Categorie
Duecento italiano Letteratura italiana Poesia

La poesia comico-realistica

In contrapposizione allo Stilnovo

Accanto all’esperienza aristocratica e illustre dello Stilnovo, si sviluppa in Toscana nello stesso periodo, un genere letterario che, per contrapposizione allo Stilnovo, viene indicato come poesia comico-realistica, detta anche giocosa o burlesca.

Pur senza costituire una vera scuola, le esperienze poetiche di questo filone sono accomunate dalla scelta di temi realistici, attenzione agli aspetti quotidiani e concreti dell’esistenza e dall’uso di uno stile basso rispetto a quello della lirica amorosa contemporanea.

In Toscana, nella seconda metà del Duecento, si assiste quindi ad una sorta di contrapposizione tra due diverse correnti poetiche: da una parte ritroviamo lo stile e i toni elevati della poesia stilnovista, dall’altra l’abbassamento sia stilistico che tematico della poesia comico-realistica. Mentre gli stilnovisti cantano la bellezza e le virtù della donna angelo, la poesia giocosa celebra il gioco, il godimento spensierato, il gusto della tavola e del vino. L’amore, non è più inteso come espressione spirituale ma come piacere dei sensi. Non mancano neppure la polemica politica, l’ingiuria verso gli avversari, il pesante sarcasmo contro parenti e amici, fino all’anticlericalismo insofferente dei privilegi ecclesiastici.

La realtà viene quindi rappresentata nei suoi aspetti più autentici, talvolta crudi. L’amore come piacere, il disprezzo della povertà e l’esaltazione della ricchezza, la vita colta nei suoi aspetti più triviali e plebei, litigi, battibecchi tra innamorati, gelosie, e ancora caricature e insulti: tutto questo è oggetto della poesia giocosa, che si esprime in un linguaggio colorito. Talvolta le regole sintattiche vengono disattese e il linguaggio è ricco di figure retoriche, tra le quali predominano l’iperbole, le similitudini audaci e metafore spesso volgari. La forma delle opere poetiche rispettava convenzioni letterarie e rispondeva a regole di stile precise, frutto di competenza espressiva retorica.

I temi trattati e il lessico usato rendono famoso questo genere di poesia presso un pubblico molto più ampio e più vario, rispetto a quello della ristretta cerchia d’intellettuali a cui si rivolgevano gli stilnovisti.

Tra gli esempi più interessanti di questo genere poetico sono da ricordare le esperienze di Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra. Ma non solo loro, anche scrittori di stile alto, come Guinizelli, Cavalcanti e Dante si cimentano in questo genere letterario.

Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri nacque a Siena, intorno al 1260 da una famiglia guelfa e decisamente benestante. Il padre era un banchiere, fu cavaliere e fece parte dei Signori del Comune. La madre era monna Lisa, appartenente a una nobile e potente casata.

Cecco trascorse la sua fanciullezza a Siena e sembra fosse poco incline al rispetto delle regole. Infatti dagli archivi del comune risulta che Cecco sia stato multato più volte: per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza, durante un assedio ai concittadini ghibellini, per esser stato trovato in giro di notte dopo il coprifuoco, per esser stato implicato in un ferimento. Intorno al 1226 fu anche allontanato da Siena, a causa di un bando politico. In quegli anni conobbe anche Dante Alighieri a cui indirizzò anche un sonetto.

Morì intorno al 1313 e i suoi cinque figli rinunciarono all’eredità perché troppo gravata dai debiti.

La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana e i suoi sonetti sono da considerare come polemiche caricature dello Stilnovo.

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Questo è il testo più famoso dell’Angiolieri.

