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Illuminismo

Premessa

Prima di entrare in questo argomento, ci poniamo alcune domande.

  • Che cos’è la felicità?
  • Chi coinvolge?
  • Chi ne ha diritto?
  • Che cos’è per ognuno di noi?

La felicità nell’antichità

Per i filosofi dell’antichità la felicità non consisteva in un in un appagamento personale ma riguardava il raggiungimento di qualcosa di più alto come la verità, la conoscenza e la saggezza.

Nel mondo Cristiano la felicità non era un obiettivo raggiungibile nel mondo terreno. L’unico obiettivo dell’uomo era la salvezza eterna; la vita terrena, carica dei suoi inevitabili dolori, era preludio della felicità nell’aldilà.

Nel corso del Settecento l’Illuminismo ribalta la prospettiva. Infatti l’Illuminismo ridona dignità alla felicità materiale, tanto che proprio la felicità diventa un obiettivo dell’esistenza dell’uomo. Ma la felicità va condivisa, infatti l’illuminismo inoltre sostiene che la felicità sia realizzabile solo nella collettività: non c’è felicità individuale senza la felicità collettiva!

Illuminismo

L’Illuminismo è un movimento culturale articolato che si sviluppa nel corso del Settecento in Europa ma che avrà conseguenze in tutta la civiltà occidentale. Gli illuministi sono intellettuali (scienziati, giuristi, teologi, eruditi, funzionari e uomini politici) che hanno la sensazione di vivere in un’epoca nuova, che sentono di essere illuminati da una luce nuova.

Pur non essendo esponenti di un movimento organico e coeso, tutti gli illuministi condividono un programma di emancipazione, cioè di liberazione dell’uomo dalle tenebre dell’ignoranza, dell’oscurantismo, del fanatismo e della superstizione servendosi della ragione e della scienza. Gli illuministi europei vedono nella metafora della luce il simbolo dell’emancipazione dell’umanità e sentono di avere il compito di rischiare la vita sociale dell’uomo disperdendo le tenebre dell’ignoranza, del fanatismo e della superstizione allo scopo di creare un mondo migliore per tutta l’umanità.

La definizione di Immanuel Kant

Alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo il celebre filosofo Immanuel Kant diede questa risposta.

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso.
Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
Imputabile a sé stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. 
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
È questo il motto dell’Illuminismo”
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

Illuminismo e ragione

Gli illuministi dichiarano che l’uomo è dotato di ragione. Il possesso di tale facoltà permette all’uomo di realizzare la propria autonomia, di pensare, di discutere e di decidere liberamente. Tale autonomia dà la possibilità all’uomo di indagare e di discutere, di respingere o accettare le filosofie, i dogmi, le religioni, le tradizioni e anche le istituzioni politiche.

Gli illuministi ritengono che l’autonomia di pensiero vada intesa anche in senso normativo. Per questo è necessario che le leggi e i criteri che regolano la vita degli uomini siano scritti alla luce della ragione.

La fiducia nell’autonomia e nel potere della ragione ha due conseguenze:

  1. Verità e giustizia non sono più garantite da Dio, della chiesa, dalla tradizione, ma sono garantite dall’uomo stesso. Questo pensiero fa riferimento ad una concezione laica della vita.
  2. Se la ragione appartiene all’essere umano tutti gli uomini ne sono dotati, tutti gli uomini sono uguali, tutti gli uomini hanno gli stessi diritti. La riflessione illuminista porta quindi a introdurre i principi di uguaglianza e di libertà, principi assolutamente nuovi nella cultura europea dell’epoca.

La riflessione degli illuministi tocca vari ambiti ed elabora anche una concezione della storia. Cercando negli eventi storici il significato del mondo, vede nel susseguirsi dei secoli la storia del perfezionamento dell’uomo, dalla barbarie alla civiltà. Gli illuministi ritengono che i rallentamenti del progresso siano dovuti a errori che ancora la ragione non è riuscita a dissolvere. Per questo è necessario che il progresso segua percorsi illuminati dalla luce attenta e vigile della ragione.

Gli illuministi sono certi che la ragione un giorno arriverà a prevalere sull’ignoranza e sulla schiavitù. Si rendono comunque conto che la strada da percorrere è molto lunga e sono fiduciosi nella perfettibilità delle idee e delle riforme dell’illuminismo.

Voltaire

François-Marie Arouet, in arte Voltaire, nasce a Parigi nel 1694 in una famiglia borghese, nella Francia del re Sole e di un’aristocrazia ormai ridotta nei suoi poteri politici, ma ancora in possesso dei suoi privilegi sociali. Il padre, occupa una posizione elevata nella burocrazia del regno. Voltaire frequenta una delle migliori scuole dei gesuiti di Parigi. Il padre lo vorrebbe burocrate come lui ma la passione per la letteratura porta il giovane a deludere le speranze paterne.

Il giovane Voltaire frequenta i salotti parigini e si trova a suo agio nell’alta società. Poco più che ventenne viene apprezzato per le sue opere tragiche tanto da diventare famoso. Si scontra ben presto con la realtà, lui è un borghese e per quanto geniale non è tenuto in considerazione dall’aristocrazia francese.

Un approfondimento sulla vivacità del giovane Voltaire.

Nel 1726, uno dei massimi gentiluomini di Francia, il cavaliere di Rohan, lo fa bastonare dai suoi servi poiché si era sentito offeso da una sua battuta sarcastica.

Voltaire reagisce d’impulso e sfida a duello il nobiluomo, violando la norma che vieta a un semplice borghese, per quanto famoso per meriti letterari, di mettersi al livello di un aristocratico in una sfida al duello; il potente aristocratico lo fa imprigionare.

Non è la prima volta che Voltaire finisce alla Bastiglia: già nel 1717 aveva soggiornato nella celebre prigione per aver scritto due epigrammi he alludevano ai costumi dissoluti del reggente con sua figlia.

Fortunatamente la sua fama letteraria rende più leggera la seconda prigionia; infatti il direttore del carcere, suo ammiratore, lo vuole tutti i giorni alla sua tavola e gli garantisce condizioni di studio sereno. Può uscire dal carcere solo a condizione di lasciare Parigi per tre anni, per non dare fastidio al cavaliere di Rohan.

Voltaire decide quindi di andare in esilio volontario in Inghilterra. Ritiene infatti che quella sia “una nazione di filosofi” dove “si pensa liberamente e valorosamente, senza essere trattenuti da servili paure”, come scrive a un amico nell’estate del 1726.

A Londra conosce un sistema politico e sociale molto più dinamico e libero di quello francese; verifica il potere dell’opinione pubblica, che ancora non esiste in Francia, e si rende conto di quanto sia importante nelle battaglie culturali e politiche. In Inghilterra conosce il pensiero filosofico di Bacone, Locke e Newton.

