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Gli assolutismi nell’Europa del XVIII secolo

Due sono le forme di governo che troviamo nell’Europa tra XVII e XVIII secolo: assolutismo e monarchia costituzionale.

L’assolutismo è un sistema di governo in cui il potere è accentrato nelle mani del sovrano. Negli stati europei si sono sviluppati diversi tipi di assolutismo e la forza di questo accentramento era diversa nelle diverse realtà statali.

La monarchia costituzionale è un sistema di governo in cui il potere del sovrano è limitato dalla presenza di una costituzione e di un parlamento, che ha il compito di controllare il sovrano. L’unica monarchia costituzionale in Europa è l’Inghilterra.

Guardiamo ora nello specifico ai diversi assolutismi europei.

Polonia – Lituania

In Polonia il re viene eletto da una dieta, cioè un’assemblea, un parlamento, costituito dalla nobiltà polacca. In tale dieta le decisioni devono essere prese solo all’unanimità. Per questo spesso il parlamento si trova paralizzato da contrasti di fazioni.

Purtroppo se non è facile riuscire a prendere decisioni all’unanimità nella gestione dello stato, lo è ancora di meno quando si tratta di designare il futuro sovrano tra i nobili polacchi. La nobiltà infatti non riesce mai a trovare un accordo e finisce sempre un principe straniero come sovrano della Polonia.

Il primo effetto negativo di questa situazione è legato al fatto che un principe eletto all’estero non garantisce nessuna continuità dinastica, il secondo è un tale sovrano non ha alcuna forza. Infatti, nella Polonia del Settecento, la dieta polacca ha un potere molto forte sul Re.  

Infatti la dieta aveva potere decisionale su diverse questioni:

  • decise in merito alla imposizione fiscale,
  • sovrintende alla chiamata delle armi dei nobili,
  • controlla gli atti della pubblica amministrazione
  • può addirittura esigere, dal re eletto, di provvedere con fondi propri ai bisogni dello stato,
  • il suo parere è determinante nelle questioni di politica estera
  • poteva rifiutarsi di obbedire al re nel caso in cui egli non rispettasse i privilegi dei nobili polacchi.

Da tutto questo è facile capire quanto fosse fragile il governo polacco e quanto fosse vulnerabile la compagine territoriale polacca.

Fu proprio per questo che, nel corso del Settecento, il regno polacco vedrà la propria disgregazione.

La Russia di Pietro il Grande Romanov

Pietro il Grande Romanov (1672 – 1725)

Tra il XVII e XVIII secolo la Russia vive un periodo di grande splendore sotto il regno di Pietro il Grande della dinastia Romanov.

Pietro il Grande attiva la sua forma di assolutismo di tipo dispotico. Lui governa un paese arretrato in cui non esistono attività industriali e in cui l’agricoltura è gestita dal latifondo. Inoltre a quell’epoca la Russia è isolata intellettualmente.

Pietro il Grande inaugura una politica culturale di grande apertura verso l’occidente e si attiva per modernizzare il paese e lavora per rafforzare l’autorità dello zar sia nella politica estera che nella politica interna.

Per aumentare il suo prestigio e la sua fama decide di stabilire delle ambasciate russe nei diversi stati europei.

Per aumentare il suo potere in Russia opera una riforma della Duma. La Duma è l’assemblea dei boiari, gli aristocratici russi. Lui sostituisce questa assemblea con un Senato costituito da pochi membri nominati dallo stesso zar.

Per migliorare la gestione dello stato favorisce l’accesso ai più alti gradi della burocrazia statale solo a individui competenti, a cui concede dei titoli nobiliari, come ricompensa. È in questo periodo che si sviluppa anche in Russia la nobiltà di toga.

Per quanto riguarda il sistema di difesa del suo immenso regno, Pietro Romanov riorganizza l’esercito, ristruttura gli armamenti e la flotta.

Opera delle riforme anche nella Chiesa: abolisce il patriarcato di Mosca e lo sostituisce con un Santo Sinodo a nomina regia.

L’espansione territoriale russa, iniziata con Ivan il terribile con Michele Romanov continua con Pietro il Grande che aggiunge al già enorme impero Russo altri territori, quelli colorati in giallo nella carta, sia nelle nell’Europa settentrionale che nell’asia centrale è nell’estremo Oriente. La carta rappresenta la situazione fino alla fine dell’800 e permette di comprendere come l’espansionismo sia stato anche in seguito una scelta di fondo della politica estera russa.

