne anche tradotta in tedesco da Goethe nel 1822. In Italia fu pubblicata solo nel 1823 da un editore torinese.

La vicenda storica di Napoleone è riletta dal Manzoni come l’ennesima incarnazione della superbia umana che vuole fare a meno di Dio, che vuole sostituirsi a lui. Manzoni considera Napoleone come esempio di quella «provvida sventura» a cui più volte l’autore fa riferimento.

Nell’ode, secondo la visione manzoniana, Napoleone fu accecato dal successo mondano e dalla gloria mentre dominava fra gli oppressori. Ma una volta relegato, nell’infelicità dell’esilio, il grande uomo ha, forse, accolto la mano tesa di Dio, ha abbandonato la propria «superba altezza» e si è inchinato alla grandezza del Dio cristiano.

Forma metrica:

  • diciotto strofe composte da sei versi settenari
  • schema ABCBDE
Il 5 maggio
 
Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,25
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.30

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito35
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;40
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,45
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,50
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio55
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.60

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere65
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,70
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,75
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
 
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,80
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio85
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;90

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre95
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza100
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,105
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
PARAFRASI
Egli fu (è morto, è trapassato, non c’è più). Ecco perché ora giace immobile, dopo aver esalato l’ultimo respiro, il suo corpo è rimasto senza più ricordi, privato della sua anima: chiunque nel mondo ha saputo la notizia di questa morte è sconvolto.
 
Tutti restano muti, senza saper dire niente, pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo del suo calibro tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso.
 
 
Io, come poeta, ho visto Napoleone trionfante, sul trono (soglio) imperiale, ma ho taciuto, non ho detto né scritto nulla su di lui; neppure quando fu sconfitto, cadde, poi tornò al potere e cadde ancora, io non dissi nulla, la mia poesia continuò a tacere, a restare in disparte. Io non ho unito la mia voce a tutte quelle che adulavano Napoleone;
 
Oggi il mio ingegno poetico vuole parlare, dal momento che non lo ha mai fatto, e si innalza commosso, senza elogi servili o vili insulti, all’improvvisa morte di una figura così grande; oggi il mio ingegno offre alla tomba di quest’uomo un componimento che forse resterà eterno, sarà immortale. (ricordi la funzione eternatrice della poesia di Foscolo?)
 
Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania le azioni rapidissime di quest’uomo seguivano il suo pensiero fulmineo, egli condusse imprese dalla Sicilia fino al Don in Russia, dal Mediterraneo all’Atlantico. La sua fama è conosciuta in tutto il mondo.
 
Fu vera gloria la sua? Spetta a coloro che verranno la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente di fronte al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone un simbolo della sua potenza divina.
 
La pericolosa e trepida gioia di un grandissimo disegno, l’insofferenza di un animo indomito che serve il regno ma pensa al potere. Quando poi realizza il suo obiettivo ottiene un premio che sarebbe stato una follia ritenere possibile.
  
Tutto egli sperimentò e visse: la gloria, tanto più grande dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere regale e l’esilio. Due volte cadde, due volte fu sconfitto, e due volte fu vincitore.
  
Si diede il titolo imperiale da solo, si nominò imperatore: due epoche (secoli) tra loro opposte (il Settecento e l’Ottocento) guardarono a lui sottomesse, come se lui avesse in mano il destino. Egli impose il silenzio e si sedette tra loro come un arbitro.
 
Nonostante tanta grandezza, lui scomparve rapidamente e concluse la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola. Il fatto che sia stato mandato così lontano manifesta la paura che l’Europa aveva di lui. Lui suscitò sentimenti contrastanti: immensa invidia e rispetto profondo, di grande odio e di grande passione.
 
Proprio come sulla testa del naufrago si avvolge pesante l’onda su cui poco prima lo sventurato tendeva alto il suo sguardo, e cercava rive lontane che non avrebbe mai potuto raggiungere.
 