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.
Parafrasi
Se fossi il fuoco, brucerei il mondo; se fossi il vento, lo colpirei con tempeste; se fossi l’acqua, lo annegherei; se fossi Dio, lo farei sprofondare;
Se fossi il papa, allora sarei contento, poiché metterei nei guai tutti i cristiani; se fossi l’imperatore, sai cosa farei? Taglierei a tutti la testa di netto.
Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei lontano da lui: farei la stessa cosa con mia madre.
Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, prenderei le donne giovani e belle e lascerei agli altri quelle vecchie e disgustose.

Forma

Il sonetto ha schema della rima ABBA, ABBA, CDC, DCD.

Figure retoriche

  • Anafora – “S’i’ fosse” ripetuta in tutto nove volte
  • Personificazione – Nei vv. 1- 4 tre elementi naturali (fuoco, aria, acqua) e l’immagine di Dio. Inoltre nei vv. 5-8 si identifica con le due autorità “universali” del Medioevo, il papa e l’imperatore.
  • Antitesi – vv. 9-11 morte… andarei / vita… fuggirei in parallelismo, vv. 13-14 donne giovani e leggiadre / vecchie e laidetorrei / lasserei.
  • Chiasmo sintattico vv. 13-14 verbo-oggetto-oggetto-verbo.

Commento

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di debiti!

La versione di De Andrè

Tre cose solamente m’ènno in grado

Questo è un sonetto che possiamo definire “programmatico”, è un testo in cui l’autore elenca le cose che gli procurano piacere nella vita. A lui sono graditi i divertimenti materiali, ovvero il piacere sessuale, il vino e il gioco d’azzardo. Non manca come in altri testi la polemica contro il padre avaro, che lo tiene a stecchetto e non gli fornisce denaro a sufficienza per i suoi stravizi, per questo motivo gli augura la morte.

Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.

Ma sì·mme le convene usar di rado,
ché la mie borsa mi mett’ al mentire;
e quando mi sovien, tutto mi sbrado,
ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.

E dico: «Dato li sia d’una lancia!»,
ciò a mi’ padre, che·mmi tien sì magro,
che tornare’ senza logro di Francia.

Ché fora a tôrli un dinar[o] più agro,
la man di Pasqua che·ssi dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.

(Sonetti, 87)
Parafrasi
Solamente tre cose mi sono gradite, anche se non me le posso permettere come vorrei, cioè la donna, la taverna [il vino] e il gioco d’azzardo; queste mi allietano il cuore.
Ma sono costretto a goderne raramente, poiché la mia borsa mi smentisce [essendo vuota]; e quando ci penso mi metto a sbraitare, poiché per la mancanza di denaro non posso realizzare i miei desideri.
E dico: “Che sia colpito con una lancia!”; questo a mio padre, che mi tiene così a stecchetto che tornerei [a piedi] dalla Francia senza dimagrire ulteriormente [perché sono già magrissimo].
Infatti la mattina di festa, quando si dà la mancia [ai bambini], sarebbe più difficile scucire un quattrino [a mio padre] che far acchiappare una gru a una poiana
[bozzagro].

Forma: il sonetto ha schema della rima ABAB, ABAB, CDC, DCD.

Commento

Nella prima quartina Cecco elenca le cose che gli danno piacere cioè le donne, il vino delle taverne e il gioco.

Nella seconda quartina, che è introdotta dal ma, il poeta ci spiega i motivi per cui deve rinunciare a tali piaceri: tali piaceri non possono essere soddisfatti perché lui è perennemente senza denaro per poterli appagare.

Nelle terzine l’Angiolieri attacca furiosamente suo padre, che non gli fornisce denaro, pur essendo tanto ricco. Per questo gli augura la morte (vv. 9-11).

Nel verso 11 la parola logro può essere interpretata in due modi: logro inteso come logoro, magro, consumato, stremato oppure logro come il richiamo da caccia usato dai falconieri per i loro falconi. Se si considera la prima accezione il verso verrebbe a significare che lui è tanto magro che anche se tornasse a piedi dalla Francia, non dimagrirebbe ulteriormente; se si prende per buona la seconda si intende che Cecco tornerebbe dalla Francia senza bisogno di richiamo, pur di ricevere dei soldi dal padre.