Per favorire lo sviluppo culturale e la formazione della gioventù aristocratica russa, invita a Mosca esponenti di diverse religioni.

Per quanto riguarda la politica economica chiama dall’estero dei tecnici che gli permettano di riorganizzare le attività produttive. Inoltre centralizza nelle sue mani il controllo di tutte le attività produttive, anche di quelle gestite dai privati allo scopo di garantirne competitività e qualità. Il disegno di modernizzazione della grande Russia prevede anche la fondazione di una nuova capitale che prende il nome di San Pietroburgo.

San Pietroburgo, una città costruita nello stile occidentale, sulle coste del mar Baltico
La cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo

 San Pietroburgo è una città elegante e raffinata che viene costruita sul gusto occidentale per diventare la vetrina della nuova Russia moderna.

La Russia di Pietro il Grande è quindi pronta per giocare un ruolo da protagonista nello scenario europeo.

Il teatro Mariinsky https://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietroburgo#/media/File:Mariinsky_Theatre001.jpg

Ma non basta: nonostante le riforme dello zar la grande Russia mantiene ancora elementi di grande arretratezza che non le permetteranno di fare il salto di qualità a cui aspira Pietro il Grande. Infatti l’aristocrazia, che conserva dei privilegi che Pietro non riesce a smantellare, mantiene un predominio indiscusso nel panorama economico e politico. Inoltre le plebi vivono in condizione di grande arretratezza anche grazie al fatto che l’istituto giuridico della servitù della gleba è ancora in vigore e quindi le popolazioni rurali non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione.

Il fiume Neva Di Panther – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5910576

Prussia

La Prussia è governata dalla dinastia degli Hohenzollern il suo territorio è unito a quello del Brandeburgo. Tra il 1640 il 1688, Federico Guglielmo di Brandeburgo intraprende un programma  assolutistico con cui opera l’accentramento del potere e la riorganizzazione dello stato. Per operare tale programma il sovrano deve fare accordi con i gruppi sociali più influenti. Infatti la sua opera di riforma non piace ai parlamenti cittadini che lo osteggiano.

Federico Guglielmo di Brandeburgo.
Di Govert Flinck – Scan from 1620-1688 Der Große Kurfürst, Sammler – Bauherr – Mäzen, Ausstellung 1988 Neues Palais Sanssouci p.18, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48027912

Federico Guglielmo però riesce a farsi sostenere dalla grande aristocrazia terriera degli Junker (il nome deriva da Jung Herr, che significa giovane signore). Grazie all’accordo con la nobiltà terriera riesce quindi ad imporre il suo potere; gli Junker, in cambio, ottengono libertà nei rapporti con i contadini, autonomia nella gestione delle proprietà signorili e si assicurano privilegi fiscali.

Il successore è Federico l (1688-1713), che continua il programma assolutistico di Federico Guglielmo e che rinsalda l’alleanza con la burocrazia, l’esercito, l’aristocrazia e gli Junker, perno dell’assolutismo prussiano.

Federico I
Di Friedrich Wilhelm Weidemann – Cropped from File:Frederick I of Prussia.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28505299

L’Austria degli Asburgo

Fra il Seicento e il Settecento l’Austria amplia il suo territorio: i suoi possedimenti vanno dall’Europa centro-orientale ai Balcani, con l’Ungheria, la Croazia, la Serbia, la Lombardia e le Fiandre.

Il territorio da governare è ampio ed è soprattutto complesso dal punto di vista culturale. La varietà e la grande dimensione rendono questo impero impossibile da governare con un sistema centralizzato. Diventa quindi necessario che il sovrano responsabilizzi le aristocrazie dominanti nei vari paesi, legandole agli Asburgo e riconoscendo loro prerogative e autonomie.

Per favorire la coesione dell’Impero, la casa d’Austria attiva programmi di ri-cattolicizzazione verso le popolazioni protestanti consolidando così i legami con la cristianità. Due grandi ordini monastici, i gesuiti e i cappuccini, sostengono con forza la causa austriaca e la dinastia degli Asburgo.

Spagna

Nella seconda metà del Seicento la Spagna ha ormai perso quasi tutti i possedimenti che aveva sul continente europeo e deve quindi rinunciare alle sue ambizioni egemoniche. La Spagna è un paese in decadenza, il sistema produttivo spagnolo è arretrato e i privilegi dell’aristocrazia bruciano le risorse che vengono dalle colonie. Nella prima metà del Settecento il sovrano Filippo V cerca di avviare delle riforme, ma non riesce ad invertire il corso della ormai inevitabile decadenza.