 Allo stesso modo su quell’anima si abbatté il peso dei ricordi (come fa l’onda sul naufrago). Ah, quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie per i posteri, ma su tutte quelle pagine cadeva la sua mano stanca e lui interrompeva così il lavoro che aveva intrapreso …
 
Quante volte alla fine di un giorno improduttivo abbassò lo sguardo vivace e fulmineo, e si pose che le braccia conserte al petto, in balia dei ricordi dei giorni ormai andati.
  
E ripensò agli accampamenti militari in continuo movimento con le tende e le trincee, e ricordò lo scintillare delle armi e gli assalti della cavalleria, e gli ordini dati imperiosamente e alla loro rapida esecuzione.
  
Ah, forse fra tanto dolore crollò il suo spirito in ricerca e lui si disperò: ma ecco che giunse in quel momento l’aiuto di Dio a quel punto, che lo condusse in un’aria più serena, con la sua mano dal cielo; 
 
E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze, verso i campi eterni, lo condusse alla beatitudine eterna, verso il premio supremo, che supera ogni desiderio umano, lo guidò dove la gloria terrena non vale nulla, e svanisce nel silenzio e nel buio.
  
Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Scrivi anche questo tuo trionfo, e rallegrati; perché nessuna personalità più grande di Napoleone si è mai chinata davanti al disonore della croce di Cristo.

Tu (Fede) allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola meschina e vile: il Dio che abbatte e rialza, che abbatte e che consola, si pose vicino a lui, per consolarlo nel momento solitario della sua morte.

Per approfondire

https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html

Domande su Il cinque maggio

Comprensione 

  • 1. Nell’ode Napoleone viene raffigurato in circostanze diverse: quali? Elenca le diverse fasi dell’esistenza di Napoleone.
  • 2. Manzoni fa riferimento a sé come poeta. In quali versi? Quale finalità assegna ora alla sua poesia?
  • 3. Nell’ode si può dedurre quale fosse il giudizio di Manzoni su Napoleone? Indica gli elementi del testo su cui si basa la tua risposta.
  • 4. La conclusione del testo contiene un intenso messaggio religioso: riassumilo.

Analisi e interpretazione

  • 5. Nella prospettiva dell’io lirico, chi o che cosa trionfa sempre? Chi è il vero vincitore della vicenda napoleonica?
  • 6. La rievocazione delle gesta di Napoleone è contrassegnata da un ritmo concitato. Individua nel testo le espressioni e le immagini che trasmettono questo dinamismo.
  • 7. Considera l’uso dei tempi verbali: qual è il tempo prevalente? Per esprimere quali contenuti il poeta utilizza il tempo presente?
  • 8. Rifletti sulla domanda posta dall’autore sulla gloria terrena: si può davvero chiamare “gloria” il potere ottenuto tra gli uomini? 

I promessi sposi

I Promessi sposi è il primo e più importante romanzo storico italiano.

Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi narrati si fondano su documenti d’archivio e cronache dell’epoca. Il romanzo di Manzoni viene considerato:

  • una pietra miliare della letteratura italiana, in quanto è il primo romanzo moderno di questa tradizione letteraria
  • un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana.

I promessi sposi, inoltre, sono considerati:

  • l’opera più rappresentativa del romanticismo italiano,
  • una delle più importanti opere della letteratura italiana per la profondità dei temi affrontati.

Temi

Il ruolo degli umili

Inoltre, per la prima volta in un romanzo di tale successo, i protagonisti sono gli umili e non i ricchi e i potenti della storia. Gli umili sono i protagonisti di una vicenda che si concluderà con un lieto fine. Agli umili sarà affidato il compito di testimoniare i veri valori cristiani.

Concezione pessimistica della storia

Da quest’opera emerge che Manzoni ha una concezione pessimistica della storia: secondo l’autore la storia è la sede del male, la vita è costellata di momenti bui, la felicità è solo transitoria ed è frutto di molto dolore.

