Categorie
Novecento Ottocento

Società e idee dell’Ottocento

Le nuove povertà

Il processo di industrializzazione avviato dalla rivoluzione industriale ha provocato delle profonde trasformazioni sociali. Alla base dei mutamenti sociali dell’Ottocento sta innanzitutto il forte incremento demografico.

Nel corso dell’Ottocento l’Europa passa da 193 milioni dell’inizio del secolo ai 400 milioni di abitanti alla fine secolo. Non si tratta solo di un dato quantitativo in quanto nel corso dell’Ottocento avvenne una vera rivoluzione nel regime demografico europeo.

Fino a quel momento l’andamento della popolazione europea era caratterizzato da alta natalità e da alta mortalità come in tutte le società agricole tradizionali. Ogni fase di crescita demografica veniva prima o poi bilanciata da altre fasi di mortalità causate da carestie e da epidemie. Questo era causato dal fatto che si creava uno squilibrio tra la popolazione in crescita e le risorse a disposizione.

Nel corso dell’800 invece:

  • il tasso di natalità si mantenne alto,
  • il tasso di mortalità si ridusse,
  • quindi la popolazione eurpoe aumentò.

Questo accadde grazie:

  • all’arricchimento dell’alimentazione,
  • al miglioramento delle condizioni igieniche abitative,
  • ai progressi della medicina,
  • ai progressi nella cura delle malattie infettive.

Con l’affermazione del sistema industriale, per la prima volta nella storia dell’uomo, le risorse iniziarono a crescere. Questo accadde nei paesi sviluppati in cui le risorse iniziarono a crescere in misura proporzionale rispetto alla popolazione.

E fu così che l’ultima grande carestia europea si abbattè sull’Irlanda nel 1847 – 48 a seguito di una grande malattia della patata.

OGGI
Per comprendere bene la novità di questo fenomeno è importante ricordare che, per secoli, riuscire a sopravvivere da un anno all’altro era stato davvero il problema principale degli europei.
Dobbiamo pensare che la vita media degli Europei fino al 700 era di 30 anni, mentre oggi la vita media del paese occidentali raggiunge gli 80 anni.
Lo spettro della fame, delle carestie e delle epidemie è scomparso nei paesi sviluppati ma è ancora drammaticamente attuale in gran parte del mondo non sviluppato.

Dai ceti alle classi

La società dell’Europa industriale dell’Ottocento era molto più popolata di quella dei secoli precedenti. Ma era anche molto più articolata più dinamica. 

La società dell’Antico regime era costruita sulla stabilità e sulla tradizione, mentre la nuova società industriale si costruiva sull’intraprendenza e sul successo personale.

Nella nuova società industriale infatti c’era mobilità sociale. La possibilità di modificare la propria condizione all’interno della gerarchia sociale aumentò decisamente nel corso dell’Ottocento fino a diventare una delle caratteristiche fondamentali delle società sviluppate.

Nonostante l’evoluzione sociale, l’aristocrazia mantenne per tutto il secolo:

  • grande influenza,
  • grande potere,
  • grande prestigio.

I contadini continuavano a costituire la base di una società che, anche se si era industrializzata, si basava ancora sull’agricoltura. E questo accadeva soprattutto quanto più ci si allontanava dal centro dell’Europa industriale e dalle grandi città industriali. Ma non c’è dubbio che la grande novità dell’Ottocento è l’emergere sulla scena di due classi sociali: la borghesia e il proletariato.

Borghesia e proletariato diventarono così il cardine della società moderna. Più si sviluppava l’industria, più aumentavano le fabbriche, più importanti diventavano borghesia e proletariato.

La borghesia investiva i capitali nell’iniziativa economica per ottenere profitto.

Il proletariato vendeva la propria capacità lavorativa, vendeva la propria forza lavoro in cambio di un salario.

Proprio nella prima metà dell’Ottocento si iniziò a utilizzare il termine classe per indicare le stratificazioni interne alla società.

La classe indica un insieme di individui accomunati da:

  • funzione produttiva,
  • ruolo sociale,
  • condivisione di interessi,
  • condivisione di stili di vita,
  • valori.

La distinzione in classi sociali si riferisce quindi elementi economici e culturali non giuridici. Mentre la distinzione in ordini nell’antico regime era regolata da un sistema giuridico, la nuova divisione in classi sociali invece si basava su elementi di tipo economico e culturale.

Per quanto riguarda la società industriale moderna, le disuguaglianze di classe riguardano non più la posizione giuridica, ma:

  • la ricchezza,
  • l’istruzione,
  • la cultura,
  • quindi le opportunità.

La borghesia

Il concetto di borghesia accomuna realtà e figure sociali anche molto diverse tra loro. Intorno alla metà dell’Ottocento si potevano definire Borghesi i proprietari di grandi aziende agrarie, i banchieri, gli imprenditori industriali grossi commercianti, ma anche i professionisti, i funzionari pubblici e privati, gli intellettuali, gli artigiani, ma ancora i fittavoli agricoli e anche i negozianti.

Per comodità possiamo utilizzare la distinzione tra alta media e piccola borghesia, allo scopo di indicare le differenze di reddito e di posizione produttiva che esistono all’interno di questa classe.

Tuttavia, al di là di queste classificazioni di carattere sociologico, possiamo individuare nella borghesia capitalistica la nuova forza sociale più dinamica; la borghesia capitalistica è la vera protagonista del processo di industrializzazione.

Cosa si intende per borghesia capitalistica? Intendiamo quella classe sociale che è proprietaria dei mezzi di produzione, terre e fabbriche, e che investe i propri capitali per ottenere profitto.

Il proletariato

Si definiva proletario nell’Ottocento chi, non disponendo altro che della propria capacità di lavorare, trovava occupazione come bracciante nelle campagne (in questo caso parliamo di proletariato agricolo) oppure come operaio nelle fabbriche (in questo caso parliamo di proletariato industriale).

Come il termine borghese, anche il termine proletario, nella società ottocentesca indica figure sociali molto diverse tra loro.

Erano proletari:

  • gli ex artigiani che erano stati costretti dalla concorrenza delle industrie a chiudere la sua bottega e a entrare nella fabbrica,
  • i contadini espulsi dalle campagne a causa delle trasformazioni dell’agricoltura,
  • gli immigrati,
  • le donne e i bambini che venivano risucchiati dal sistema industriale.

Nella fabbrica, questa diversa provenienza dava luogo a una gerarchia con grande differenza di condizioni. Il salario e la stabilità occupazionale dell’operaio che era specializzato, come il carpentiere o il tipografo, erano decisamente maggiori rispetto a quelli del manovale comune, come il minatore o l’operaia tessile senza qualifica.

La condizione operaia

Pur con le differenze sopra esposte, la classe operaia visse, nei primi decenni dell’industrializzazione, una comune condizione di miseria e di sfruttamento. La situazione era tanto più grave per i lavoratori non specializzati per le donne e per i bambini. I salari erano bassissimi, al limite della sopravvivenza. Si lavorava sei giorni alla settimana fino a 15 ore al giorno. I ritmi di lavoro erano massacranti, l’ambiente era malsano e pericoloso, e non c’era alcuna prevenzione.

Inoltre in fabbrica vigeva una ferrea disciplina con orari obblighi e punizioni. Tale disciplina era pesante da sopportare soprattutto per chi aveva da poco lasciato la vita della campagna. In campagna, per quanto la vita fosse altrettanto faticosa, era legata al ritmo naturale della giornata e delle stagioni e quindi più vicina ai ritmi dell’uomo e non era legata al ritmo artificiale delle macchine.

Quando arrivava una malattia, quando capitava un infortunio, non c’era alcuna sicurezza. Questo significava la fame, perché non esistevano alcune forme di indennità o di assicurazione sociale.

Un altro elemento che accomunava tutti gli operai era lo spettro della vecchiaia: chi non lavorava più e non poteva essere accolto in casa dai figli, non aveva altra prospettiva che l’ospizio o la pubblica carità.

Le prime forme di pensione vennero introdotte infatti in alcuni paesi come la Germania e l’Inghilterra solo verso la fine dell’800.

Inoltre c’era una grande differenza tra la condizione del contadino e quella dell’operaio.

  • Il contadino, anche se povero, si trovava pur sempre in un ambiente in cui era possibile qualche forma di solidarietà da parte della comunità. La famiglia contadina solitamente era una famiglia ampia, composta da genitori, figli, nonni e altri parenti.
  • L’operaio viveva invece in una condizione di forte isolamento e la famiglia operaia viveva spesso sradicata dal suo contesto di origine. Inoltre era generalmente composta dai soli genitori e figli. 

Gli operai dovettero dunque costruirsi da sé forme nuove di comunità e di solidarietà. Nacquero quindi delle società di mutuo soccorso, leghe, sindacati; organizzazioni e associazioni nate nella fabbrica e dalla lotta per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Una nuova povertà

I costi umani e sociali dell’industrializzazione erano altissimi. Di questo si rendevano conto sia l’opinione pubblica borghese che le autorità cittadine che i legislatori. 

La povertà non era certo una novità per l’Europa, che conosceva benissimo la povertà legata all’agricoltura. Infatti in tutto il mondo occidentale si conoscevano situazioni legate all’insufficiente produzione di risorse e ai cicli ricorrenti di carestie e di epidemie. 

Ma con l’avvento del sistema industriale nacque una nuova forma di povertà che era legata alle trasformazioni economico-sociali e alle condizioni del lavoro operaio.

Una povertà nuova questa che richiedeva un’attenzione nuova, perché si produceva nel cuore stesso di un sistema economico nuovo. Il mondo era in cammino verso il progresso, un progresso che però dava origine a questa povertà. Risulta quindi chiaramente comprensibile che di conseguenza si svilupparono nuove forme di protesta e di rivendicazione sociale.

Documenti sulla condizione operaia

Introduzione

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_00.html

Vecchi e nuovi edifici industriali

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_01.html

Le conseguenze dal lavoro minorile

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

La miseria estrema degli operai a domicilio

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_03.html

Il colera del 1848 in Inghilterra

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_04.html

La questione sociale

Di fronte a questo problema all’interno delle classi dirigenti europee si manifestarono due tendenze. 

Da un lato c’era chi voleva eliminare ogni legislazione di assistenza ai poveri. Questa idea era legata al credo liberista che imponeva la massima libertà possibile sul mercato del lavoro.