Nel 1728, tornato in Francia, esprime nelle Lettere filosofiche le riflessioni maturate nel corso di quell’esperienza.

Di queste Lettere la pagina più celebre è quella che, nella sesta lettera, illustra la Borsa di Londra, sottolineando il legame tra la tolleranza religiosa e la libertà economica che caratterizza quella nazione e che a lui sembra il fondamento di una convivenza civile esemplare.
Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corti; vi trovate riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là, l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta; là, il presbiteriano si fida dell’anabattista, e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero. Uscendo da queste libere e pacifiche riunioni, gli uni si recano in sinagoga, gli altri vanno a bere; questo va a farsi battezzare in una grande tinozza nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quello fa tagliare il prepuzio di suo figlio e fa mormorare sul bambino parole ebraiche che non comprende; altri vanno nella loro chiesa col cappello in testa ad attendere l’ispirazione divina, e tutti sono contenti. Se in Inghilterra ci fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ce ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce n’è una trentina, e vivono felici e in pace”.
 
Il 10 giugno 1734, il Parlamento di Parigi pronuncia una sentenza contro il libro di Voltaire, definendolo “scandaloso, contrario alla Religione, ai buoni costumi e al rispetto dovuto ai Poteri”, un libro che va “lacerato e bruciato nella corte del Palazzo di Giustizia, ai piedi della grande scalinata, dall’Esecutore dell’Alta Giustizia”.
Si tratta delle Lettere filosofiche, con le quali Voltaire, ormai quarantenne e celebre scrittore teatrale e satirico,apre la battaglia culturale che farà di lui l’esponente più famoso e più autorevole del movimento illuminista francese.

“Trattato sulla tolleranza”

L’Illuminismo non è ateo, ma si oppone vigorosamente ai fanatismi religiosi, ai dogmi e alle intolleranze. Nella Francia di metà Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell’incriminazione sommaria è ampiamente diffusa e basta poco perché, in un clima avvelenato dal fanatismo, esplodano ritorsioni violente verso esponenti della parte avversa, qualunque essa sia.

Spinto da episodi di intolleranza degenerati in violenza, Voltaire scrive il Trattato sulla tolleranza, un’opera di polemica civile e politica, nel quale rivendica il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali. Il tema dominante dell’opera è la tolleranza, considerata condizione necessaria dell’essere umano. Voltaire ritiene che questa sia la prima legge naturale, principio a fondamento di tutti i diritti umani, cha però viene vilata dalla chiesa.

Il motto di Voltaire è “Scacciate l’infame!”, intendendo per “l’infame” il fanatismo religioso.

Il libro si apre con la vicenda di Jean Calas, un pastore protestante ugonotto che viveva con la moglie e quattro figli in Francia.

Affare Calas

Il figlio maggiore di Jean Calas aveva studiato legge, ma a causa della sua religione non riusciva a trovare lavoro. Decise così di convertirsi. La sera prima del battesimo però, il fratello trovò il ragazzo impiccato alla trave della cantina.

Il padre impedì ai presenti di rivelare che il figlio si era suicidato per risparmiare lo strazio del suo corpo. Infatti a quell’epoca i suicidi venivano denudati, messi a faccia in giù e trascinati per le strade.

Jean Calas aveva voluto risparmiare al figlio una tale umiliazione, ma si diffuse la voce che fosse stato lui stesso ad uccidere il figlio perché non voleva che egli si convertisse. Per questo motivo il pastore ugonotto fu condannato a morte per ruota.

Calas era innocente, ma i giudici del parlamento di Tolosa (i parlamenti in Francia erano dei tribunali) lo avevano condannato per puro pregiudizio e fanatismo.

Voltaire si scagliò contro gli assassini in toga nera del tribunale di Tolosa perché le prove considerate erano state fornite da fanatici delle autorità religiose. Argomentò dicendo che un padre ucciderebbe un figlio solo se fosse un fanatico religioso, ma Calas non era un fanatico! Continuò inoltre dicendo che quando una società, che si definisce civile, uccide spinta dal fanatismo religioso per fare cosa grata a Dio e per liberare la terra dal male, quella società crea l’inferno sulla terra. 

Voltaire scatenò una campagna di opinione pubblica che si concluse dopo tre anni con l’annullamento del verdetto precedente, la riabilitazione della memoria di Calas e l’indennizzo della sua vedova.

Questo episodio fu particolarmente clamoroso perché, per la prima volta, in una società chiusa e autoritaria come quella dell’Antico regime, l’opinione pubblica costringeva il potere a fare marcia indietro e a rendere giustizia a una povera vedova, per giunta protestante.

Voltaire si batté contro quella che definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie.

In particolare Voltaire rivolse la sua attenzione e l’opera della sua penna a diversi casi di clamorosi errori giudiziari finiti in tragedia o quasi come il caso della famiglia Sirvet o quello del giovane de La Barre.

La famiglia Sirvet

Un altro caso che accadde nella cattolicissima Francia fu il caso della famiglia Sirvet

La figlia Elisabetta fu trovata morta in un pozzo. La famiglia era protestante, ma la giovane Elisabetta si era da poco convertita al cattolicesimo. Quando accadde la tragedia la famiglia decise, saggiamente, di scappare. Visti altri casi i Sirvet temevano per la propria incolumità. Si trasferirono quindi in Svizzera. Qui seppero che la famiglia era stata condannata in contumacia per l’assassinio della propria figlia.

Il giovane de La Barre

Ben più tragicamente finì i suoi giorni il giovane de La Barre, di Arras. Il giovane un giorno mancò di levarsi il cappello davanti ad una processione del Santissimo, per questo fu sospettato di miscredenza. Il luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina dove accade il fatto, Monsieur de Belleval, annoverava tra i suoi nemici personali il giovane cavaliere de La Barre. Egli, venuto a conoscenza della mancanza di devozione del suo nemico, ritenne che tale mancanza costituisse una empietà. Nella zona, in quello stesso periodo qualcuno aveva mutilato un crocefisso posto sul ponte nuovo della città.

Si aprì il processo a carico del giovane de La Barre. Alcuni testimoni riferirono che il cavaliere de La Barre aveva pronunciato frasi blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti. Al termine del processo, il cavaliere fu condannato alla pena capitale.

Gli atti del processo vennero poi riesaminati a Parigi da un apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermarono la sentenza: 15 voti contro 10. Il cavaliere fu imprigionato.