Secondo Manzoni solo la chiesa e i valori cristiani sono le uniche istanze capaci di moderare gli egoismi individuali e porre un freno alla rapacità dei ceti dirigenti. I ceti dirigenti opprimono la popolazione umile. Ma secondo l’autore neppure “popolo”, che lui definisce “marmaglia”, potrebbe costituire un’alternativa valida al malgoverno.

Egli infatti ritiene che se l’aspirazione a una maggior equità sociale è legittima, la rivolta violenta non è mai giustificabile.

Il problema della giustizia è molto sentito dall’autore, ma è sempre affrontato in un’ottica individuale e religiosa. L’autore ritiene infatti che l’operato umano sia sempre mosso dall’egoismo e dalla tendenza alla sopraffazione. Sente che l’operare umano, per quanto possa essere illuminato, non sarà mai in grado di eliminare l’egoismo dell’uomo e di ridurre la sua tendenza alla sopraffazione.

Dal momento che il male nella storia è innegabile, la vera giustizia non potrà mai realizzarsi nel mondo. Tuttavia talvolta, quando gli uomini agiscono rettamente, l’azione della Provvidenza può rendere giustizia agli uomini. La Provvidenza agisce nella storia in maniera misteriosa e imprevedibile.

Molte delle azioni dei personaggi si rivelano inefficaci, mentre il bene arriva inaspettato; questo bene può arrivare proprio dai personaggi negativi.

Ma se il male resta inspiegabile alla mente dell’uomo, tutto quello che accade nella storia accade per volontà di Dio.

Verità e verosimiglianza

Manzoni colloca la vicenda di Renzo e Lucia in un ampio affresco secentesco. La vicenda dei due popolani è naturalmente inventata. L’autore opera quindi una ricostruzione verosimile in contesto storico delineato con estrema cura e attenzione storiografica. Come la vicenda dei protagonisti è verosimile, anche il lieto fine sarà condizionato da criteri di verosimiglianza storica.

La composizione del romanzo

La composizione del romanzo richiese a Manzoni un lavoro lungo e impegnativo.

Manzoni scrive, sul primo manoscritto la data di inizio del suo lavoro: 24 aprile del 1821. L’opera fu conclusa solo nel 1842 con la conclusione della stampa dell’edizione definitiva. Tre furono le tappe importanti di quest’opera.

  • Fra il 1821 e il 1823 venne composta la prima redazione, in quattro volumi, che fu battezzata Fermo e Lucia.
  • Manzoni opera una profonda revisione del romanzo e nel 1824 esce il primo volume della nuova edizione con il titolo Gli sposi promessi; nel 1825 uscì il secondo volume con il nuovo titolo di Promessi sposi; il terzo e ultimo volume fu stampato nel 1827.
  • A questo punto l’autore iniziò il lavoro di revisione linguistica; decise di prendere come modello la lingua parlata dai fiorentini colti. Dopo essersi trasferito a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” arrivò all’edizione definitiva, pubblicata a dispense fra il 1840 e il 1842. Questa terza e definitiva versione fu accompagnata da numerose illustrazioni e seguita dalla Storia della colonna infame.

Il genere del romanzo storico

Manzoni ebbe a disposizione solo modelli stranieri, come le opere di Voltaire, di Diderot, di Radcliff, di Defoe e, soprattutto, di Walter Scott, autore di Ivanhoe. Ivanhoe aveva narrato vicende rispettando poco la verità storica. Manzoni invece vuole essere fedele evitando di scadere nel romanzesco. Inoltre Manzoni non ama i colpi di scena emozionanti ma inverosimili.

Scott aveva scelto come ambientazione il Medioevo, mentre la scelta di Manzoni cadde sul Seicento. Ma perché il Seicento? Il XVII secolo fu un’epoca caratterizzata dal dominio dell’irrazionalità e dell’oppressione e segnata da eventi devastanti:

  • la calata dei Lanzichenecchi,
  • la peste.

In questa situazione difficile gli uomini del Seicento reagirono alle vicende con modalità opposte:

  • ci fu chi si abbandonò ai peggiori delitti,
  • e chi invece manifestò le più grandi virtù.