Ma d’altra parte, altri compresero che il sorgere di una questione sociale e operaia proprio nel cuore della nuova società industriale della nuova e dinamica società industriale, costituiva una minaccia per la vita collettiva. Questa minaccia andava innanzitutto conosciuta.

Per questo gli stessi governi ordinarono inchieste ed ispezioni all’interno dei luoghi di lavoro. Poi si ritenne importante affrontare la situazione con adeguati provvedimenti legislativi. Medici, intellettuali, filantropi e membri di commissioni di inchiesta governative denunciarono più volte i danni fisici e psicologici provocati agli operai dal lavoro in fabbrica e in miniera.

In particolare furono messe in evidenza i danni fisici e psicologici causati a donne e bambini.

Inoltre la degradazione nella vita urbana delle città industriali era oggetto di inchiesta. Generalmente fu messo l’accento sulle conseguenze morali e sociali di questa situazione. La crisi della famiglia, la crisi dei valori della moralità, l’esplodere della delinquenza, della prostituzione, dell’alcolismo.

In seguito a queste inchieste iniziarono dei movimenti di riforma come ad esempio in Inghilterra i vari Factory act leggi sulle fabbriche che regolavano il lavoro femminile e minorile in Francia nel 1841 venne emanata una legge che proibiva il lavoro minorile al di sotto degli 8 anni e limitava a 58 ore alla settimana l’orario di lavoro delle donne e dei bambini.

Il luddismo

La percezione del rischio sociale connesse alla condizione operaia la percezione che poteva esplodere un conflitto, fu rafforzata dal manifestarsi di forme di ribellione nei confronti del nuovo sistema produttivo 

Uno dei movimenti che portò alla ribalta questo tema fu il movimento del luddismo.

Il termine luddismo, deriva dal nome del capo di tale movimento operaio, Ned Ludd. Cosa accadde? Un gruppo di artigiani iniziò a distruggere le macchine con le quali lavoravano. I luddisti erano artigiani che erano diventati i proletari. Si trattava di operai specializzati che vedevano nel diffondersi delle macchine tessili una minaccia non solo alla loro professionalità ma anche alla loro stessa sopravvivenza.

La distruzione delle macchine dell’industria tessile

La macchina quindi permetteva all’imprenditore di assumere manodopera a basso costo, soprattutto donne e bambini, per svolgere operazioni che in precedenza richiedevano abilità artigianali di alto livello. 

La repressione del luddismo fu decisamente violenta tanto che si arrivò a punire con la morte la distruzione delle macchine. Ma questo fenomeno aiuto comunque ad aprire gli occhi sulla situazione della condizione degli operai.

L’organizzazione: caratteristica specifica del movimento operaio

Gli operai capirono ben presto che era necessario organizzarsi per difendere i loro diritti. L’organizzazione fu proprio la caratteristica del conflitto operaio. L’organizzazione fu un prodotto del sistema industriale e fu anche una novità dal punto di vista storico.

Nel mondo contadino infatti erano esplose nel corso dei secoli ribellioni violentissime nelle quali si assaltavano le case dei padroni, il municipio, i forni, ma non si erano mai create delle organizzazioni. Questo dipendeva dalla condizione sociale del contadino, che era servo o schiavo ed era giuridicamente soggetto al suo padrone. Non era libero ed era legato al suo pezzo di terra. Si trovava quindi in una condizione di isolamento.

Con l’industrializzazione invece si crea una situazione nuova. Infatti gruppi di lavoratori sempre più grossi vengono riuniti all’interno delle fabbriche.

Questo dà loro la consapevolezza

  • di vivere una condizione comune,
  • di avere gli stessi obiettivi di lotta,
  • di avere gli stessi interessi economici e politici,
  • di avere gli stessi valori,
  • di avere anche la consapevolezza di potersi organizzare,
  • di poter così accrescere la propria forza.

Prime lotte e conquiste

In quegli anni nacquero quindi le prime forme di organizzazione operaia. Non dobbiamo pensare ai grandi sindacati come quelli che esistono oggi, che rappresentano milioni di lavoratori di una determinata categoria, oppure quelli che rappresentano addirittura tutti i lavoratori in generale. In quel periodo si trattava di piccoli organismi, in genere su base territoriale locale. C’erano, ad esempio, le società di mutuo soccorso: organizzazioni quasi filantropiche che assistevano i lavoratori bisognosi. A queste organizzazioni aderivano spesso anche esponenti dell’aristocrazia e della borghesia.

C’erano poi i sindacati di mestiere, come quello dei tipografi o dei tessitori di determinate zone.

Con il tempo si vennero creando organizzazioni più stabili e più rappresentative: le Trade unions cioè sindacati di mestiere britannici. Le trade unions tennero il loro primo congresso nel 1833. 

Nella seconda metà dell’800 si formarono infine organizzazioni sindacali su base nazionale. Gli obiettivi delle prime lotte operaie erano innanzitutto l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa, ma anche il diritto di associazione, cioè il diritto di unirsi per difendere i propri interessi. Fu proprio questa la battaglia più dura: imprenditori e governanti infatti erano concordi nel temere le associazioni operaie: le ritenevano pericolose per il sistema industriale. Per questo in quel periodo costituire un sindacato era illegale, come era illegale lo sciopero, l’arma di lotta principale degli operai.

Contro gli scioperanti intervenivano gli imprenditori con licenziamenti, punizioni, riduzione di paga. Interveniva anche la forza pubblica con repressioni, spesso sanguinose.

Scioperare era anche difficile per le condizioni del mercato del lavoro nella prima metà dell’Ottocento.

Infatti l’aumento della popolazione, i molti contadini che lasciavano le campagne e gli immigrati, fornivano abbondante forza lavoro.

Con l’eccezione degli operai specializzati, tutti i lavoratori erano facili da sostituire, qualora non avessero accettato le condizioni imposte dagli imprenditori.

Nonostante queste difficoltà, il movimento operaio riuscì ad ottenere, nel corso dell’Ottocento, importanti conquiste.

Per quanto riguarda i salari degli operai questi aumentarono complessivamente pur rimanendo sempre soggetti alla variazione della situazione economica: i salari erano più alti nei momenti di sviluppo e si abbassavano nei momenti di crisi.

La condizione operaia andò comunque migliorando nel corso del secolo soprattutto negli ultimi anni

Documento – L’emancipazione delle classi lavoratrici – Il mondo alla rovescia

Claude-Henri Saint-Simon (1760-1825) fu uno dei precursori più significativi del socialismo e del positivismo. Tra il 1816 e il 1820 fondò due riviste, “L’Industria” e “L’Organizzatore”, che suscitarono una vasta eco culturale e raccolsero intorno ad esse un nutrito gruppo di collaboratori: L’obiettivo di queste iniziative consisteva nel promuovere un programma di riforma sociale.

Nel 1819, sulle pagine de “L’Organizzatore” Saint-Simon pubblicò uno tra i suoi scritti più famosi, la celebre Parabola, in cui veniva esaltato il valore delle classi produttive contro l’inutilità dell’aristocrazia.

Leggi il documento qui

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_01.html

Rispondi alle seguenti domande

1. A cosa deve la sua prosperità la Francia?
2. Chi invece blocca l’avanzamento della Francia stessa? Per quale motivo?
3. Come giudica l’autore l’organizzazione sociale francese?
4. Che cosa fanno, a suo avviso, gli amministratori degli affari pubblici?
5. Per quale motivo l’autore dice che “la società attuale è davvero il mondo alla rovescia”?
6. L’autore sostiene che nella società francese ci sono uomini ignoranti e superstiziosi e altri invece capaci e laboriosi.
7. Quali attività svolgono nella società francese?
8. Perchè secondo Saint-Simon il corpo politico è ammalato?

Dopo aver risposto alle domande prova a fare un piccolo testo in cui rispondi alle seguenti domande.

Quali sono per Saint-Simon i fattori che contribuiscono alla prosperità di una nazione? Quali quelli che testimoniano l’arretratezza del suo assetto politico? 

Fra economia e politica

Le lotte del movimento sindacale e operaio ebbero, fino dall’inizio, questa duplice natura: economica e politica. Questo accade perché, nella visione del leader del movimento, la classe operaia non si batteva solo per i propri interessi, ma per l’avanzamento dell’intera società.

Una delle grandi rivendicazioni del movimento operaio dell’Ottocento fu infatti quella dell’estensione del diritto di voto.

In tutti i paesi anche nei paesi più moderni liberali come l’Inghilterra, il diritto di voto era limitato in base alla proprietà o al censo, al reddito; era limitato dunque a una fascia molto ristretta della popolazione. Non bisogna dimenticare questo elemento, senza il quale non si può comprendere la storia della società industriale.

Ce ne dà prova il cartismo un movimento a base operaia – che però non comprendeva solo operai – che si sviluppò in Inghilterra nel corso degli anni trenta. I cartisti rivendicavano:

  • migliori condizioni di lavoro,
  • provvedimenti di assistenza ai poveri,
  • riforme politiche contenute nella carta del Popolo, da cui movimento prese il nome.

La carta del popolo

La carta del popolo fu una petizione sottoscritta da oltre un milione di persone che fu presentata al parlamento inglese nel 1838.

Le richieste erano:

  • Suffragio universale,
  • Elezione annuale del Parlamento,
  • Segretezza del voto,
  • Corresponsione ai parlamentari di uno stipendio per contrastare la corruzione,
  • Abolizione dei limiti di censo per i candidati,
  • Conseguente estensione del suffragio universale anche l’elettorato passivo.

Questo avrebbe permesso potenzialmente a tutti di essere eletti in Parlamento.

La petizione dei cartisti fu respinta ma queste richieste dimostrano che esisteva ormai in Inghilterra un vasto movimento operaio e popolare che era deciso a dire la propria all’interno della vita politica.

Pensate che il giornale dei cartisti il Northernstar raggiunse, nel 1839, le 48000 copie quando il Times, che era il maggior quotidiano inglese, non superava le 5000.