Prima dell’esecuzione il giovane venne sottoposto alla tortura: gli furono spezzate le articolazioni delle gambe, ma venne risparmiato dall’ordine che gli fosse perforata la lingua. Venne infine decapitato e il suo corpo fu bruciato su una pira; sembra che sul rogo fosse gettata anche una copia del Dizionario filosofico di Voltaire, trovata negli alloggi del cavaliere.

Anche in questi casi, Voltaire mosse l’opinione pubblica e riuscì ad ottenere giustizia per la famiglia Sirvet, mentre la memoria del giovane de La Barre fu poi riabilitata dalla Consulta di Parigi solo dopo la morte del filosofo.

Illuminismo e Religione

L’illuminismo crede nella religione naturale perché ritiene che la ragione stessa spinga l’uomo a credere nell’esistenza di un essere superiore. Ma nello stesso tempo ritiene che nessuna religione possa detenere il monopolio religioso.

Diversi sono i motivi per cui l’illuminismo considera solo una posizione deista, ammette cioè l’esistenza di un principio razionale divino, inteso come entità trascendente, al di sopra della realtà terrena, ma rifiuta ogni forma di rivelazione.

  • Il pensiero illuminista deriva da una mentalità razionalistica che non riconosce altri criteri di verità al di fuori dell’esperienza, rifiuta ogni presunzione di rivelazione e ritiene che i “dogmi” siano credenze anti-razionali e non verità razionali.
  • Gli illuministi ritengono che le diverse religioni, unite alla politica, abbiano contribuito a tenere i popoli nell’ignoranza e nella servitù, ostacolando il processo scientifico come nel caso di Galileo Galilei.
  • Gli illuministi sono convinti che la religione abbia imbrogliato i popoli, li abbia intristiti col senso del peccato della morte e della penitenza.

Queste idee venivano diffuse illegalmente attraverso centinaia di opuscoli anonimi. Gli autori avevano scelto l’anonimato per evitare le pene derivanti dai forti controlli della polizia e dalle persecuzioni ecclesiastiche.

Preghiera a Dio

Nell’ultimo capitolo del Trattato sulla tolleranza Voltaire si rivolge a Dio.


Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, dégnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera.
 Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma fa’ che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; fa’ che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
fa’ che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

Voltaire

Il dispotismo illuminato di Voltaire

Voltaire ammira il sistema inglese e trova che la monarchia costituzionale sia un ottimo sistema di governo. È però consapevole che in Europa i nobili e il clero hanno ancora forti privilegi così radicati che una simile forma di governo risulterebbe inapplicabile. Ritiene quindi necessario che il sovrano mantenga potere assoluto ma debba realizzare delle riforme politiche e sociali per migliorare le condizioni di vita del popolo e perseguire la felicità dei popoli. Propone quindi una forma di governo che lui chiama il Dispotismo Illuminato, una forma di potere assoluto che opera per il bene del popolo. E, ovviamente è compito dei philosophes, degli illuministi, illuminare la mente dei sovrani.  

Candido

Candido è un racconto filosofico, pubblicato nel 1759 a Ginevra come traduzione di un’opera tedesca di un certo «dottor Ralph», che naturalmente non è mai esistito: si tratta di un normale stratagemma utilizzato dagli scrittori per non esporsi direttamente alla reazione di persone e istituzioni attaccate nel libro.

Per la sua agilità, per l’ironia e l’eleganza delle sue pagine e per l’importanza del tema trattato, il libro è diventato una delle opere più famose e più lette dall’autore francese.

Quando scrive il Candido Voltaire ha 64 anni e ha vissuto l’esilio, la prigione, gli onori della corte, la persecuzione politica e religiosa; è stato amato dal pubblico, odiato dai potenti e duramente avversato dalla Chiesa.

Le ragioni dell’opera vanno probabilmente cercate in diversi fatti storici avvenuti negli anni precedenti:

  • il terribile terremoto di Lisbona del 1755, che aveva fatto una grandissima impressione in tutti paesi d’Europa;
  • lo scoppio nel 1756 della guerra dei Sette anni, un vero e proprio conflitto mondiale che opponeva Prussia e Gran Bretagna a Francia, Austria, Russia e Svezia, ed era combattuta in quasi tutti i continenti, dall’America all’India.

Voltaire ha dunque davanti a sé un mondo tormentato da catastrofi naturali e guerre, ma questo non basta. Nel suo paese i filosofi come lui sono perseguitati dal potere politico e da quello religioso. In questo contesto ci sono intellettuali che sostengono che tutto quello che c’è è bene!

Il racconto Candido si presenta quindi come una risposta polemica e sarcastica a questa assurda affermazione.

Diviso in 30 brevi capitoli, il libro racconta le peripezie del giovane tedesco Candido (così chiamato per la sua ingenuità e semplicità) in diversi paesi del mondo, dove scopre la violenza che domina i rapporti umani e sperimenta la debolezza e la precarietà dell’uomo di fronte alla natura. In questo modo capisce che il nostro mondo non è «il migliore dei mondi possibili», come il suo amato maestro gli aveva insegnato.

Ragione e scienza

Tra il 1751-1772 a Parigi Denis Diderot e Jean-Baptiste d’Alembert realizzarono una vasta enciclopedia, un compendio universale del sapere che ebbe larga diffusione e enorme successo. Alla struttura di quest’opera, primo esempio di moderna enciclopedia, si ispireranno tutte le enciclopedie successive.

Encyclopedie

L’ Encyclopedie o Dizionario ragionato della scienza, delle arti e dei mestieri

La grande opera presentava un nuovo tipo di sapere e affiancava agli articoli di carattere teologico, letterario, filosofico e scientifico quelli relativi alle tecniche agricole, all’artigianato, alle macchine.

Questi testi non erano quindi scritti solo da letterati e filosofi ma anche da medici, artigiani, militari, ingegneri, economisti e scienziati di varie discipline.

L’enciclopedia fu venduta a dispense, in abbonamento, e per la prima volta non si rivolgeva solo ai non ai pochi dotti dell’università, ma era rivolta al vasto pubblico della cultura e della produzione. Venne proposto così un modello di iniziativa editoriale completamente nuovo.

L’opera non fu apprezzata dai tradizionalisti e dai conservatori: la diffusione della cultura non piacque a chi deteneva il potere! Fu messa all’indice nel 1779 e ne fu proibita la pubblicazione. Ma gli autori non si fermarono: per questo i primi volumi furono stampati in Francia, mentre i successivi furono stampati in Olanda.