La Francia dopo il Re Sole

La Francia è il paese più popoloso d’Europa; il potere in Francia è accentrato nelle mani del re e della nobiltà e la Francia è una potenza economica e militare importante.

Però in Francia ci sono anche molti problemi: innanzitutto il clero e l’aristocrazia, che possiedono ampi territori, godono di privilegi e di immunità tali per cui la loro ricchezza non va a rimpinguare le casse dello stato.

Le classi popolari vivono in miseria e la borghesia lamenta il fatto di dover pagare un sacco di tasse ma non aver nessun riconoscimento politico.

Frequentemente esplodono delle ribellioni popolari che vengono sempre represse nel sangue.

Il bilancio dello stato è in passivo, il debito pubblico aumenta costantemente e il governo non riesce a limitare questa tendenza. Purtroppo i regnanti non hanno la forza di attuare le riforme necessarie per modernizzare il paese e alla fine del Settecento la Francia sarà protagonista di uno dei moti rivoluzionari più sanguinosi e violenti di tutta la storia d’Europa.

Inghilterra

All’inizio del 1700 il regno inglese e il regno scozzese vengono unificati. Il governo è gestito da una monarchia parlamentare e il potere del Parlamento è progressivamente in aumento.

Il Parlamento è diviso in Camera dei Lord e Camera dei Comuni.

La Camera dei Lord, detta anche camera alta o camera dei pari, che è costituita dalla nobiltà. Le cariche all’interno della camera sono ereditarie.

La Camera dei Comuni, detta anche camera bassa, ha carica elettiva ed è costituita da grandi proprietari terrieri, cioè da esponenti della borghesia inglese.

Nella prima parte del Settecento si succedono al trono monarchi, con poca leadership, la loro funzione è svolta quindi solo in modo formale; per questo il potere viene gestito esclusivamente dal parlamento. Tra il 1720 e il 1743 la scena politica è dominata dai whig e il loro leader Robert Walpole favorisce il processo di rinnovamento capitalistico dell’economia inglese.

Con la denominazione di tory, nella vita politica e parlamentare dell’Inghilterra si distingue la corrente dei partigiani del re, della chiesa anglicana, delle tradizioni della proprietà fondiaria e del ceto rurale. La corrente contrapposta ad essa è quella dei whig che rappresenta la resistenza al sovrano, il principio di tolleranza religiosa, gli interessi della borghesia londinese, le ambizioni e gli interessi di carattere commerciale, marittimo e coloniale.  

In Inghilterra vige un clima di libertà civile e di tolleranza religiosa come abbiamo letto nelle Lettere filosofiche di Voltaire.

L’impero Ottomano

L’immenso impero Ottomano nel corso del Settecento vede il suo progressivo sfaldamento. Infatti nel 1683 aveva raggiunto il momento di massima espansione: quello era l’anno in cui era arrivato fino ad assediare Vienna senza però riuscire nel suo intento.

Il declino dell’Impero ottomano

Infatti, nel 1699 perde la Transilvania e l’Ungheria che vanno all’Austria, poi perde una parte della Romania che va anche questa all’Austria, quindi anche la Serbia e Belgrado passano agli Asburgo mentre il mar d’Azov e la Crimea vengono assorbiti dall’impero Russo.

Le cause di questo sfaldamento sono da individuarsi nell’economia arretrata nelle istituzioni arcaiche, nell’inefficiente agricoltura dominata dal latifondo, dalla burocrazia inefficace e dal potere centrale, troppo debole per gestire un impero così vasto e così articolato.

Le guerre del Settecento

Nel corso del Settecento in Europa si combattono alcune guerre che vengono combattute per definire gli equilibri tra le diverse potenze. Gli stati coinvolti sono la Francia l’Austria la Russia la Prussia la Gran Bretagna e le guerre sono:

  • la guerra di successione spagnola (1702-14);
  • la guerra di successione polacca (1733-48);
  • la guerra di successione austriaca (1740-48);
  • la guerra dei sette anni (1756-63).