Secondo Manzoni era quindi il secolo giusto per dimostrare come la situazione storica possa condizionare comportamento umano, senza però determinarlo.

Ma c’è un altro motivo che portò Manzoni a scegliere di ambientare il suo romanzo proprio nel Seicento. Infatti a quell’epoca la Lombardia era dominata dalla Spagna. Il governo spagnolo aveva governato con estrema arroganza e arbitrarietà. Nella contemporaneità di Manzoni invece un altro potere straniero, quello austriaco, opprimeva la Lombardia e reprimeva con forza le legittime aspirazioni italiane all’unità e all’indipendenza nazionale. Manzoni, che a causa della censura non avrebbe potuto mettersi in aperta polemica col governo asburgico, raccontando le prepotenze e le ingiustizie del governo spagnolo, fa un riferimento indiretto al suo tempo, un riferimento che però è riconoscibile.

La questione della lingua

Manzoni era alla ricerca di una lingua comprensibile da tutti gli italiani alfabetizzati.

Lui, educato ai valori illuministi, voleva rivolgersi ad un pubblico molto più ampio di quello a cui solitamente erano destinati i testi letterari. Lui desiderava come suoi destinatari i cristiani di tutte le classi sociali. Infatti il suo romanzo ha carattere profondamente cristiano e democratico tanto che per la prima volta due giovani, umili e semianalfabeti sono scelti come protagonisti di questo straordinario affresco storico. Nonostante la loro semplicità, con l’aiuto di alcuni personaggi più istruiti e più potenti di loro, strumenti della Divina Provvidenza i due riusciranno a coronare i loro sogni.

In questa vicenda la storia romanzata dei personaggi inventati e la vera storia, con i suoi personaggi storici, si intrecciano grazie alla straordinaria penna di Manzoni.

Un testo di questo tipo doveva essere scritto in un italiano democratico e non in una lingua letteraria aristocratica e antidemocratica.

Per questo Manzoni operò una ricerca linguistica articolata in tre fasi:

  • la lingua del Fermo e Lucia era modellata su milanese, francese, toscano e latino;
  • la lingua dell’edizione 1827 era un toscano-milanese modellato sul toscano scritto;
  • la lingua dell’edizione del 1840 era quella parlata dai fiorentini colti.

Grazie alla sua scelta linguistica, I Promessi sposi divennero il primo veicolo dell’unità linguistica nazionale e costituiscono la seconda importante tappa della storia della lingua italiana, dopo la Divina Commedia dantesca.

La lettura del romanzo venne resa obbligatoria nei licei da Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione nel 1879 ed è ancora oggi una lettura cardine nei programmi scolastici.

Lo spunto narrativo
Sai che cos’è stato che mi diede l’idea di fare I Promessi Sposi?
È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione, e che faccio leggere, appunto, dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo dove si trovano, tra l’altro, quelle penali contro chi minaccia un parroco perché non faccia un matrimonio.
E pensai, questo sarebbe un buon soggetto per farne un romanzo (un matrimonio contrastato), e per finale grandioso la peste che aggiusta ogni cosa!”
Estratto da una lettera di Manzoni al figliastro Stefano Stampa

La trama

L’autore finge di aver trovato un manoscritto anonimo del XVII secolo che contiene una storia molto interessante. Decide così di riscriverla in linguaggio moderno.

La storia inizia la sera del 7 novembre 1628, quando Don Abbondio, parroco di un paesino sulle colline presso Lecco, viene minacciato da due bravi. I due malviventi sono al servizio di Don Rodrigo, che si è invaghito della giovane Lucia, una popolana che era promessa sposa di Renzo, un giovane filatore. Don Rodrigo decide di avere la ragazza e scommette con il cugino Conte Attilio, di farla sua.

Per questo i due bravi proibiscono a don Abbondio di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, sposalizio previsto per la mattina successiva.