Per evitare di incorrere nella censura gli editori e gli autori dell’enciclopedia avevano cercato di essere moderati nel trattare argomenti politica di religione, ma la loro attenzione non era bastata. Infatti il carattere rivoluzionario di questi volumi stava in alcune scelte di fondo: infatti in quest’opera, per la prima volta nella storia della cultura, si diede la stessa dignità culturale delle lettere e della filosofia alle tecniche e gli strumenti del lavoro. Era la rivincita delle Arti meccaniche da sempre considerate vili nella tradizione della cultura occidentale, era l’affermazione di un sapere umano volta alla trasformazione del mondo.

Una delle conseguenze legate alla diffusione dell’enciclopedia fu l’aumento della percentuale di alfabetizzati. Infatti l’alfabetizzazione non riguardava più solo le élite aristocratiche e borghesi, ma anche artigiani, professionisti e anche gli strati superiori della popolazione contadina.

I canali fondamentali dell’alfabetizzazione rimanevano le scuole religiose, quelle protestanti e quelle cattoliche ma nella seconda metà del secolo si inaugura una politica di istruzione delle popolazioni promossa dagli stati europei.

Sviluppo dell’editoria

La maggiore alfabetizzazione e la crescente domanda di cultura favorirono lo sviluppo dell’editoria. Nacquero le librerie, si diffusero i libri a tema economico con tirature medie di 2000 copie, una cifra ragguardevole per i tempi.

Sorsero biblioteche circolanti che contribuirono ad accrescere il numero di lettori anche di ceto modesto. Il Settecento non fu solo il secolo delle enciclopedie ma anche quello delle gazzette, dei periodici popolari, dei primi quotidiani.

Il Times nacque nel 1785 e lo Spectator, quotidiano inventato da Joseph Addison nel 1711 sulle cui colonne si discutevano problemi di attualità, ebbe gran fortuna in tutta l’Europa.

Opinione pubblica

Nel Settecento illuminista comincia dunque a formarsi l’opinione pubblica. Il concetto, che a noi familiare, è ma del tutto nuovo in una società come quella dell’Antico regime. Accanto alle accademie e alle università finanziate direttamente dallo stato e dalle istituzioni ecclesiastiche, si diffusero canali non istituzionali di dibattito: circoli, società scientifiche, Club, redazioni di riviste, logge massoniche, ma anche salotti di intellettuali e i popolari Caffè. A Londra esistevano 3000 caffè per una popolazione di 600000 abitanti. Anche Milano, Venezia, Napoli e Parigi furono luoghi in cui nel 700 si facevano cultura e opinioni.

Cosmopolitismo

La circolazione di libri, lo scambio epistolare, i viaggi inserivano l’intellettuale illuminista in una dimensione europea: una repubblica della regione in cui la lingua francese aveva sostituito quella latina come lingua universale.

Ma il programma illuminista andava ben oltre il ristretto nucleo degli intellettuali innovatori: l’idea stessa di universalità della ragione spingeva verso il cosmopolitismo. Gli uomini si consideravano cittadini del mondo, sentivano di appartenere a un’unica patria. Il superamento delle barriere culturali fra gli stati, la fine delle guerre, la realizzazione della pace fra i popoli, erano i grandi temi della cultura illuminista.

Il pensiero politico

Il pensiero degli illuministi influenzò sovrani e borghesi, nobili e artigiani, filosofi e scienziati. La cultura dell’Illuminismo diede un contributo fondamentale nella costruzione delle concezioni politiche occidentali. Il Settecento fu un secolo cardine in cui il pensiero politico ebbe un grande sviluppo. In questo secolo vengono costruite le idee moderne su storia politica e cultura tanto che si considera la politica come strumento fondamentale per cambiare la vita. Per la prima volta nella storia dell’uomo, la politica diventa affare di tutti.

Presentiamo qui in sintesi il pensiero dei più importanti teorici dell’Illuminismo.

Montesquieu 

Charles-Louis de Secondatbarone di La Brède e di Montesquieu (1689 – 1755) è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della divisione dei poteri.

Le lettere persiane

Nel 1721 scrive Le Lettere persiane, un romanzo epistolare in cui Usbek e Rica, due giovani viaggiatori persiani, colti e ricchi, analizzano i costumi francesi con pungente sarcasmo. La loro pesante critica non risparmia né le istituzioni francesi, né gli uomini del tempo. i due, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato e criticano vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.

In questo romanzo Montesquieu fa una critica feroce alla società europea (ma non risparmia neppure quella orientale) e alla Chiesa con i suoi dogmi cristiani (ma anche quelli musulmani) alle istituzioni politiche e al loro funzionamento.

Nello stesso tempo, Montesquieu afferma i valori della libertà e della tolleranza.

La divisione dei poteri

L’eredità più importante che il pensiero di Montesquieu ci ha lasciato è la sua teoria della separazione dei poteri, che è oggi alla base di ogni sistema democratico.

Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo che si occupa di fare le leggi, il potere esecutivo che ha il compito di farle eseguire e il potere giudiziario che deve intervenire nei casi in cui si trasgredisca alle leggi. Per Montesquieu, la condizione oggettiva affinché i cittadini possano godere della libertà è che questi tre poteri restino nettamente separati. Solo con la separazione dei poteri si possono evitare gli abusi di potere.

Diderot

Denis Diderot 1713 – 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore e critico d’arte francese.

Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e uno degli intellettuali più rappresentativi del XVIII secolo. Fu amico e collaboratore di Voltaire e del barone d’Holbach, col quale scrisse numerose opere anonime di intonazione antireligiosa e anticlericale.

Fu promotore, direttore editoriale ed editore dell’Encyclopédie, avvalendosi inizialmente dell’importante collaborazione di d’Alembert.

Oltre al colossale lavoro enciclopedico e alle pubblicazioni anonime per aggirare la censura, Diderot scrisse numerose opere filosofiche e teatrali, romanzi, articoli e saggi su disparati argomenti, occupandosi di arte, storia, politica e società.

Per quanto riguarda il sistema politico, Diderot ritiene invece che solo il Parlamento possa essere un argine al potere del sovrano.  

Rousseau  

Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) è stato uno scrittore, filosofo e musicista svizzero. Il suo pensiero è stato importante sia in ambito politico e giuridico che pedagogico.

Rousseau considera il progresso come la storia della sopraffazione dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri. Questo è iniziato con l’istituzione proprietà privata. Secondo Rousseau le leggi sono strumenti del potere che legalizzano la disuguaglianza e tutelano l’oppressione dei più deboli. La situazione però può cambiare: è necessario stipulare un contratto sociale, un accordo tra individui che decidono di vivere associati. Infatti secondo lui la sovranità dello stato deve esprimere due volontà:

  • la volontà generale
  • la volontà del popolo.

L’obiettivo da perseguire, secondo Rousseau, è quello di creare uno stato democratico e repubblicano in cui:

  • la disuguaglianza sociale non metta in pericolo la libertà
  • un cittadino non possa comprarne un altro.