Questi quattro conflitti hanno alcuni elementi che le accomunano:

  • tutte le guerre sono accompagnate da un’intensa attività diplomatica:
  • sono finalizzate a guadagnare posizioni di forza all’interno dell’Europa o nelle aree a dominio europeo:
  • son guerre costose sia sul piano umano che economico;
  • sono prive di fanatismo;
  • vengono combattute da eserciti regolari, da eserciti statali, più disciplinati dagli eserciti mercenari del Seicento;
  • cominciano ad investire le aree coloniali.

Senza entrare nel merito delle singole guerre, sintetizziamo gli esiti di questi conflitti:

  • la Spagna, il Portogallo e le province unite hanno imboccato una via di inesorabile declino;
  • la Polonia vive una grave crisi che la porterà alla disgregazione;
  • la Svezia vede ridotto il suo territorio;
  • la Prussia è uno stato in ascesa:
  • il potere asburgico è in progressivo ampliamento;
  • la Russia è in espansione;
  • le politiche egemoniche francesi falliscono;
  • la Gran Bretagna si prepara ad essere la maggiore potenza internazionale.

Fonti

https://www.treccani.it/

www.wikipedia.org

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

Gianni Gentile – Luigi Ronga, Storia & Geostoria, vol. IV: Dalla metà dei Seicento alla fine dell’Ottocento, La Scuola, Brescia 2005, pp. 64-71

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Antico regime Settecento storia

La società dell’Antico regime

Ordini e privilegi della società del Settecento

La società dell’antico regime non era divisa in classi, ma in ordini. Il concetto di classe è un concetto economico e sociale, mentre il concetto di ordine è un concetto di tipo giuridico, che è regolato quindi da un sistema di leggi.

Appartenere ad un ordine garantiva dei privilegi come non pagare determinate imposte, oppure essere giudicato in particolari tribunali, i cui membri appartengono alla stessa classe sociale di chi è sottoposto a giudizio, oppure ancora accedere a cariche pubbliche o militari.

La struttura per ordini ispirava anche forme di rappresentanza politica per cui ciascun ordine, o stato, dava vita ad istituzioni indicate a rappresentarne gli interessi presso il sovrano, che incarnava il potere centrale.

La società era quindi divisa in tre ordini o tre stati il primo stato era costituito dal clero il secondo dalla nobiltà e il terzo stato era quello che riuniva Borghesi e contadini. Tutti e tre gli ordini, o gli stati, erano comunque stratificati al loro interno. Questa ripartizione ricorda ancora l’antica tradizione medievale della gerarchia sociale divisa in tre livelli in base alle tre funzioni a cui ognuno era preposto: pregare per il clero, combattere per la nobiltà, lavorare per il terzo stato.

Immagine: https://slideplayer.it/slide/3289759/

Il prestigio e il privilegio si concentrano esclusivamente nei primi due ordini. È importante ricordare che quello che è definito il terzo stato nel corso dei secoli si è diversificato e stratificato in maniera importante. Il terzo stato quindi, che riunisce borghesi, contadini e artigiani (e comprende quindi banchieri, avvocati, imprenditori, mercanti, proprietari terrieri, pellicciai, tessitori, braccianti agricoli, mendicanti …) è lo strato più ampio della popolazione e corrisponde in percentuale circa al 98% della popolazione.  

Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali (Auguste Couder, olio su tela, 1839).
Di Louis-Charles-Auguste Couder – Joconde database: entry 000PE005448, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6194250

Comunità e individui

La società dell’antico regime non considera l’individuo ma la comunità, l’individuo non vale come persona, ma vale solo in quanto è membro di un ordine. Privilegi, diritti e doveri, vincoli o “libertà” sono concessi, non ad un individuo, ma a un ordine o a una comunità. Per noi oggi è inconcepibile pensare che il concetto di libertà non sia collegato all’individuo. Infatti le democrazie moderne garantiscono ad ogni cittadino le libertà fondamentali, ma questo non accadeva nella società dell’Antico regime. La società del diritto è una conquista del mondo contemporaneo, successivo all’Illuminismo e alle Rivoluzioni del Settecento e dell’Ottocento.

La società dell’Antico Regime è quindi una società molto rigida, statica, in cui la gerarchia non è modificabile. I privilegi potevano toccare anche a città o categorie sociali. In quest’epoca non esiste uguaglianza giuridica.

Giustizia

La giustizia nell’Antico regime è regolata da un complesso sistema di norme, da una pluralità di giurisdizioni, di fonti di diritto e di organi di giustizia. Editti reali, statuti corporativi, giustizie signorili, leggi e tribunali ecclesiastici costituivano un intreccio indissolubile e caotico anche perché, accanto alle norme scritte, spesso si ricorreva alle regole della consuetudine. A quell’epoca il sistema giuridico era quindi regolamentato da una selva di norme che si intrecciavano e si sovrapponevano l’un l’altra.