Rispondi alle seguenti domande

1. Quale andamento demografico si ebbe nell’Ottocento?
2. Perché questo rappresentò una novità assoluta rispetto al passato?
3. Quali fattori consentirono la crescita demografica ottocentesca?
4. Quali classi sociali portò alla ribalta?
5. Quali principali elementi caratterizzavano la condizione operaia nella prima metà dell’Ottocento?
6. Quale fondamentale caratteristica distinse fin dall’inizio le lotte operaie?
7. Quali furono gli obiettivi e i risultati principali delle lotte sindacali dell’Ottocento?
8. Che cosa fu il cartismo?
9. Che cosa ci dice questo movimento circa il carattere economico e politico delle rivendicazioni operaie?

L’idea socialista

La rivoluzione industriale aprì alla riflessione di una nuova questione: la questione sociale. La questione sociale venne affrontata in maniera diversa dalle diverse correnti di pensiero: il pensiero liberale, il pensiero democratico e il pensiero socialista.

Il pensiero liberale è basato sui principi di: 

  • Libertà individuale 
  • Intervento minimo dello stato 

I liberali vogliono ampliare il mercato per poter accrescere e diffondere la ricchezza sociale.

Il pensiero democratico sostiene: 

  • Suffragio universale
  • Intervento statale a favore di maggiore giustizia sociale

I democratici ritengono che la povertà e i conflitti vadano in qualche modo governati dal potere politico. Quindi i democratici ritengono che sia necessario intervenire con delle riforme per organizzare l’assistenza ai più deboli.

Il pensiero socialista ritiene che sia necessario puntare a

  • Uguaglianza sostanziale
  • Abolizione dello sfruttamento 

Il pensiero socialista ritiene insolubile il problema della povertà e dello sfruttamento nella società poiché è basata sulla proprietà privata. Questa corrente di pensiero ritiene che la proprietà privata non debba essere il fondamento della vita economica e sociale di una società; ritiene invece che la proprietà privata sia la fonte di un sistema che è profondamente ingiusto e irrazionale. Infatti, questo sistema è incapace di assicurare il benessere alla maggioranza della popolazione. 

Il socialismo inoltre muove una critica al liberalismo. Sostiene infatti che l’esaltazione della libertà dell’individuo e del mercato, in realtà nasconda solo sfruttamento e oppressione per la maggior parte dei componenti della società.

Il pensiero sociale ritiene infatti che le garanzie e le libertà, tanto esaltate dal liberalismo, siano tutt’altro che universali; appartengono semplicemente a una ristretta minoranza che detiene, non solo il potere economico e quello potere politico, ma monopolizza anche la cultura.

Il socialismo dichiara che, in una società divisa in classi, il valore fondamentale non deve essere la libertà dell’individuo ma la giustizia sociale. Per ottenere questo, nella concezione socialista, è necessario limitare le libertà individuali e subordinarle all’interesse dell’intera società. 

Il socialismo ritiene che solo eliminando le diseguaglianze economiche e sociali si può davvero garantire la libertà per tutti.

Uguaglianza sostanziale

Anche il pensiero socialista, come il pensiero democratico, mette al centro l’uguaglianza, ma ritiene che non basti rivendicare il suffragio universale. Il suffragio universale garantisce solo l’uguaglianza formale. 

Ma all’uguaglianza formale, che riguarda i diritti civili e politici, era necessario, secondo i socialisti, affiancare l’uguaglianza sostanziale, cioè l’uguaglianza delle condizioni e delle opportunità di vita.

Documento – Il diritto di proprietà deve essere abolito

La prima opera di Pierre-Joseph Proudhon (1809-65), Che cos’è la proprietà?, fu pubblicata nel 1840 e fece immediatamente scandalo. Garantì però all’auutore fama e successo del suo autore, tanto che egli divenne uno degli intellettuali socialisti più influenti d’Europa.

In questo scritto Proudhon concepiva una società utopistica fondata su quattro princìpi:

  • l’eguaglianza dei mezzi,
  • l’indipendenza reciproca degli individui,
  • la giustizia,
  • la proporzionalità delle leggi.

L’obiettivo era la creazione di una società libera, in cui la convivenza sarebbe stata garantita da una forma di “anarchia positiva” che non riconosceva la legittimità di alcun potere. Per l’autore il termine “libertà” diventava così un sinonimo di “anarchia”.

Nel documento che segue Proudhon condanna il concetto di “proprietà”.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_02.html

Rispondi alle domande

1. Che cosa si ottiene, secondo l’autore, nel sopprimere la proprietà e conservare il possesso?
2. Che differenza c’è tra proprietà e possesso?
3. La capacità lavorativa è privata o sociale, secondo l’autore?
4. Per quale motivo i salari devono essere uguali per tutti i lavoratori?
5. Attraverso quale condizione negli scambi fra gli uomini, secondo Proudhon, la proprietà cessa di formarsi e si estingue?
6. Quali forme di associazione saranno alla base della società del futuro?

Molti sono i teorici del socialismo noi andiamo a conoscere per il pensiero di Marx.

Il pensiero di Karl Marx

La più complessa e organica teoria politica del socialismo dell’800 è quella formulata dal filosofo tedesco Karl Marx (1818 – 1883) e dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels (1820 –  1895).

La loro teoria politica del socialismo è espressa in diversi celebri scritti. I più importanti sono il Manifesto del partito comunista del 1848 e Il capitale, che è una vasta opera di analisi economica pubblicata da Karl Marx negli anni sessanta e settanta del XIX secolo.

La critica della società capitalistica

Quello che rende particolare il marxismo e lo distingue dalle teorie socialiste e comuniste, che si erano sviluppate nel corso dell’800, è il tentativo di elaborare una critica della società capitalistica industriale e la capacità di elaborare una teoria rivoluzionaria basata su un’analisi delle contraddizioni interne della società capitalistica. Il motore fondamentale del cambiamento storico è, secondo Marx, la lotta di classe.

La lotta di classe 

La lotta di classe corrisponde al conflitto tra la classe che tiene il potere economico e politico e quella che aspira conquistarlo.

Marx ritiene che il passaggio dalla società agricola feudale a quella industriale borghese, cioè quella attuale, sia stato determinato dalla secolare lotta condotta dalla borghesia contro l’aristocrazia feudale. Il momento culminante di questo conflitto è stato la rivoluzione francese. Secondo Karl Marx, la borghesia ha svolto una grande funzione storica. Infatti è grazie alla borghesia che si è sviluppata una società molto più articolata e ricca di quella feudale aristocratica.

Tuttavia, secondo Marx, anche la società borghese è destinata venire superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale; la società borghese è destinata a venir superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale a causa di un conflitto insanabile che la attraversa. 

Questo conflitto insanabile è quello che si crea tra la borghesia capitalistica, che è proprietaria dei mezzi di produzione e la classe operaia, che possiede solo la forza lavoro.

Mezzi di produzione

Cosa si intende per mezzi di produzione? Per mezzi di produzione, nel linguaggio marxista, si intendono:

  • i capitali,
  • le macchine,
  • i terreni,
  • ma anche le conoscenze tecniche che sono necessarie per rendere produttivi capitali, macchine e terreni.

Le contraddizioni del capitalismo

Come funziona il capitalismo?

Il capitalista ottiene il suo profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro operaio. Infatti il capitalista paga sì il lavoro dell’operaio, ma ad un valore inferiore rispetto al valore reale di quello che egli produce con il suo lavoro.

Da questo nasce un plusvalore, cioè un valore aggiuntivo, che viene acquisito dal capitale, nel corso del processo di produzione. Accade così quindi che, mentre una piccola parte della società, la borghesia, si arricchisce sempre di più, ce n’è un’altra molto più ampia, cioè la classe popolare, la classe operaia, che viene mantenuta in condizioni molto vicine alla miseria.

Marx ritiene che l’operaio non solo diventa sempre più povero, ma il suo lavoro diventa sempre più alienante, perché il lavoro dell’operaio consiste nella ripetizione meccanica di operazioni ad una macchina.

Il termine alienazione deriva dal verbo alienare che significa cedere ad altri. In senso sociologico il termine alienazione è stato utilizzato nel significato di perdita di sé, a vantaggio di qualcosa o di qualcuno di esterno.  

L’operaio vive quindi una serie di svantaggi. Oltre alla miseria e all’alienazione, si trova in una condizione di subordinazione, in una condizione quindi di sofferenza non solo materiale, ma anche spirituale e morale.

Immagini tratte dal film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin

Questo è il motivo per cui Marx ritiene che sia inevitabile che il conflitto tra il capitale e il lavoro, tra la borghesia e la classe operaia diventi sempre più profondo. È inevitabile che la spaccatura tra queste due classi sociali sia sempre più ampia.

Quanto più il sistema di produzione capitalistico si generalizza, espandendosi nella società e anche a livello internazionale, tanto più si ingrandisce la classe operaria. Il proletariato industriale quindi è destinato prima a crescere di dimensione, poi a unificarsi, a diventare sempre più forte. A quel punto diventa evidente la contraddizione tra la produzione della ricchezza, che è garantita dal lavoro del popolo e chi invece ne detiene i profitti, i capitalisti.

Marx ritiene che sia inevitabile l’esplosione di un conflitto. Infatti la classe operaia è destinata a diventare sempre più importante e potente in ogni nazione industriale. Questo porterà la classe operaia ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e a realizzare quindi una società senza classi.

Il sogno di Marx, questa società utopistica, prevede che sia definitivamente eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’obiettivo ultimo che si pone Marx è quello di permettere ad ogni persona di raggiungere la felicità.

Il pensiero di Marx nel tempo

Il pensiero di Marx aperto un’ampia discussione. All’interno del movimento operaio socialista le teorie di Marx hanno animato il dibattito per molti decenni. Questo dibattito ha aperto una divisione tra due posizioni.

La prima è sostenuta da coloro che interpretano Marx in senso rivoluzionario; ritengono cioè che sia necessario che il proletariato faccia esplodere una rivoluzione, finalizzata a togliere, in maniera decisa, i mezzi di produzione alla classe borghese; dopo di questo è necessario iniziare la gestione proletaria dei mezzi di produzione.

L‘altra interpretazione considera il pensiero di Marx alla luce dei mutamenti economici e sociali e fornisce un’interpretazione in chiave riformista. L’obiettivo di questo secondo orientamento è quello di raggiungere gli obiettivi che si pone Karl Marx, non attraverso un movimento rivoluzionario, ma attraverso un movimento di riforme.