Fonti

  • https://sites.google.com/site/illuminismo4c/illuminismo-e-religione
  • https://www.homolaicus.com/teorici/voltaire/voltaire4.htm
  • Letteratura Terzo Millennio © Loescher Editore, Torino.
  • Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

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Carlo Goldoni e la riforma del teatro comico

Carlo Goldoni (1707-1793) è stato un letterato e un commediografo italiano. È considerato uno dei principali innovatori del teatro moderno, e uno dei padri della commedia. Nelle sue opere ha veicolato i valori dell’illuminismo.

Le sue opere sono apprezzate anche oggi tanto che nelle stagioni teatrale sono spesso presenti testi di Goldoni. Le sue opere sono apprezzate perché i personaggi delle sue commedie mostrano, sotto un’apparente semplicità, una gamma molto complessa di atteggiamenti e svelano i risvolti più profondi dei caratteri umani. Le sue opere mettono in scena inoltre la quotidiana conflittualità che regola i rapporti tra gli uomini.

Cenni sulla biografia

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia da una famiglia borghese che attraversa notevoli difficoltà economiche. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono allora itineranti per Carlo che, insieme alla madre, raggiunge il genitore a Perugia nel 1719: qui Carlo studia prima presso i Gesuiti poi a Rimini dai Domenicani.

Il ragazzo è insofferente nei confronti dell’insegnamento tradizionale, mentre mostra una spiccata passione per il teatro.

Ben presto si aggrega alla compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia, città nei pressi di Venezia dove viveva la madre.

Testo 1 – Fuga da Rimini

Il brano è tratto dai Memoires di Carlo Goldoni, cap. IV – V

Il giovane Goldoni, tredicenne, si trova a Rimini, dove frequenta le lezioni di filosofia e di logica alla scuola dei domenicani. La madre, il padre e il fratello Giovanni si trovano invece a Chioggia (dove il padre lavora come medico). A Rimini arriva la compagnia di comici del napoletano Paolo Antonio Foresi, e il piccolo Goldoni va a vederla a teatro e resta folgorato (soprattutto dal fatto che nella compagnia sono presenti delle donne, mentre spesso, nel teatro di quei tempi, le parti femminili erano sostenute da maschi adolescenti).

I primi giorni andavo a teatro, molto modestamente, in platea; vedevo qualche giovane come me tra le quinte: tentai allora di spingermi fin là e non trovai ostacolo alcuno; guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine ed esse mi fissavano assai arditamente. A poco a poco mi familiarizzai con loro; di discorso in discorso, di domanda in domanda, vennero a sapere che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote, mi fecero coccole e gentilezze senza fine; lo stesso capo-comico mi colmò di cortesie: mi invitò a cena a casa sua, vi andai e non vidi più il reverendo Candini[1].
I comici stavano ormai per concludere il loro impegno e dovevano andarsene; la loro partenza mi procurava sincero dispiacere. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia[2], tranne che per lo stato di Venezia, facemmo una scampagnata; c’era tutta la compagnia, il capocomico annunciò la partenza entro gli otto giorni seguenti; aveva già fissato la barca che li avrebbe condotti a Chioggia… A Chioggia! Esclamai con un grido di sorpresa.
– Sissignore, dobbiamo andare a Venezia, ma ci fermeremo quindici o venti giorni a Chioggia per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
– Ah, Dio mio! Mia madre è a Chioggia e la vedrei con vero piacere.
– Venite con noi.
– Sì, sì (gridano tutti l’uno dopo l’altro) con noi, con noi, sulla nostra barca; vi troverete bene, non vi costerà nulla; si gioca, si ride, si canta, ci si diverte, ecc.
Come resistere a una tentazione così grande? Perché perdere un’occasione così bella? Accetto, mi impegno e faccio i miei preparativi.
Comincio con il parlarne al mio ospite[3], egli vi si oppone con forza: io insisto ed egli riferisce il fatto al conte Rinalducci; eran tutti contro di me.
di cedere, me ne sto tranquillo; il giorno fissato per la partenza infilo in tasca due camicie e un berretto da notte; mi reco al porto, salgo sulla barca per primo, mi nascondo ben bene sotto prua; avevo con me il calamaio da tasca, scrivo al signor Battaglini, gli presento le mie scuse: è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina; lo prego di donare tutta la mia roba alla governante che mi aveva curato durante la malattia e gli annuncio che sto ormai per partire. Ho commesso una mancanza, lo riconosco; ne ho commesse altre, lo riconoscerò parimenti.
Arrivano i comici.
– Dov’è Goldoni?
– Ecco Goldoni che esce dalla sua tana; tutti scoppiano a ridere; mi fanno festa, mi vezzeggiano, si fa vela. Addio Rimini.



I comici non eran certo quelli di Scarron[4]; eppure l’insieme della compagnia sulla barca formava un quadro divertente.
Dodici persone, fra attori e attrici, un suggeritore, un macchinista, un trovarobe[5], otto domestici, quattro cameriere, due balie e, inoltre, bambini di ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni, persino un agnello: l’arca di Noè.
La barca era molto ampia, c’erano numerosi compartimenti: le donne avevano ognuna una nicchia con tende; per me, invece, era stato preparato un buon letto accanto al capo-comico; eravamo tutti ben sistemati.
L’intendente generale del viaggio, che era a un tempo il cuoco e il credenziere[6], suonò una campanella che era il segnale della colazione; ci si riunì allora in una specie di sala allestita al centro della barca, sopra le casse, i bagagli e i pacchi; su una tavola ovale c’erano caffè, tè, latte, pane tostato, acque e vino.
La prima Amorosa[7]chiese un brodo: non ce n’era. Essa andò su tutte le furie; non senza fatica si riuscì a calmarla con una tazza di cioccolata; ella era la più brutta e la più difficile[8].Dopo la colazione venne proposta una partita in attesa del pranzo. Io sapevo giocare a tressette: era il gioco preferito di mia madre, che me l’aveva insegnato.
Stavamo per cominciare un tressette e un picchetto[9], quando un tavolo di faraone[10], che nel frattempo era stato preparato sul ponte, attirò l’attenzione di noi tutti; il banco annunciava più divertimento che interesse: il capocomico non avrebbe altrimenti dato il permesso.
Si giocava, si rideva, si scherzava, ci si burlava vicendevolmente; la campanella annuncia il pranzo: ci andiamo.
Maccheroni! Tutti vi si gettano sopra: ne vengono divorate ben tre zuppiere. Carne di manzo cucinata come si usava allora, pollo freddo, lombo di vitello, dessert e buon vino; ah, che pranzo squisito! Non v’è cibo migliore dell’appetito!
Restammo a tavola quattro ore. Poi i comici suonarono diversi strumenti, cantammo a lungo; la Servetta cantava assai bene; io la guardavo attentamente: mi dava una strana sensazione.
Ma, ahimè, un imprevisto venne a interrompere l’allegria della brigata; un gatto fuggì dalla gabbia: si trattava del micetto della prima Amorosa. La poveretta invocò l’aiuto di tutti, noi lo rincorremmo; il gatto, che era schizzinoso proprio come la sua padrona, strisciava, saltava, si nascondeva dappertutto; vedendosi inseguito, si arrampicò sull’albero: la signora Claricefu colpita da un malore. Un marinaio sale sull’albero per acchiappare il gatto, ma quello si butta in mare e vi resta. Ecco la padrona disperata: vuole uccidere tutti gli animali che vede, vuole gettare la sua cameriera nella tomba dell’amato gattino. Tutti prendono le difese della cameriera e il litigio diventa generale. Arriva il capo-comico, fa mille moine all’afflitta: finisce per ridere anch’essa; ed ecco il gatto dimenticato.
Ma ora basta, penso; sarebbe abusare troppo del lettore l’intrattenerlo oltre con simili fatterelli, che sono da nulla.
Il vento non era favorevole: restammo in mare tre giorni; sempre gli stessi passatempi, gli stessi piaceri, lo stesso appetito; il quarto giorno arrivammo a Chioggia.
 