Clero

Il clero si divide in due parti:

  • il clero regolare, costituito dagli ordini religiosi spesso dotati di grande forza economica e culturale come gesuiti;
  • il clero secolare o diocesano cioè legato strettamente alla diocesi, i cui vertici provenivano dall’alta aristocrazia.

Al vertice delle gerarchie ecclesiastiche si trovavano persone colte, istruite e gratificate con benefici e privilegi di vario genere. Ad essi si contrapponeva la vasta platea del basso clero, o clero parrocchiale, che era reclutato prevalentemente tra la popolazione contadina e piccolo-borghese. Il basso clero di solito era caratterizzato da un tenore di vita decisamente modesto e anche il suo livello culturale non era elevato: la cultura dei parroci era discreta nelle parrocchie cittadine ma era spesso quasi inesistente nelle campagne.

Il clero del Settecento nel suo insieme aveva una presenza capillare all’interno della società. Anche se il processo di laicizzazione aveva investito la società europea negli ultimi due secoli, il prestigio e l’autorità della chiesa erano ancora grandi, soprattutto presso i ceti bassi.

Il clero deteneva il monopolio totale dell’istruzione e della pubblica assistenza. Il parroco anche se talvolta impreparato e rozzo costituiva la figura fondamentale di riferimento per le popolazioni contadine: era sacerdote ma anche protettore paciere consigliere.

Il clero inoltre godeva di particolari immunità:

  • l’immunità personale per cui sacerdote veniva giudicato da un tribunale ecclesiastico anche per reati comuni,
  • l’immunità locale, o diritto d’asilo, che sottraeva i luoghi considerati sacri all’autorità della polizia e delle magistrature dello stato,
  • l’immunità reale che esentava i beni della chiesa dal pagamento delle imposte.

Il clero non pagava vere e proprie tasse ma erogava solo donazioni allo stato.

Se le prime due immunità costituivano una forte limitazione dell’autorità dello stato, la terza aveva anche un importante risvolto economico.  Infatti sottraeva dal fisco una quota importante della rendita fondiaria se pensiamo che l’estensione della proprietà ecclesiastica, alla metà del Settecento è stimabile nel 6% dei territori della Francia, nel 9% dei territori in Polonia, nel 14% dei territori in Spagna nel 23% nel regno di Lombardia è molto ancora di più nel Regno di Napoli.

Inoltre, i beni di proprietà di enti ecclesiastici erano soggetti al vincolo della “manomorta”, che ne impediva la divisione e la vendita.

Il termine manomorta indica il patrimonio immobiliare degli enti, civili o ecclesiastici, la cui esistenza è perpetua. Tali beni, solitamente fondiari, erano inalienabili (cioè non trasmissibili ad altri) secondo un istituto giuridico di origine longobarda.

Questi elementi ci fanno comprendere perché l’immunità reale fu uno dei principali terreni di scontro tra stato e chiesa nel Settecento.

Nobiltà

Colbert – Presentazione i membri dell’Accademia Reale delle Scienze a Luigi XIV

Nella società dell’Antico regime era evidente a tutti, e nessuno lo metteva in discussione, che ci fosse un gruppo sociale superiore a tutti gli altri, la nobiltà. Questo ceto sociale era consapevole di questa superiorità, superiorità che era il primo carattere distintivo della nobiltà.

Nella definizione di “nobiltà” confluivano diverse componenti costituite da prerogative giuridiche e da valori simbolici. Era nobile chi disponeva di un titolo che lo riconosceva come tale e il titolo dava diritto a determinati privilegi, piccoli o grandi.

Privilegi dei nobili

I privilegi dei nobili erano articolati:

  • portare la spada,
  • avere posti speciali riservati nelle cerimonie pubbliche,
  • essere giudicati da tribunale di pari,
  • avere accesso esclusivo alle più alte cariche dell’esercito e delle magistrature,
  • godere di particolari immunità fiscali,
  • esercitare potere di comando all’interno dei feudi.

Essere nobili voleva dire avere:

  • natali illustri,
  • alta reputazione sociale,
  • stile di vita splendido estremamente agiato,
  • un codice di valori legato alla forza al prestigio e all’onore.

