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Novelle per un anno

Canta l’epistola

Tommasino Unzio è uscito dal seminario perché aveva perso la vocazione. Tommasino Unzio si è tolto la maschera, quella del suddiacono. Ma senza la maschera chi rimani? sì perchè con la vocazione ha perso anche l’eredità che uno zio prete gli aveva lasciato. Infatti il denaro era vincolato al suo rimanere in seminario. Così Tommasino ritorna a casa e, tra la derisione dei compaesani e la rabbia del padre, cerca faticosamente la sua via d’uscita!

    – Avevate preso gli Ordini?
    – Tutti no. Fino al Suddiaconato.
    – Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
    – Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.
    – Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
    – Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.
    – E vi allora cantavate l’Epistola?
    – Io? proprio io? Il suddiacono.
    – Canta l’Epistola?
    – Canta l’Epistola.
Che c’era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro:
    – Canta l’Epistola?
    E l’altro a rispondere:
    – Canta l’Epistola.

 E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.
La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa.
Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.
Tommasino Unzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio sacerdote.
Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii.
Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione. Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale.
    Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa.
 Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi “a fare il porco” come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese.
Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon’aria e dei cibi sani.
    Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola.
Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre.
Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita.
***

Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita.
Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole.
Sa forse d’essere la nuvola?
Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo.
E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case.
Lì, in quel borgo montano, altre case.
Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili.
Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini.
Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino!
Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia.
Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuoi fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino!
– Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato?
 ***
D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì tutti:
Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! – in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto.
Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di botto nell’incredulità.
-Tommasino?
– Sfidato a duello?
– Stupida, alla signorina Fanelli?
– Confermato?
– Senza spiegazioni?
– E ha accettato la sfida?
-Eh, perdio, schiaffeggiato!
-E si batterà?
-Domani, alla pistola.
-Col tenente De Venera alla pistola?
– Alla pistola.

E dunque il motivo doveva esser gravissimo.
Pareva a tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta.
E forse le aveva gridato in faccia “Stupida!” perché ella, invece di lui, amava il tenente De Venera.
Era chiaro!
E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera.
Ma non lo poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione.
Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta, che tutti dicevano.
Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto!
Ma quale?
Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia a una signorina.
Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione.  
Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte?
Quanto più labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta.
Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile del mistero dell’esistenza.
Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più!
***
Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per giorno la breve storia d’un filo d’erba appunto: d’un filo d’erba tra due grigi macigni tigrati di mosco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess’ora, passava dietro la chiesetta e spesso s’indugiava un po’ a strappare tra i macigni qualche ciuffo d’erba.
Finora, così il vento come le capre avevano rispettato quel filo d’erba.
E la gioia di Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile.
Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l’anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte.
E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d’erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.
Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un’ora con quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po’, prima di riprendere il cammino.
Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch’ella, riposatasi, gli lasciasse il posto.
E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima, e irresistibilmente le aveva gridato:
– Stupida! – quand’ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca.
Ora, poteva egli confessare d’avere ingiuriato così quella signorina per un filo d’erba?
E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
Tommasino era stanco dell’inutile vita, stanco dell’ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi.
Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime.
Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore.
Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tiro a segno.
E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all’alba, proprio là, nel recinto del Tiro a segno.
***
Una palla in petto.
La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s’aggravò.
La palla aveva forato il polmone.
Una gran febbre; il delirio.
Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.
La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c’era più nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio.
E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore.
Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
– Ma perché, figliuolo mio? perché?
Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch’era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:
– Padre, per un filo d’erba.
E tutti credettero ch’egli fino all’ultimo seguitasse a delirare.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato è una novella tratta dalla raccolta Novelle per un anno di Luigi Pirandello. Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso. Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, lo fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico. Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere. Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

Questa è una delle novelle in cui Pirandello ci indica che esiste una via d’uscita, anche nelle situazioni più drammatiche.


Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso.
Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, lo fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico.
Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere.
Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

BUON ASCOLTO!!!

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Farneticava.
Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
– Frenesia, frenesia.
– Encefalite.
– Infiammazione della membrana.
– Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
– Morrà? Impazzirà?
– Mah!
– Morire, pare di no…
– Ma che dice? che dice?
– Sempre la stessa cosa. Farnetica…
– Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capoufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.

Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente!
S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capoufficio.
Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova, e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato.
Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.
Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio.
E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capoufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
– E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
– Che significa? – aveva allora esclamato il capoufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo.
– Ohé, Belluca!
– Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra.
– Il treno, signor Cavaliere.
– Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
– Ma che diavolo dici?
– Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
– Il treno?
– Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capoufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno.
Ne imitava il fischio.
Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato.
E, subito dopo, soggiungeva:
– Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria.
Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore.
Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
– Belluca, signori, non è impazzito.
State sicuri che non è impazzito.
Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima.
Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora.
Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”.
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara.
Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima».
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva.
Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche?
Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare.
E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno.
Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto.
Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
– Magari! – diceva – Magari!
Signori, Belluca s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito.
E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava…
Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra.
Sì, sapeva la vita che vi si viveva!
La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più!
Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria…
Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito.
L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari…
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo.
C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita “impossibile”, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente.
Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…
E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi!
Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma.
A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.
Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
– Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

Commento alla novella -Il treno ha fischiato

Il relativismo di Pirandello

Il racconto mostra i diversi punti di vista nella vicenda del contabile Belluca. Questa molteplicità di punti di vista esprime una problematica esistenziale:

  • da un lato come si è,
  • dall’altro come si appare.

Questo è un concetto che Pirandello affronta spesso: la realtà non è unica, né univoca, ma è sempre interpretabile in vari modi.
Per i suoi colleghi e per i medici Belluca è pazzo: infatti nell’ambiente di lavoro non si riesce a comprendere che i suoi gesti inattesi e la ribellione al capo.

Per Belluca è infatti indispensabile, ad un tratto liberarsi dalla
maschera impostagli dalla società. Tolta la maschera del “lavoratore da soma” i colleghi gli attribuiscono una nuova «forma», una nuova maschera,
quella del pazzo o del malato “Farneticava… frenesia… encefalite”. Indipendentemente da quale sia la maschera attribuitagli, la società lo esclude e lo isola.
Ma una voce fuori campo, fuori dal contesto di lavoro e fuori dalla famiglia, quella del vicino di casa racconta la realtà del povero Belluca.
Questi infatti conosce la sua situazione familiare e perciò ipotizza che l’improvvisa pazzia possa essere facilmente spiegata. Una volta
ricostruita la vicenda si può capire che la pazzia di Belluca è come
la coda di un mostro, ossia il risultato finale, cioè la coda, della sua esistenza alienata (paragonata ad un mostro.
La spiegazione di quanto è successo è fornita direttamente dal protagonista:

  • l’improvviso fischio notturno del treno ha messo in moto il suo viaggio liberatorio;
  • l’immensità dello spazio aperto, simbolo della «vita», irrompe nell’angustiosa «forma» d della sua vita fatta dello spazio chiuso della casa e dell’ufficio;
  • la fuga nella fantasia è occasione di riscatto dalle umiliazioni quotidiane, cui ora può ribellarsi ritrovando l’autenticità del proprio essere.

Ma Belluca non scappa davvero, vuole tornare al suo lavoro. Solo che ora, ora che il treno ha fischiato… egli sarà un uomo nuovo proprio perché, ogni tanto, potrà evadere dallo squallore della vita attraverso l’immaginazione.

Ha trovato la sua personale via d’uscita.

Vita e forma

Il racconto sviluppa il tema del contrasto:

  • tra realtà e apparenza,
  • tra come veramente siamo e quello che gli altri vedono di noi,
  • tra quello che siamo e quello che gli altri vogliono vedere in noi,
  • tra quello che vogliamo noi e quello che si aspettano gli altri.

Questo conflitto tra «vita» e «forma» si esprime, nelle novelle di Pirandello, attraverso situazioni paradossali come quella di Belluca. Gli altri vedono il protagonista in una dimensione “cristallizzata”, una forma, ma dietro questa forma fatta di abitudini e di lavoro, si nasconde un enorme disagio, una terribile sofferenza. Esplode quindi, all’improvviso in Belluca il desiderio di uscire da questa situazione, di ricercare la propria autenticità. Di qui nasce il dramma dell’incomunicabilità.

Belluca appare agli altri come un pazzo, ma lui non è pazzo e non si sente tale. Il fischio del treno arriva all’improvviso e gli rivela l’assurdità di quella sua esistenza non vissuta.

La voce narrante e il punto di vista

Come molte novelle di Pirandello, il lettore rimane sorpreso e stupito, interrogativo.

La novella si apre in medias res, cioè nel cuore della storia, con un racconto in terza persona. Gli elementi per la comprensione di quanto accaduto sono forniti, poi, in flashback.

A metà racconto la parola passa al narratore interno, il vicino di casa, che chiarisce al lettore i veri motivi del comportamento di Belluca.

In quel momento due visioni si contrappongono: quella dei colleghi, che lo vedono solo dal loro punti di vista, e quella del vicino che conosce la situazione di Belluca. La versione del vicino viene poi confermata e spiegata dal protagonista stesso.

Domande sul testo

1. Spiega per quale ragione l’episodio apparentemente banale
che dà il titolo alla novella, il fischio del treno, svolge un ruolo scatenante nella presunta follia di Belluca. Rispondi con opportuni riferimenti al testo.
2. Alcuni termini esprimono la condizione disumana di Belluca agli occhi dei colleghi: individuali e spiega che cosa significa la metafora del “vecchio somaro”.
3. A quale situazione vuole sottrarsi Belluca attraverso la fantasia?
4. Che tipo di vita conduce quando sente fi schiare il treno?
5. Dopo che il treno ha fischiato, come si manifesta il cambiamento di Belluca? Quali comportamenti assume?
6. Per quale ragione possiamo affermare che il protagonista della novella è un personaggio tragicomico?
7. Rileggi le riflessioni del narratore sulla possibile spiegazione
del gesto di Belluca e sulla sua apparente “mostruosità”; spiega la metafora della coda del mostro.
8. Descrivi il narratore ponendo attenzione ai seguenti aspetti:
• la sua identità;
• la sua interpretazione del gesto di Belluca, confrontata anche con quella dei colleghi e del capo-ufficio.
9. Quale significato assume la ribellione di Belluca in rapporto al tema del contrasto fra vita e forma?
10. Come riesce Pirandello a mostrarci la sua idea che la realtà è relativa?
11. Belluca ha trovato la sua personale via d’uscita. Quante volte, anche noi abbiamo bisogno di evasione, senza per questo voler rivoluzionare la nostra vita?
12. Quale nostra personale via d’uscita ci permette poi di indossare le nostre maschere quotidiane in serenità?

Altri commenti da consultare

https://library.weschool.com/lezione/luigi-pirandello-novella-il-treno-ha-fischiato-sintesi-trama-6272.html

L’eresia catara

Bernardino Lamis, docente di storia delle religioni alla Sapienza di Roma, si propone di controbattere con una memorabile lezione un collega tedesco che aveva contestato una sua pubblicazione sull’eresia dei catari.

Lamis, gravemente miope e afflitto da vari problemi familiari non è disposto a lasciar correre! Il professore sa che il suo corso è seguito solo da due studenti, ma è convinto che data l’importanza della lezione, i suoi due fedeli ascoltatori avrebbero convinto studenti a presenziare

In una giornata uggiosa, buia e tempestosa il professore, finalmente, tiene la sua Lectio, ma …

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:
– Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell’eresia catara.
Uno de’ due studenti, il Ciotta –  bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido –  digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L’altro, il pallido Vannícoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall’aria spirante, appuntí invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare che era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien’aveva detto privatamente. (Perché il Vannícoli credeva che il professor Lamis quand’egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d’intenderlo.)
E difatti il Vannícoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l’Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que’ due volumi, in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n’era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s’era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch’essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l’indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano.
Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttoché –  secondo il suo modo di vedere –  non gli fosse parso ben fatto, s’era difeso da sé, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il von Grobler era caduto, tutte le parti che costui s’era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d’un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall’Università, di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso casa. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura, prima, e ora, purtroppo, anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamente nell’indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d’oltralpe o d’oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall’estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannícoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un’aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell’aria astratta, perché solito –  prima di imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava –  d’entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano. I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
– Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannícoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso; perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un’altra in bocca, di sicuro, la quale gli aveva impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
– Ebbene, e se mai, che c’è di male? Debolezze! – gli aveva detto, seccato, il Vannícoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, il quale se ne andava pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant’altre cose potevano essere perdonate a quell’uomo che, per la scienza, s’era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti –  su le gote e sotto il mento –  a collana.
Né il Ciotta né il Vannícoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d’un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d’inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studii. Quando, senz’alcun preavviso, s’era veduto innanzi quell’esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d’innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra.
Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d’un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. Un mese dopo, non c’era piú un filo d’erba in quel giardinetto.
Il professor Lamis era diventato l’ombra di se stesso: s’aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant’altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:
– Belli grossi, neh, Gennarie’, belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi sui muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n’era andato ad abitare –  solo –  in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d’un bidello dell’Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d’accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s’era portato nemmeno il letto, dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone. Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com’era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell’inferno, si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l’Eresia Catara a guastargli le feste.
 