Io non avevo l’indirizzo dell’appartamento di mia madre, ma non impiegai troppo tempo a cercarlo. La signora Goldoni e sua sorella portavano la cuffia[11]: appartenevano alla classe dei ricchi, tutti le conoscevano.
Pregai il capocomico di accompagnarmi; vi si prestò con piacere, venne con me: si fece annunciare; io restai in anticamera.
– Signora, disse a mia madre, vengo da Rimini, vi porto notizie del signorino vostro figlio.
– Come sta mio figlio?
– Benissimo, signora.
– È contento del suo stato?
– Non troppo, signora; soffre molto.
– Di che cosa?
– Di essere lontano dalla sua tenera madre.
– Povero figliuolo! Vorrei davvero averlo qui con me. (Io sentivo tutto, e mi batteva forte il cuore.)
– Signora, continuò il comico, io gli avevo proposto di portarlo con me.
– E perché non l’avete fatto?
– E voi sareste stata d’accordo?
– Certamente.
– Ma, e i suoi studi?
– I suoi studi! Che cosa gli avrebbe impedito di tornare là? E poi, maestri ce ne sono dappertutto.
– Lo vedreste dunque con piacere?
– Con immensa gioia.
– Signora, eccolo qui.
Apre la porta, io entro, mi getto alle ginocchia di mia madre; ella mi abbraccia: le lacrime ci impediscono di parlare.

[1] Il professore di logica e filosofia da cui Goldoni andava a lezione.
[2] Nei teatri italiani, le compagnie riposavano di solito il venerdì
[3] si tratta del signor Battaglini, la persona di fiducia alla quale il piccolo Goldoni è stato affidato durante il suo soggiorno a Rimini.
[4] Paul Scarron (1610 – 1660), uno dei maggiori commediografi francesi. Qui l’espressione vuol dire che si trattava di una compagnia un po’ scalcagnata.
[5] Trovarobe: chi, in una compagnia teatrale, è incaricato di trovare il materiale che dovrà essere usato in scena
[6] Credenziere: chi si occupa delle vivande.
[7] La prima amorosa: l’attrice che, nella commedia, recita la parte dell’innamorata.
[8] La più difficile: la più capricciosa, la più difficile da accontentare.
 
[9] picchetto: gioco di carte di origine francese.
[10] faraone: gioco di carte d’azzardo (Goldoni era un amante dei giochi di carte: di qui il puntiglio con cui ne ricorda i nomi).
[11] portavano la cuffia: cuffie e cappellini erano indossati, di solito, dalle persone benestanti: portare la cuffia qui dunque vuol dire “essere persone distinte”.

Il giovane Goldoni inizia quindi a seguire la sua passione, il teatro, ma prosegue anche gli studi in giurisprudenza.

Sono anni di spostamenti e di studi interrotti. Da Milano (1722), a Pavia (1723) dove verrà espulso dal collegio dei gesuiti per una piccante satira sui costumi delle donne della città, poi Udine, Gorizia, Modena, Vipacco, ancora Chioggia, Feltre.

Nonostante questo si laurea in legge a Padova e, dopo la morte del padre, svolge per un breve periodo la professione di avvocato per aiutare economicamente la madre. Cerca di conciliare lo studio con la passione per il teatro, come attore ed autore teatrale.

La sua vera passione però lo induce ben presto a lasciare il mondo giuridico per dedicare tutta la sua vita al teatro.  Il suo impegno e la sua dedizione nel mondo delle maschere lo portano a rivoluzionare la concezione teatrale del suo tempo, che era ancora legata alla tradizione delle maschere e della Commedia dell’arte e ad operare una vera e propria riforma del teatro.

Molte sono le opere che lui ha scritto, tra le più note, “La donna di garbo”, “La bottega del caffè”, “La locandiera”, “I rusteghi”, “La trilogia della villeggiatura”, il “Sior Todero brontolon”, “Le baruffe chiozzotte e “Il ventaglio”.

Ma il suo lavoro non è sempre apprezzato e nel 1762 Goldoni si trasferisce a Parigi, su invito della Comédie Italienne e nella speranza di trovare un clima e un pubblico più favorevoli al suo teatro. Lì deve ricominciare il suo faticoso lavoro di riforma. In quegli anni e si dedica alla stesura della sua autobiografia, i Mémoires. La sua fine è molto triste, malato e in miseria, Carlo Goldoni si spegne nel febbraio del 1793.

Per approfondimenti sulla vita di Carlo Goldoni:

https://biografieonline.it/biografia-carlo-goldoni

http://www.italialibri.net/autori/goldonic.html

La riforma del teatro comico

Ai tempi di Goldoni il teatro comico era monopolizzato dalla Commedia dell’arte, che era basata sull’improvvisazione a partire da un semplice canovaccio. La commedia dell’arte aveva portato alla fissità delle parti e dei ruoli e alla ripetitività delle battute; si ovviava alla noia ricorrendo a volgarità e oscenità.

Goldoni considerava questo teatro corrotto e cattivo, perché le opere erano scritte male, erano costruite peggio e recitate in modo pessimo. Inoltre egli riteneva che la commedia avesse una funzione pedagogica ed etica che ormai non apparteneva più alla commedia dell’arte. Infatti, secondo Goldoni, la commedia dell’arte nel Settecento, fomentava il vizio anziché correggerlo.