Un nobile si distingueva quindi dai “plebei” cioè dai “non nobili” e ovviamente si distingueva anche dai ricchi borghesi. Infatti una delle prerogative della borghesia era legata alle attività professionali, che erano invece precluse alla nobiltà. Si pensi che uno dei motivi fondamentali per cui un nobile poteva venir privato del titolo nobiliare era proprio l’esercizio di attività lavorative proibite, come quelle legate al commercio.

Nobiltà di spada e di toga

Un’importante differenziazione interna al ceto aristocratico era quella tra nobiltà di sangue e nobiltà di spada e la nobiltà di toga

La nobiltà di sangue, o di spada, apparteneva a coloro che discendevano da antiche famiglie feudali, per questi la nobiltà era legata appunto al sangue. È necessario ricordare che ormai, nel Settecento, le antiche famiglie feudali erano decisamente ridotte di numero.

La nobiltà di toga era costituita da coloro che avevano ottenuto il titolo acquistando una carica pubblica, oppure compiendo dei servizi al favore del re. Fu questa la via che permise a molti ricchi borghesi, soprattutto in Francia di conquistare l’agognata nobilitazione.

La nobiltà di spada non apprezzava la nobiltà di toga e quindi cercò per tanto tempo di bloccare l’introduzione di questi nuovi nobili, ma il fenomeno si rivelò irreversibile.

Nel Settecento le due aristocrazie ormai si erano ampiamente integrate anche se mantenevano forti differenze reciproche.

Il ceto aristocratico tra Sei e Settecento viveva ormai in una situazione di crisi dovuta a due principali fattori:

  • l’emergere di nuove fonti di potere e di ricchezza, legate alle attività borghesi del commercio e dell’Industria
  • l’affermazione dello stato moderno centralizzato e assolutista che gli aveva sottratto sfere di potere e di autonomia.

Ma la nobiltà era comunque ancora il ceto dominante, perché

  • deteneva gran parte della terra,
  • monopolizzava le cariche pubbliche e gli uffici di governo,
  • imponeva i suoi valori e i suoi stili di vita.

Non a caso i borghesi che avevano fatto fortuna cercavano in tutti i modi di acquisire un titolo nobiliare.

Curiosità

Montesquieu, autore delle “Lettere persiane” e teorizzatore della separazione dei poteri, apparteneva alla nobiltà di toga.

La base del potere nobiliare

Nei diversi paesi europei la percentuale degli appartenenti alla classe nobiliare è molto varia.

In Polonia il 10% della popolazione apparteneva alla classe nobiliare, in Spagna il 7, 5%, in Ungheria il 5%, Russia 2,5%, in Francia 1%. In Inghilterra i nobili erano in percentuale decisamente minima tanto che i Lord erano meno di duecento.

Nei diversi paesi europei, l’atteggiamento dell’aristocrazia verso le attività produttive o lavorative in genere era molto diversificato. Mentre la nobiltà inglese e il patriziato olandese si impegnavano spesso nella conduzione di imprese agricole, manifatturiere o commerciali, l’aristocrazia dei paesi latini giudicava indegne e infamanti tali occupazioni.

Ma nonostante queste specificità, era comunque la terra che forniva alla nobiltà la maggior parte della propria ricchezza e del proprio prestigio. Infatti nella proprietà immobiliare si realizzava un intreccio di potere univa allo sfruttamento economico l’esercizio del potere personale sui subalterni: il potere sulle persone costituiva il carattere distintivo della nobiltà fin dalla nascita della feudalità.

Il signore ricavava rendite in modalità diversificate. Infatti ricavava un reddito:

  • dalle terre coltivate dai suoi affittuari, dai suoi mezzadri,
  • dagli apprezzamenti lavorati dai contadini che gli pagavano il canone in denaro o in natura,
  • dal monopolio di mulini, frantoi, forni, torchi, su cui i contadini pagavano un dazio,
  • dal diritto di caccia
  • dall’esercizio dei poteri giurisdizionali – poteva infatti esercitare funzioni di giustizia e di polizia all’interno del feudo.

Contadini

Nel Settecento in Europa il potere nobiliare aveva caratteristiche diverse e possiamo fare una distinzione tra il potere nobiliare in area occidentale e quello in area orientale, orientativamente a Est e Ovest rispetto al fiume Elba. Ricordiamo inoltre che in Inghilterra la feudalità era quasi del tutto estinta.