Nell’ultima terzina Cecco inserisce un paragone iperbolico spiega la taccagneria del padre. Nelle mattine di Pasqua i padri danno ai bambini qualche monetina: ma è più difficile che il padre dia soldi al figlio che vedere una poiana [rapace molto lento] catturare gru [veloce e agile].

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

https://www.fareletteratura.it/

https://it.wikipedia.org/

Categorie
Duecento italiano Poesia

Il dolce stil novo

La nascita della poesia in Toscana

Il Dolce Stil Novo è una corrente poetica che prende forma e si sviluppa durante la seconda metà del 1200, ma il movimento stilnovista influenzerà la poesia italiana nel corso dei secoli successivi.  

Gli stilnovisti sono accomunati dalla convinzione che solo i “cuori gentili”, che sono contraddistinti da nobiltà d’animo, possono provare amore. Di conseguenza l’amore non può trovare sede in cuori volgari. I poeti dello Stilnovo pensano dunque che la poesia d’amore debba rivolgersi solo ad un pubblico selezionato di gentili

Con lo Stilnovo il linguaggio diventa ricercato ed aulico. Il tema prediletto dagli stilnovisti è quello amoroso: i poeti non si limitano più a cantare i patimenti dell’amore o le doti dell’amata, ma si concentrano sull’effetto che l’esperienza amorosa ha sull’anima del poeta e sulla sua esperienza terrena.

Gli autori maggiormente rappresentativi di questa corrente sono Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti e il giovane Dante Alighieri.

Guido Guinizelli

Guido Guinizelli https://www.autori.net/storiadellaletteraturaitalianadelmedioevo/2020/06/05/guido-guinizzelli

Cenni sull’autore

Guinizelli è indicato da Dante come padre del nuovo stile. Bolognese di origine, di professione faceva il giudice, è stato molto attivo nella vita politica della sua città. La sua famiglia apparteneva al partito dei ghibellini. Quando i guelfi presero il sopravvento venne esiliato.

Scrive Al cor gentile rempaira sempre amore che è considerato il manifesto dello stilnovo perché ne sono enunciati i temi della n tale componimento affronta tre temi.

  • Identità tra amore e cuore gentile: l’amore può essere provato e vissuto solo da chi sia dotato di un cuore nobile, non da tutti gli esseri umani. Si introduce quindi il concetto di nobiltà d’animo diversa da quello di nobiltà di sangue.
  • Funzione salvifica della donna: le virtù della donna hanno il potere di elevare l’animo delle persone.
  • Dimensione angelica della donna: la donna non è più una bellezza terrena, ma sembra sia scesa dal cielo, un angelo.

Per un approfondimento su questo componimento vai a https://letteritaliana.weebly.com/al-cor-gentil-rempaira-sempre-amore.html

Io voglio del ver la mia donna laudare

Il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare esprime il nuovo stile inaugurato da Guido Guinizelli. In questo sonetto la lode della bellezza e della virtù della donna amata si accompagnano al valore “salvifico” del suo saluto: quel saluto acquista un importante significato religioso perché permette di convertire alla fede cristiana chi non crede in essa. Tra le immagini con cui viene descritta la donna vi sono i tradizionali fiori (la rosa, il giglio) i corpi celesti e tutte le bellezze del mondo naturale.

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.               4

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.           8

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;               11

e no·lle pò apressare om che sia vile;           
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.         14
Parafrasi
Io voglio, in verità, lodare la mia donna e voglio paragonare a lei la rosa e il giglio: la mia donna splende e appare [e si mostra a me] più bella della stella Venere, e io paragono a lei ciò che di bello vi è lassù [in cielo].
Paragono a lei una verde campagna e [paragono a lei] l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro [i lapislazzuli] e anche i gioielli molto preziosi che possono essere donati: lo stesso Amore grazie a lei [attraverso lei] diviene più perfetto.
[La mia donna] passa per strada così bella e così nobile che fa abbassa l’orgoglio alla persona a cui lei porge il suo saluto e [oltre a questo] lo fa diventare della nostra fede [cristiana], se lui non crede in essa;
e [dico di più] non le si può avvicinare un uomo che sia di animo gretto [vile]; vi dirò che ella ha una virtù ancora più grande: nessuno può pensare male fino a quando egli la vede.