Goldoni era un esponente della borghesia e il suo pensiero era influenzato dalle idee illuministe e dalla nuova sensibilità borghese. A Venezia nel Settecento giungono le idee dell’illuminismo più moderno e innovatore, grazie ai commerci della città.

Goldoni elabora le nuove idee illuministe che risultano spesso una rielaborazione della mentalità diffusa dai ceti medi.

Statua bronzea di Goldoni a Venezia

Motivi illuministi nelle opere di Goldoni

Nelle sue opere Goldoni veicola idee dell’illuminismo, infatti egli:

  • aderisce alla vita mondana estranea ad ogni forma di trascendente,
  • esalta la filosofia pratica basata sul buon senso,
  • è attento ad ogni sentimento di socialità,
  • rispetta i valori del mondo borghese e mercantile come la sincerità, l’onestà e la fedeltà agli impegni,
  • prova antipatia per i nobili e per la dissolutezza dei loro costumi,
  • apprezza l’uguaglianza fra gli uomini e la tranquilla convivenza tra i ceti nelle loro diverse funzioni,
  • ammira Inghilterra e Olanda, patrie di civiltà laboriose e pacifiche.
  • critica l’autoritarismo dei padri sui figli,
  • accarezza nuovi ideali di sviluppo naturale nella ragione,
  • è consapevole che il denaro sia importante ma sa che il denaro non basta.

La sua riforma della commedia viene fatta in modo graduale.

Goldoni parte dal rifiuto della commedia dell’arte, dalle sue improvvisazioni, dalla volgarità e dalla rigidezza delle figure rappresentate dalle maschere. I personaggi che lui mette in scena non sono più quindi maschere fisse, ma individui concreti e non falsati dalla maschera, personaggi a tutto tondo, che imparano dalle esperienze della vita e che testimoniano i valori in cui Goldoni crede. I personaggi inoltre sono strettamente legati all’ambiente sociale in cui si muovono.

Goldoni sostituisce le vicende inverosimili con intrecci ispirati dalle storie reali e razionali.

Lui dichiara che il mondo reale è la sua fonte di ispirazione, il suo teatro è borghese, concreto e reale e la sua visione del mondo è lontana dall’astrattezza classica e rinascimentale.

Con Goldoni le maschere della commedia dell’arte diventano personaggi reali, per cui, ad esempio, la servetta Colombina diventa una donna di garbo, il vecchio Pantalone, da mercante vizioso, diventa un vecchio assennato e saggio. I suoi personaggi hanno caratteri psicologicamente delineati a tutto tondo, sono caratteri umani.

Nel concreto Goldoni scrive tutto il testo che deve essere recitato e inserisce anche indicazioni tecniche per gli attori. Colloca le sue vicende in un contesto realistico nella Venezia mercantile, nelle piazze e nelle calli veneziane, al tempo di Carnevale.

Il significato del teatro goldoniano è quello di celebrare le virtù borghesi del buon senso, del garbo, della gentilezza, della ragionevolezza. In virtù del pensiero illuminista fa sì che anche i servi veicolino il buon senso.

Mondo e teatro

L’attore doveva restituire il primo posto all’autore dei testi teatrali, autore che aveva il compito di porsi a mediatore tra il mondo reale e la finzione teatrale.

Goldoni diceva che il Mondo e il Teatro erano i due “libri” a cui si ispirava.

Le sue opere infatti traevano spunto dal Mondo, raccontando la ricca varietà di situazioni, di vicende e di personaggi che popolano la vita quotidiana.

Goldoni utilizzava gli strumenti del Teatro per mettere in scena tutto questo in modo naturale e coinvolgente, mantenendo la sua originaria funzione pedagogica e etica.

Calli a Venezia

Testo “Mondo e teatro”

Tratta dalla prefazione alla racconta di commedie pubblicate nel 1750

In questa prefazione Goldoni presenta la sua riforma della commedia dell’arte. Nel brano dice che i libri su cui ha più studiato sono “il Mondo e il Teatro”. Il libro del Mondo è quello da cui trae ispirazione per i personaggi e gli argomenti delle sue commedie. Il libro del Teatro è quello su cui studia come rappresentare sulla scena “i caratteri, le passioni, gli avvenimenti” per piacere al pubblico. Il teatro deve essere una “copia” di quanto accade nel mondo, lo scrittore di commedie deve tenere in considerazione solo il gusto dei suoi spettatori.

[…] i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.
Il primo [il Mondo] mi mostra tanti e poi tanti vari carat­teri di persone, me li dipinge così al naturale, che paion [sembrano] fatti apposta per somministrarmi abbondantissimi argo­menti di graziose ed istruttive Commedie: mi rappresenta i segni, la forza, gli effetti di tutte le umane passioni: mi provvede di avvenimenti curiosi: m’informa de’ correnti costumi: m’intruisce de’ vizi e de’ difetti che son più co­muni del nostro secolo e della nostra Nazione, i quali me­ritano la disapprovazione o la derisione de’ Saggi; e nel tempo stesso mi addita in qualche virtuosa Persona i mezzi coi quali la Virtù a codeste corruttele resiste, ond’io da questo libro raccolgo, rivolgendolo sempre, o meditando­vi, in qualunque circostanza od azione della vita mi trovi, quanto è assolutamente necessario che si sappia da chi vuole con qualche lode esercitare questa mia professione.
Il secondo poi, cioè il libro del Teatro, mentre io lo vo ma­neggiando, mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentar sulle Scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del Mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggiore rilievo, e quali sien quelle tinte, che più li rendon grati agli occhi dilicati degli spettatori.
Imparo in somma dal Teatro a distinguere ciò ch’è più atto a far impressione sugli animi, a destar la maraviglia, o il riso, o quel tal dilettevole solletico nell’uman cuore, che nasce principalmente dal trovar nella Commedia che ascoltasi, effigiati al naturale, e posti con buon garbo nel loro punto di vista, i difetti e ‘l ridicolo che trovasi in chi continuamente si pratica, in modo però che non urti troppo offendendo.
Ho appreso pur dal Teatro, e lo apprendo tuttavia al­l’occasione delle mie stesse Commedie, il gusto particolare della nostra Nazione, per cui precisamente io debbo scrivere, diverso in ben molte cose da quello dell’altre.
Ho osservato alle volte riscuotere grandissimi encomi [onori, lodi] alcune coserelle da me prima avute in niun conto, altre riportarne pochissima lode, e talvolta eziandio qualche critica, dalle quali non ordinario applauso io avea sperato; per la qual cosa ho imparato, volendo render utili le mie Commedie, a regolar talvolta il mio gusto su quello dell’universale, a cui deggio principalmente servire, senza darmi pensiero delle dicerie di alcuni o ignoranti, o indiscreti e difficili […]
Fonte – http://www.letteraturaitalia.it/3-autori-e-opere-seicento-settecento/carlo-goldoni-la-riforma-del-teatro-mondo-e-teatro/

La locandiera

La locandiera è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni composta nel 1751 ed è considerata uno degli esempi più riusciti della “commedia di carattere” goldoniana, nonché il testo in cui la riforma del teatro è compiuta.