Est e Ovest europeo

Nella parte occidentale del continente erano per lo più scomparsi i due istituti fondamentali del sistema feudale, la servitù della gleba, e le corvée, prestazioni di lavoro obbligatorio. I contadini cioè erano giuridicamente liberi e le corvée erano ridotte di molto e, in alcuni casi, erano state trasformate in tributi di denaro. Nell’Europa orientale invece, dove le terre di proprietà del feudatario erano estesissime, la servitù della gleba e le corvée erano ancora una regola diffusa ovunque.

Il percorso dell’Elba

Nell’Est europeo anche i poteri giurisdizionali del signore erano molto più estesi. Mentre in occidente l’espansione della sovranità dello stato aveva ridotto la sfera della giurisdizione signorile, a Est il potere del nobile era pressoché assoluto: si pensi che in Polonia i signori conservarono fino al 1768 il diritto di condannare a morte i contadini dei loro feudi!

Da questa realtà derivava una condizione diversa anche per la popolazione delle campagne. A Est gravavano sui servi:

  • il lavoro massacrante delle corvée per più giorni la settimana
  • la completa dipendenza dall’arbitro del signore.

Il contadino non poteva

  • allontanarsi dal feudo,
  • cercare un lavoro migliore,
  • spostarsi senza il permesso del padrone.

Pesantissime erano le punizioni per quelli che tentavano la fuga.

A Ovest invece, la libertà giuridica aveva attenuato le forme più odiose dello sfruttamento feudale e, al di fuori della riserva signorile, il colono si era spesso trasformato in piccolo proprietario di fatto, anche se le terre erano giuridicamente intestate al signore.

Per questo ad Ovest si era anche creato uno strato più agiato di affittuari, mezzadri, coloni insediatisi sulle terre libere. Molti coltivatori godevano di condizioni di privilegio perché lo stato incentiva va la messa a coltura di nuove terre.

Bisogna comunque puntualizzare che le condizioni dei contadini, che costituivano i due terzi della popolazione europea, rimanevano comunque miserabili anche all’ovest. Infatti i contadini dell’Ovest europeo, anche se liberi, erano oberati di tasse. Dovevano pagare:

  • il canone al signore,
  • le decime alla chiesa,
  • le imposte allo stato.

Dopo aver finito di versare tutte le tasse, ai contadini rimaneva un reddito decisamente esiguo.

Per questo motivo i contadini europei guardavano con diffidenza le innovazioni praticate degli agronomi che sconvolgevano l’agricoltura comunitaria di villaggio: queste novità avrebbero reso ancora più difficile la sopravvivenza.

Immagine: https://www.tes.com/lessons/ZQq8U25dLFjaxQ/la-rivoluzione-francese

La borghesia

Un altro gruppo sociale importante attivo nella società dell’Antico regime è la borghesia.

La borghesia comprendeva in questa epoca diverse figure sociali e professionali come

  • il banchiere,
  • il mercante,
  • l’imprenditore
  • l’artigiano,
  • il libero professionista,
  • il titolare di cariche pubbliche non nobilitanti,
  • il funzionario dello stato dell’amministrazione locale,
  • il titolare di rendite fondiarie.

La borghesia è un gruppo sociale multiforme, stratificato al suo interno sia per il reddito che per lo stile di vita. Nelle diverse regioni europee la borghesia era differenziata sia per estensione che per importanza sociale.

Ad esempio, in Inghilterra, in Olanda, in qualche area dell’Italia e della Francia, esisteva già una borghesia imprenditoriale e commerciale. Invece nell’Europa orientale, nella penisola iberica, nella maggior parte dell’Italia meridionale, il ceto borghese aveva consistenza quasi nulla. Qui infatti la società era strutturata in maniera più tradizionale, con l’aristocrazia feudale, che godeva il monopolio della rendita fondiaria, e la massa dei contadini o servi.

Valori della borghesia

La borghesia non era neppure omogenea per quanto riguardava valori e aspirazioni. Infatti, da una parte c’era chi ricercava promozione sociale nella proprietà terriera, nella venalità delle cariche, in uno stile di vita aristocratico, dall’altra parte c’era chi era coinvolto nello sviluppo della vita produttiva e culturale, interessato alla trasformazione delle strutture economiche e sociali dell’Antico regime. Questa borghesia aspirava alla valorizzazione del merito e del talento, alla libertà economica, all’accesso alle cariche pubbliche e alla rappresentanza politica.