Spiegazione

Il sonetto si divide in due parti simmetriche. Nelle quartine Guinizelli loda la bellezza della donna, mentre nelle terzine sposta l’attenzione sulle sue virtù “salvifiche” dell’amata: dice infatti che la donna, con il suo saluto, abbassa l’orgoglio di chi la vede per strada: riesce cioè a rendere umili le persone. E non solo, riesce addirittura a convertire i non credenti alla fede cristiana!

La nobiltà d’animo di questa donna è un tutt’uno con la sua bellezza: non solo riesce a tenere a distanza gli uomini “vili”, cioè quelli non nobili di cuore, ma con il suo atteggiamento impedisce alle persone di pensare male.

In Guinizelli la nobiltà d’animo e l’amore sono strettamente connessi. Questo tema è molto presente nella sua poesia e diventerà uno degli elementi costitutivi dello Stilnovo.

La novità introdotta da questo autore consiste proprio nel valore religioso assunto dalla figura femminile, tanto che poi Cavalcanti e Dante la configureranno proprio come una “donna-angelo”.

Guinizelli, paragona la donna al giglio e alla rosa. I due fiori sono simbolo di purezza e nobiltà nella poesia classica e anche il loro colore ha valore simbolico. Infatti il bianco del giglio rimanda al colore della pelle e, forse, a quello del sorriso, mentre il rosso della rosa allude alle labbra.

Il paragone si arricchisce poi con altri elementi naturali. La donna è paragonata al pianeta Venere chiamato “stella dïana”, cioè la stella del giorno. Infatti la luce di Venere è l’ultima che si spegne al mattino, quindi annuncia la venuta del giorno, e la prima che si accende la sera.

L’amata è paragonata anche a elementi del paesaggio – una verde campagna, l’aria – e a variopinti elementi del mondo minerale e dei preziosi – l’oro, l’azzurro dei lapislazzuli, i gioielli – secondo uno schema che si trova poi anche in altri Stilnovisti.

Per un approfondimento su Guido Guinizelli vai a https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guinizelli http://www.treccani.it/enciclopedia/guido-guinizzelli/ https://library.weschool.com/lezione/guido-guinizzelli-poesie-stilnovo-al-cor-gentil-10833.html

Guido Cavalcanti

Cenni sull’autore

Guido Cavalcanti nasce a Firenze a metà del Duecento, in una famiglia guelfa, di parte bianca, come Dante. Fu attivo nella vita politica di Firenze e venne esiliato dopo esser stato coinvolto in disordini violenti. Fu grande amico di Dante. Di lui troviamo traccia sia nella Divina Commedia di Dante che nel Decameron di Boccaccio. Fu un uomo inquieto che aveva modi aristocratici, spirito laico e pensiero filosofico.

Chi è questa che vèn ch’ogni om la mira

Il sonetto Chi è questa che vèn è tra i più celebri di Cavalcanti. In esso troviamo due elementi: il primo è, come per Guinizelli, la lode della bellezza della donna e il secondo è relativo all’incapacità del poeta nel descrivere tale angelica bellezza. Infatti il poeta sente che la sua capacità di scrittura è limitata e non riesce a descrivere la meraviglia, la perfezione della donna amata.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?              4