Impaurito, il pavido curato convince lo sposo a rimandare la cerimonia, dopo aver rivelato sotto promessa di silenzio, la minaccia del signorotto locale.

I due giovani sconcertati chiedono aiuto all’avvocato Azzecca – Garbugli, ma il ricorso alla legge risulta vano in quanto l’avvocato Azzeccagarbugli è fidato uomo di don Rodrigo.

Lucia e Renzo si avvalgono anche nell’intervento di padre Cristoforo, un frate cappuccino ardito, paladino della povera gente, ma il suo aiuto si rivela inutile.

I due giovani tentano anche di forzare la mano al curato per obbligarlo a sposarli.

Purtroppo nessun tentativo ha esiti positivi.

E mentre don Rodrigo tenta di rapire Lucia, i due fidanzati sono costretti a fuggire.

Lucia finisce in un convento a Monza dal quale sarà poi rapita, mentre Renzo, dopo aver partecipato all’assalto dei forni a Milano e aver rischiato di finire sulla forca fugge nel bergamasco sotto falso nome.

L’innominato, un prepotente da tempo in preda a crisi di coscienza, dopo aver rapito Lucia per conto di don Rodrigo si pente e si rivolge al cardinal Federigo Borromeo. Da quell’incontro la vita dell’Innominato cambia: si converte e decide di vivere onestamente gli ultimi anni della sua vita.

La vicenda si svolge durante la guerra dei trent’anni che vede coinvolti molti stati europei. Nel 1630 le truppe imperiali dei lanzichenecchi scendono in Italia. La calata di questi mercenari si rivela una piaga per tutto il popolo, ma porta una piaga ancora peggiore: la peste che fa migliaia di vittime.  

Dopo esser guarito dalla peste Renzo si mette in cerca di Lucia. La trova convalescente al lazzaretto, struttura dove vengono portati i malati di peste. Renzo incontra lì anche Fra Cristoforo e don Rodrigo, in punto di morte. Solo dopo aver perdonato, non senza difficoltà e resistenze, il suo “nemico”, Renzo ritrova Lucia.

I due potranno sposarsi solo dopo che fra Cristoforo avrà sciolto il voto di castità fatto da Lucia la notte in cui era stata rapita.

I due si trasferiranno in un altro paese, avranno dei figli e vivranno serenamente. Il «sugo di tutta la storia»? Quando vengono i guai, «per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore».

Storia della colonna infame.

La ricerca storiografica sul Seicento ha portato Manzoni ad approfondire il tema della peste.

La Storia della colonna infame era nata come ampia digressione all’interno del Fermo e Lucia. Voleva raccontare il processo agli «untori» e la loro orribile fine nella Milano sconvolta dalla peste. L’argomento era troppo ampio per essere trattato all’interno del romanzo: divenne quindi un’appendice dello stesso.

Il testo fu pubblicato nell’edizione definitiva del 1840, come seguito dei Promessi sposi. Manzoni pone tale approfondimento al termine del romanzo perché ritiene fondamentale che i lettori leggano le due opere una di seguito all’altra.

Si narra la vicenda del povero Guglielmo Piazza, processato e giustiziato come «untore»: non ebbe voce in capitolo né l’umana giustizia, né il buonsenso, né la ragione, ma neppure la pietà cristiana. Questo racconto sembra rappresentare il destino a cui avrebbe potuto andare incontro lo stesso Renzo Tramaglino quando è, a sua volta, preso per un untore. Renzo riesce a sfuggire alla folla inferocita, solo saltando sul provvidenziale carro dei monatti.

Con questo testo l’autore sembra voler ribadire che un romanzo non è la storia, perché nella storia il male e la follia degli uomini spesso prevalgono. E da qui un monito che è valido proprio oggi: è compito di tutti vigilare affinché simili atrocità non debbano più accadere.