La trama verte attorno al personaggio della locandiera Mirandolina, che, aiutata dal cameriere Fabrizio, si trova a doversi difendere dalle proposte amorose dei clienti dell’albergo, da loro gestito, nei pressi di Firenze. Un giorno arriva alla locanda l’altezzoso cavaliere di Ripafratta, misogino dichiarato. L’arroganza del cavaliere e il suo odio verso le donne spingono Mirandolina a cercar di sedurlo. Mirandolina è una locandiera capace e smaliziata che, oltre a far prosperare la sua attività commerciale saprà mettere in scacco l’altezzoso cavaliere di Ripafratta.  

Differenze tra la Locandiera e la Commedia dell’arte

In questa commedia spariscono completamente le maschere, i personaggi sono veri e unici, non sono più stereotipati. Il copione è scritto interamente per tutti gli attori e non c’è più spazio per le improvvisazioni. L’intento è moralistico ma è accompagnato dal divertimento perché, secondo Goldoni il teatro deve far ragionare. Si tratta di un’opera di buongusto che narra una vicenda lineare, verosimile, collocata in un’ambientazione realistica.

Riassunto

Nel primo atto Mirandolina, una giovane ed affascinante locandiera abituata a ricevere attenzioni e lusinghe dai clienti, viene corteggiata da due ospiti: il Marchese di Forlipopoli, un nobile decaduto, e il Conte di Albafiorita, un mercante arricchito che ha comprato il titolo nobiliare grazie ai suoi commerci. Anche nel corteggiamento i due si comportano in modo conforme al proprio ruolo sociale: il Marchese è convinto che basti il prestigio del suo titolo per conquistare l’amore di Mirandolina, mentre il Conte crede di poterla comprare per mezzo di regali e doni. Arriva però alla locanda un terzo ospite, il Cavaliere di Ripafratta, burbero e misogino, che si prende gioco di loro perché insistono a dimostrare interesse per una donna, per giunta popolana. Egli invece preferisce di gran lunga la libertà del celibato e non si abbasserebbe mai alla condizione dell’innamorato.

Mirandolina, offesa e stimolata dal comportamento del Cavaliere, spiega in un monologo di voler minare le convinzioni del cavaliere, facendolo innamorare di lei.

Durante uno screzio tra lei e il conte sulla biancheria dell’albergo Mirandolina adotta la sua strategia. Lamenta il fastidio che le procurano i corteggiatori, dichiara di apprezzare un uomo come il cavaliere per la sua schiettezza. Lui rimane colpito dalle dichiarazioni della donna anche perché entrambi ribadiscono di preferire la libertà piuttosto che il matrimonio.

Il secondo atto vede quindi Mirandolina mettere in atto i suoi propositi. Durante un pranzo in cui si siedono alternativamente a tavola tutti gli ospiti nelle rispettive camere, Mirandolina fa sfoggio del proprio carattere indipendente e sincero.

Mirandolina gioca tutte le carte di una perfetta seduttrice, la solidarietà, la timidezza, l’onestà, le lacrime e l’immancabile svenimento.

Il Cavaliere cade nel tranello della protagonista e si innamora di lei.

Nel terzo atto acquista visibilità il cameriere Fabrizio a cui il padre di Mirandolina, in punto di morte, aveva affidato la figlia.

Il Cavaliere, ormai innamorato, dona a Mirandolina una preziosa boccetta d’oro e si dichiara. Lei rifiuta sdegnosamente l’uomo.

La passione del Cavaliere, la gelosia di Fabrizio e degli altri nobili complicano la situazione. La tensione sale anche se è sempre mitigata dal sorriso con cui Goldoni condisce tutta la scena.

Mirandolina, soddisfatta per aver realizzato il suo piano, annuncia che sposerà il cameriere Fabrizio e promette al futuro sposo di smetterla di sedurre gli uomini per divertimento. Gli altri ospiti quindi lasciano la locanda.

Mirandolina, nel monologo finale, mette in guardia il pubblico dalle abilità di una donna e dalle sue lusinghe.

Analisi e commento

La locandiera è una delle opere di Goldoni che hanno goduto di maggior fortuna critica e di pubblico e una di quelle che meglio riassume le caratteristiche del teatro goldoniano.

Si nota innanzitutto la riuscita caratterizzazione dei personaggi che, in maniera opposta a quanto succede con le “maschere” fisse della Commedia dell’arte, sono definiti ciascuno in modo individuale e peculiare.

A svettare su tutti è ovviamente la figura di Mirandolina, evoluzione della servetta Colombina della commedia dell’arte.

Lei è intelligente e determinata, bella e consapevole di sé. La “locandiera” gestisce la locanda che gli ha lasciato il padre in eredità e ha come primo interesse il profitto della sua attività. Sa quindi sia disimpegnarsi con stile dai mediocri tentativi di seduzione del Conte e del Marchese, sia tener testa all’orgoglio borioso del Cavaliere, facendolo infine capitolare.

Mirandolina è così regista e attrice dell’azione scenica, tanto da rivolgersi spesso al pubblico coinvolgendolo nella sua finzione e spiegando in dettaglio come agirà per battere il “nemico”.

La locandiera si sdoppia infatti tra l’azione e la premeditazione delle battute in controscena. Attraverso di lei, Goldoni da un lato stabilisce un dialogo diretto con il suo pubblico e dall’altro pone in rilievo l’arma con cui Mirandolina trionfa, ovvero l’intelligenza, caratteristica decisamente illuminista.

È del resto questa, insieme con l’intraprendenza e il senso del dovere, la dote della nuova classe borghese, che nella Venezia di metà Settecento è in piena ascesa. Molto diverso è invece per Goldoni il ruolo dei nobili boriosi e parassiti, improduttivi, arroccati sul superato concetto del prestigio e del rispetto del titolo.

La conclusione della commedia è comunque nel segno dell’ordine: Mirandolina, pur vincente, ammette d’aver esagerato e rientra nei ranghi con il matrimonio con Fabrizio, come le era stato consigliato dal padre morente. E questo è in linea con la finalità etica che, con un pizzico d’ironia,