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.           8

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.             11

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.       14
Parafrasi
Chi è questa donna che arriva, che ogni uomo ammira, che fa tremare l’aria di luminosità, e che porta con sé l’amore, tanto che nessuno riesce a parlare, ma ognuno può solo sospirare?
O Dio, che cosa meravigliosa sembra quando lei muove gli occhi! Lo dica Amore, poiché io non lo saprei descrivere: mi sembra una donna talmente umile che ogni altra donna, al suo confronto, io la definisco malvagia, a me sembra cattiva.
La sua bellezza poi non si potrebbe raccontare, poiché a lei si inchina ogni virtù nobile e la Bellezza stessa la indica come sua dea.
La nostra mente non è mai stata così elevata e in noi non c’è mai stata così tanta perfezione, che noi possiamo avere una conoscenza piena e completa di tale bellezza.

Metro: sonetto con schema della rima regolare ABBA, ABBA, CDE, EDC.

Il sonetto ha lo stile semplice, tipico dello Stilnovo. Celebra la bellezza della donna amata e arricchisce il tema con riferimenti religiosi secondo il modello di Guinizelli. Sviluppa il motivo dell’ineffabilità della bellezza femminile: la bellezza è espressione della grazia divina, pertanto è impossibile da cogliere e da esprimere a causa della limitatezza della mente del poeta.

Fin dall’inizio l’atmosfera del componimento è mistica. La donna è avvolta da una luce, come un’aureola, che fa ammutolire tutti coloro che la guardano; essa è umile più di qualunque altra donna e ciò la rende paradossalmente superiore a tutte le altre, mentre la Bellezza, intesa come la Dea della bellezza, la sceglie come suo modello (oggi potremmo dire come suo testimonial).

Il poeta ammira questa donna ma è consapevole di non essere in grado di cogliere pienamente tale bellezza. Qui il discorso si fa filosofico, infatti il poeta dichiara che la mente umana non è in grado di comprendere fino in fondo il miracolo di una bellezza che proviene dalla grazia divina. Si comprende così che l’esperienza amorosa dello stilnovo diventa quasi un’esperienza mistica, troppo profonda per essere espressa a parole.

Col termine ineffabilità si intende l’incapacità del poeta di esprimere a parole quello che lui sente.

Per un approfondimento su Guido Cavalcanti https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Cavalcanti http://www.parafrasando.it/POESIE/CAVALCANTI_GUIDO/Chi-e-questa-che-ven.html http://www.parafrasando.it/BIOGRAFIE/cavalcanti-guido.html http://www.treccani.it/vocabolario/ineffabile/

Il giovane Dante Alighieri

Cenni sull’autore

Il giovane Dante conosce Guido Cavalcanti che non ha ancora 20 anni. il loro legame sarà molto profondo e intenso. In quegli anni Dante Alighieri e Guido Cavalcanti fondano la scuola poetica che prende il nome di Stilnovo. Di Dante parleremo diffusamente in seguito.

Tanto gentile e tanto onesta pare

Questo sonetto è inserito nel XXVI capitolo della Vita Nova ed è considerato il sonetto più celebre di Dante. In questo testo l’autore esprime la lode della bellezza e della virtù di Beatrice e le reazioni di ammirazione che provoca in chi la vede camminare per strada.   

Il sonetto è introdotto da un testo in prosa in cui Dante presenta il contenuto della lirica.

L’autore dice che questa donna meravigliosa, definita gentilissima, era caratterizzata da tanta Grazia che, quando lei passava per la strada, le persone accorrevano per vederla.

Dice anche che quando lei era vicino a qualcuno, un’incredibile onestà e virtù arrivava nel cuore di questi, tanto che la persona non osava alzare gli occhi e non osava neppure rispondere al saluto di lei.  L’autore dichiara che questo fatto è testimoniato da molti. Lei procedeva incoronata e vestita di umiltà, senza vantarsi per l’ammirazione che suscitava.

Dante riferisce quello che viene detto su di lei: “Non è una donna, ma un meraviglioso angelo del cielo” “Lei è una meraviglia!” “Sia benedetto il Signore che crea opere così ammirabili”.