Fonti del romanzo

  • Testo dello storico Giuseppe Ripamonti del 1640 che parla dell’epidemia di peste.
  • Due saggi di Merchiorre Gioia, pubblicati nel 1807 e 1809, che parlano della carestia e del conseguente aumento dei prezzi del grano nella prima metà del XVII secolo. 
  • Raccolta di grida (bandi e decreti legislativi del regime spagnolo dell’epoca).

Riassunto capitolo per capitolo

1
Mentre Don Abbondio passeggia leggendo il breviario, incontra i due bravi di don Rodrigo che gli proibiscono di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Don Abbondio, terrorizzato, ritorna a casa e confida con Perpetua.
2
Colloquio tra Renzo e don Abbondio. Renzo si dirige a casa di Lucia avvisando che il matrimonio è rimandato.
3
Renzo si consulta con Lucia e Agnese. Agnese consiglia Renzo di andare dall’avvocato il dottor Azzeccagarbugli. Non ottiene nulla perché l’avvocato è uomo di don Rodrigo. Lucia, attraverso fra Galdino, chiede l’aiuto di padre Cristoforo.
4
Viene narrata la storia di fra Cristoforo: si chiamava Lodovico, figlio di mercante era stato educato come un nobile. Si racconta la giovinezza del ragazzo, il delitto commesso e il successivo pentimento e il suo ingresso tra i cappuccini col nome di padre Cristoforo.
5
Padre Cristoforo decide di recarsi da don Rodrigo. Viene descritto il palazzotto di don Rodrigo. Don Rodrigo a pranzo col conte Attilio e altri.
6
Padre Cristoforo parla con don Rodrigo. Il signorotto insulta padre Cristoforo. Lui reagisce con una terribile nefanda profezia (“Verrà un giorno…”).
Renzo e Lucia intanto pensano a un matrimonio clandestino. Renzo cerca i testimoni e incontra suo cugino Tonio
7
Padre Cristoforo racconta ai due giovani l’esito dell’incontro con don Rodrigo. Intanto Renzo, Agnese e Lucia stanno organizzando un matrimonio clandestino, senza dirlo al frate. Lucia prima è riluttante, poi accetta. Don Rodrigo intanto reagisce al colloquio con padre Cristoforo progettando il rapimento di Lucia. Renzo si incontra con Tonio e Gervaso, i suoi due testimoni, all’osteria.
8
La Notte degli imbrogli. Renzo Lucia e i testimoni si presentano a casa di don Abbondio. Perpetua viene distratta da Agnese. Quando don Abbondio intuisce l’inganno, chiede aiuto. Il sagrestano Ambrogio ode le urla del suo curato e suona le campane per richiamare la gente. Il matrimonio ovviamente fallisce. Renzo, Lucia e Agnese vengono avvisati del tentativo di rapimento. Fuggono. Il capitolo si conclude con il famoso Addio ai monti di Lucia.
9
Lucia e Agnese arrivano a Monza e, sotto la protezione della monaca di Monza vengono ospitate presso un convento di monache. Viene descritta la fanciullezza e adolescenza di Gertrude, monaca di Monza.
10
Gertrude viene forzata dal padre e accetta di entrare nel monastero. Ma un giorno la giovane monaca si lascia sedurre da Egidio. Ne nasce una pericolosa relazione.
11
Dopo l’insuccesso del rapimento, don Rodrigo dà disposizioni al Griso di cercare la ragazza. Intanto il conte Attilio promette a don Rodrigo di rivolgersi al conte zio. Renzo intanto giunge a Milano dove è in corso una rivolta.
12
Si narra la carestia a Milano, il tumulto di San Martino e l’assalto ai forni. Renzo si lascia coinvolgere nel tumulto.
13
Prima viene assalita la casa del vicario di provvisione, poi arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer che conduce via il vicario nella sua carrozza. Renzo assiste a tutto questo.
14
Renzo, inesperto e emotivo tiene un piccolo comizio contro i prepotenti e i tiranni. Quindi viene accompagnato, da uno sbirro in incognito, all’osteria della Luna Piena. Qui il giovane filatore esibisce uno dei pani raccolti da terra durante la mattinata e si rifiuta di fornire all’oste le proprie generalità. Viene fatto ubriacare e, dopo aver parlato troppo, si addormenta ubriaco.
15
L’oste denuncia Renzo al palazzo di giustizia e lo fa arrestare. Il giovane, con le mani legate dagli sbirri, una volta in strada, richiama l’attenzione della folla. I birri e il notaio, per sfuggire al linciaggio, lasciano fuggire Renzo tra la folla.
16
Renzo lascia in fretta Milano, si dirige verso Bergamo; all’osteria di Gorgonzola ascolta i racconti sul tumulto avvenuto a Milano e sente che parlano di lui.
17
Renzo cerca il fiume Adda, che costituisce il confine con la Serenissima. Dopo aver dormito in una capanna riesce a farsi traghettare nel territorio della Repubblica di Venezia e raggiungere il bergamasco dove finalmente incontra il cugino Bortolo.