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all’ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all’Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per potere vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell’aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro. L’aula era buja, e il Ciotta e il Vannícoli all’ultimo ordine, uno di qua, l’altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspío delle loro penne frettolose.
Là, in quell’aula, poiché nessuno s’era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l’origine, la ragione, l’essenza, l’importanza storica e le conseguenze dell’eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com’era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l’estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell’argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un’ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.
Prima d’accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l’altra, in men d’un’ora, s’era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz’altro a scrivere, con l’intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d’incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d’una arguzia cosí spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti cosí calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrí.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d’insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all’amor proprio offeso, entrando quell’anno a parlare quasi senza opportunità dell’eresia catara. Piú d’una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell’annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un cosí intenso sforzo intellettuale, che non avvertí nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all’ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d’ombrello, e si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua “formidabile” lezione.
Giunse all’Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po’ la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salí al loggiato.
L’aula – buja anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedere in essa, cosí di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sé. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, cosí rigido sempre, cosí contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall’Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva cosí da circa tre quarti d’ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannícoli che lo pregava di scusarlo presso l’amato professore perché “essendogli la sera avanti smucciato un piede nell’uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s’era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione”.
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po’ abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche nell’aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentí gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere cosí infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò davanti all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dell’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito sulla bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell’eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l’uscio fosse riaperto, pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell’ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
–  . ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler .

La carriola

Un avvocato e professore di diritto, uomo saggio e rispettato, racconta, con fare molto misterioso, una mania che ha da qualche giorno e che lo tormenta segretamente.
Un giorno, mentre sta viaggiando in treno di ritorno da un viaggio di lavoro, pone il suo sguardo fuori dal finestrino.
Ma non vede nulla perché un pensiero gli si è affacciato alla mente …


Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.

Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza;
d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato.
Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
***


Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.

Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza;
d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti;
con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce;
e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato;
anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.

                                                        ***
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai!
Chi lo aveva fatto così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro?
Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai?
E che m’importava di tutte le brighe in cui quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?
Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli?
Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi?
Miei, no!
Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie…
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
                                                        ***
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla.
E morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: –
 Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? –
E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.

Liberarmi?
Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti?
Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti?
Dev’essere questa, per forza.
Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi.
Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco.
Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.

Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.
Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»
Così pensava certamente la povera bestia.
La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla.
Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone;


e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo;
gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia;
corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto;
piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto.
Non faccio altro.
Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.

Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore.
Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.
Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi.
Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita.

La giara

La giara è una novella che Pirandello scrisse nel 1906 e da cui trasse un atto unico per il teatro nel 1916. La novella fu pubblicata nella raccolta Novelle per un anno nel 1917.

Don Lollò, ricco proprietario terriero, tirchio attaccabrighe acquista una giara enorme. Ma la giara misteriosamente viene trovata rotta. Viene allora chiamato un artigiano, zi Dima per aggiustarla, ma … i due non sono d’accordo sulle modalità.



Piena anche per gli olivi, quell’annata. Piante massaje, cariche l’anno avanti, avevano raffermato [confermato la loro solita produzione abbondante] tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire.
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro [una bella qualità] nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l’olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace [grande] a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa.
  Neanche a dirlo,
aveva litigato anche col fornaciajo di là 
[padrone del forno in cui si cuoceva la terracotta]
per questa giara.

E con chi non attaccava [briga] Don Lollò Zirafa?
Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca [filo] di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti [la denuncia].
Così, a furia di carta bollata e di onorari agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s’era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché si scapasse [scervellasse] a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.

Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano:
«Sellate la mula!»
Ora, invece:
«Consultate il calepino [codice]!»
E Don Lollò rispondeva:
«Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d’un cane!»

Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].


Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].
Una giara così non s’era mai veduta.
Allogata in quell’antro intanfato [che puzzava] di mosto e di quell’odore acre e crudo che cova nei luoghi senz’aria e senza luce, faceva pena.

Da due giorni era cominciata l’abbacchiatura [battitura dei rami di ulivo] delle olive, e Don Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata [semina delle fave] della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a chi badar prima.
E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un’oliva, che fosse un’oliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una su gli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri.
Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato [con la camicia aperta sul torace], affocato [arrossato] in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo.

Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono [esterrefatti alla] vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.

«Guardate! guardate!»
«Chi sarà stato?»
«Oh mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova, peccato!»
Il primo, più spaurito di tutti, propose di riaccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.
Ma il secondo:
«Siete pazzi? Con Don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel’abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!»

Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:
«Don Lollò! Ah, Don Lollòooo!»
Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco.
Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte.
Già nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quell’uomo sempre infuriato.
«Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!»
Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire.

Si scagliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al muro, gridando:
«Sangue della Madonna, me la pagherete!»
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro sé stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
«La giara nuova! Quattr’onze di giara! Non incignata [usata] ancora!»
Voleva sapere chi gliel’avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? ma come? Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!

Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche [artigiano che ripara le brocche e gli altri oggetti di terracotta] l’avrebbe rimessa su, nuova.
C’era giusto Zi’ Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva [poteva romperla], quando aveva fatto presa.
Ecco, se Don Lollò voleva, domani, alla punta dell’alba, Zi’ Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr’otto, [avrebbe aggiustato] la giara, meglio di prima.
Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch’era tutto inutile; che non c’era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all’alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi’ Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.

Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico d’olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l’uncino.
Mutria [malinconia], o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza [sfiducia] che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito d’inventore non ancora patentato.
Voleva che parlassero i fatti, Zi’ Dima Licasi.
Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto.
«Fatemi vedere codesto mastice», gli disse per prima cosa Don Lollò, dopo averlo squadrato a lungo, con diffidenza.
Zi’ Dima negò col capo, pieno di dignità.
«[quando la giara sarà]All’opera si vede».
«Ma verrà bene?»

Zi’ Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra l’attenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo d’occhiali col sellino e le stanghe rotti e legati con lo spago, lui sospirò e gli altri risero.
Zi’ Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la giara tratta su l’aja [nel cortile della fattoria].
Disse:
«Verrà bene».
«Col mastice solo però», disse per patto lo Zirafa, «non mi fido. Ci voglio anche i punti».
«Me ne vado», rispose senz’altro Zi’ Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle.
Don Lollò lo acchiappò per un braccio.

«Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po’ che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d’asino, ci devo metter olio, io, là dentro, e l’olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io».
Zi’ Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo.
Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d’arte e di dare una prova della virtù del suo mastice.
«Se la giara» disse «non suona di nuovo come una campana…»
«Non sento niente», lo interruppe Don Lollò.
«I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?»
«Se col mastice solo…»
«Càzzica, che testa!» esclamò lo Zirafa.
«Come parlo? V’ho detto che ci voglio i punti. C’intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi».

E se n’andò a badare ai suoi uomini.
Zi’ Dima si mise all’opera gonfio d’ira e di dispetto.
E l’ira e il dispetto gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura.
Accompagnava il frullo della saettella [il rumore del trapano] con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e accesi di stizza.
Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant’erano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
«Coraggio, Zi’ Dima!» gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi’ Dima alzò la mano a un gesto rabbioso.

Aprì la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt’in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti [prima], e si cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino d’applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc’anzi.
Prima di cominciare a dare i punti:
«Tira!» disse dall’interno della giara al contadino.
«Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, sì o no, come una campana, anche con me qua dentro? Va’, va’ a dirlo al tuo padrone!»
«Chi è sopra comanda, Zi’ Dima», sospirò il contadino, «e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti».

E Zi’ Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l’uno di qua e l’altro di là dalla saldatura; e con le tenaglie ne attorceva i due capi.
Ci volle un’ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, dentro la giara.
Lavorando, si lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo.
«Ora ajutami a uscirne», disse alla fine Zi’ Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo.
Zi’ Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso.
Ora, prova e riprova, non trovava più modo a uscirne.
E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa.
 Imprigionato, imprigionato nella giara da lui stesso sanata, e che ora «non c’era via di mezzo» per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre.

Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò.
Zi’ Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.
«Fatemi uscire!» urlava. «Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto!»
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
«Ma come? Là dentro? s’è cucito là dentro?»
S’accostò alla giara e gridò al vecchio:
«Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido [stolto], ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio… così! e la testa… su… no, piano! Che! giù… aspettate! così no! giù, giù… Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma!» si mise a raccomandare tutt’intorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui.

«Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo… La mula!»
Picchiò con le nocche delle dita su la giara.
Sonava davvero come una campana.
«Bella! Rimessa a nuovo… Aspettate!» disse al prigioniero.
«Va’ a sellarmi la mula!» ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguitò a dire tra sé:
«Ma vedete un po’ che mi capita! Questa non è giara! quest’è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì! E accorse a regger la giara, in cui Zi’ Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.
«Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell’interesse vostro… Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?»

«Non voglio nulla!» gridò Zi’ Dima.
«Voglio uscire!»
«Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.»
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara.
Poi domandò, premuroso: «Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l’abbia dato».
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di galoppo per la città.
Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé al manicomio, tanto e in così strano modo gesticolava.
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell’avvocato; ma gli toccò d’attendere un bel po’, prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso.
Delle risa si stizzì:
«Che c’è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia!»
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com’era stato, per farci su altre risate.
Dentro, eh? S’era, cucito dentro? E lui, Don Lollò, che pretendeva? Te… tene… tenerlo là dentro… ah ah ah… ohi ohi ohi… tenerlo là dentro per non perderci la giara?»
«Ce la devo perdere?» domandò lo Zirafa con le pugna serrate.
«Il danno e lo scorno [umiliazione]?»
 

«Ma sapete come si chiama questo?» gli disse in fine l’avvocato.
«Si chiama sequestro di persona!»
«Sequestro? E chi l’ha sequestrato?» esclamò lo Zirafa.
«S’è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io?»
L’avvocato allora gli spiegò che erano due casi.
Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
«Ah!» rifiatò lo Zirafa.
«Pagandomi la giara!»
«Piano!» osservò l’avvocato.
«Non come se fosse nuova, badiamo!»

«E perché?»
«Ma perché era rotta, oh bella!»
«Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!»
L’avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
«Anzi», gli consigliò, «fatela stimare avanti da lui stesso».
«Bacio le mani» disse Don Lollò, andando via di corsa.

Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata.
Partecipava alla festa anche il cane di guardia saltando e abbaiando.
Zi’ Dima s’era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
«Ah! Ci stai bene?»
«Benone. Al fresco» rispose quello.
«Meglio che a casa mia».
«Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr’onze, nuova.
Quanto credi che possa costare adesso?»

«Con me qua dentro?» domandò Zi’ Dima.
I villani risero.
«Silenzio!» gridò lo Zirafa.
«Delle due l’una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla, tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala a tu».
Zi’ Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
«Rispondo. Se lei me l’avesse fatta conciare col mastice solo, com’io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così sconciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no».

«Un terzo?» domandò lo Zirafa.
«Un’onza e trentatré?»
«Meno sì, più no».
«Ebbene», disse Don Lollò.
«Passi la tua parola, e dammi un’onza e trentatré».
«Che?» fece Zi’ Dima, come se non avesse inteso.
«Rompo la giara per farti uscire», rispose Don Lollò, «e tu, dice l’avvocato, me la paghi per quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré».

«Io pagare?» sghignazzò Zi’ Dima.
«Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi».
E tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l’accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto [male]. Quest’altro caso, che Zi’ Dima ora non volesse più uscire dalla giara, né lui né l’avvocato l’avevano previsto. E come si risolveva adesso?
Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula!», ma pensò ch’era già sera.
«Ah, sì» disse. «Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni i tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l’uso della giara».
Zi’ Dima cacciò prima fuori un’altra boccata di fumo, poi rispose, placido:
«Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare… neanche per ischerzo, vossignoria!»

Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
«Vede che mastice?» gli disse Zi’ Dima.
«Pezzo da galera!» ruggì allora lo Zirafa.
«Chi l’ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!»
E se n’andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara.
Con esse, per cominciare, Zi’ Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all’aperto, su l’aja.
Uno andò a far le spese in una taverna lì presso.
A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse giorno.

A una cert’ora Don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno.
S’affacciò a un balcone della cascina e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara.
Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa.
Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima.

Se vuoi vedere la versione cinematografica, questa è tratta dal film Kaos dei fratelli Taviani. Buona visione.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Kaos-La-giara-2cfd67cb-0a9b-4471-823f-67a808e18ea5.html

Analisi del testo – La giara

La giara è un mitico oggetto di terracotta destinato a contenere una grande quantità di olio e a simboleggiare così l’abbondanza dell’annata. Attorno ad essa ruotano due mondi:

  • quello ridente e festante dei contadini, pur consapevoli del loro ruolo di persone sottomesse ai padroni,
  • quello dei due co-protagonisti, in perenne contrasto tra loro.

Si potrebbe dire che attraverso questi due personaggi Pirandello condensa il tema delle tante verità, dei tanti punti di vista attraverso i quali si svolgono gli eventi della vita.

Entrambi i personaggi, pur nella loro differente personalità, sono portavoce di un profondo disagio esistenziale:

  • Don Lollò lo esprime attraverso la perenne ricerca della giustizia, attraverso le parole del suo avvocato o attraverso il calepino che gli è stato donato.
  • Zi’ Dima, invece, è insoddisfatto della percezione che gli altri hanno di lui: mentre egli sa di aver inventato un mastice prodigioso, gli altri sembrano svalutare questo prodotto, non credendo alle sue proprietà.

Il riso che suscita il carattere petulante di Don Lollò di fronte all’assurda situazione di Zi’ Dima chiuso nella giara è solo un aspetto superficiale ed esteriore, che si collega al tema dell’umorismo di Pirandello.

La vicenda fa riflettere sul tema degli uomini perennemente alla ricerca di una logica degli eventi, che invece sfugge a qualsiasi analisi.

Alcuni critici hanno voluto identificare nella situazione di Zi’ Dima, prigioniero all’interno della giara, la condizione dell’uomo nella società, prigioniero di regole e leggi che lo soffocano. Altri ancora, nella costanza con cui egli sa attendere lo sviluppo degli eventi, provocando la stizza del suo antagonista, hanno voluto vedere la suprema libertà della vita, che supera qualsiasi regola astratta. La differenza delle interpretazioni ci riporta al ltema del relativismo pirandelliano.

Tecniche narrative – La giara

La novella ha uno sviluppo lineare; dopo un’introduzione che introduce alcuni elementi di contesto, come l’abbondanza dell’annata e alcune caratteristiche salienti della personalità di Don Lollò, il racconto si sviluppa dal tramonto di una giornata di lavoro fino alla notte del giorno successivo.