Il poeta dichiara che lei si mostrava così gentile e così bella e che tutte le persone che la guardavano sentivano dentro di sé una dolcezza onesta e soave, così grande che loro non erano in grado di spiegarla. E non basta: tra le persone che la ammiravano non c’era nessuno che all’inizio non fosse costretto a sospirare. Le virtù della donna erano così straordinarie che lui ha voluto scrivere questo sonetto affinché anche chi non la poteva vedere potesse conoscerla attraverso le sue parole.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.          4

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.          8

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi non la prova:    11

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.              14
Quando saluta qualcuno [per la strada] la mia donna  
sembra così nobile e dignitosa che ogni lingua, tremando, ammutolisce [cioè le persone non riescono più a parlare quando sono di fronte a lei]
e i loro occhi non hanno neppure il coraggio di guardarla [quindi le persone abbassano lo sguardo].
Lei prosegue, sentendosi lodare dagli altri, è così umile che sembra benevolmente vestita di umiltà; e sembra che sia una creatura venuta dal cielo sulla terra,
per mostrare un miracolo [qualcosa di straordinario].
lei si mostra così bella a chi la guarda, tanto che attraverso gli occhi suscita nel cuore una dolcezza straordinaria, che non può essere compresa da chi non l’abbia provata:
e sembra che dal suo volto si muova un soave sospiro pieno d’amore, che suggerisce all’anima di sospirare.

Metro: il sonetto ha schema delle rime ABBA, ABBA, CDE, EDC

Commento

Il sonetto costituisce un esempio semplice e formalmente perfetto di poesia in lode di Beatrice. Si noti la presenza di alcuni vocaboli propri del linguaggio stilnovista, come “gentile” (nobile d’animo), “onesta” (dignitosa nel comportamento esteriore), “piacente” (bella e di piacevole aspetto). Beatrice viene elogiata non solo per la sua bellezza ma anche per la sua straordinaria umiltà e per gli effetti che produce in chi la osserva per strada.

Il sonetto riprende molti motivi già presenti in Cavalcanti: l’apparizione della donna quando passa per strada, il saluto fa ammutolire tutti e li spinge a guardare in basso, la sensazione di essere di fronte ad un miracolo, la “donna-angelo”, la dolcezza che ispira a chi la osserva, il sospiro che provoca in chi la osserva e la consapevolezza che tale sensazione non possa essere compresa a pieno, se non da chi ne ha già fatto diretta esperienza.

Confronta le tre poesie

Per approfondire https://letteritaliana.weebly.com/tanto-gentile-e-tanto-onesta-pare.html

Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Questo sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante; è stato scritto tra il 1283 è il 1290, era indirizzato a Guido Cavalcanti, suo grande amico.  Il tema centrale di questo componimento è la concezione stilnovista dell’amicizia e dell’amore vissuti in un’atmosfera incantata. Dante trae spunto dalla tradizione letteraria francese e fa riferimento a mago Merlino, alla sua magia e ad un vascello incantato.

1. Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
2. fossimo presi per incantamento,
3. e messi in un vasel ch’ad ogni vento
4. per mare andasse al voler vostro e mio,

5. sì che fortuna od altro tempo rio
6. non ci potesse dare impedimento,
7. anzi, vivendo sempre in un talento,
8. di stare insieme crescesse ‘l disio.

9. E monna Vanna e monna Lagia poi
10. Con quella ch’è sul numer de le trenta
11. con noi ponesse il buono incantatore:

12. e quivi ragionar sempre d’amore,
13. e ciascuno di lor fosse contenta,
14. sì come i’ credo che saremmo noi.
 

Parafrasi
Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io fossimo presi, catturati, come per magia e fossimo e messi su una piccola nave; e vorrei che questa nave andasse per mare, mossa dal soffio del vento, seguendo il mio ed il vostro desiderio,
in modo tale che una tempesta o un altro tipo di cattivo tempo non ci potesse essere di ostacolo, non ci potesse dare alcun impedimento; anzi vorrei che, vivendo sempre in linea con i nostri desideri [talento], aumentasse sempre la voglia di stare insieme.
Io vorrei poi che Mago Merlino, il buon mago [incantatore, il mago buono della tradizione bretone] ponesse sulla barca con noi donna Vanna e donna Lagia [due splendide donne di Firenze] e anche quella donna [di cui non dice il nome] che è al trentesimo posto nell’elenco delle donne più belle della città
E vorrei che su questo vascello incantato noi trascorressimo il tempo a parlar d’amore e vorrei che ognuna di loro fosse felice, serena, così come credo che saremmo noi tre.

Commento

Il sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante ed è considerato come l’atto di nascita di quel movimento poetico che Dante stesso definirà “dolce stil novo”. Questo nuovo stile è caratterizzato da una lingua più delicata, limpida e sensibile ed è prerogativa di una ristretta cerchia di spiriti nobili.

Il tema principale del sonetto è la descrizione di un sogno ambientato nel mondo cortese, un sogno completamente staccato dalla vita reale in un ambiente di fantasia.

Le quartine raccontano dell’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, tre poeti stilnovisti; nelle terzine, invece, si introduce l’elemento principale che li accomuna, ovvero il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto esclusivo, fiabesco e rarefatto, tra spiriti eletti: tre uomini e tre donne.  

L’iniziale desiderio di Dante, “Guido, i’ vorrei”, si trasforma poi in un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici, in un crescendo del desiderio.

C’è una incredibile modernità in questo testo: infatti Dante mette sulla barca dei suoi sogni tre amici e tre donne, con le quali parlare di amore. Il suo sogno è che questa comunità ideale possa parlare, immergersi in ragionamenti amorosi, condividendo pensieri e sogni, in modo che ognuno di loro possa essere felice.

Sono interessanti anche altri due elementi: il tre e il trenta.

  • Dante utilizza il numero tre (tre gli amici e tre le donne amate) che è un numero legato al concetto di perfezione che ha quindi grande valenza simbolica.
  • Nel verso 10 parla di una donna ‘quella ch’è sul numer de le trenta’. Dante allude ad un suo componimento, ora perduto, in cui aveva elencato le sessanta donne più belle di Firenze. La donna invitata era quella che occupava il trentesimo posto di questa lista e che sicuramente i suoi amici conoscevano bene.

Forma: Sonetto di quattordici endecasillabi con schema di rime: ABBA-ABBA- CDE EDC

Figure Retoriche

  • Apostrofi – “Guido” (v. 1);
  • Allitterazioni – della “v: “vasel, vento, vostro” (vv. 3-4); della “s”: “stare, insieme, crescesse, disio” (v. 8); della “r”: “ragionar, sempre, amore” (v. 12);
  • Anastrofi – “di stare insieme crescesse il disio” (v. 8); “con noi ponesse il buono incantatore” (v. 11);
  • Polisindeti – “tu e Lapo ed io” (v. 1); “e monna Vanna e monna Lagia” (v. 9);
  • Perifrasi – “il buono incantatore” (v. 11);
  • Metafore – “vasel” (v. 3);
  • Similitudini – “contenta / sì come io credo che saremmo noi” (vv. 13-14).

Molte delle parole usate da Dante ci aiutano a capire che Dante sta esprimendo un desiderio: vorrei, incantamento [magia], vasel [vascello], fortuna, talento [desiderio], incantatore [Mago Merlino].  

La struttura del sonetto è circolare. Infatti il poeta inizia parlando in prima persona nel primo verso (“vorrei”) e anche nell’ultimo (“credo”).

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

A. Ronconi, M. M. Cappellini, A. Dendi, E. Sada, O. Tribulato, LA MIA LETTERATURA, C. Signorelli Scuola.