18
Contro Renzo è stato spiccato un mandato di cattura. Intanto don Rodrigo ordisce un nuovo piano per rapire Lucia. La giovane viene a conoscenza della fuga di Renzo e del suo rifugio nel bergamasco. Agnese viene informata che fra Cristoforo è stato trasferito a Rimini. Attilio incontra il conte zio.
19
Pranzo del conte zio con il padre provinciale dei cappuccini. Padre Cristoforo riceve l’ordine di trasferimento. Storia dell’Innominato.
20
Si descrive il castello dell’Innominato. Don Rodrigo chiede all’Innominato di rapire Lucia. L’Innominato accetta ma è colto da uno strano senso di colpa. Con l’aiuto di Egidio, amante di Gertrude, e la complicità di questa, Lucia viene rapita dai bravi dell’Innominato. L’Innominato attende la carrozza con Lucia.
21
La vecchia del castello prende in consegna Lucia. Il Nibbio racconta di aver provato compassione per Lucia rapita. Questo colpisce molto l’Innominato Durante la notte, nel castello, Lucia pronuncia il voto di castità in cambio della salvezza. In quella stessa notte l’Innominato prepara il suo pentimento.
22
Al mattino l’Innominato decide di recarsi a trovare il cardinale Federigo Borromeo, che è in visita pastorale nella zona. Viene presentato il personaggio del cardinal Federico Borromeo.
23
Si incontrano il cardinal Borromeo e l’Innominato, questi si converte e promette di liberare Lucia come prima azione della sua nuova vita. Il cardinale incarica don Abbondio di recarsi con l’Innominato al castello per liberare Lucia.
24
Lucia viene liberata e accolta in casa del sarto. Il cardinale parla con Agnese e Lucia. L’Innominato annuncia ai suoi bravi la propria conversione.
25
Don Rodrigo parte per Milano. Il cardinale visita il paese di Lucia e va a colloquio con don Abbondio.
26
Prosegue il colloquio tra il cardinale e don Abbondio. Lucia viene affidata a donna Prassede. Con fatica poi Lucia rivela alla madre di aver fatto il voto. Renzo si trasferisce in un altro paese del bergamasco e assume il nome di Antonio Rivolta.
27
Inizia la guerra per la successione al Ducato di Mantova e per il possesso del Monferrato. Renzo viene informato del voto fatto da Lucia. Lucia è accolta in casa di don Ferrante e di donna Prassede; viene descritta la biblioteca di don Ferrante.
28
La carestia a Milano. La fame a Milano. I soldati tedeschi i Lanzichenecchi invadono il Ducato di Milano.
29
Don Abbondio ha paura, tutti temono la calata dei soldati tedeschi. Don Abbondio, Perpetua e Agnese cercano accoglienza presso il castello dell’Innominato, che dopo la conversione offre asilo ai fuggiaschi dei paesi invasi o minacciati.
30
Don Abbondio, Lucia e Perpetua vengono accolti dall’Innominato. La vita nel castello. Le campagne e i paesi dopo il passaggio dei tedeschi.
31
Arriva la peste a Milano. Origine e diffusione della peste. L’accusa agli untori.
32
Le autorità milanesi si rivolgono al governatore e al cardinal Borromeo mentre la peste imperversa e dilaga l’incubo delle unzioni.
33
Don Rodrigo viene colpito dalla peste ed è consegnato dal suo fedele Griso ai monatti. Renzo intanto, guarito dalla peste, decide di partire in cerca di Lucia. Al paese incontra don Abbondio, trova la sua vigna sommersa dalle erbacce. Dopo una breve sosta si rimette in cammino verso Milano.
34
Renzo entra a Milano che è devastata dalla peste. La madre di Cecilia. Renzo viene scambiato per un untore, si salva su un carro di cadaveri.
35
Renzo arriva al lazzaretto dove incontra padre Cristoforo. Questi gli suggerisce dove cercare Lucia. Renzo si trova davanti a don Rodrigo moribondo. Padre Cristoforo lo invita al perdono.
36
Renzo ritrova Lucia che però lo respinge e lo informa del suo voto. Renzo si rivolge allora a padre Cristoforo che scioglie Lucia dal voto.
37
Finalmente scende la pioggia purificatrice che lava via la peste. Renzo ritorna al paese. Trova Agnese e riparte per il Bergamasco. Anche don Ferrante muore.
38
Lucia ritorna al paese ma don Abbondio si rifiuta ancora di celebrare il matrimonio. Solo dopo aver appresa la notizia della morte di don Rodrigo, don Abbondio accetta di sposare i due giovani. Il matrimonio tra Renzo e Lucia viene celebrato e quindi i due si trasferiscono con Agnese nel bergamasco. Renzo avvia una piccola attività imprenditoriale in campo tessile. Il sugo di tutta la storia.  