Domande 

  • Quali sono i tre orientamenti di pensiero che si sviluppano in seguito all’irrompere della questione sociale?
  • Che cosa differenzia le tre posizioni?
  • Chi è Karl Marx?
  • Illustra in breve i concetti fondamentali del pensiero di Karl Marx.
  • Quali due linee di pensiero di sviluppano dal pensiero di Marx?

Documento – Proletariato e lotta di classe


Nell’autunno del 1847, a Karl Marx e Friedrich Engels fu affidato l’incarico di stendere il testo programmatico per una federazione internazionale rivoluzionaria.

Nacque così il Manifesto del partito comunista, reso pubblico nel 1848 e destinato a diventare uno dei libri che maggiormente hanno segnato la storia del mondo contemporaneo: infatti le idee contenute hanno alimentato tutto lo sviluppo del successivo movimento operaio internazionale, fino a costituire il riferimento teorico e politico delle importanti rivoluzioni del Novecento, quella russa e quella cinese.

Qui presentiamo un brano relativo alla definizione del programma comunista.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_03.html

Film

Tempi moderni è un film statunitense del 1936 scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Scene tratte da Tempi moderni

Fonti

  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
Categorie
Basso Medioevo Duecento Medioevo storia Trecento

La rinascita delle città

… nel basso Medioevo

Una nuova classe sociale: la borghesia 

Le città, che nell’Alto Medioevo erano decadute, se non scomparse, rinacquero grazie ai commerci. Questo fenomeno, che interessò gran parte dell’Europa a partire dall’anno Mille, viene comunemente definito rinascita urbana.

Erano attirati dalle città i signori feudali, che avevano eccedenze da commerciare, che cercavano oggetti prodotti da artigiani specializzati o che decidevano di risiedere nelle città.

Le città esercitavano una grande attrattiva anche per i servi della gleba che risiedevano nel contado, i contadini. Essi essi vi si recavano tentando di fare fortuna anche perché e dopo un anno e un giorno di residenza erano liberi dagli obblighi servili nei confronti dei loro signori.

Nacque così una nuova classe sociale, la borghesia, formata da artigiani, mercanti, banchieri, ma anche da medici, avvocati, notai: tutte persone che vivevano nel “borgo”, da cui il termine stesso, borghesia.

Un proverbio tedesco esprimeva bene il modo con il quale chi viveva in campagna guardava alla città: «L’aria della città – diceva – rende liberi». 

Approfondimento 1 – La città medievale

La città medievale poteva avere origini romane o essere stata fondata da poco, in una posizione strategica per la difesa o il commercio.
In quest’ultimo caso sorgeva all’incrocio di vie di comunicazione o alla confluenza di fiumi.
Le mura la circondavano completamente ed erano intervallate da torri e da porte.
Al calar della sera, per sicurezza, queste venivano chiuse e così si faceva al minimo accenno di pericolo.
Man mano che la popolazione aumentava, veniva ampliato anche il perimetro delle mura.
All’interno della città le vie erano strette e spesso curve.
Le case erano per lo più in legno, perché la pietra era molto costosa e riservata a costruzioni particolarmente importanti come le chiese o i palazzi del governo.
Perciò gli incendi erano molto frequenti.
I nobili innalzavano spesso a fianco delle loro case delle torri.
Servivano per la difesa in caso di attacchi esterni, ma era anche un modo per indicare la potenza della famiglia.
Al centro della città si apriva una piazza: vi si teneva il mercato e vi si affacciavano la cattedrale e il palazzo comunale. In altri centri, più grandi e importanti, le piazze potevano essere due, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale, o addirittura tre, una per il mercato, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale.
Le torri di San Giminiano
Allegoria del buon governo – Ambrogio Lorenzetti 1337-39 – Palazzo pubblico – Siena

Gli artigiani e le loro associazioni

Gli artigiani solitamente svolgevano la loro attività nelle botteghe, negozi che si aprivano sulla strada, a pianterreno delle case. Per diventare tali era necessario un lungo periodo di apprendistato, chiamato tirocinio: l’apprendista, il ragazzo che voleva diventare artigiano, “andava a bottega” da un artigiano già esperto. Il maestro forniva all’apprendista vitto, vestiario, alloggio e gli insegnava tutti i segreti del mestiere.

In cambio il ragazzo dava il proprio lavoro. Terminato il tirocinio, l’apprendista veniva sottoposto a un esame durante il quale doveva creare il suo “capolavoro”: un oggetto che dimostrasse che aveva imparato tutto quanto era necessario per poter aprire una bottega. Il capolavoro era poi esaminato dai membri delle Arti o Corporazioni.

Corporazioni dei calzolai, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo
Corporazioni dei carradori, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo. 

Le Arti erano associazioni di mestiere che raccoglievano tutti quelli che svolgevano la medesima attività. Esse potevano impedire di aprire bottega a chi non faceva parte della corporazione, imponevano standard qualitativi sui prodotti finiti e impedivano che vi fosse concorrenza tra i vari membri della corporazione: pensate che era assolutamente proibita qualunque forma di pubblicità.

Le Arti si dividevano in maggiori, quelle che godevano di maggiore ricchezza e prestigio sociale, e minori, quelle meno stimate socialmente e più povere.

Alcune città divennero famose per i loro prodotti: in Italia erano molto rinomate le armi di Milano e Brescia e i panni di lana di Firenze. 

La nascita delle università

Per svolgere tutte queste attività commerciali e finanziarie era necessaria una maggiore preparazione. Non era importante che i mercanti e i banchieri conoscessero il latino, ma che sapessero le lingue dei paesi con cui commerciavano e che avessero padronanza della contabilità dei propri affari. Per questo motivo cambiarono le scuole. Le scuole, prima del Mille erano gestite dal clero e servivano a istruire i sacerdoti e i monaci. Dopo il Mille erano invece frequentate anche dai figli delle famiglie borghesi, che imparavano a leggere, a scrivere e a contare.

In alcune città si formarono libere associazioni di studenti ed insegnanti: le universitas studiorum (universitas era il termine latino con cui allora si indicava qualsiasi associazione). 

È difficile conoscere il momento preciso della nascita delle università perché ci si deve basare solo sui documenti ufficiali e quando l’autorità parlava dell’università voleva dire che essa era già ben organizzata.

Le università più importanti in Europa furono:

  • Salerno, celebre per gli studi di medicina, probabilmente la più antica università, attiva già nell’XI secolo, anche se fu riconosciuta ufficialmente solo nel 1231;
  • Bologna, dove si studiava soprattutto diritto, 1158;
  • Parigi, con teologia e filosofia;
  • Oxford 1170 e Cambridge 1230 in Inghilterra.

Gli studi erano lunghi e costosi e si conclude vano con la laurea.

Una nuova figura, il banchiere 

L’economia andava rapidamente e profondamente trasformandosi. Accanto all’agricoltura acquistavano sempre maggiore importanza l’artigianato e gli scambi. Per far fronte alle nuove esigenze, nacque un’originale figura, quella del banchiere. 

Egli aveva molteplici funzioni. Prima di tutto era un cambiavalute, in quanto cambiava le monete “straniere” con quella in corso nella città.

Poi emetteva cambiali: la cambiale, o lettera di cambio, non era altro che la ricevuta di un deposito. Siccome era molto pericoloso viaggiare portando con sé grandi somme di denaro liquido, il mercante depositava nella città di partenza una somma di denaro e ritirava una ricevuta, la cambiale appunto. Quando arrivava nella città meta del viaggio, esibendo questa cambiale poteva ritirare la somma versata. Infine il banchiere prestava denaro ad interesse.

Ma proprio su quest’ultima attività si concentrarono le critiche della Chiesa. Infatti la Chiesa condannava il prestito di denaro dietro pagamento di un interesse, anche se modesto. Lo definiva usura e affermava che così si guadagnava senza lavorare, speculando sul tempo, che era in mano a Dio. Non era quindi lecito per i cristiani guadagnare su qualcosa che era di Dio. Per questo il prestito ad interesse venne spesso gestito dagli Ebrei.

La nascita dei Comuni 

I Comuni erano associazioni che servivano a governare le città nel basso medioevo.

A partire dall’anno Mille alcune città italiane ed europee conobbero una grande trasformazione, non solo economica ma anche politica. In questi luoghi, infatti, accanto ai nobili e ai proprietari terrieri, nuovi gruppi sociali acquisirono consapevolezza della loro forza politica. Erano mercanti, artigiani, professionisti: si trattava di persone influenti, in parte già abituate a collaborare con il signore del luogo nell’amministrazione della città.

Fu dall’iniziativa delle più importanti famiglie nobili e borghesi della città, decise ormai a governarsi autonomamente e a difendere la propria libertà economica, che ebbe origine il “Comune”: una forma di autogoverno cittadino originato da un giuramento collettivo, chiamato coniuratio; con questo giuramento, un’associazione di cittadini si assumeva il compito di governare e di amministrare la città.

Il Comune aveva dunque, di fatto, le caratteristiche di uno Stato, con autonome istituzioni, leggi, monete e tasse. Era un nuovo soggetto politico che non dipendeva più dal potere superiore dell’imperatore, del re, del vescovo o del signore feudale a cui era appartenuto in precedenza. 

Mercato a Bologna, presso Porta Ravegnana, particolare ricavato dal frontespizio dello Statuto della “Matricola dei mercanti”, risalente al XIV secolo. Bologna, Museo Civico. 
I comuni italiani
I comuni dell’Italia centro-settentrionale nel XII-XIII secolo

La società urbana 

La città era popolata da nobili e da uomini che esercitavano professioni di tipo intellettuale: avvocati, giudici, notai, maestri e studenti delle nascenti università. Poi vi erano coloro che svolgevano un lavoro manuale, come gli artigiani e i commercianti.

Si è soliti raggruppare queste persone in quattro grandi gruppi sociali:

  • i magnati – nobili, proprietari terrieri; 
  • il popolo grasso – ricchi borghesi, mercanti, banchieri, proprietari di manifatture;
  • il popolo minuto – piccoli commercianti e artigiani;
  • gli operai – lavoratori nelle manifatture e a giornata, recenti immigrati.

Anche il clero faceva sentire la sua presenza: in città risiedevano i religiosi dei conventi e delle congregazioni, e soprattutto il vescovo, il cui prestigioso ruolo è espresso dall’edificazione di magnifiche cattedrali.

In città c’era infine una popolazione “marginale”, esclusa da qualsiasi attività politica, costituita da poveri, servi, prostitute, mendi- canti, malati: una folla di persone che conduceva una vita precaria.

Ancora una differenza va segnalata, questa volta tra le città del Nord Italia e quelle del Sud: i Comuni si formarono prevalentemente nel Centro-Nord della penisola; le città meridionali – sotto il forte regno normanno – non ottennero mai una completa autonomia. 

Approfondimento 2 – Mestieri leciti e mestieri illeciti 

Uno storico contemporaneo, il francese Jacques Le Goff, ha dedicato i suoi studi a ricostruire come viveva e come pensava l’uomo medievale. In questo brano analizza l’idea del lavoro nel periodo che stiamo prendendo in esame e sottolinea la differenza esistente tra Alto e Basso Medioevo. 
 
Nel Medioevo in Occidente c’erano mestieri nobili, mestieri vili, mestieri illeciti. Nell’Alto Medioevo quasi tutti i mestieri erano proibiti o considerati disdicevoli.
Erano professioni disprezzate quelle dei locandieri, dei macellai, dei giullari, degli attori, dei maghi, dei medici, dei soldati, dei mercanti, dei tessitori, dei tintori, dei pasticcieri, dei barbieri, dei sarti.
Ciò accadeva prima di tutto per effetto di sopravvivenze dei vecchi tabù primitivi.
1.      Il tabù del sangue, soprattutto, che tocca macellai, barbieri, medici: la società sanguinaria dell’Occidente medievale sembra oscillare tra il piacere e l’orrore del sangue versato.
2.      Vi è poi il tabù dell’impurità e della sporcizia che ricade sui tintori, sui cuochi, sugli operai tessili.
3.      Infine il tabù del denaro, che è stato molto importante nello scontro sociale avvenuto quando dal baratto si è passati all’economia monetaria. I teologi medievali maledicono il denaro e i mercanti sono attaccati soprattutto in quanto usurai.
A questi antichi tabù il cristianesimo ha aggiunto le proprie condanne:
– i militari sono condannati perché infrangono il comandamento “Non uccidere”;
– i locandieri sono condannati perché vivono della vendita del vino, che induce all’ubriachezza;
– i cuochi sono condannati perché coltivano il peccato di gola;
– i mendicanti, quelli che sarebbero in grado di lavorare, sono condannati per il peccato di pigrizia.

Questa situazione tra l’XI e il XIII secolo si modifica, insieme al cambiamento dell’economia e della società. Diminuisce infatti il numero dei mestieri proibiti e a quelli screditati si trovano delle giustificazioni che li rendano accettabili.
Il caso del mercante è il più celebre. Questi corrono grossi rischi perché nei commerci subiscono danni, sono costretti a tenere fermi i loro capitali, vanno in contro ad imprevisti: tanto basta per renderlo dignitoso.
In sintesi, il lavoro non è più come prima segno di condizione sociale inferiore (da servo della gleba), ma diventa un elemento di merito. 

Comuni italiani, Comuni europei 

La formazione dei Comuni interessò non so lo l’Italia ma anche l’Europa centrale e settentrionale, in particolare le Fiandre, la Valle del Reno e le coste del Baltico. Alla fine del XIII secolo, molte città baltiche, tra cui Colonia, Amburgo e Lubecca, diedero vita ad una potentissima lega commerciale, la Lega Anseatica.

Notevoli furono le differenze tra i comuni italiani e quelli d’Oltralpe: 

  • nelle città del Centro e Nord Europa l’autonomia faticò ad affermarsi e fu meno estesa che in Italia. Le città erano come delle piccole isole in un “mare feudale”. Al di fuori delle loro mura il potere del feudatario restava grandissimo. Per questo motivo il governo delle città non riuscì ad estendersi sul territorio circostante; i Comuni italiani invece imposero subito il loro potere sulle campagne circostanti, il contado, limitando molto il potere dei feudatari, approfittando anche del fatto che in Italia non esisteva una forte monarchia e il potere imperiale era debole; 
  • nel resto dell’Europa solitamente le città chiedevano al re o all’imperatore libertà e privilegi per gestire meglio i loro commerci; in Italia invece si arrivò anche allo scontro diretto con l’imperatore per ottenere l’indipendenza.

Anche la popolazione urbana presentava alcune differenze: al di là delle Alpi la borghesia cittadina era più influente di quella italiana; mentre in Italia era spesso la piccola nobiltà feudale residente in città a costituire la classe dirigente.

Inoltre nei Comuni italiani la concorrenza per il potere fu molto accesa: si formarono così fazioni politiche e gruppi sociali (consorterie di nobili, associazioni di mestiere, associazioni di popolo) in perenne lotta tra loro. 

L’evoluzione del Comune 

La fase consolare 

Il Comune nacque dunque con la coniuratio, il giuramento collettivo di alcuni cittadini, appartenenti alle famiglie più importanti della città. 

Dopo questo giuramento, esso si dotò di proprie istituzioni che ne garantivano il funzionamento e l’amministrazione. 

La sovranità, cioè il governo del Comune, venne affidata all’assemblea dei cittadini “con-giurati”, cioè a coloro che avevano sottoscritto il giuramento collettivo. Questa assemblea si chiamava Arengo o anche Parlamento. Successivamente questa assemblea venne ristretta a pochi rappresentanti e chiamata Consiglio. 

L’assemblea, o consiglio, eleggeva i consoli: la magistratura più alta, la massima autorità della città.

Scelti fra le famiglie più importanti, i consoli potevano essere due o più; restavano in carica per un periodo massimo di un anno. In questo modo, si voleva impedire che il potere si concentrasse nelle mani di poche persone, se non di una sola. 

I consoli amministravano la giustizia, gesti vano le finanze, dirigevano le milizie. 

Le norme che regolavano il Comune erano fissate in uno Statuto. 

La fase podestarile 

Dal XII al XIII secolo la popolazione delle città aumentò rapidamente; una crescita dovuta all’immigrazione dal contado.

Erano persone appartenenti a tutti i ceti sociali: sia nobili con servitù e uomini d’arme, che contadini.

Questa trasformazione complicò i rapporti sociali all’interno della città. Le tensioni politiche e i disordini divennero frequenti e le vecchie istituzioni risultarono insufficienti. I Comuni cercarono quindi nuove soluzioni che garantissero la governabilità della città e del suo territorio.

I consoli vennero sostituiti da magistrati con un potere più ampio, chiamati podestà.

Affinché non fosse coinvolto nelle lotte fra le fazioni e fosse sicura la sua imparzialità, il podestà proveniva da un’altra città e si avvaleva di un suo staff di collaboratori, come giudici, notai, segretari, cavalieri, che erano alle sue dipendenze e da lui stipendiati.

Il podestà era un professionista della politica ed era scelto dai Consigli per le sue riconosciute capacità giuridiche, per la sua moralità e le sue doti di comando.

Alcuni podestà divennero famosi ed erano richiestissimi per la loro professionalità.

Dopo aver firmato un contratto (che lo impegnava per un periodo variabile dai sei mesi a un anno) e giurato fedeltà allo Statuto, il podestà assumeva i poteri: giudiziario, amministrativo, talvolta anche militare.

I compiti erano molti ed egli si avvaleva anche della collaborazione di altri magistrati cittadini. Il numero delle magistrature infatti aumentò in proporzione ai problemi della vita cittadina e alla quantità di denaro disponibile.

Al termine del suo mandato il lavoro del podestà veniva giudicato dai cittadini e, se l’esito era positivo, il podestà veniva retribuito. 

La fase popolare 

Tra il XII e XIII secolo, le associazioni di popolo (formate da professionisti, artigiani, mercanti) si dotarono di un loro rappresentante, chiamato Capitano del popolo, e si scontrarono con le famiglie nobili rappresentate dal podestà.

La figura del Capitano del popolo era analoga a quella del suddetto podestà: come questo, infatti, il Capitano del popolo era forestiero, ma poteva contare su di una base sociale più solida. In breve, seppure in misura diversa da città a città, il Capitano del popolo divenne un’autorità contrapposta a quella del podestà. Il governo venne quindi spartito tra queste due cariche tra loro rivali, con la conseguente crescita dell’instabilità politica all’interno del Comune. Un caso particolarmente interessante, circa lo scontro tra nobili e popolo, è quello di Firenze.

Tra le famiglie magnatizie o nobiliari, che detenevano il potere, c’erano frequenti scontri; il popolo era scontento di essere escluso dal potere e di vivere in una situazione di continuo disordine che danneggiava i commerci.

Nel 1293, un nobile che si era schierato dalla parte del popolo, Giano della Bella, riuscì ad imporre delle leggi antimagnatizie, chiamate Ordinamenti di Giustizia.

In questi Ordinamenti veniva stabilito che i magnati, cioè i nobili: 

– non potevano più essere eletti negli organi dirigenti del Comune se non erano iscritti alle corporazioni;

– erano puniti con gravi sanzioni se si comportavano in modo violento.

Queste leggi furono efficaci solo in parte per ché i magnati mantennero ancora il loro in discusso prestigio: di fatto, il loro potere fu solo limitato. Gli Ordinamenti di Giustizia furono però un importante passo avanti che permise a nuovi ceti di acquisire potere all’interno dell’amministrazione del comune.

Approfondimento 3 – Diffidiamo delle donne

I testi medievali che trattano delle donne sono opere del clero o letterarie, cioè di uomini colti appartenenti alla società ecclesiastica o laica. Danno l’impressione che la donna sia un essere inferiore di cui bisogna generalmente diffidare, perché discendendo da Eva incita al peccato. Lungo tutto il Medioevo questa mentalità perdura e si consolida. L’uomo, essendo più dotato intellettualmente deve normalmente dominare.
Bisogna dunque fare attenzione alle donne.
In un celebre poema sul disprezzo del mondo, l’autore, volendo ricordare ai monaci i loro obblighi, mostra la vanità delle cose umane e segnala che uno dei peggiori pericoli è proprio la donna. Con la sua attrazione infrange la forza e lo spirito dell’uomo.
La letteratura profana riprende lo stesso tema: nella novellistica medievale le donne ottengono tutto con la menzogna, esse provocano gli uomini; si mette l’accento sugli eccessi dell’abbigliamento e sulla civetteria femminile. 

Approfondimento 4 – La donna ha un’anima come l’uomo?

C’è un pregiudizio secondo cui l’uomo del Medioevo credeva che le donne non avessero un’anima.
Ma la donna ha un’anima come l’uomo?
Questo interrogativo è stato posto, secondo una testimonianza di Gregorio di Tours, durante un sinodo nel VI secolo. La questione era essenzialmente linguistica, perché in tutte le testimonianze bibliche ed ecclesiastiche si parla di “uomo” o, in latino homo.
È evidente che il termine stava a designare l’uno e l’altro sesso, ma chi ha sollevato la questione evidentemente non lo sapeva.
È pur vero che la Scrittura è molto chiara riguardo l’anima di Adamo, mentre non dice nulla riguardo quella di Eva.
Ma coloro che si sono posti questo problema non hanno mai tratto la conclusione che la donna fosse sprovvista di anima. Per Tertulliano (morto verso il 222 d.C.) l’anima della donna doveva essere stata presa da quella di Adamo insieme con la costola da cui fu formata Eva.
Ed anche Pietro Comestor (morto verso il 1180), autore di una riduzione del la Bibbia ad uso delle scuole, ritiene che il silenzio della Genesi sull’anima di Eva stia a significare che l’anima di Adamo ed Eva hanno la stessa origine; se così non fosse, la Bibbia lo avrebbe evidenziato.
Se ci possono essere state delle controversie a proposito della creazione del l’anima di Eva, esse non hanno mai messo in forse l’esistenza dell’anima delle donne. 
 
Categorie
Antico regime Settecento storia

La società dell’Antico regime

Ordini e privilegi della società del Settecento

La società dell’antico regime non era divisa in classi, ma in ordini.

Il concetto di classe è un concetto economico e sociale, mentre il concetto di ordine è un concetto di tipo giuridico, che è regolato quindi da un sistema di leggi.

Appartenere ad un ordine garantiva dei privilegi come non pagare determinate imposte, oppure essere giudicato in particolari tribunali, i cui membri appartengono alla stessa classe sociale di chi è sottoposto a giudizio, oppure ancora accedere a cariche pubbliche o militari.

La struttura per ordini ispirava anche forme di rappresentanza politica per cui ciascun ordine, o stato, dava vita ad istituzioni indicate a rappresentarne gli interessi presso il sovrano, che incarnava il potere centrale.

La società era quindi divisa in tre ordini o tre stati:

  • il primo stato era costituito dal clero
  • il secondo dalla nobiltà
  • il terzo stato era quello che riuniva borghesi e contadini.

Tutti e tre gli ordini, o gli stati, erano comunque stratificati al loro interno.

Questa ripartizione ricorda ancora l’antica tradizione medievale della gerarchia sociale divisa in tre livelli in base alle tre funzioni a cui ognuno era preposto:

  • pregare per il clero,
  • combattere per la nobiltà,
  • lavorare per il terzo stato.
Immagine: https://slideplayer.it/slide/3289759/

Il prestigio e il privilegio si concentrano esclusivamente nei primi due ordini.

È importante ricordare che quello che è definito il terzo stato nel corso dei secoli si è diversificato e stratificato in maniera importante. Il terzo stato quindi, che riunisce borghesi, contadini e artigiani (e comprende quindi banchieri, avvocati, imprenditori, mercanti, proprietari terrieri, pellicciai, tessitori, braccianti agricoli, mendicanti …) è lo strato più ampio della popolazione e corrisponde in percentuale circa al 98% della popolazione.  

Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali (Auguste Couder, olio su tela, 1839).
Di Louis-Charles-Auguste Couder – Joconde database: entry 000PE005448, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6194250

Comunità e individui

La società dell’antico regime non considera l’individuo ma la comunità, l’individuo non vale come persona, ma vale solo in quanto è membro di un ordine.

Privilegi, diritti e doveri, vincoli o “libertà” sono concessi, non ad un individuo, ma a un ordine o a una comunità.

Per noi oggi è inconcepibile pensare che il concetto di libertà non sia collegato all’individuo. Infatti le democrazie moderne garantiscono ad ogni cittadino le libertà fondamentali, ma questo non accadeva nella società dell’Antico regime.

La società del diritto è una conquista del mondo contemporaneo, successivo all’Illuminismo e alle Rivoluzioni del Settecento e dell’Ottocento.

La società dell’Antico Regime è quindi una società molto rigida, statica, in cui la gerarchia non è modificabile. I privilegi potevano toccare anche a città o categorie sociali. In quest’epoca non esiste uguaglianza giuridica.

Giustizia

La giustizia nell’Antico regime è regolata da un complesso sistema di norme, da una pluralità di giurisdizioni, di fonti di diritto e di organi di giustizia. Editti reali, statuti corporativi, giustizie signorili, leggi e tribunali ecclesiastici costituivano un intreccio indissolubile e caotico anche perché, accanto alle norme scritte, spesso si ricorreva alle regole della consuetudine.

A quell’epoca il sistema giuridico era quindi regolamentato da una selva di norme che si intrecciavano e si sovrapponevano l’un l’altra.

Clero

Il clero si divide in due parti:

  • il clero regolare, costituito dagli ordini religiosi spesso dotati di grande forza economica e culturale come gesuiti;
  • il clero secolare o diocesano cioè legato strettamente alla diocesi, i cui vertici provenivano dall’alta aristocrazia.

Al vertice delle gerarchie ecclesiastiche si trovavano l’alto clero, costituito da persone colte, istruite e gratificate con benefici e privilegi di vario genere.

Ad essi si contrapponeva la vasta platea del basso clero, o clero parrocchiale, che era reclutato prevalentemente tra la popolazione contadina e piccolo-borghese.

Il basso clero di solito era caratterizzato da un tenore di vita decisamente modesto e anche il suo livello culturale non era elevato: la cultura dei parroci era discreta nelle parrocchie cittadine ma era spesso quasi inesistente nelle campagne.

Il clero del Settecento nel suo insieme aveva una presenza capillare all’interno della società.

Anche se il processo di laicizzazione aveva investito la società europea negli ultimi due secoli, il prestigio e l’autorità della chiesa erano ancora grandi, soprattutto presso i ceti bassi.

Il clero deteneva il monopolio totale dell’istruzione e della pubblica assistenza.

Il parroco anche se talvolta impreparato e rozzo costituiva la figura fondamentale di riferimento per le popolazioni contadine: era sacerdote ma anche protettore paciere consigliere.

Il clero inoltre godeva di particolari immunità:

  • l‘immunità personale per cui sacerdote veniva giudicato da un tribunale ecclesiastico anche per reati comuni,
  • l‘immunità locale, o diritto d’asilo, che sottraeva i luoghi considerati sacri all’autorità della polizia e delle magistrature dello stato,
  • l‘immunità reale che esentava i beni della chiesa dal pagamento delle imposte.

Il clero non pagava vere e proprie tasse ma erogava solo donazioni allo stato.

Se le prime due immunità costituivano una forte limitazione dell’autorità dello stato, la terza aveva anche un importante risvolto economico. Infatti sottraeva dal fisco una quota importante della rendita fondiaria se pensiamo che l’estensione della proprietà ecclesiastica, alla metà del Settecento è stimabile nel 6% dei territori della Francia, nel 9% dei territori in Polonia, nel 14% dei territori in Spagna nel 23% nel regno di Lombardia è molto ancora di più nel Regno di Napoli.

Inoltre, i beni di proprietà di enti ecclesiastici erano soggetti al vincolo della “manomorta”, che ne impediva la divisione e la vendita.

Il termine manomorta indica il patrimonio immobiliare degli enti, civili o ecclesiastici, la cui esistenza è perpetua. Tali beni, solitamente fondiari, erano inalienabili (cioè non trasmissibili ad altri) secondo un istituto giuridico di origine longobarda.

Questi elementi ci fanno comprendere perché l’immunità reale fu uno dei principali terreni di scontro tra stato e chiesa nel Settecento.

Nobiltà

Colbert – Presentazione i membri dell’Accademia Reale delle Scienze a Luigi XIV

Nella società dell’Antico regime era evidente a tutti, e nessuno lo metteva in discussione, che ci fosse un gruppo sociale superiore a tutti gli altri, la nobiltà. Questo ceto sociale era consapevole di questa superiorità, superiorità che era il primo carattere distintivo della nobiltà.

Nella definizione di “nobiltà” confluivano diverse componenti costituite da prerogative giuridiche e da valori simbolici. Era nobile chi disponeva di un titolo che lo riconosceva come tale e il titolo dava diritto a determinati privilegi, piccoli o grandi.

Privilegi dei nobili

I privilegi dei nobili erano articolati:

  • portare la spada,
  • avere posti speciali riservati nelle cerimonie pubbliche,
  • essere giudicati da tribunale di pari,
  • avere accesso esclusivo alle più alte cariche dell’esercito e delle magistrature,
  • godere di particolari immunità fiscali,
  • esercitare potere di comando all’interno dei feudi.

Essere nobili voleva dire avere:

  • natali illustri,
  • alta reputazione sociale,
  • stile di vita splendido estremamente agiato,
  • un codice di valori legato alla forza al prestigio e all’onore.

Un nobile si distingueva quindi dai “plebei” cioè dai “non nobili” e ovviamente si distingueva anche dai ricchi borghesi.

Infatti una delle prerogative della borghesia era legata alle attività professionali, che erano invece precluse alla nobiltà.

Si pensi che uno dei motivi fondamentali per cui un nobile poteva venir privato del titolo nobiliare era proprio l’esercizio di attività lavorative proibite, come quelle legate al commercio.

Nobiltà di spada e di toga

Un’importante differenziazione interna al ceto aristocratico era quella tra nobiltà di sangue e nobiltà di spada e la nobiltà di toga

La nobiltà di sangue, o di spada, apparteneva a coloro che discendevano da antiche famiglie feudali, per questi la nobiltà era legata appunto al sangue. È necessario ricordare che ormai, nel Settecento, le antiche famiglie feudali erano decisamente ridotte di numero.

La nobiltà di toga era costituita da coloro che avevano ottenuto il titolo acquistando una carica pubblica, oppure compiendo dei servizi al favore del re. Fu questa la via che permise a molti ricchi borghesi, soprattutto in Francia di conquistare l’agognata nobilitazione.

La nobiltà di spada non apprezzava la nobiltà di toga e quindi cercò per tanto tempo di bloccare l’introduzione di questi nuovi nobili, ma il fenomeno si rivelò irreversibile.

Nel Settecento le due aristocrazie ormai si erano ampiamente integrate anche se mantenevano forti differenze reciproche.

Il ceto aristocratico tra Sei e Settecento viveva ormai in una situazione di crisi dovuta a due principali fattori:

  • l’emergere di nuove fonti di potere e di ricchezza, legate alle attività borghesi del commercio e dell’Industria
  • l’affermazione dello stato moderno centralizzato e assolutista che gli aveva sottratto sfere di potere e di autonomia.

Ma la nobiltà era comunque ancora il ceto dominante, perché

  • deteneva gran parte della terra,
  • monopolizzava le cariche pubbliche e gli uffici di governo,
  • imponeva i suoi valori e i suoi stili di vita.

Non a caso i borghesi che avevano fatto fortuna cercavano in tutti i modi di acquisire un titolo nobiliare.

Una curiosità: Montesquieu, autore delle “Lettere persiane” e teorizzatore della separazione dei poteri, apparteneva alla nobiltà di toga.

La base del potere nobiliare

Nei diversi paesi europei la percentuale degli appartenenti alla classe nobiliare è molto varia.

Appartenevano alla classe nobiliare:

  • in Polonia il 10% della popolazione
  • in Spagna il 7, 5%
  • in Ungheria il 5%
  • in Russia 2,5%,
  • in Francia 1%
  • in Inghilterra i nobili erano in percentuale decisamente minima tanto che i Lord erano meno di duecento.

Nei diversi paesi europei, l’atteggiamento dell’aristocrazia verso le attività produttive o lavorative in genere era molto diversificato:

  • la nobiltà inglese e olandese si impegnavano nella conduzione di imprese agricole, manifatturiere o commerciali,
  • l’aristocrazia dei paesi latini giudicava indegne e infamanti tali occupazioni.

Ma nonostante queste specificità, era comunque la terra che forniva alla nobiltà la maggior parte della propria ricchezza e del proprio prestigio. Infatti nella proprietà immobiliare si realizzava un intreccio di potere univa allo sfruttamento economico l’esercizio del potere personale sui subalterni: il potere sulle persone costituiva il carattere distintivo della nobiltà fin dalla nascita della feudalità.

Il signore ricavava rendite in modalità diversificate:

  • dalle terre coltivate dai suoi affittuari, dai suoi mezzadri,
  • dagli apprezzamenti lavorati dai contadini che gli pagavano il canone in denaro o in natura,
  • dal monopolio di mulini, frantoi, forni, torchi, su cui i contadini pagavano un dazio,
  • dal diritto di caccia,
  • dall’esercizio dei poteri giurisdizionali – poteva infatti esercitare funzioni di giustizia e di polizia all’interno del feudo.

Contadini

Nel Settecento in Europa il potere nobiliare aveva caratteristiche diverse e possiamo fare una distinzione tra il potere nobiliare in area occidentale e quello in area orientale, orientativamente a Est e Ovest rispetto al fiume Elba. Ricordiamo inoltre che in Inghilterra la feudalità era quasi del tutto estinta.

Il percorso dell’Elba

Est e Ovest europeo

Nella parte occidentale del continente erano per lo più scomparsi i due istituti fondamentali del sistema feudale, la servitù della gleba, e le corvée, prestazioni di lavoro obbligatorio. I contadini cioè erano giuridicamente liberi e le corvée erano ridotte di molto e, in alcuni casi, erano state trasformate in tributi di denaro.

Nell’Europa orientale invece, dove le terre di proprietà del feudatario erano estesissime, la servitù della gleba e le corvée erano ancora una regola diffusa ovunque.

Nell’Est europeo anche i poteri giurisdizionali del signore erano molto più estesi. Mentre in occidente l’espansione della sovranità dello stato aveva ridotto la sfera della giurisdizione signorile, a Est il potere del nobile era pressoché assoluto: si pensi che in Polonia i signori conservarono fino al 1768 il diritto di condannare a morte i contadini dei loro feudi!

Da questa realtà derivava una condizione diversa anche per la popolazione delle campagne.

A Est gravavano sui servi:

  • il lavoro massacrante delle corvée per più giorni la settimana
  • la completa dipendenza dall’arbitro del signore.

Il contadino non poteva

  • allontanarsi dal feudo,
  • cercare un lavoro migliore,
  • spostarsi senza il permesso del padrone – pesantissime erano le punizioni per quelli che tentavano la fuga.

A Ovest invece, la libertà giuridica aveva attenuato le forme più odiose dello sfruttamento feudale e, al di fuori della riserva signorile, il colono si era spesso trasformato in piccolo proprietario di fatto, anche se le terre erano giuridicamente intestate al signore.

Per questo ad Ovest si era anche creato uno strato più agiato di affittuari, mezzadri, coloni insediatisi sulle terre libere. Molti coltivatori godevano di condizioni di privilegio perché lo stato incentiva va la messa a coltura di nuove terre.

Bisogna comunque puntualizzare che le condizioni dei contadini, che costituivano i due terzi della popolazione europea, rimanevano comunque miserabili anche all’ovest. Infatti i contadini dell’Ovest europeo, anche se liberi, erano oberati di tasse.

Dovevano pagare:

  • il canone al signore,
  • le decime alla chiesa,
  • le imposte allo stato.

Dopo aver finito di versare tutte le tasse, ai contadini rimaneva un reddito decisamente esiguo.

Per questo motivo i contadini europei guardavano con diffidenza le innovazioni praticate degli agronomi che sconvolgevano l’agricoltura comunitaria di villaggio: queste novità avrebbero reso ancora più difficile la sopravvivenza.

Immagine: https://www.tes.com/lessons/ZQq8U25dLFjaxQ/la-rivoluzione-francese

La borghesia

Un altro gruppo sociale importante attivo nella società dell’Antico regime è la borghesia. La borghesia comprendeva in questa epoca diverse figure sociali e professionali come

  • il banchiere,
  • il mercante,
  • l’imprenditore
  • l’artigiano,
  • il libero professionista,
  • il titolare di cariche pubbliche non nobilitanti,
  • il funzionario dello stato dell’amministrazione locale,
  • il titolare di rendite fondiarie.

La borghesia è un gruppo sociale multiforme, stratificato al suo interno sia per il reddito che per lo stile di vita. Nelle diverse regioni europee la borghesia era differenziata sia per estensione che per importanza sociale.

Ad esempio, in Inghilterra, in Olanda, in qualche area dell’Italia e della Francia, esisteva già una borghesia imprenditoriale e commerciale.

Invece nell’Europa orientale, nella penisola iberica, nella maggior parte dell’Italia meridionale, il ceto borghese aveva consistenza quasi nulla.

Qui infatti la società era strutturata in maniera più tradizionale, con l’aristocrazia feudale, che godeva il monopolio della rendita fondiaria, e la massa dei contadini o servi.

Valori della borghesia

La borghesia non era neppure omogenea per quanto riguardava valori e aspirazioni.

Infatti, da una parte c’era chi ricercava promozione sociale nella proprietà terriera, nella venalità delle cariche, in uno stile di vita aristocratico, dall’altra parte c’era chi era coinvolto nello sviluppo della vita produttiva e culturale, interessato alla trasformazione delle strutture economiche e sociali dell’Antico regime. Questa borghesia aspirava alla valorizzazione del merito e del talento, alla libertà economica, all’accesso alle cariche pubbliche e alla rappresentanza politica.

Analizzare documenti

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d06_01_00.html

Categorie
storia

Il medioevo

Medioevo: età di mezzo

La parola Medioevo vuol dire Età (evo) di mezzo (medio) fra l’Antichità greco-romana e l’Età moderna. È chiamato quindi Medioevo il lungo periodo che intercorre tra il crollo dell’Impero Romano di Occidente nel 476 d. C. e la scoperta dell’America 1492. Il medioevo dura poco più di mille anni e gli storici lo dividono convenzionalmente in Alto Medioevo (476 – 1000) e Basso Medioevo (1001 – 1492).

Il crollo dell’impero romano d’Occidente

Nel 395, alla morte dell’imperatore Teodosio, l’impero romano era stato diviso tra i suoi due figli: a Onorio furono assegnati i territori occidentali con capitale Roma, mentre ad Arcadio quelli orientali, con capitale Bisanzio.

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/54/l-impero-romano-diviso-da-teodosio

Nel IV secolo l’impero romano d’Occidente è in decadenza e durante il secolo successivo subisce diversi attacchi da parte di popolazioni provenienti dall’area nordorientale. Alla fine del IV secolo d.C. gli Unni, un popolo di origine asiatica guidati dal temerario Attila, invade l’Europa, seminando panico e distruzione.

Attila, il flagello di Dio
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Atilla_fl%C3%A9au_de_dieu.jpg

I popoli germanici, impauriti dagli Unni, premono sui confini dell’Impero Romano d’Occidente. Progressivamente i cosiddetti barbari si integrano con le popolazioni dell’Impero Romano e nel corso del V secolo i popoli germanici fondano numerosi regni (chiamati regni romano-germanici) in Occidente. I più importanti sono il regno dei Visigoti in Spagna e quello dei Vandali in Africa.

La parola barbaro proviene dal termine greco antico: βάρβαρος, in latino bárbaros: è la parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri che balbettavano qualcosa nella loro lingua – letteralmente i “balbuzienti” – cioè coloro che non parlavano greco, e quindi non erano di cultura greca

Nel 476 d.C. il generale di stirpe germanica Odoacre depone l’imperatore romano Romolo Augustolo e invia le insegne imperiali, simbolo del potere imperiale a Bisanzio. Questa data segna la fine dell’impero romano d’Occidente ed è quindi considerata la data di inizio del Medioevo.

La caduta dell’impero romano d’Occidente lascia solo distruzione e rovina: le campagne si spopolano, le città cadono in rovina e i commerci si fermano. Durante dell’Alto Medioevo le città sono poche, i villaggi piccoli e poveri, i boschi estesi e le strade malridotte. La povertà è molto diffusa.

La popolazione nel Medioevo

Il Medioevo inizia e finisce con un calo della popolazione, il secondo, nel XIV secolo, molto più grave del primo tra il VI e il-VIII secolo. Entrambi sono causati da flagelli come la guerra, la carestia, le malattie infettive, fra cui la più terribile è l’epidemia di peste nera che colpisce l’Europa nel Trecento. Ma tra questi due periodi in cui si registra un crollo demografico, si registra un importante aumento della popolazione europea che tra il X e il XIII secolo porta quasi a raddoppiare il numero degli abitanti dell’Europa.

La società medievale

La società medievale è divisa in tre ordini (clero, nobili, contadini) che si credono voluti da Dio. Ogni ordine ha leggi, doveri e comportamenti differenti:

  • il clero, gli oratores: costituito da coloro che pregano per l’intera società; solo i membri del clero sanno scrivere e leggere. A loro il compito di tramandare la cultura del passato durante i secoli difficili dell’alto medioevo,
  • la nobiltà, i bellatores (da bellum – guerra) costituito dai guerrieri, dai cavalieri, dai membri delle famiglie più antiche, che dispongono di armi e che combattono per difendere l’intera società;
  • il popolo o laboratores, costituito dalla totalità della popolazione che lavora per nutrire tutta la società. Il lavoro manuale nella società medievale è considerato un’attività umile adatta solo alla classe inferiore.

Il monachesimo

La caduta dell’impero romano d’Occidente aveva lasciato solo distruzioni e rovine: le campagne erano spopolate, le città rovinate e i commerci inesistenti.

Fu in questo periodo che il monachesimo si diffuse in Europa. San Benedetto, infatti, nel 529 fondò la prima comunità di monaci a Montecassino (nel Lazio).

I monaci si dedicavano alla preghiera e al lavoro manuale. Nei monasteri, inoltre, i monaci copiavano a mano le opere degli antichi autori greci e latini: in questo modo molti testi si sono salvati e sono arrivati fino a noi.

Il sistema curtense

In Europa dopo la caduta dell’Impero romano, le invasioni barbariche e il peggioramento del clima portarono ad una progressiva diminuzione della popolazione nelle aree urbane e ad una diversa distribuzione popolazione sul territorio. Vennero abbandonate molte terre coltivate e si assistette all’esodo delle popolazioni dalle città alle curtis.

La curtis corrisponde al possedimento di un singolo proprietario. La dimensione delle curtis può variare anche molto da poche decine a qualche centinaio di ettari di terre. Le curtis appartenevano a un dominus, un signore che poteva essere il re, la chiesa o un signore locale. Si calcola che Carlo Magno possedesse alcune centinaia di curtes nella Francia nord orientale.

Ogni Curtis era divisa in due parti: la pars dominica cioè la parte riservata al padrone e gestita da lui direttamente attraverso il lavoro dei suoi servi, e la pars massaricia cioè la parte affidata in concessione a servi o a contadini liberi.

La pars Dominica comprendeva la residenza del signore, gli alloggi dei servi, il mulino, il forno, il frantoio, i laboratori per la costruzione e la riparazione di strumenti e di oggetti.

Tutto intorno vi erano le terre arabili, vigneti, orti e frutteti. Le terre non coltivate adibiti a pascolo i boschi dove venivano allevati i maiali allo stato brado. Questi animali, come tutti quelli di allevamento erano però diversi da quelli che conosciamo noi (i maiali medievali, ad esempio, erano di taglia piccola ed erano simili ai cinghiali).

L’altra parte del territorio e la pars massaricia, era divisa in mansi. I mansi erano dunque dei piccoli appezzamenti di terreno con al centro la casa dei contadini. I mansi potevano essere di due tipi:

  • I mansi ingenuili se affidati a contadini liberi,
  • I mansi servili se affidati a servi che godevano di una certa autonomia.

In cambio del terreno e della protezione, servi e contadini liberi avevano degli obblighi nei confronti del padrone:

  • dovevano versare al loro signore parte del prodotto raccolto – la parte era variabile, a seconda dei prodotti, della metà a un decimo di prodotto;
  • lavorare i terreni della pars dominica prestando un certo numero di giornate lavorative chiamate corvè;
  • pagare diversi tributi, in natura o in denaro, per usare il forno, per usare il mulino, per raccogliere la legna, per spostarsi.

Gli abitanti delle curtis erano chiamati servi della gleba. Si trattava infatti di contadini che erano legati alla Terra. Avevano l’obbligo di risiedere nelle terre del signore e non potevano muoversi liberamente.  Quando il signore vendeva la sua proprietà anche i servi passavano al nuovo padrone, assieme alla terra.

La curtis e il sistema curtense

Un’economia di sussistenza

L ‘economia curtense era sostanzialmente un’economia chiusa in cui gli scambi commerciali erano rari. Per questo viene anche definita dagli economisti economia di sussistenza. Infatti il suo scopo era la semplice sopravvivenza della popolazione, non il suo arricchimento che è possibile solo con il commercio.

Ad ostacolare il commercio concorrevano diversi fattori:

  • le pessime condizioni delle strade infestate briganti;
  • i tributi che i vari signori locali imponevano per consentire il passaggio delle merci sui loro territori;
  • la scarsa disponibilità di denaro.

Non bisogna dimenticare che gli scambi commerciali avvenivano per lo più tramite il baratto uno strumento che ostacolava molto lo sviluppo dei commerci.

Le curtis producevano tutto quello che era necessario alle esigenze degli abitanti: vino olio, ortaggi, cereali, frutta. Questa scelta dava dei vantaggi ma anche degli innegabili svantaggi. Se da un lato rendeva la curtis autosufficiente, dall’altro provocava la forzatura delle colture in terreni poco adatti o in condizioni climatiche sfavorevoli.

Questo determinava, insieme allo scarso livello delle tecniche agricole, la bassa produttività dei terreni. Prima dell’anno Mille le rese agricole si aggiravano attorno all’1 per 3, cioè per ogni misura di cereali seminata se ne producevano tre.

In questo contesto era quindi impossibile accumulare adeguate scorte alimentari. Il fatto è drammatico se si pensa che le carestie e le epidemie erano frequentissime. Il mondo rurale era quindi dominato da un’unica grande ossessione: la fame.

Il Sacro romano impero

Nel 772 Carlo, figlio di Pipino, divenne il nuovo re dei Franchi. Nel 773 papa Adriano I chiamò Carlo in suo aiuto perché Desiderio, il re longobardo che dominava su parte della penisola italica, minacciava nuovamente i territori del papa nell’Italia centrale.

Carlo allora scese con il suo esercito in Italia e sconfisse i Longobardi nel 774. In seguito conquistò altri territori in Europa: per queste imprese fu definito Magno, cioè il “Grande”. La capitale del regno fu posta ad Aquisgrana.

Carlo Magno – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fb/Charlemagne_denier_Mayence_812_814.jpg

La notte di Natale dell’anno 800 Carlo fu incoronato imperatore dal pontefice Leone III. In Occidente nasceva quindi un impero cristiano (perché fondato sull’alleanza con la Chiesa) e romano (perché erede dell’impero romano d’Occidente).

Incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/af/Karl_den_store_krons_av_leo_III.jpg

Il feudalesimo

L’impero di Carlo era troppo grande per essere governato da una sola persona: egli perciò lo divise in contee e marche, amministrate da uomini di sua fiducia. Alla loro morte, però, i terreni ritornavano in possesso dell’imperatore.

L’impero di Carlo Magno

Sotto il regno di Carlo rifiorì l’economia, basata sull’agricoltura. Si affermarono in particolare le curtis, aziende agricole che sfruttavano il lavoro dei servi della gleba. Con la fondazione della Schola palatina, anche la cultura conobbe un periodo di rinascita.

Con la morte di Carlo magno il Sacro Romano Impero venne diviso in tre parti.

Il trattato di Verdun stabilì le seguenti suddivisioni:

  • Lotario divenne imperatore della Francia, della Germania e di parte dell’Italia;
  • Ludovico “il germanico” fu sovrano dell’impero orientale;
  • Carlo “il calvo” ottenne l’impero occidentale.

In questi anni però il sacro romano impero divenne sempre più debole. I tre regni separati non seppero mantenere nessun tipo di legame. Inoltre i tre sovrani non riuscirono più a gestire i nobili proprietari terrieri a cui erano stati affidati i feudi. I feudatari quindi diventarono sempre più autonomi. Con Carlo Magno i feudi, alla morte del feudatario, tornavano nelle mani dell’imperatore. Ma Carlo il calvo decise invece di consentire l’ereditarietà dei feudi, che divennero quindi piccoli regni autonomi.

Il sistema feudale era rigorosamente gerarchico:

  • il feudo era il terreno concesso ai vassalli (i nobili proprietari) dall’imperatore;
  • i vassalli a loro volta affidavano i propri terreni ai valvassori;
  • i valvassori infine assegnavano i terreni ai valvassini;

Il vassallaggio era nato come un patto di fedeltà tra il vassallo e l’imperatore. Dopo la morte di Carlo Magno, il vassallo diventò progressivamente sempre più indipendente.  

Il feudatario svolge dei compiti per conto del sovrano:

  • riscuote i tributi,
  • amministra la giustizia,
  • recluta i soldati.

Il Re ha bisogno della fedeltà di signori e funzionari e questo rapporto viene formalizzato e istituzionalizzato.

Una nuova classe sociale: la borghesia

Dopo l’anno Mille, nelle città rinate e ingrandite, si forma un nuovo gruppo sociale cittadino, che si dedica a produrre e a commerciare e diventa ricco e potente. Ne fanno parte i borghesi: mercanti, banchieri, giudici, notai, avvocati, medici, artigiani, che abitano nel borgo della città, cioè in quel nucleo di case che viene costruito solitamente a ridosso delle mura della città.

Questa nuova classe sociale ha alcune caratteristiche comuni a tutti i tre ordini della società medievale ma si distingue da ognuno di essi.

I borghesi:

  • apprendono l’uso delle lettere (cioè sanno leggere e scrivere, abilità necessarie alla loro attività professionale) come i rappresentanti del clero;
  • apprendono l’uso delle armi in quanto devono difendere le proprie mercanzie e le proprie attività, come i nobili;
  • lavorano come i rappresentanti del popolo.