Molto spazio è dedicato alla rappresentazione dell’ambiente contadino siciliano nel momento dell’abbacchiatura delle olive, in autunno.

Ma molti particolari servono per mostrare le caratteristiche di uno dei due personaggi principali, Don Lollò Zirafa, iracondo e litigioso, sempre pronto a ricorrere al codice civile o all’avvocato per risolvere ogni problema.

A lui si contrappone il carattere chiuso, taciturno e cupo del conciabrocche, anch’egli per certi versi maniaco, torturato dalla scarsa fiducia che gli altri ripongono nel suo mastice.

Nella novella compare anche un personaggio corale, collettivo, quello dei contadini, che in questa novella sono rappresentati nella gioia dei momenti di festa, allietati da un bellissimo paesaggio. “A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse raggiornato“.

L’intreccio è vivace e svelto, giocato sulla sfida che si svolge tra Don Lollò e Zi’ Dima, una gara di intelligenza basata su un dialogo veloce e serrato, con un ritmo rapidissimo.

La lingua è ricca di aggettivi, molto varia, a tratti complessa, con aperture al registro giuridico e addirittura alla battuta scurrile.

Esercizi di scrittura – La giara

Rispondi a queste domande.

  1. Comprensione
  • Chi è Don Lollò e per quale ragione compera una giara nuova?
  • Che cosa succede alla giara nuova? Chi ne è il responsabile?
  • Come si comporta Don Lollò quando si rende conto che la sua giara è rotta?
  • Quale decisione viene presa?
  • Qual è la posizione di Don Lollò relativamente alla procedura da seguire per riparare la giara?
  • E qual è invece la posizione di Zi’ Dima?
  • Chi dei due contendenti vince questa prima battaglia?
  • Da chi si fa aiutare Zi’ Dima per mettere i punti alla giara?
  • Come procede?
  • Che cosa succede dopo?
  • Che cosa pensa di fare Don Lollò per risolvere il problema?
  • Come reagisce l’avvocato al racconto di Don Lollò e che cosa consiglia?
  • Che cosa succede invece?
  • Come si conclude la novella?

2. I personaggi di Don Lollò e Zi’ Dima sono diversi e perennemente in conflitto. Prova a descrivere le diverse caratteristiche di don Lollò e zì Dima ponendo l’attenzione ai caratteri fisici, agli atteggiamenti, al carattere, alla cultura e ai sentimenti e agli ideali che li muovono.

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3. Ricostruisci schematicamente le diverse fasi dello scontro tra i due personaggi, citando per ogni fase una frase significativa tratta dal testo.

4. Nella novella viene data particolare importanza all’ambiente. Se dovessi scrivere qualcosa su questo tema, da quali passi del testo prenderesti spunto?

5. Come potresti definire la voce narrante della novella? Come giustifichi la tua scelta?

6. Rivedi la scena finale del racconto, quando Don Lollò, svegliato dal trambusto, vede sotto la luna i contadini ubriachi che ballano attorno alla giara. A chi vengono paragonati i contadini? Per quale ragione, a tuo parere?

7. Confronta l’ambiente contadino descritto nella novella con la rappresentazione che ne viene fornita da Verga nella novella La roba.

8. Quale dei due protagonisti ti piace di più? Per quale motivo?

9. Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La patente

Quando Chiàrchiaro, onesto padre di famiglia, viene additato come jettatore, perde il lavoro.  la sua situazione è drammatica, la superstizione popolare sta mettendo in difficoltà la sua famiglia.  Lui cerca una soluzione, cerca una via d’uscita, in modo … creativo.

A volte capita che nella vita qualcuno ci appiccichi addosso un’etichetta. Non sempre questo ci è gradito. In questa novella Pirandello ci mostra, con la sua sapiente penna, la via d’uscita alla spiacevolissima situazione in cui il protagonista Chiàrchiaro si era trovato, a causa della superstizione popolare.


Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D’Andrea soleva ripetere:
«Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea.
E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina.
Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani.
Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui.
Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D’Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.
Il giudice D’Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre;
e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute.
L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione.
Costipazione d’anima, s’intende.
E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell’ufficio d’Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo d’amministrare la giustizia gli toccava; ma d’amministrarla così, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d’aiutarsi meditando la notte.
Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell’odiosa sua qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D’Andrea.
E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un’irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano.
Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove giaceva l’incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo.
C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.
Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e, sissignori, la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima.
A passeggio cercava di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio.
 Qualcuno, più francamente, prorompeva:
– Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D’Andrea. Se n’era fatta proprio una fissazione, di quel processo.
Gira gira, ricascava per forza a parlarne.
Per avere un qualche lume dai colleghi – diceva – per discutere così in astratto il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione?
Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente?
Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?
E il D’Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l’esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione.
Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno;
ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Se n’accorse bene quella volta il giudice D’Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr’egli era intento a scrivere.
Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all’aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
– Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da jettatore, ch’era una meraviglia a vedere.
S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
Allo scatto del giudice non si scompose.
Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
– Lei dunque non ci crede?
– Ma fatemi il piacere! – ripeté il giudice D’Andrea.
– Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
E gli s’accostò e fece per posargli una mano su la spalla.
Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:
– Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com’è vero Dio, diventa cieco!
Il D’Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
– Quando sarete comodo… Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia, sedete.
Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d’India a mo’ d’un matterello, si mise a tentennare il capo.
– Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
Il D’Andrea sedette anche lui e disse:
– Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?
– Nossignore, – negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi.
– Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
– Questo sarà un po’ difficile, – sorrise mestamente il D’Andrea. – Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
– Via? porto? Che porto e che via? – domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.
– Né questa d’adesso, – rispose il D’Andrea, – né quella là del processo. Già l’una e l’altra scusate, son tra loro così.
E il giudice D’Andrea infrontò gli indici delle mani per significare che le due vie gli parevano opposte.
Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito. 

– Non è vero niente, signor giudice! – disse, agitando quel dito.
– Come no? – esclamò il D’Andrea.
– Là accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra jettatura.
– Sissignore.
– E non vi pare che ci sia contraddizione?
Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
– Mi pare piuttosto, signor giudice, – poi disse, – che lei non capisca niente.
Il D’Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
– Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
– Sissignore. Eccomi qua, – disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola.
– Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell’avvocato Manin Baracca?
– Sì. Questo lo so.
– Ebbene, all’avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d’un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di jettatore!
– Voi? Dal Baracca?
– Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
– Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l’assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D’Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d’India e rimase un pezzo impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
– Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro.
– Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea?
– La laurea, sì.
– Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
– E poi?
– E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato.
Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi.
Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione dello jettatore!
Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo!
Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
– Io?
– Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza!
Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono!
E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via!
Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute!
Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
Il giudice D’Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce.
Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
Questi lo lasciò fare.
– Mi vuol bene davvero? – gli domandò – E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.
– La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:
– La patente.

Esercizi di scrittura – La patente

  • Delinea una descrizione del giudice D’Andrea.
  • Che cosa toglie il sonno al giudice D’Andrea?
  • Come lavora il giudice?
  • Per quale motivo il D’Andrea non riesce ad evadere la pratica Chiarchiaro?
  • Cosa pensa il giudice del Chiàrchiaro.
  • Delinea una descrizione di Rosario Chiarchiaro.
  • Che impressione ha fatto a te Chiarchiaro?
  • Cosa ti ha colpito di questa novella?
  • Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La signora Frola e il signor Ponza, suo genero

A Valdana si trasferiscono tre nuovi personaggi che improvvisamente catturano l’attenzione dell’intero paese. Il signor Ponza, sua moglie e la signora Frola, sua suocera, non vivono insieme, ma occupano due case diverse. Non solo, l’anziana signora non può accedere a casa del signor Ponza e per vedere sua figlia deve accontentarsi di lasciarle dei bigliettini in un paniere calato dalla ringhiera. Il narratore tenta di far chiarezza sul fatto, vissuto con inquietudine a Valdana, ricostruendo con attenzione le tre successive dichiarazioni rilasciate alle signore del paese da parte della signora Frola e del signor Ponza.

Ma insomma, ve lo figurate? C’è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero.
Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici! Pazza lei o pazzo lui; non c’è via di mezzo: uno dei due dev’esser pazzo per forza. Perché si tratta niente meno che di questo. 
Ma no, è meglio esporre prima con ordine.
Sono, vi giuro, seriamente costernato dell’angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m’importa della signora Frola e del signor Ponza, suo genero. Perché, se è vero che una grave sciagura è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna d’impazzirne e l’altro l’ha aiutato, seguita ad aiutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere così, sotto quest’incubo, un’intera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà. Un’angoscia, un perpetuo sgomento.
Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realtà. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma e viceversa.
Vi par poco?
Nei panni del signor prefetto, io darei senz’altro, per la salute dell’anima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero. Ma procediamo con ordine.
Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casolare nuovo all’uscita del paese, quello che chiamano “il Favo”. Lì. All’ultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là, all’aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perché, benché nuova, s’è tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatoio diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno.
Nello stesso tempo, però, con meraviglia di tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino ammobiliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola. E difatti questa arrivò cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasciò lì, sola. Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in un’altra città; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni.
Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così. E certo chi scapitò per questo nell’opinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po’ di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti considerarono l’amore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.
Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza s’impresse nell’animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi crudele, anche l’aspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un’intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza.
Vecchina gracile, pallida, è invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria malinconica, ma d’una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l’affabilità con tutti.
Ora di questa affabilità, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per essa nell’animo di tutti è cresciuta l’avversione per il signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno l’indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena d’indulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perché s’è venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la vista della figliuola.
Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero. E s’affretta a decantarne tutte le virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per lei; premuroso, disinteressato.  Ah, non crudele, no, per carità! C’è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche l’amore, che questa deve avere (e l’ammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. Sì, può parere crudeltà, questa, ma non lo è; è un’altra cosa, un’altra cosa ch’ella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco.  ma no, forse una specie di malattia.  come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo d’amore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare.
Gelosia? Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità esclusiva d’amore.
Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso d’amore, a volervisi introdurre per forza, quand’ella sa che la figliuola è felice, così adorata. 
Questo a una madre può bastare!
Del resto, non è mica vero ch’ella non la veda, la sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola s’affaccia di lassù.
– Come stai Tildina?
– Benissimo, mamma. Tu?
– Come Dio vuole, figliuola mia. Giù, giù il panierino!
E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo.
Dura ormai da quattr’anni questa vita, e ci s’è abituata la signora Frola. Rassegnata, sì. E quasi non ne soffre più.
Com’è facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, quest’abitudine ch’ella dice d’aver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo.
Con vera indignazione perciò, e anche dirò con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo l’annunzio di un’altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti d’udienza, per una “doverosa dichiarazione”, se non reca loro incomodo.
Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua.
Le signore, nel vederlo così agitato, com’è facile immaginare, s’affrettano a rispondergli che la signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessun’ombra di colpa per quella proibizione stessa. Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più; gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri; le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso, viene alla sua “dichiarazione doverosa”.
La quale è questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza. Pazza da quattro anni, sì. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola.
Quale figliuola?
È morta, è morta da quattro anni la figliuola: e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere.
Per puro dovere di carità verso un’infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia.
Ma carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza non può permettere che si creda di lui, in città, questa cosa crudele e inverosimile: ch’egli cioè, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola.
Dichiarato questo, il signor Ponza s’inchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po’, che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero.
E la signora Frola, con la maggior semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s’è astenuta dal dirlo, ma sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto – ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualità – il signor Ponza, poveretto, su quest’unico punto non.  non ragiona più, ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell’andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola.
No, non lo fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di vedere la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una seconda moglie.
Caso pietosissimo!
Perché veramente col suo troppo amore quest’uomo rischiò in prima di distruggere, d’uccidere la giovane mogliettina delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute.
Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia d’amore s’era anche gravemente alterato il cervello, ne impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non ci fu più verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la mogliettina gli fu ripresentata. La credette un’altra; tanto che si dovette con l’aiuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente l’equilibrio delle facoltà mentali.
Ora la signora Frola crede d’aver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in sé e ch’egli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno, perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente.
Ma sì. Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che è una seconda moglie quella che ha con sé? Non dovrebbe sentire l’obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua suocera, è vero?
Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è lui; ma per provare anche a sé stessa che il suo sospetto è fondato.
– E intanto, – conclude con un sospiro che su le labbra le s’atteggia in un dolce mestissimo sorriso, – intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma un’altra, e anch’io sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva.
Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con sé è una seconda moglie.
Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza.  Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi è il pazzo? Dov’è la realtà? dove il fantasma? Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.
Ma non c’è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice d’esser seconda moglie; come non c’è da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma d’esserne la figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattr’occhi la verità. Non è possibile. Il signor Ponza – sia o no lui il pazzo – è realmente gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno.
La tiene lassù, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa all’improvviso. Può essere una scusa. Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa. Dice che lo fa per risparmio, obbligato com’è a pagar l’affitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d’una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle più umili, privandosi dell’aiuto di una serva. Sembra a tutti un po’ troppo. Ma è anche vero che questo stato di cose, se non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui.
Intanto, il signor Prefetto di Valdana s’è contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma certo l’aspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col panierino la figliuola, e anche tant’altri privati documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno.
Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt’e due, l’uno per l’altra, un meraviglioso spirito di sacrificio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell’altro la considerazione più squisitamente pietosa.
Ragionano tutt’e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l’uno dei due era pazzo, se non l’avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.
La signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta all’uscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino ammobiliato; e ogni qual volta per caso l’uno s’imbatte nell’altra per via, subito con la massima cordialità si mettono insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.

Pensaci Giacomino!

C’è una realtà che sembra quello che non è …

La novella racconta le vicende dell’anziano professore di liceo, Agostino Toti, che ha ricevuto un’eredità da un lontano parente. L’uomo decide di sposare la giovane Maddalena, figlia del bidello della scuola. La donna ha una relazione con Giacomino Delisi, ex allievo del professore …

Da tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant’anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso sproporzionato su due gambettine da uccello.
Sì, sì: il professor Toti lo sa bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l’è presa povera e l’ha innalzata: figliuola del bidello del liceo, è diventata moglie d’un professore ordinario di scienze naturali, tra pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di quasi duecentomila lire, da parte d’un fratello spatriato da tanto tempo in Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d’aver diritto alla pace e al riso. Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine e bella.
Se l’eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto pretendere da Maddalenina un po’ di pazienza, che aspettasse cioè la morte di lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d’aver sposato un vecchio.
Ma son venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio, quando già … quando già il professor Toti filosoficamente aveva riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la sola pensioncina ch’egli le avrebbe un giorno lasciata.
Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti crede d’aver più che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l’aggiunta di quell’eredità vistosa.
Tanto più, poi, in quanto egli – uomo saggio veramente e dabbene – non si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare … sì, lui, il suo buon Giacomino, già tra i più valenti alunni suoi al liceo, giovane timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sì, ma sì – ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino Toti.
Giacomino Delisi era sfaccendato, e l’ozio lo addolorava e lo avviliva; ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove ha collocato le duecentomila lire dell’eredità.
C’è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato.
Ogni giorno, non gli par l’ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i capriccetti del suo piccolo tiranno.
Veramente, dopo l’eredità, egli avrebbe potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per consacrare tutto il suo tempo al bambino.
Ma no! Sarebbe stato un peccato!
Dacché c’è, egli vuol portare fino all’ultimo quella sua croce, che gli è stata sempre tanto gravosa!
Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la vita!
Sposando con quest’unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.
E più che mai paternamente s’è messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe più d’esser chiamato nonno, che papà.
Questa bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso.
Ma come si fa?
Bisogna pure che si prenda con un bacio quell’appellativo dalla boccuccia di Ninì, quel «papà» che fa ridere tutti i maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell’innocente, la sua felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon giovinotto, al piccino, e anche a sé – sicuro! – anche a sé – la felicità di vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa così, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate sciocche! Perché non capiscono.
 Perché non si mettono al suo posto.
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza saper penetrare nel suo sentimento!
Ebbene, che glie n’importa?
Egli è felice.
Se non che, da tre giorni …
Che sarà accaduto?
La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
– Eh, gioventù! … gioventù! … – sospira il professor Toti, scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra.
– Qualche nuvola … qualche temporaletto …
E con Ninì s’aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po’ irritato, perché … via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino.
I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé .
Ma per un povero vecchio è grave perdita un giorno!
E sono ormai tre, che la moglie lo lascia così per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia più con quelle ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga più quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Ninì è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a lui.
Il professore se lo conduce da una stanza all’altra, e quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano, tant’è piccolino anche lui; lo porta innanzi al pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa galoppare un po’ Ninì su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.
Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
– Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Ninì di là: vuole star sola e al bujo.
– Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo … Eh, la lite dev’essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d’abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema!
Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Ninì dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
– Perché? – domanda ella.
– Lo porto a spassino, – risponde lui. – Oggi è festa … Qua s’annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe. Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli:
– Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
– No, a spassino, a spassino …
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.
Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre.
Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece – religiosissima com’è – lo tiene in conto d’un diavolo, né più ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po’, col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato.
La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola. Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
– Ma come … scusi … viene a cercarlo pure in casa adesso? … E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s’aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
– Per … perché? … che è? … non posso … non … posso venire a …
– Non c’è! – s’affretta a rispondere quella, asciutta e dura. – Giacomino non c’è.
– Va bene, – dice, chinando il capo, il professor Toti. – Ma lei, signorina … mi scusi … Lei mi tratta in un modo che … non so! Io non credo d’aver fatto né a suo fratello, né a lei …
– Ecco, professore, – lo interrompe, un po’ rabbonita, la signorina Agata. – Noi, creda pure, le siamo … le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere …
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
– Sono vecchio, signorina, – dice, – e comprendo … tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire … chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi … Non le pare?
– Certo, sì … – riconosce, almeno così in astratto, la signorina Agata.
– E dunque, – riprende il professor Toti, – mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
– Ma se non c’è!
– Vede? No, Non mi deve dire che non c’è. Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare. Chiariremo tutto con calma … glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina. Con calma, glielo dica. Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Ninì tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
– No, qua Ninì … buono! – dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di così grave in casa sua, senza ch’egli se ne sia accorto per nulla.
Maddalenina è così buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un così aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata!
Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
– «Giamì! Giamì!».
– Giacomino! – esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
– Che ha da dirmi, professore? – s’affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
– Io sto male … Ero a letto … Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d’alcuno …
– Ma il bambino?!
– Ecco, – dice Giacomino; e si china a baciare Ninì.
– Ti senti male? – riprende il professor Toti, un po’ racconsolato da quel bacio. – Lo supponevo. E son venuto per questo. Il capo, eh? Siedi, siedi … Discorriamo. Qua, Ninì … Senti che «Giamì» ha la bua? Sì, caro, la bua … qua, povero «Giami» … Sta’ bonino; ora andiamo via. Volevo domandarti – soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, – se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
– No, perché? – fa Giacomino, turbandosi ancor più.
– Perché jeri gli ho parlato di te, – risponde con un risolino misterioso il professor Toti. Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio. E sai che una mia parolina …
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie nel palmo delle mani.
– Professore, io la ringrazio, – dice, – ma mi faccia il favore, la carità, di non incomodarsi più per me, ecco!
– Ah sì? – risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca. – Bravo! Non abbiamo più bisogno di nessuno, eh?
Ma se io volessi farlo per mio piacere? Caro mio, ma se non debbo più curarmi di te, di chi vuoi che mi curi io?
Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi – badiamo, che non siano egoisti! – ai vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch’essi prendono man mano nella società.
Io poi per te … via, tu lo sai … ti considero come un figliuolo … Che cos’è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
Ninì lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
– «Giamì, bua» .
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
– Non mi s’accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta facendo soffrire una pena d’inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo voglio, non lo voglio . Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
– Ma perché?
– Glielo dico subito! – risponde Giacomino. – Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
– Tu? fi . fidanzato?
– Sissignore, – dice Giacomino. – E dunque, basta . basta per sempre! Capirà che non posso più … vederla qui …
– Mi cacci via? – domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
– No! – s’affretta a rispondergli Giacomino, dolente. – Ma è bene che lei … che lei se ne vada, professore .
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola. Le gambe gli si sono come stroncate sotto. Si prende la testa tra le mani e geme:
– Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
– Qua, professore … da un pezzo … – dice Giacomino. – con una povera orfana, come me … amica di mia sorella .
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
– E … e … e si lascia tutto … così … e … e non si pensa più a … a nulla … non si … non si tien più conto di nulla .
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l’ingratitudine, e si ribella, fosco:
– Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
– Io, schiavo? – prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
– Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa?
Ah, questa, questa sì che è vera ingratitudine!
E che forse t’ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio?
Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni … felice?
Io ho settant’anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua …
Che vai cercando?
Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l’hai scelta tu, sarà magari un’onesta giovine, perché tu sei buono …; ma pensa che … pensa che … non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi … Non ti dico soltanto per l’agiatezza assicurata … Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di più, ancora per poco … io che non conto per nulla … Che fastidio vi do io?
Io sono come il padre … Io posso anche, se volete … per la vostra pace …
Ma dimmi com’è stato? che è accaduto? come ti s’è voltata la testa, così tutt’a un tratto? Dimmelo! dimmelo …
E il professor Toti s’accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
– Professore! – grida. – Ma come non capisce, come non s’accorge che tutta codesta sua bontà …
– Ebbene?
– Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son più possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
– Ah, per la gente? – esclama il professore. – E tu …
– Mi lasci stare! – ripete Giacomino, al colmo dell’orgasmo, scotendo in aria le braccia.
– Guardi! Ci sono tant’altri giovani che han bisogno d’ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell’anima da queste parole, che sono un’offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
– Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire … perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore … dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, così, da uno all’altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar così?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
– Io? – dice. – Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare così? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato. Ninì anche lui, allora, si mette a piangere. Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
– Ah, povero Ninì mio . ah che sciagura, Ninì mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Ninì mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida … Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
– Piango, – dice, – perché mio è il rimorso; io t’ho protetto, io t’ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io . io le ho tolto ogni scrupolo d’amarti … e ora che ella ti amava sicura … madre di questo piccino … tu …
S’interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
– Bada, Giacomino! – dice.
– Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere così, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
– Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
– Di ridicolo? – grida il professore. – E che vuoi che me n’importi, quando vedo la rovina d’una povera donna, la rovina tua, la rovina d’una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Ninì, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
– Professore, lei non lo farà!
– Io lo farò! – gli grida con viso fermo il professor Toti. – E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
– Pensaci, Giacomino! Pensaci!

Fonti

  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Paravia.
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
  • www.libraryweschool.com

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Decadentismo Letteratura italiana Novecento Ottocento Poesia

Giovanni Pascoli

Poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della letteratura italiana di fine Ottocento, è considerato, assieme a Gabriele D’Annunzio il maggior poeta del Decadentismo italiano.

Perché Pascoli è famoso?

  1. Perché è considerato il maggiore rappresentante italiano della poesia simbolista italiana.
  2. Perché ha saputo cogliere il mistero della vita.
  3. Perché era dotato di una sensibilità sottile e particolare che gli permetteva di sentire le voci della natura e di leggere la natura come un libro segreto, libro in cui sono riposte le grandi verità dell’esistenza umana.
  4. Perché, come un visionario, ha saputo guardare al di là della concretezza delle cose per afferrarne l’essenza.
  5. Perché sapeva guardare il mondo con gli occhi stupiti e incantati di un bambino e così raggiungere le verità eterne e universali.

Biografia [1855-1912]

Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì), quarto di dieci figli.

Il padre amministrava una tenuta agricola di proprietà dei principi di Torlonia e Giovanni crebbe in campagna, in una famiglia patriarcale e agiata.

Villa Torlonia San Mauro di Romagna

A otto anni entrò nel collegio dei padri scolopi a Urbino, dove frequentava la prima liceo quando, nel 1867, il padre venne assassinato in circostanze misteriose. Il delitto rimase impunito anche se in famiglia si sospettava che l’assassino fosse il fattore che aveva poi sostituito il padre.

Questo evento sconvolse il sereno nido familiare. Ma i lutti non si fermarono qui: la madre e un fratello morirono l’anno seguente. I fratelli Pascoli si trasferirono quindi a Rimini.

Giovanni riuscì a terminare il liceo e a iscriversi alla facoltà di lettere a Bologna.

Giovanni Pascoli da giovane

Partecipò alla vita culturale bolognese e venne a contatto con i circoli socialisti, sposando la causa della giustizia sociale. Ma la partecipazione a una manifestazione di protesta lo privò della borsa di studio che aveva ottenuto e per questo Pascoli dovette abbandonare gli studi.

Mantenne il suo impegno politico e partecipò alle iniziative di Andrea Costa un anarchico. La sua militanza gli costò anche l’arresto.

L’esperienza in carcere lo segnò profondamente tanto che, una volta scarcerato, abbandonò la politica attiva. Mantenne però i suoi ideali socialisti e umanitari che trasferì nel suo lavoro e nei suoi scritti, riprese gli studi e nel 1882 si laureò.

L’insegnamento del latino e del greco divenne la sua professione, dapprima a Matera, quindi a Massa e infine a Livorno.

Nel 1892 vinse per la prima volta il prestigioso premio internazionale di composizione poetica in lingua latina. Passò quindi ad insegnare all’università a Bologna, a Messina, quindi a Pisa.

Nel 1905 fu infine chiamato dall’università di Bologna a succedere a Giosue Carducci che era stato suo docente di letteratura italiana.

Giovanni aveva sofferto terribilmente la frantumazione del suo nido familiare, qual nido che lo aveva protetto per i primi anni della sua vita. Questo trauma gli lasciò il desiderio, quasi un’ossessione, di ricostituire il nucleo familiare. Non pensò di fondare un nuovo nido, una famiglia tutta sua, ma investì le sue energie a “ricostruire il nido perduto”.

Fu così che Giovanni andò a vivere con le sorelle Ida e Maria rinunciando a sposarsi. Ma quando Ida decise di farsi una propria famiglia Pascoli visse quel matrimonio come un vero tradimento, come l’ennesima lacerazione di quel suo nido tanto agognato.

Nel 1895 a Castelvecchio di Barga (Lucca) prese in affitto una casa che in seguito acquistò, quello divenne il suo nido definitivo assieme alla sorella Maria.

Casa museo di Giovanni Pascoli a Castelvecchio di Barga, Lucca

In questi anni travagliati nacquero le raccolte poetiche più celebri: Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi conviviali.

Assunto il ruolo di poeta ufficiale impegnato a celebrare la patria, pubblicò le raccolte Odi e inni, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, Canzoni di Re Enzio.

Nel 1911 tenne un discorso pubblico (La grande proletaria s’è mossa) celebrando la guerra coloniale di Libia.

Morì di cancro nel 1912, dopo avere vinto per la tredicesima volta il premio dell’Accademia olandese.

I suoi temi ricorrenti: la morte e il nido

Pascoli fu un uomo che coltivò molti interessi e fu poeta versatile. I testi poetici che lo hanno reso famoso hanno un’impronta decisamente unitaria.

La serie di lutti vissuti da Giovanni, a partire dalla morte del padre, ha segnato indelebilmente la vita di Pascoli e ha dato origine alla sua vocazione poetica.

Il tema del lutto, della morte è presente in ogni sua lirica e caratterizza tutta la sua opera.

L’assassinio del padre funge da spartiacque della sua vita: c’è un prima e un poi. Prima la vita agiata e spensierata, poi la morte, la dissoluzione della famiglia, la disperazione.

Questa situazione genera in lui un meccanismo che lo ha porta a voler rivivere, ricostruire quello che nel suo immaginario è il paradiso perduto dell’infanzia, della felicità passata.

I due elementi della morte e del nido diventano quindi i due temi ricorrenti che possiamo individuare, a volte in modo evidente, altre in modo più nascosto, in ognuna delle sue liriche.

Il “nido” rappresenta il luogo dove l’uomo può trovare riparo sicuro dal male che serpeggia nel mondo. Solo il “nido”, con i suoi affetti, fornisce la protezione a chi gli si affida.

La regressione

Nelle opere di Pascoli possiamo individuare un atteggiamento che possiamo definire di “regressione”

1. una regressione anagrafica: la fanciullezza, stagione dell’innocenza, della fantasia e della spontaneità, come alternativa al mondo adulto dominato dal calcolo, dall’egoismo, dall’insensibilità;

2. una regressione sociale verso il mondo arcaico e armonico della campagna, regolato dalle eterne leggi di natura, come alternativa all’universo alienante della modernità tecnologica e cittadina;

3. una regressione storico-culturale verso un mondo classico  come alternativa alla cultura borghese contemporanea.

Le opere

La poetica del fanciullino [1897-1903]

Pascoli fu autore sincronico: portava cioè avanti più opere contemporaneamente. Per questo la sua produzione può essere ricondotta a una medesima poetica, che egli stesso ha illustrato nella prosa del Fanciullino.  Il testo uscì in anteprima parziale nel 1897 e fu pubblicata in forma integrale solo nel 1903. 

La riflessione di Pascoli ruota tutta attorno alla figura cardine del «fanciullino», la parte infantile dell’uomo che impara a conoscere la realtà attraverso intuizione e spontaneità. Il fanciullino riassume la nostra essenza in un tratto della nostra esistenza. L’io fanciullo vive nell’io adulto, anche se nell’io adulto la voce del fanciullino viene messa a tacere.

Tuttavia il fanciullino rimane parte integrante della nostra personalità: è quella parte che ci consente di stupirci e di sognare. Anche se ognuno di noi ha un fanciullo nel suo intimo, solo il poeta è in grado di ascoltarlo e di dargli voce. Come Omero, il poeta cieco che si fa guidare per mano proprio da un fanciullo, così il poeta si fa guidare dal fanciullino interiore che lo guida sulle strade della poesia. Il fanciullino corrisponde dunque all’anima poetica dell’uomo.

Pascoli dunque considera poeta chi accetta di scrivere ciò che il fanciullino gli «detta dentro».

La visione poetica del mondo

Il fanciullino per Pascoli rappresenta la sfera irrazionale, dominata da fantasie ed emozioni. Per questo la sua visione poetica del mondo è molto diversa da quella elaborata dalla ragione o dalla scienza.

Secondo Pascoli il poeta è un «veggente», è colui che vede oltre, al di là di quello che vedono gli altri. Il suo sguardo non considera l’utilità pratica, ma ci mostra le verità nascoste spesso nelle cose più umili.

La conoscenza poetica è quindi una conoscenza metafisica che avviene per la via dell’intuizione, che è la forma più elevata di conoscenza. Il poeta infatti possiede una facoltà di visione, quasi divina, grazie alla quale può vedere la rete di somiglianze e relazioni fra le cose [come le Corrispondenze di Baudelaire].

Tali relazioni sfuggono all’approccio analitico della ragione e della scienza. Questo elemento colloca Pascoli all’interno del Simbolismo: conoscere è riconoscere, è “illuminazione”.

Il fanciullino osserva le cose che incontra, le guarda con la meraviglia di chi riesce a vedere per la prima volta. Non si inventa nulla di nuovo, ma si scopre la realtà.

Per conoscere il fanciullino sfoglia il libro aperto della natura, di cui bisogna saper decifrare l’alfabeto: nel libro della natura sono scritte tutte le verità.

Il linguaggio: onomatopea e fonosimbolismo

La natura, per Pascoli, non è solo una foresta di simboli, è anche un’orchestra di suoni. La natura ci parla, ma solo il fanciullino è in grado di comprenderne la lingua. Tradotte in parole, le voci della natura diventano onomatopee.

A Pascoli però non interessa rappresentare realisticamente la natura. A lui interessa decifrare il messaggio di cui la natura è portatrice. Lui vuole rendere comprensibili le verità che è affermata in modo oscuro.

Infatti, oltre all’onomatopea Pascoli utilizza molte figure di suono come allitterazioni e assonanze. Si può dire che grazie ad un uso sapiente di metro e rima il poeta costruisce un linguaggio fonosimbolico.

Il fanciullino come nuovo Adamo

Pascoli definisce il fanciullino come «l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Dare un nome alle cose significa dare un nome alle verità nascoste in esse. Per Pascoli l’atto poetico del nominare è un atto di conoscenza, in quanto dare un nome significa riconoscere un senso.

Le verità scoperte dalla poesia simbolista riguardano cioè l’essere in sé: le verità esistono indipendentemente dall’uomo e il fanciullino le scopre.

Come non si può modificare l’essenza, la natura, delle cose, allo stesso modo non si possono chiamare le cose che con il proprio nome.

Perciò quando Pascoli deve designare un oggetto, sceglie di usare il nome proprio e non un nome generico. Per questo Pascoli usa nelle sue poesie numerosi termini tecnici anche derivati dal dialetto o dal lessico contadino.

Questa scelta lessicale non nasce da uno scrupolo scientifico di classificazione, ma da un rispetto quasi religioso della verità della cosa stessa, di cui il nome proprio è garante.

Al poeta, nuovo Adamo, spetta dunque il compito di utilizzare, per la prima volta in poesia, termini, anche tecnici, spesso poco diffusi anche nella lingua comune.

L’analogia

Lo sguardo del fanciullino non si ferma però mai alla singola cosa: ogni oggetto è parte di un tutto. Lo sguardo del fanciullino riesce a cogliere somiglianze e relazioni ingegnose.

Come fare ad esprimere tali relazioni?

Pascoli utilizza l’analogia, la figura retorica che mette in relazione gli aspetti comuni fra le cose, in particolare nella forma della sineddoche. Infatti nella poesia simbolista l’analogia non collega due elementi di pari grado, ma collega sempre una parte con il tutto. Per questo motivo dunque le grandi verità non devono essere cercate nelle grandi cose, ma in quelle piccole. Anzi, per Pascoli, il genio del poeta si riconosce proprio nella sproporzione fra la piccolezza dell’oggetto e la verità che egli sa cogliere e poi mostrare. Pascoli riesce a nobilitare la materia più umile dandole un respiro metafisico. Questa concezione poetica ha anche un risvolto esistenziale: per Pascoli la ricetta della felicità sta nel saper gioire del poco; questa è la miglior medicina contro il dolore e l’invidia: a chi sa accontentarsi non manca nulla. A livello sociale questo si traduce in un socialismo “addomesticato” che rinuncia alla lotta di classe per sognare una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e contenti di ciò che hanno.

Poesia pura e poesia applicata

Per Pascoli la poesia ha una suprema utilità morale e sociale, ma solo in quanto nasce da una naturale inclinazione al bello e al buono.

Il poeta non è un non oratore o predicatore. Lui non deve insegnare nulla con la sua poesia, non deve atteggiarsi a maestro o a filosofo, altrimenti la poesia diventa vuota retorica.

Il poeta è poeta puro. Può insegnare in quanto ci aiuta a riscoprire le verità sepolte nelle piccole cose, ma non deve farlo con l’intenzione di insegnare.

Testo – La poetica del Fanciullino

Capitolo 1

Pascoli pubblica sulla rivista Marzocco nel 1897 un piccolo trattato anomalo, scritto con stile allusivo fatto di immagini e ragionamenti. In questo testo il discorso procede senza ordine per ampie digressioni. Nel primo capitolo fissa l’immagine del fanciullino che è dentro ognuno di noi.

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi [ … ], ma lagrime ancora e tripudi suoi.
Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo.
Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.
Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell’età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell’angolo d’anima d’onde esso risuona.
E anche, egli, l’invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi.
Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d’un passato ancor troppo recente.
Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.  

In questo capitolo Pascoli usa parole che fanno riferimento al mondo infantile come brividi, lagrime, tripudi, … temono sperano godono piangono… Ci parla di emozioni che si esprimono con immediatezza e innocenza. Troviamo la stessa immediatezza nella poesia per Pascoli che è intuitiva e immediata, proprio come la conoscenza del mondo che hanno i bambini. Il tinnulo squillo è quello del bambino, mentre il tintinnio segreto si riferisce alla voce del fanciullino che sente l’uomo.

In questo testo di Pascoli, sviluppato come un testo argomentativo senza uno sviluppo organico, il poeta non spiega il suo pensiero ma procede per affermazioni affidate alle immagini e alle suggestioni delle parole.

Domande

  1. In questo brano le differenze tra l’adulto e il fanciullino sono espresse attraverso l’antitesi noi – egli. Fai due elenchi distinti con le caratteristiche che Pascoli attribuisce a noi e a egli.
  2. Sintetizza la tesi esposta in questa pagina.

Capitolo 3

Nel terzo capitolo Pascoli enuncia le facoltà del fanciullino-poeta. Il poeta è come un Adamo, il primo uomo che ha dato il nome alle cose. Nel compiere questo atti di denominazione egli ne svela l’essenza.  Qui Pascoli mostra come il linguaggio poetico sappia accostare realtà distanti tra loro: mette in evidenza significati che possono essere colti soltanto dalla poesia.

«Ma è veramente in tutti il fanciullo musico?
Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine.
Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell’anima sua giungerebbe all’anima dei suoi vicini.
Egli non sarebbe unito all’umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine.
Perché gli uomini non si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.
Ma io non amo credere a tanta infelicità.
In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa.
Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché con le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia.
Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili.

Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei.
Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.
Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.
Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena.
Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella, accarezza e consola la bambina che è nella donna.
Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora.
Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.  
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.»      

Secondo Pascoli, in ogni uomo si cela un «fanciullino», ovvero ogni uomo ha la capacità di guardare con stupore a quanto lo circonda; ma gli uomini comuni, diventando adulti, tendono a perdere questa particolare sensibilità dell’infanzia.

Il poeta invece mantiene la sensibilità del bambino. Nel passaggio tra l’infanzia e la maturità, il linguaggio tende a una crescente rigidità del linguaggio: il linguaggio col tempo si fa sempre più logico e chiaro.

Pascoli vuol sottolineare come sia necessario retrocedere verso un linguaggio infantile per cogliere la realtà della vita nella sua pienezza.

Lui ritiene che si debba utilizzare il linguaggio del bambino, il linguaggio preconscio, nel quale il suono assume maggiore forza e significato.

  • Il «poeta fanciullo» vede tutto con meraviglia, come se lo vedesse per la prima volta;
  • si sottrae alla logica ordinaria grazie all’attività fantastica,
  • parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle»,
  • piange e ride «senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione»,
  • scopre legami inconsueti tra le cose,
  • rovescia le proporzioni e rimpicciolisce «per poter vedere» o ingigantisce «per poter ammirare».

La poesia quindi diventa come un ricordo del momento magico dell’età infantile e pertanto non inventa nulla. Si limita solo a scoprire, nelle cose quotidiane, gli echi dell’interiorità e delle inquietudini della coscienza.

Inoltre Pascoli parla anche del valore morale della poesia: la poesia non si pone finalità formative e didascaliche: ha solo l’obiettivo di fondersi con la natura.

Ma il fanciullino, la voce del poeta, dice solo cose belle perché ciò che è malvagio, sostiene Pascoli, non può essere bello. Il fanciullino mette quindi l’uomo in contatto con la sua anima e con l’anima delle cose.

Myricae [1891-1911]

Myricae è una raccolta di componimenti poetici. La prima edizione è edita nel 1891 con 22 testi, l’ultima è del 1911; è articolata in 15 sezioni intercalate da testi isolati e comprende 156 testi.

Myricae è termine latino, per indicare le tamerici, umili arbusti comuni in area mediterranea, impiegati dai contadini per far ramazze o accendere il fuoco.

Tamerici

Per Pascoli le tamerici simboleggiano il mondo umile delle piccole cose legate alla terra. Inoltre rappresentano un legame con il luogo natale perché particolarmente abbondanti proprio nei paraggi di San Mauro di Romagna.

I temi: morte e nido

Nella prefazione Pascoli suggerisce la chiave di lettura del libro, dominato dal tema funebre della rievocazione dei lutti di famiglia: la morte, nel giro di dieci anni, del padre, della madre e di tre fratelli.

Ma la dimensione privata diventa la sua visione del mondo, in cui al bene assicurato da madre natura si mescola il male provocato dalla malvagità dell’uomo.

Il nido è il grande archetipo attorno al quale ruota il mondo poetico pascoliano.

Esso è il luogo degli affetti e il rifugio contro la cattiveria degli uomini; ogni distacco dal nido è un trauma, così come ogni ritorno è una regressione alla beatitudine della prima infanzia.   

Il nido è anche simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia: pertanto è legato al polo positivo della campagna, con la celebrazione della piccola proprietà terriera e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla città dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male.

La tensione drammatica che anima la raccolta è data dal fatto che anche nel nido la violenza si abbatte comunque.

Il tema della morte si innesta quindi nell’idillio e lo spezza.

Il nido appare alla fine come il campo in cui il bene, la natura e la vita danno battaglia contro il male, la storia e la morte.

Testi da Myricae

Orfano

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola piano piano.
Un bimbo piange, il piccolo dito in bocca;
Canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: intorno al tuo lettino
C’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo si addormenta
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

La poesia “Orfano” affronta i due temi principali della poesia pascoliana: il tema della perdita e quello del ”nido”.

Il titolo è parte integrante e indispensabile del testo.

Il testo presenta un quadretto domestico in cui un’anziana donna addormenta un bimbo, cantando una ninna nanna e dondolando la culla mentre fuori nevica. Il titolo ci introduce il tema della morte: possiamo pensare che la ”vecchia” sia in realtà la nonna, che cerca di proteggere il bambino. Entrambi i protagonisti di questo quadretto probabilmente sono stati toccati dal lutto: la vecchia ha perso la figlia, il bimbo la mamma.

Ma di fronte al dolore della perdita, il calore del nido, in cui si coltivano gli affetti, ha il potere di tenere fuori il freddo della neve che fiocca lenta lenta lenta.

Temporale

 Un bubbolìo lontano

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli.

Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno legato all’interiorità del poeta e dell’uomo: è sì un temporale, ma dell’anima.

In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Percezioni sensoriali

Campi uditivi – bubbolìo

  • Campi visivi – rosseggia .. Affocato .. Nero di pece

Figure retoriche

  • Allitterazione della “o”: vv. 1-4: “Un bubboo lontano…/ Rosseggia l’orizzonte,/ come affocato, a mare:/ nero di pece, a monte”;
  • Analogia vv. 6-7: “tra il nero di un casolare:/ un’ala di gabbiano”;
  • Metafora v. 4: “nero di pece”; v. 5: “stracci di nubi chiare”;
  • Onomatopea v. 1: “bubbolìo”.

Commento

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli. Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è solo un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno introiettivo: è sì un temporale, ma dell’anima. In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – livida, bianca, apparì sparì, occhio, nera.
  • Campi uditivi – ansante, tacito tumulto.

Figure retoriche

  • Antitesi v. 5: “apparì sparì”;
  • Climax ascendente v. 2: “ansante, livida, in sussulto; v. 3: “ingombro, tragico, disfatto”;
  • Enjambements vv. 4-5; vv. 6-7;
  • Metafore v. 2: “la terra ansante, livida, in sussulto; v. 3: “il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Ossimoro v. 4: “tacito tumulto”;
  • Personificazione vv. 2-3: “la terra ansante, livida, in sussulto/ il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Similitudine v. 6: “come un occhio”.

Commento

Il lampo scaturisce dalle riflessioni fatte da Pascoli ripensando con dolore all’uccisione e alla morte del padre: 

«I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d’ala […]. Come un lampo in una notte buia buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci.»

Sin dall’inizio del componimento emerge una realtà di dolore e tormento: l’e iniziale sembra evocare un passato di sofferenza, il lampo, che illumina improvvisamente tutto quanto, permette di vedere il cielo e la terra non come elementi naturali inerti, ma per quello che sono realmente.

Il lampo che squarcia la notte e mette in evidenza la realtà desolante. È una metafora della labilità della vita, il simbolo della violenza e della durezza del mondo, dalla quale si cerca di scappare rifugiandosi nel nido e negli affetti della propria famiglia.

Colpisce, a tal proposito, l’antitesi che viene a crearsi fra la notte scura e tempestosa (come la vita) e il bianco della casa in cui potersi rifugiare (il nido).

È densa di significato anche la similitudine che accosta l’apparizione fulminea della casa ad un occhio che si apre e si chiude improvvisamente. L’occhio in questione è quello del padre del poeta, che lancia il suo ultimo sguardo da morente prima che si consumi l’immane tragedia.

Tuono

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì, di madre, e il moto d’una culla.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – nera,
  • Campi uditivi – fragor, tuono, rimbombò, schianto, rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo, tacque, rimareggiò, vanì, canto, s’udì.

Figure retoriche

  • similitudine: nera come il nulla
  • allitterazione: nella notte nera come il nulla
  • Onomatopea: rimbombò, rimbalzò, rotolò

Commento

La poesia si apre con un verso isolato (come per Il lampo), introdotto dalla congiunzione e che sembra quindi voler proseguire un discorso, una riflessione. 

L’essere umano all’udire questa forza possente della natura, s’impaurisce come il bimbo che piange spaventato nella notte buia.

Il nero della notte è simile al nulla; dove il nulla è simbolo di morte), le figure della madre e della culla (simbolo di nascita, vita) si contrappongono all’immagine minacciosa della natura.

X agosto – Myricae

1. San Lorenzo, io lo so perché tanto
2. di stelle per l’aria tranquilla
3. arde e cade, perché si gran pianto
4. nel concavo cielo sfavilla.
 

5. Ritornava una rondine al tetto:
6. l’uccisero: cadde tra i spini;
7. ella aveva nel becco un insetto:
8. la cena dei suoi rondinini.
 

9. Ora è là, come in croce, che tende
10. quel verme a quel cielo lontano;
11. e il suo nido è nell’ombra, che attende,
12. che pigola sempre più piano.
 

13. Anche un uomo tornava al suo nido:
14. l’uccisero: disse: Perdono;
15. e restò negli aperti occhi un grido:
16. portava due bambole in dono.
 

17. Ora là, nella casa romita,
18. lo aspettano, aspettano in vano:
19. egli immobile, attonito, addita
20. le bambole al cielo lontano
.  

21. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
22. sereni, infinito, immortale,
23. oh! d’un pianto di stelle lo inondi
24. quest’atomo opaco del Male!
 
Metro: composta di sei quartine di decasillabi e novenari piani in rima alternata.

Parafrasi discorsiva

San Lorenzo, io so perché un numero così grande di stelle brilla e cade attraverso l’aria tranquilla, perché un pianto così grande risplende nella volta del cielo. Una rondine stava ritornando al suo nido: fu uccisa: cadde tra i rovi: aveva nel becco un insetto: la cena per i suoi figlioletti. Ora è là, come se fosse in croce, che tende quel verme verso quel cielo lontano; e i suoi piccoli sono nell’oscurità ad aspettarla, pigolando sempre più piano. Anche un uomo stava tornando a casa: fu ucciso: disse: “Vi perdono”; e nei suoi occhi sbarrati restò soffocato un grido: portava in regalo due bambole… Ora là, nella casa solitaria, lo aspettano, lo aspettano inutilmente: lui immobile, sbigottito mostra le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, infinito, eterno, dall’alto dei mondi sereni, inondi di un pianto di stelle questo corpuscolo senza luce caratterizzato solo dal male.

Figure Retoriche

  • Allitterazioni “Lorenzo, stelle, tranquilla”; “Ritornava unrondine” (v. 5); “pigola sempre più piano” (v. 12); “attonitaddita” (v. 19); “atomo opaco” (v. 24);
  • Anafore “ora è là, come in croce…/ ora là, nella casa…” (vv. 9 e 17); “che tende…/ che attende… / che pigola”(vv. 9-12); “l’uccisero: cadde tra spini… l’uccisero: disse: Perdono” (vv. 6 e 14);
  • Apostrofi “San Lorenzo” (v. 1); “E tu, Cielo” (v. 21);
  • Anastrofi  “Ritornava una rondine al tetto” (v. 5); “di un pianto di stelle lo inondi” (v. 23);
  • Metonimia “nido… / che pigola” (vv. 13-14);
  • Sineddoche “al tetto” (v. 5);
  • Sinestesia restò negli aperti occhi un grido” (v. 15);
  • Similitudine “come in croce” (v. 9);
  • Metafore “sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla” (vv. 3-4); “nido” (v.13); “di un pianto di stelle” (v. 23); “atomo opaco del Male” (v. 24);
  • Personificazione “E tu, Cielo” (v. 21); “Male” (v. 24);
  • Iperbole “di un pianto di stelle lo inondi…” (v. 23); “atomo” (v. 24);
  • Enjambements “tanto / di stelle” (vv. 1-2); “tende / quel verme” (vv. 9-10); “addita / le bambole” (vv. 19-20); “mondi / sereni” (vv. 21-22); “inondi / quest’atomo” (vv. 23-24).

Commento

Anche in X Agosto, Pascoli, rievoca la tragedia dell’uccisione di suo padre, avvenuta il 10 agosto 1867, trent’anni prima della stesura della poesia. Il 10 agosto è, però, anche il giorno di San Lorenzo, quello in cui, secondo la tradizione popolare, si verifica il fenomeno delle stelle cadenti. Le stelle che cadono in quella notte, nell’immaginario pascoliano, rappresentano il pianto del cielo sulla malvagità degli uomini: quest’immagine rende l’idea di un cosmo profondamente umanizzato.

Prendendo le mosse dalla propria tragica vicenda personale, il poeta affronta i grandi temi del male e del dolore: gli elementi familiari e biografici vengono trasposti su un piano universale e cosmico.

Così, la rondine e il padre uccisi, posti in evidente parallelismo diventano il simbolo di tutti gli innocenti perseguitati ed alludono scopertamente alla figura di Cristo, la vittima per eccellenza, che perdona i suoi carnefici sulla croce, richiamata già nel titolo, con il numero romano X.

La rondine che stava tornando al suo nido portando un verme per i suoi piccoli, è stata uccisa durante il tragitto e li ha lasciati soli ed affamati; allo stesso modo, il padre del poeta viene ucciso mentre sta tornando a casa, al suo “nido” chiuso e protetto, portando due bambole in dono alle figlie, che ora lo aspettano invano, proprio come i piccoli della rondine aspettano la madre, ormai affamati e morenti. L’unica differenza tra la rondine e il padre in punto di morte sta nella parola “perdono” pronunciata dall’uomo.

La struttura del componimento è circolare, poiché esso si apre e si chiude con l’immagine del cielo inondato di stelle cadenti, simboli del dolore

Il Cielo, ossia Dio, è sentito come lontano, distante, indifferente, separato dal mondo, capace solo di guardarlo dall’alto e di “piangere” sulle miserie umane, ma non di lenirne in nessun modo le sofferenze.

Il male, personificato, è incomprensibile per l’uomo, che si sente sempre in balia di un insondabile destino. La Terra, nell’economia dell’universo, al cospetto dell’immensità del Cielo, non è altro che un “atomo opaco”, un minuscolo ed insignificante corpuscolo che non brilla neppure di luce propria.

Di fronte alla malvagità del mondo, l’unico rifugio, dovrebbe essere il “nido”, unico luogo protetto in cui trovare pace, ma la casa è anch’essa “romita”, solitaria, lacerata dalle tragiche vicende del mondo, dunque insufficiente a proteggere l’uomo, a cui non resta che invocare invano il “pianto di stelle” del cielo che lo soccorra e partecipi del suo dolore.

Lavandare – Myricae

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.  

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene. 

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.  
Madrigale composto di due terzine e una quartina di endecasillabi.
Schema: ABA CBC DEDE.

Figure retoriche

Allitterazioni:
– “r”: “resta” – “aratro” – “pare”; “gora” – “sciabordare” – “lavandare”;
– “frasca”, “torni”- “ancora” – “partisti” –“rimasta” – “aratro”
– “f”: “soffia”- “frasca”;
– di “s” e “t” nell’ultima strofa: “soffia”- “frasca” “torni” “tuo”- “paese” – “partisti”- “rimasta” – “aratro” “maggese”;
Onomatopee: “sciabordare” (v. 5), “tonfi” (v. 6);
Enjambement; “ pare / dimenticato” (vv. 2-3); viene / lo sciabordare (vv. 4-5);
Sinestesia: “tonfi spessi” (v. 6);
Chiasmo
– “tonfi spessi e lunghe cantilene” (v. 6);
– “il vento soffia e nevica la frasca” (v. 7);
Similitudine: “rimasta / come l’aratro in mezzo alla maggese” (v. 10);
Metafora: “nevica la frasca” (v. 7).

Campi sensoriali

  • Tutta la prima strofa è caratterizzata dalle percezioni visive.
  • La seconda e la terza strofa sono caratterizzate da sonorità e musicalità.

Commento

I temi principali di Lavandare sono legati a abbandono e solitudine.

L’aratro viene dimenticato in mezzo al campo deserto diventa il simbolo dell’abbandono e della nostalgia. Inoltre il campo non è stato arato del tutto: questo aumenta il senso di abbandono imprevisto.

Il riferimento all’abbandono caratterizza sia l’inizio che la fine della poesia che mostra quindi una struttura circolare.

L’ambiente è quello di un mondo quotidiano e semplice.

La prima strofa è statica. Vi dominano le sensazioni visive.

Nella seconda strofa prevalgono le sensazioni uditive. Le rime al mezzo ne velocizzano il ritmo.

La congiunzione coordinante “e”, che apre la seconda strofa, indica che le due scene descritte nelle prime due strofe sono accostate, ma distinte l’una dall’altra.

Nella terza strofa il ritmo è rallentato. Il poeta ha ripreso un canto popolare marchigiano e rende l’idea della nenia cantata dalle donne durante il lavoro.

Si crea quindi un parallelismo tra la donna, protagonista del canto, e l’aratro: entrambi sono stati abbandonati, e si trovano come sospesi, in attesa di un evento, di un ritorno, di una ripresa.

Anche la poesia Lavandare potrebbe sembrare un bozzetto naturalistico, ma il poeta carica ogni oggetto di un intenso valore simbolico.

Gli oggetti semplici legati al mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”: l’oggetto diventa un simbolo, colto da un poeta fanciullino che scandaglia a fondo la realtà e suggerisce al lettore l’essenza vera di tutto ciò che lo circonda.

Così, la rappresentazione apparentemente oggettiva della natura autunnale e dei gesti quotidiani delle donne diventa la proiezione simbolica dell’inquietudine e della profonda malinconia dell’animo del poeta.

Novembre – Myricae

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…  

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.  

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l’estate, fredda, dei morti.  
Metro: Tre strofe saffiche composte da 3 endecasillabi e un quinario a rime alternate. Schema: ABAb

Figure retoriche

Allitterazioni:
–  della –s e della –r: v. 5: secco, stecchite; v. 6: nere, trame, segnano, sereno; v. 7: sonante; v. 8: sembra. La sequenza allitterante della seconda strofa richiama l’aridità della natura. L’insistita allitterazione della –s comunica un’idea di morte, e richiama il XIII canto dell’Inferno, il canto di Pier della Vigna e dei suicidi.
Enjambement: vv. 1-2; vv. 7-8; vv. 11-12;
Metafora: v. 1: Gèmmea l’aria, metafora con sinestesia tattile-visiva;
Ossimoro: vv. 11-12: estate, fredda;
Sinestesia: v. 3: odorino amaro; v. 11: cader fragile.

Commento

Il titolo della poesia corrisponde al mese dei defunti e ci avvicina subito al tema della morte.

La poesia è tripartita e potremmo sintetizzarla così: illusione – svelamento – tristezza.

Illusione

Il poeta ci presenta l’illusione che si prova in una giornata autunnale che sembra primaverile: l’aria cristallina di novembre ci dà l’illusione della primavera. questa sensazione è confermata dalle sensazioni visive («gèmmea l’aria») e olfattive («del prunalbo l’odorino amaro»),

La seconda strofa corrisponde allo svelamento: il “ma” avversativo del quinto verso, dimostra che in realtà si sta vivendo la stagione autunnale; l’autunno è una metafora dell’esistenza.

Con il Ma il bozzetto naturalistico inizia a comunicare l’idea della morte.

L’illusione della primavera, altra metafora della vita, si contrappone alla realtà caratterizzata dalla legge della morte. Vi è, dunque, una forte analogia tra la primavera, che rappresenta la vita e l’autunno, che è collegato alla morte.

La terza strofa ci fa sprofondare nella tristezza della stagione autunnale, con il suo messaggio di precarietà e morte

Il paesaggio rappresentato nella terza strofa si può ritenere universale: non ci sono riferimenti precisi allo spazio perché, come avviene anche in altre liriche della raccolta, Pascoli non intende descrivere la natura in un preciso momento dell’anno ma trasmettere un messaggio più profondo.


Il poeta quindi cerca di penetrare il senso segreto delle cose, che si rivela carico di drammaticità e morte e osserva il mondo con lo stupore e la meraviglia di un “fanciullino”, per riscoprirne i lati segreti e la purezza originaria.

Pascoli e il tema dell’emigrazione italiana

Giovanni Pascoli arrivò a Castelvecchio nel 1895.

Gli ultimi anni del secolo segnarono per Giovanni Pascoli l’inizio di una nuova vita e di un’intensissima attività poetica. Castelvecchio, Barga, la Valle del Serchio permisero a Pascoli di vivere in un mondo sognato e desiderato: adorava la terra lavorata dalle mani dell’uomo, apprezzava la bontà degli uomini resi umili dal duro lavoro. Ma gli ultimi anni del secolo furono anni difficili per l’Italia: furono gli anni che segnarono l’inizio della Grande emigrazione.

La fame e la disoccupazione svuotarono anche le sue terre. Molti emigrarono all’estero e lui soffriva al pensiero che l’Italia fosse costretta a esportare manodopera in altri paesi.

Traccia di questa fase storica si trovano nel poemetto Italy – Sacro all’Italia raminga.  Nel testo si narra la vicenda di Molly, nipote di Zi Meo, un arguto contadino che era legato da un rapporto di amicizia con la famiglia Pascoli. La piccola Molly, Isabella il nome originale, era nata a Cincinnati dove il padre Enrico gestiva un ristorante.

La bambina si era ammalata e venne portata in Italia, nella casa di famiglia, con la speranza che l’aria buona giovasse alla sua salute. Pascoli conobbe la bimba e rimase colpito dalla sua storia.

Le dedicò quindi il poemetto Italy in cui si narra la riscoperta delle radici e dell’identità di questa bimba che, pur essendo nata negli Stati Uniti, si riconobbe presto nella cultura antica della famiglia e della vita del piccolo borgo.

Un altro bambino che giocava scalzo con le caprette della sorella del poeta, Maria Pascoli, è Valente Arrighi, figlio del Mere, contadino del Poeta. Valente emigrò in America in cerca di fortuna; non divenne ricco ma la sua vita fu più agiata. A lui è dedicata la famosa poesia Oh Valentino.

Italy

Nel primo canto viene narrato il ritorno di una bambina italo-americana che torna in Italia per cercare di sconfiggere la tisi e respirare aria migliore. Dopo i primi problemi d’incomprensione con la nonna che si occupa di lei, le due ritrovano un linguaggio comune.

Vi
 
Lèvati, Molly. Gente ode parlare
la tua parlata. Sono qui. Cammina,
se vuoi vederle. Hanno passato il mare.
 
Fanno un brusìo nell’ora mattutina!
Ma il vecchio Lupo dorme e non abbaia.
È buona gente e fu già sua vicinaI
 
Vengono e vanno, su e giù dall’aia
alla lor casa che da un pezzo è vuota.
Oh! la lor casa, sotto la grondaia,
 
non gli par brutta, ben che sia di mota!
 
VII
 
Sweet… Sweet… Ho inteso quel lor dolce grido
dalle tue labbra… Sweet, uscendo fuori,
e sweet sweet sweet, nel ritornare al nido.
 
Palpiti a volo limpidi e sonori,
gorgheggi a fermo teneri e soavi,
battere d’ali e battere di cuori!
 
In questa casa che tu bad chiamavi,
black, nera, sì, dal tempo e dal lavoro,
son le lor case, là sotto le travi,
 
di mota sì, ma così sweet per loro!
 
VIII
 
O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini, e qui resta
il nido solo, oh! che dolente andare!
 
Non c’è più cibo qui per loro, e mesta
la terra e freddo è il cielo, tra l’affanno
dei venti e lo scrosciar della tempesta.
 
Non c’è più cibo. Vanno. Torneranno?
Lasciano la lor casa senza porta.
Tornano tutte al rifiorir dell’anno!
 
Quella che no, di’ che non può; ch’è morta.
 

Oh Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Oh Valentino – GIOVANNI PASCOLI, I Canti di Castelvecchio

La nazione come nido

Quando nel 1911 il governo Giolitti decise di conquistare la Libia, Giovanni Pascoli si espresse a favore dell’impresa. Tenne un discorso a Barga il 26 novembre 1911 in cui espose diverse ragioni a sostegno dell’impresa coloniale in Libia: lui sosteneva in particolare il diritto di una nazione «proletaria» quale era l’Italia, costretta a esportare manodopera in altri paesi capitalistici, di procedere a conquiste coloniali per assicurare ai suoi figli una seconda patria.

Nella visione del poeta la conquista coloniale avrebbe unito, affratellato le diverse classi sociali italiane (nobile e operaio, borghese e contadino) e avrebbe risolto le tensioni che serpeggiavano nella società italiana.

La concezione nazionalista di Pascoli, inoltre, si lega ad un tema ricorrente dell’autore, quello del “nido”: la famiglia è il «nido» caldo che garantisce la protezione dai mali del mondo.

Lo scrittore allarga all’intera nazione la visione del rapporto sociale come legame di sangue. Egli difende gelosamente il nido, la culla costituito dalla nazione, nazione che deve essere nido protettivo per i suoi figli italiani.
Dietro la scelta imperialista del poeta si percepisce comunque la contraddizione tipica dell’Italia di quell’epoca, che, stretta tra mondo contadino e modernizzazione, sfogava le proprie tensioni in miti nazionalistici.

La grande proletaria si è mossa

La grande Proletaria [così viene definita l’Italia, in quanto nazione povera rispetto alle altre potenze europee, e patria di proletari costretti a emigrare] si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar [abbattere] selve, a dissodare campi, a iniziar culture [iniziare nuove coltivazioni], a erigere edifizi, ad animare
officine
[a lavorare nelle fabbriche] , a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città dove era la selva vergine, a piantar pometi [piante di mele], agrumeti, vigneti dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto [all’angolo] della strada.
Il mondo li aveva presi a opra [lavoro a giornata] i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava [offendeva]

Diceva:
Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos
[esempi di soprannomi
ingiuriosi dati agli italiani nell’America Latina]
! […]
Così queste opre [braccianti] tornavano in patria poveri come prima o peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità [Pascoli si riferisce allo sradicamento e alla perdita delle identità nazionali dei migranti].
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande [la Sicilia].[…]
Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate [insultate] degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo [lavoreranno sulla propria terra],
sul terreno della Patria; non dovranno, il nome della Patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque [costruiranno canali], costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare
nostro
[il Mediterraneo] il nostro tricolore. […]
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta [ma non ci sarà lotta di classe] non v’è; o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia.
Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
da Patria e umanità, in Prose, Mondadori, Milano, 1971

Fonti

  • https://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-online/laboratorio-pascoli_emigrazione.pdf
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori.
  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson.
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it

Categorie
italiano Letteratura italiana Novecento Ottocento

Decadentismo

Il Decadentismo può essere definito come un movimento culturale piuttosto vario che trova nella critica al Positivismo e alla morale borghese un punto di coesione. Il Decadentismo caratterizza il gusto estetico, la produzione artistica, in parte anche il costume, di alcuni paesi europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Origine del nome

Il termine “decadente”, coniato a Parigi verso il 1880, ha, originariamente, una valenza negativa. La critica letteraria di fine Ottocento, ispirandosi alla morale borghese allora dominante, definì “decadenti” quei poeti che esprimevano lo smarrimento della coscienza di fronte ad una civiltà considerata in declino, una civiltà che dimostrava, nonostante l’ottimismo ipocrita, che l’idea positivista di progresso continuo era illusoria.

Scrittori e pittori che si riconoscevano nelle nuove idee si riunirono attorno ad una rivista letteraria “Le Décadent” fondata nel 1886.

Movimenti letterari e autori legati al Decadentismo

Il Decadentismo è un fenomeno complesso e non esiste per esso una poetica a cui far riferimento. Tra tutti gli autori e le opere che sono espressione del Decadentismo possiamo individuare due movimenti distinti: il Simbolismo e l’Estetismo.

Il Simbolismo fu una vera e propria corrente letteraria che ebbe la sua massima espressione in Francia negli ultimi anni dell’Ottocento. Include poeti quali Baudelaire (considerato il precursore del movimento i suoi Fiori del male sono del 1857), Rimbaud, Verlaine, Mallarmé.

L’Estetismo ha trai suoi maggiori rappresentanti Huysmans in Francia, Oscar Wilde in Inghilterra e Gabriele D’Annunzio in Italia.

Romanzi manifesto del Decadentismo

Esistono due romanzi che vengono considerati il manifesto del decadentismo.

Controcorrente, 1884, di Joris-Karl Huysmans

Il giovane protagonista, Jean Des Esseintes, è un nobile francese disgustato e estenuato dalla mediocre vita borghese. Egli decide di chiudersi in una splendida solitudine e di circondarsi solo di cose raffinate e uniche. Nella sua sontuosa dimora, egli comincia ad accumulare freneticamente libri e oggetti rari, mobili dalle più preziose forme delle varie epoche, incroci di fiori e piante sempre più stravaganti, talvolta mostruosi. Questi suoi comportamenti sono sintomi di una sensibilità distorta e depravata, che ha bisogno di procedere “controcorrente” e che non riesce a trovare né appagamento né freno. Infatti, il tentativo del protagonista di provare nuove attrattive nella vita fallisce. Egli viene colpito da turbamenti mentali sempre più gravi e potrebbe trovare la salvezza solo ritornando tra quelle persone, la gente comune, che aveva abbandonato con disprezzo.

Joris Karl Huysmans, autore di Controcorrente – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12055149

Il ritratto di Dorian Gray, 1891, di Oscar Wilde

Dorian Gray è un giovane di eccezionale bellezza, che un amico pittore ritrae in un quadro. Il giovane è ossessionato dall’idea di perdere la sua avvenenza, è avido di piaceri ed è del tutto privo di inibizioni morali. Nella sua ricerca del piacere compie orribili nefandezze. Per una sorta di magia, il passare del tempo e le ignobili azioni compiute nella sua vita non intaccano la sua perfetta bellezza, mentre il ritratto si deturpa sempre più.  

Un giorno Dorian, colto da rimorsi e incapace di sopportare oltre l’immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con una pugnalata. Ma il maleficio svanisce ed egli cade morto, come se avesse colpito sé stesso, mentre il suo volto assume l’orrenda fisionomia del quadro, che invece torna allo splendore originario.

Oscar Wilde – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Oscar_Wilde_3g07095u-adjust.jpg

Sono riconducibili al Decadentismo anche le cosiddette “avanguardie”, cioè i diversi movimenti artistici che hanno sperimentato nuove tecniche espressive, caratterizzate dalla rottura radicale con il passato. Sono le cosiddette “avanguardie storiche” che si svilupperanno, nelle diverse forme d’arte fino agli anni ’30: il Futurismo, l’Espressionismo, il Dadaismo, il Surrealismo.

Gli elementi principali che caratterizzano il pensiero decadente

Il nucleo principale del pensiero decadente può sinteticamente essere individuato nei seguenti elementi.

Sfiducia nell’agire dell’uomo

In contrapposizione all’ideale positivista, la vita non è più sentita come una creazione progressiva di civiltà, ma come una successione di attimi e di rivelazioni improvvise in cui il poeta sa realizzare la fusione con l’ignoto; il resto è solo grigiore senza senso.

Rifiuto e disgusto per i valori borghesi

I valori borghesi, a causa dello sviluppo industriale, avevano portato i maggiori stati europei a condurre una politica imperialista di prepotenza e sopraffazione, alimentando pericolose tendenze nazionalistiche. In questo il pensiero decadente aveva ragione, infatti pochi anni dopo l’Europa sarà travolta dalle guerre e dalle dittature per più di trent’anni.

Consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società

Se l’Illuminismo voleva cambiare la società, sognava uguaglianza e giustizia e il Romanticismo mirava alla realizzazione di valori personali e sociali, l’io decadente non si pone mete nobili da raggiungere né per sé né per gli altri. L’individualismo diventa solitudine e smarrimento tanto che il poeta si rifugia in un colloquio esclusivo con sé stesso.

Sfiducia nelle possibilità conoscitive di ragione e scienza, solo la poesia può aiutare a cogliere il senso del reale

Il Decadentismo nega alle scienze e alla ragione la possibilità di far conoscere la realtà; il poeta decadente ritiene che solo la poesia, che procede grazie all’intuizione, possa avvicinarsi all’essenza del reale; per il pensiero decadente la poesia costituisce la forma più alta di conoscenza. Il poeta, grazie alla sua sensibilità, è in grado di arrivare in quelle zone, al di là della realtà apparente, dove non possono giungere le categorie razionali. Ma, attraverso i suoi scritti, non rappresenta più immagini concrete, non descrive, non racconta, non propone ideali; la parola poetica sarà solo un’illuminazione momentanea del mistero, una rivelazione grazie alla sua capacità evocativa e suggestiva. La parola è come una musica che suggerisce, evoca, senza far ragionare, suscitando indefinite vibrazioni nell’animo. Per questo si rompe ogni struttura sintattica e la poesia diventa frammento di suono carico di significati simbolici. Il poeta decadente non è più il vate romantico, non esprime più la coscienza dei popoli, non ne è più la guida, è un veggente.

Negazione degli ideali egualitari e democratici sostituiti da un prepotente individualismo

Il Decadentismo considera gli ideali egualitari e democratici e i processi di democratizzazione come l’espressione di un mondo che livella e annulla la personalità.  L’artista decadente ha aspirazioni aristocratiche che si esprimono nel gusto per il bello (estetismo). Sul piano artistico ciò si traduce nella ricerca esasperata ed estenuante della raffinatezza. Sul piano biografico, invece, l’artista tenta di trasformare la propria vita in un’opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza, ponendosi in contrapposizione polemica con la volgarità del mondo borghese. L’individualismo degenera in nella convinzione che sia necessario tralasciare i princìpi morali, e basare la propria “azione virile” sulla violenza e su uno sfrenato edonismo (D’Annunzio).

Interesse per lo studio dell’animo umano

Agli inizi del ventesimo secolo l’ideale conoscitivo proposto dalla filosofia positivista viene messo in discussione.

Henry Bergson sostiene che il massimo livello di conoscenza si raggiunge attraverso l’intuizione.

Sigmund Freud, studia la psiche umana, scopre l’inconscio. Entrambi mettono in crisi un sistema di conoscenza centrato sul mondo da studiare più che sul soggetto conoscente: l’attenzione si sposta ora sul soggetto che conosce. Questo spostamento di focalizzazione influenzerà notevolmente il pensiero decadente.

L’artista decadente esalta l’io e la suggestione dei sensi: questi ci pongono in comunione diretta con l’essenza del reale. Egli è affascinato dalla nuova dimensione dello spirito in cui troviamo l’inconscio e l’istinto.

La poesia pura dei poeti maledetti

In Francia, tra il 1860 e il 1866, si formò un cenacolo di giovani poeti che, risentendo della crisi del Romanticismo, coltivavano l’ideale di una poesia formalmente preziosa, che rifuggisse da ogni sentimentalismo.

Loro maestri furono si ispiravano al classicismo del Cinque-Seicento e al Neoclassicismo.

Nel 1866 uscì l’antologia collettiva Il Parnaso contemporaneo, cui collaborarono tra gli altri Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé.

Il titolo della raccolta richiamava il Parnaso mitico monte delle Muse sacro ad Apollo.

Il programma poetico verteva su:

  • rigore metrico-stilistico
  • autonomia dell’arte

Tale programma si contrapponeva alla tradizione romantica, per la quale la poesia e la narrativa dovevano svolgere una funzione sociale, in certo qual modo educativa.

Questi poeti invece, ricercavano una «poesia pura» che doveva essere:

  • fine a sé stessa,
  • costruita razionalmente,
  • libera dalle ideologie, dalla storia, dall’eloquenza,
  • capace di rifugiarsi, di allontanarsi dalla realtà contingente.

Baudelaire

 Il caposcuola della moderna poesia europea fu Charles Baudelaire (1821-1867). Lui condivideva:

  • il rifiuto del sentimentalismo romantico,
  • il rifiuto della contaminazione della poesia con argomenti filosofici, morali e politici,
  • il culto dell’«arte per l’arte», quindi della perfezione stilistica.

Nella raccolta I fiori del male (1857) la realtà viene osservata anche nei suoi aspetti più turpi e viziosi. Tale realtà è vista come una «foresta di simboli». Il poeta ha il compito di:

  • intuire le misteriose relazioni, cioè le corrispondenze, tra la natura e gli stati d’animo,
  • decifrare i nessi che intercorrono fra la natura, i sensi e gli stati dell’animo,
  • i sensi sono lo strumento attraverso il quale l’uomo conosce la natura.
Ricordiamo che per l’Illuminismo la realtà può essere conosciuta tramite la forza della ragione, per il Romanticismo la realtà è conosciuta tramite la forza dei sentimenti, per il Decadentismo la conoscenza passa attraverso le percezioni sensoriali e l’intuizione.

Corrispondenze

È uno dei componimenti poetici più noti di Charles Baudelaire ed è considerato uno dei manifesti della poetica simbolista. Fa parte della sezione Spleen e ideale, la prima delle sei che compongono I fiori del male (1857). La natura è vista come un tempio vivente, una foresta di simboli che solo il poeta, grazie alla sua sensibilità e veggenza, può decifrare.

Corrispondenze
La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.                             4
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.                             8
Profumi freschi come la pelle d’un bambino,
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza                                        11
che tende a propagarsi senza fine – così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.    14
Secondo Baudelaire, la realtà che vediamo ne nasconde una più profonda, in cui ogni elemento è legato reciprocamente.
Nella prima quartina di Corrispondenze vengono utilizzate due metafore: quella del tempio, luogo del sacro e del divino, e quella della foresta, luogo in cui ci si può smarrire. Baudelaire presenta la Natura come un tempio vivente formato da pilastri parlanti di cui solo il poeta sa cogliere i messaggi.
I colori, i suoni, i profumi del mondo sono legati tra loro in una sorta di dialogo: nella seconda quartina queste manifestazioni sono paragonate a echi che partono da lontano. Il poeta può percepire, grazie alla propria intuizione, i legami tra gli elementi della Natura, ma non può conoscerli nel profondo: essi sono infatti fusi in una «unità profonda e oscura / vasta come le tenebre o la luce» (vv. 6-7).
Nelle due terzine il poeta si concentra sulle sensazioni olfattive: prima cita profumi che trasmettono purezza e innocenza – l’ambra e il muschio sono associati a profumi femminili – (vv. 9-10), poi parla di profumi intensi e penetranti – il benzoino è una resina esotica da cui si estrae un’essenza pregiata; l’incenso è utilizzato in campo religioso-.

In questo testo Baudelaire fa uso di una delle figure retoriche più usate dal simbolismo: la sinestesia. La sinestesia si realizza quando vengono associate due parole che fanno riferimenti a campi sensoriali diversi, quando cioè si crea un’immagine associata a due o più sfere sensoriali. Ne vediamo un esempio ai vv. 9 – 10: Profumi freschi … vellutati … verdi: il profumo è percepito dall’olfatto, la freschezza e la morbidezza del velluto dal tatto, il colore dalla vista.

Il ruolo del poeta nella società moderna

Nella sua opera critica, Baudelaire si interroga in particolare su come sia possibile mantenere il ruolo della poesia nella società industriale e tecnologica.

Nell’antichità classica e fino al Rinascimento il poeta era considerato sacro.

Durante il Romanticismo il poeta godeva di grande prestigio, era il “vate”, l’interprete e il cantore di un sentire comune, di un patrimonio culturale cui era intrinsecamente legato.

Con l’avvento della società industriale questo legame tra il poeta e il suo popolo si è spezzato; il poeta è ora un incompreso, parla una lingua che i più non intendono, perché il suo modo di sentire è dissonante rispetto a quello della collettività, concentrata quasi unicamente sugli aspetti concreti e materiali della vita.

Questa frattura, determinata da ragioni storiche, provoca a sua volta un cambiamento nella forma e nei contenuti della poesia. A partire da Baudelaire, il poeta rinuncia, infatti, a rappresentare la realtà così come appare. Anzi, poiché la realtà è sempre più complessa e non può più essere spiegata in termini razionali, solo la sensibilità del poeta può coglierne i significati più nascosti, intuire le segrete corrispondenze che governano l’universo.

Solo il linguaggio poetico, ricco di metafore, di sottili allusioni e di immagini inconsuete, può rappresentarne il mistero.

L’albatro – Baudelaire

1    Spesso, per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
      Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
      Che seguono, indolenti compagni di viaggio,
      Il vascello che va sopra gli abissi amari.

5    E li hanno appena posti sul ponte della nave
      Che, inetti e vergognosi, questi re dell’azzurro
      Pietosamente calano le grandi ali bianche,
      Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

      Com’è goffo e maldestro, l’alato viaggiatore!
10  Lui, prima così bello, com’è comico e brutto!
      Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
      L’altro, arrancando, mima l’infermo che volava!

      Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
      Che abita la tempesta e ride dell’arciere;
15  Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
      Per le ali di gigante non riesce a camminare.
Albatro – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0c/Black-browed_Albatross%2C_Beagle_Channel.jpg

Nell’allegoria dell’albatro si trova l’enunciazione più compita del pensiero do Baudelaire.

L’albatro, con le sue ampie ali, è il signore dell’aria; ma, quando si posa sul suolo, proprio a causa delle lunghe ali non riesce a camminare ed appare goffo e ridicolo. Quello che in aria lo rende così elegante, a terra lo svilisce.

Allo stesso modo anche il poeta ha le grandi ali della sua nobiltà spirituale, ha il prestigio delle sue capacità intellettuali, ha la profondità della sua sensibilità, ha la ricchezza della sua fantasia; tutto questo gli permette di spaziare nei celi della poesia e dell’ideale.

Ma una volta mescolatosi agli uomini comuni, proprio quel suo privilegio spirituale lo rende inadatto alla vita pratica, alla vita normale, alla vita quotidiana in cui si scrive in prosa. E il quel contesto il poeta si ritrova ad essere oggetto di scherno da parte della gente comune.

In questo testo si evidenzia il conflitto tra l’intellettuale e il mondo borghese che è costituito dalla cultura ottocentesca. In una società come quella ottocentesca – che ha come valori fondamentali l’utile, l’interesse, la produttività, la razionalità calcolatrice, nella quale anche le opere d’arte vengono trasformate in merce – l’artista che lavora per creare un valore disinteressato come la bellezza, appare un diverso, inadatto alla vita comune.

La società, che considera quindi l’artista un essere inutile e improduttivo, lo priva sia del prestigio che dei privilegi di cui godeva in età precedenti e lo relega ai margini. La società contemporanea di Baudelaire guarda con sospetto il mondo dei poeti.

Da questa situazione si sviluppa nell’artista un oscuro senso di colpa, che lo fa sentire come un reietto e un maledetto.

Ma il poeta reagisce, rifiuta il senso di colpa e considera la propria diversità come segno di superiorità e nobiltà; l’artista rifiuta quel mondo che non lo comprende, rivendica orgogliosamente il proprio privilegio spirituale e si isola egli stesso dalla vita normale, disprezzando la gretta mediocrità borghese.

La magia delle parole

Se la poesia è inutile nel moderno contesto storico, che privilegia la comunicazione logica e la conoscenza razionale, la stessa poesia può diventare onnipotente quando si tratta di tradurre la profondità della vita interiore dell’autore.

Baudelaire utilizza la parola poetica potenziandone il valore allusivo e la valenza espressiva.

Ne deriva una poesia nuova, ricca di analogie e di sinestesie che creano legami inconsueti tra le cose, in un intreccio di stimoli sensoriali.

I poeti maledetti

La raccolta di saggi e articoli di Paul Verlaine, dal titolo I poeti maledetti (1884), è una presentazione di giovani poeti uniti che riconoscono in Baudelaire il loro indiscusso maestro; tra essi Rimbaud, Mallarmé e lo stesso Verlaine. In quegli anni, a Parigi, si incontravano nei pittoreschi caffè della riva sinistra della Senna. Il gruppo aveva anche una sua rivista che era stata intitolata “Le Décadent” («Il decadente»). Questi poeti furono definiti quindi «decadenti» nel senso di corrotti. Tale definizione era derivata sia dal disprezzo che ostentavano verso la morale borghese, sia dal loro stile di vita bohémien, disordinato e stravagante.

Questo movimento poetico dà origine anche al simbolismo. La parola Simbolo deriva dal greco symballo, “metto insieme”, paragono. Porta l’idea che un’immagine, un oggetto possa rimandare a un concetto astratto o a una realtà più vasta. Nella poesia simbolista, a differenza di quella tradizionale, i simboli si rifanno alla sfera dell’inconscio e, pertanto, sono difficili da interpretare.

Il Decadentismo in Italia

Il Decadentismo si diffuse in Italia con un certo ritardo rispetto al resto d’Europa. Esso si espresse in particolare nell’opera di alcuni autori.

Giovanni Pascoli con la sua poetica del “fanciullino”;

Gabriele D’Annunzio, forse il maggior esponente della cultura decadente italiana, con la sua adesione all’estetismo e al superomismo;

Luigi Pirandello e Italo Svevo, due scrittori la cui penetrante sensibilità umana e culturale precorreva i tempi, per l’interesse allo studio dell’animo umano.

Fonti

https://online.scuola.zanichelli.it/testiescenari/files/2009/06/p342.pdf

https://sites.google.com/site/liraeurobitcoin/assignments

http://www.insegnareitaliano.it/documenti/Laboratorio%20docenti/italiano/Martignon/Contesto%20storico-culturale/Decadentismo_2008.pdf

https://www.albanesi.it/scuola/italiano-2/corrispondenze-baudelaire.htm