Audiolibro – I promessi sposi capitolo per capitolo

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/alessandro-francesco-tommaso-manzoni/i-promessi-sposi-edizione-a-mondadori-1985-audiolibro/

Per scaricare il testo in PDF

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/manzoni/i_promessi_sposi/pdf/manzoni_i_promessi_sposi.pdf

Esercizi

Capitolo 1

Immagina di essere un giornalista che abbia scoperto il divieto imposto a don Abbondio e intervisti il curato sul suo incontro coi bravi e sul proprio sistema. Per scrivere la tua intervista devi rileggere attentamente i brani del capitolo che riguardano l’argomento, selezionare i passi che ti serviranno a scrivere le risposte di don Abbondio, quindi elaborare, in base alle risposte del curato, le domande dell’intervistatore.

Capitolo 4

Mentre Lucia e Agnese aspettano che padre Cristoforo arrivi a casa loro per chiedergli consiglio sulla situazione che si è creata con don Rodrigo, il narratore esterno e onnisciente rallenta il ritmo della narrazione e racconta la storia di padre Cristoforo. In questo modo il lettore può comprendere
il carattere e l’animo puro del frate.

IDEA CHIAVE Un sincero pentimento aiuta a ottenere il perdono
per le proprie azioni malvagie.
PUNTI CHIAVE DELLA STORIA
Prima di diventare frate, padre Cristoforo si chiamava Lodovico.
Lodovico non era nobile, ma proveniva da una famiglia ricca.
Odiava i nobili che non lo accettavano e opprimevano gli altri
con i loro soprusi.
Un giorno, durante una lite, uccide un nobile.
Nello scontro muore anche un servitore di Lodovico
di nome Cristoforo.
Lodovico fugge in un convento per sfuggire alla giustizia, poi però
decide di diventare frate.
Lascia tutti i suoi averi alla famiglia di Cristoforo, ne assume il nome e
chiede umilmente perdono alla famiglia del nobile.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html
  • Roncroni, Cappellini, Dendi, Sada, Tribulato, Le porte della letteratura, Signorelli Scuola, Mondadori
  • Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Pearson
  • https://www.liberliber.it/online/
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI – edizione verde © Zanichelli 2012
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori