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Giornata III – Decameron

3.9 – Giletta di Narbona

Narbona è una città della Francia meridionale. Giletta guarisce il re di Francia da una fistola. In cambio chiede di sposare Beltramo di Rossiglione. Il matrimonio viene celebrato ma lui, avendola sposata contro la sua volontà, se ne va sdegnato a Firenze per sdegno. Come farà lei a conquinstare l’uomo di cui è innamorata?

Nel regno di Francia era vissuto un gentiluomo, chiamato Isnardo, conte di Rossiglione.
Poiché era spesso malato, Isnardo aveva sempre con sé un medico, di nome Gerardo di Narbona.
Il conte aveva un figlioletto di nome Beltramo, bellissimo e simpatico.
Con lui erano stati allevati altri fanciulli della sua età, tra cui Giletta, figlia del medico.
La fanciulla si era innamorata di Beltramo fin da piccola.
Quando il conte morì, affidò suo figlio Beltramo al re.
Il ragazzo, quindi, si trasferì a Parigi con il re e la fanciulla ne fu molto addolorata.

Qualche anno dopo morì anche il padre di Giletta.
La bambina era ormai diventata una donna, ricca, sola e in età da marito.
Decise allora che sarebbe andata a Parigi per rivedere Beltramo, che non aveva potuto dimenticare.
Un giorno la ragazza venne a sapere che il re di Francia non stava bene.
Aveva avuto un tumore al petto, era stato curato male e gli era rimasta una fistola che gli dava grande fastidio e preoccupazione.
Tutti i medici consultati non avevano saputo guarirlo, anzi il re era peggiorato. Era molto preoccupato.

Giletta, che aveva imparato molto da suo padre medico, pensò di avere un valido motivo per andare a Parigi.
Pensò che sarebbe riuscita a curare il re e sognava ancora di  avere Beltramo, come marito.
Preparò quindi una polvere fatta con erbe medicamentose per curare la fistola, come le aveva insegnato suo padre.
Quindi montò a cavallo e se ne andò a Parigi.
Appena arrivata lì prima vide Beltramo, poi si recò dal re.
Gli chiese di mostrarle la ferita e il re, vedendola bella e giovane, l’accontentò.

Vista la fistola, la giovane garantì al sovrano che l’avrebbe guarito in otto giorni.
Il re però era incredulo: era impossibile che una giovane donna potesse riuscire dove avevano fallito i più valenti medici!
Giletta rispose che l’avrebbe guarito con l’aiuto di Dio e grazie alla scienza di suo padre, il famoso medico Gerardo narbonese.
La giovane aggiunse che, se fosse riuscita a mantenere la promessa di guarirlo in otto giorni, avrebbe chiesto in premio un marito.
Il re promise.

La giovane, che sapeva il fatto suo, cominciò la cura e, prima della scadenza, lo guarì.
Quando il re fu guarito, fu pronto a darle il meritato premio.
La fanciulla, non chiese di sposare un figlio del re o un giovane appartenente alla casa reale, ma volle diventar moglie di Beltramo di Rossiglione, che amava immensamente, fin da bambina.
Il re non poteva rifiutare.
Fece quindi chiamare Beltramo e gli chiese di sposare la donna che lo aveva salvato con le sue medicine.
Beltramo, pur ritenendola bella, non voleva sposarla perché non era nobile.
Però non poteva respingere la richiesta del suo re.

Alla presenza del sovrano, con una grande festa, Beltramo sposò, quindi, suo malgrado Giletta, la damigella che lo amava più di sé stessa.
Ma al termine della festa il giovane prese commiato dal re.
Disse che sarebbe tornato nelle sue terre e lì avrebbe consumato il matrimonio.
La verità era ben diversa.
Beltramo se ne andò in Toscana, dove divenne capitano di ventura e combatté per un lungo periodo al servizio dei fiorentini contro i senesi.

La novella sposa, infelice, se ne andò a Rossiglione, dove fu accolta, come signora, da tutti.
Lì, molto saggiamente si mise a riordinare tutti i possedimenti del marito che erano rimasti senza guida per molto tempo.
In questo modo si guadagnò l’amore e la stima dei suoi sudditi, che biasimavano il conte per la sua lontananza.
Dopo che la donna ebbe riordinato tutto il paese, mandò due cavalieri dal marito.
Gli fece riferire che se egli non ritornava nelle sue terre per colpa della moglie, lei, per compiacerlo, se ne sarebbe andata via.
Beltramo rispose, molto duramente.
Lei poteva fare come voleva, lui sarebbe ritornato a casa solo a due condizioni: se la moglie avesse portato al dito un suo anello, un anello che egli non si toglieva mai dal dito e se lei gli avesse dato un figlio.
I cavalieri, ritennero l’impresa impossibile; ritornarono quindi dalla dama e riferirono la risposta.
Ella a lungo meditò su come poter ottenere le due cose.
Quindi chiamò i migliori uomini delle sue terre, raccontò loro ciò che aveva fatto per amore del conte.
Comunicò loro quindi che, siccome non voleva che il marito vivesse in perpetuo esilio, lei se ne sarebbe andata e avrebbe passato il resto della sua vita in pellegrinaggio e in opere di misericordia, pregando per la salvezza della sua anima.
La donna pregò loro di prendere il governo delle terre e di avvisare il conte che la moglie se ne andava per sempre da Rossiglione e gli lasciava il possesso delle terre.
Quindi, indossati gli abiti da pellegrino, accompagnata da un suo cugino e una cameriera, senza dire a nessuno dove andava, si mise in cammino portando con sé denaro e gioielli.

La donna non si fermò finché non giunse a Firenze; lì alloggiò in un alberghetto, tenuto da una vedova.
La mattina seguente vide passare davanti all’albergo Beltramo a cavallo con la sua compagnia e domandò all’albergatrice chi fosse.
La vedova rispose che quello era il conte Beltramo, un gentiluomo molto amato in città.
Le disse anche che l’uomo era innamorato di una sua vicina, una donna gentile, ma povera.
La fanciulla era onestissima, non si maritava perché era povera e viveva con sua madre, una donna saggia e onesta.

La contessa, udite quelle parole, prese la sua decisione.
Si recò a casa della donna amata dal conte e chiese di parlare con la madre della ragazza. La donna fu subito disponibile ad ascoltarla.
Giletta le raccontò tutta la sua storia, dal primo innamoramento fino a quel giorno.
Quindi promise una ricca dote per figlia, se l’avesse aiutata.
La madre promise il suo aiuto.
La contessa disse allora alla donna:
“E’ necessario che mandiate a dire a mio marito, da una persona di fiducia, che vostra figlia è pronta ad accontentarlo, ma vuole, come prova d’amore, l’anello che porta al dito.
Se ve lo manda, lo darete a me.
Successivamente gli manderete a dire che vostra figlia è disposta a concedersi a lui, e qui, di nascosto, farete venire me.
Io mi metterò a fianco di mio marito, sperando che Dio mi faccia la grazia di farmi rimanere incinta.
Se ciò avviene, con l’anello al dito e il figlio suo in braccio, lo riconquisterò e vivrò, grazie a voi, come una moglie deve vivere con il marito”.
La buona donna, temeva che la cosa potesse danneggiare la figlia; però ritenne giusto aiutare la contessa a riavere suo marito, quindi promise di aiutarla.
Dopo pochi giorni, secondo quanto avevano concordato, la donna ricevette l’anello e lo consegnò a Giletta.
Quindi mise la legittima moglie a giacere con il conte, al posto di sua figlia.

Dopo i primi accoppiamenti, per grazia di Dio, la donna rimase gravida di due figli maschi.
Più volte la contessa si accoppiò con il conte: lui era sempre convinto di essersi unito non con la moglie ma con la donna di cui era innamorato.
Lui le regalava molti gioielli e la contessa li conservava.
Quando si accorse di essere incinta, Giletta decise di sospendere gli incontri e di dare alla donna i denari che le aveva promessi.

La madre, spinta dalla necessità, rossa per la vergogna, chiese cento lire per maritare la figlia.
La contessa, grata alla donna per l’aiuto, gliene donò cinquecento.
E le donò anche gioielli che valevano altrettanto.
Subito dopo madre e figlia se ne andarono in campagna presso alcuni parenti.
Frattanto, Beltramo, sapendo che la moglie se ne era andata, ritornò nelle sue terre.
La contessa rimase invece a Firenze dove partorì due figli maschi, che assomigliavano moltissimo al padre.

Quando furono un po’ cresciuti, la donna si mise in cammino e giunse a Montpellier, dove rimase per alcuni giorni.
Avendo saputo che il giorno di tutti i Santi il marito faceva una gran festa a Rossiglione, si travestì da pellegrina e vi andò.
Quando tutti erano riuniti per il pranzo, nella sala del palazzo, Giletta si gettò ai piedi del conte con i due figlioletti in braccio.
Lei, piangendo, disse:
“Signor mio, sono la tua sventurata sposa. Per farti tornare nella tua terra, me ne sono andata, miseramente, in giro per il mondo per lungo tempo.
Ora ti chiedo di rispettare le condizioni che mi ponesti tramite i due cavalieri che ti mandai. Ho nelle braccia, non uno, ma due figli tuoi ed ecco qui il tuo anello.
E’ tempo, dunque, che io debba essere ricevuta come tua moglie, secondo la tua promessa”.
Il conte, riconoscendo l’anello e i figli, che erano simili a lui, quasi svenne, chiedendosi come era potuto accadere.
La contessa, con grande meraviglia di tutti, raccontò come era andata.
Il gentiluomo, colpito dalla perseveranza e dal senno della donna, vedendo i due bei figlioletti, depose la sua ostinazione.
Accolse la donna tra le sue braccia, la riconobbe come legittima moglie e la fece rivestire con abiti adatti a lei, con grande gioia dei suoi vassalli.
Da quel giorno la trattò come sua sposa, la onorò, l’amò e la tenne sommamente cara.

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Giornata VI – Novella II Cisti fornaio

Decameron di Giovanni Boccaccio

Durante il pontificato di papa Bonifacio VIII il papa mandò a Firenze alcuni suoi nobili ambasciatori per concludere degli affari. Siccome il papa stimava particolarmente messer Geri Spina, li inviò a casa sua. 
Durate la loro permanenza in casa di messer Geri, quasi ogni mattina, mentre parlavano dei loro affari, tutti insieme passavano davanti alla chiesa di Santa Maria Ughi, dove Cisti fornaio aveva il suo forno e dove esercitava personalmente la sua arte.
Egli la esercitava così bene che, sebbene la fortuna gli avesse dato un’arte così umile, era comunque diventato ricchissimo e, non volendo abbandonare il suo mestiere per nessun altro, viveva splendidamente, anche grazie al fatto che aveva anche i migliori vini che si potevano trovare in Firenze e nel contado.
Cisti vedeva passare ogni mattina davanti alla sua porta messer Geri e gli ambasciatori del papa.
Poiché faceva molto caldo, Cisti pensò che sarebbe stata cosa molto cortese dar loro da bere un buon bicchiere del suo vino bianco.
Ma considerando quanto fosse umile la sua condizione rispetto a quella di messer Geri, non osò invitarlo. Pensò però di fare in modo che il gentiluomo si invitasse da sé stesso.
Geri aveva sempre indosso un gilè bianchissimo e un grembiule sempre fresco di bucato, che lo facevano sembrare più un mugnaio che un fornaio. Egli, ogni mattina, più o meno all’ora in cui erano soliti passare messer Geri e gli ambasciatori, si poneva davanti alla sua porta.
Si faceva portare lì un secchio nuovo, pieno di acqua fresca, una piccola brocca, realizzata a Bologna, piena di buon vino bianco e due bicchieri che parevano d’argento, tanto erano lucidi.


Dopo essersi messo a sedere, quando essi passavano, cominciava a bere il suo vino, con tanto gusto che avrebbe fatto venir voglia di bere anche ai morti.
Avendo messer Geri visto questa scena per due mattine di seguito, alla terza chiese al fornaio:
–  Cosa state bevendo? È buono?
Cisti si alzò immediatamente in piedi e rispose:
–  Messere è buonissimo, ma non vi posso far capire quanto è buono, se voi non lo assaggiate.
Messer Geri, che aveva una gran sete, per la calura e per il desiderio di assaggiare il vino che Cisti beveva con tanto gusto, si rivolse agli ambasciatori e disse:

–  Signori, è bene che noi assaggiamo il vino che ci offre questo uomo di valore, questo vino dev’essere così buono che noi non ci pentiremo di averlo assaggiato.
Assieme agli ambasciatori messer Geri andò verso Cisti.
Egli, fatta portare fuori dal forno una bella panca, li pregò che si sedessero.
Poi disse ai suoi servitori che si erano avvicinati:
–  Tiratevi indietro e lasciate che sia io a servire questi ospiti. Infatti io so mescere il vino non meno bene di quanto io sappia fare il pane! E non pensate di assaggiare di questo vino prelibato! —
Così detto, dopo aver lavato egli stesso quattro bicchieri, si fece portare una piccola brocca di buon vino e lo versò da bere a messer Geri e ai compagni.

A tutta la compagnia il vino sembrò il migliore di quello che avevano bevuto da lungo tempo e, finché gli ambasciatori si trattennero in Firenze, ogni mattina messer Geri andò a berlo, insieme a loro.
Quando gli ambasciatori ebbero concluso i loro affari, prima che partissero, messer Geri fece un magnifico banchetto al quale invitò tutti i cittadini più onorevoli di Firenze e a cui invitò anche Cisti. Ma lui non volle assolutamente andarci.
Messer Geri ordinò, allora, ad un suo servo di andare da Cisti con un fiasco, per farsi dare un po’ di quel vino, per poter servire mezzo bicchiere ad ogni convitato, prima del pranzo.

Il servitore, forse sdegnato perché nei giorni precedenti non aveva potuto assaggiare il vino, prese un fiasco molto grande.
Appena Cisti lo vide disse:
– Figliolo, sicuramente messer Geri non ti manda da me.
Più volte il servitore ribadì che era stato inviato proprio da messer Geri, ma non ricevette da Cisti altra risposta.
A quel punto il servitore tornò da messer Geri e riferì quanto aveva detto il fornaio.

Sentita la risposta messer Geri inviò di nuovo il servitore da Cisti e disse:
–  Torna da lui e se egli ti risponde ancora così, chiedigli a chi io ti sto mandando.
Il servitore tornò dal fornaio e disse:
–  Cisti, è certo che messer Geri mi ha mandato da te.
Cisti guardò il servitore e rispose:
–  Sicuramente messer Geri non ti manda da me.
–  Dunque? rispose il servitore – a chi mi manda?
Rispose Cisti:
–  Messer Geri Spina ti manda all’Arno.

Quando il servitore ebbe riportato la risposta al suo padrone, a messer Geri si aprirono gli occhi dell’intelletto, capì e disse al servitore:
–  Lasciami vedere che fiasco tu hai portato con te!
E dopo aver visto il fiasco disse:
–  Ah Cisti dice il vero! Quello non è un fiasco per il buon vino!
Messer Geri quindi prima sgridò il servitore imbroglione, poi lo inviò nuovamente da Cisti, dopo aver controllato che portasse con sé un fiasco adeguato.
Quando Cisti vide il fiasco disse:
–  Ah, adesso sono certo che il tuo padrone ti volesse mandare proprio da me!
E glielo riempì con gioia.

Poi, lo stesso giorno, fece riempire una botte dello stesso vino e la inviò a casa di messer Geri. Quindi lo andò a trovare e gli disse:
–  Messere, Io non vorrei che voi credeste che il grande fiasco di stamattina mi abbia spaventato. Ma mi era sembrato che vi foste dimenticato che questo non è un vino da tutti i giorni, un vino comune. Ho rifiutato di riempivi quel grande fiasco per questo. Ma io sono onorato di potervi donare il mio vino, quindi ve l’ho fatto imbottigliare tutto. Fatene quello che vi piace.
Messer Geri ricevette con grande piacere questo dono da parte di Cisti, lo ringraziò moltissimo e da quel momento Messer Geri considerò sempre il fornaio Cisti come suo amico.
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Giornata V – Novella II Gostanza e Martuccio

Vicino alla Sicilia c’era un’isoletta chiamata Lipari, dove, non molto tempo prima, viveva una bellissima giovane, di nome Gostanza, nata da una famiglia nobile dell’isola.

Di lei si innamorò un bel giovane valoroso, nativo dell’isola, chiamato Martuccio Gomito.

Anch’ella amava con uguale passione Martuccio e si sentiva bene solo quando lo vedeva.

Il giovane, desiderando sposarla, la fece chiedere in moglie. Ma il padre di lei gliela rifiutò perché Martuccio era povero.

Martuccio, sdegnato per il rifiuto, giurò che non sarebbe mai più ritornato a Lipari, se non quando fosse diventato ricco.

Partì, dunque, da Lipari, divenne corsaro e, costeggiando la Tunisia, derubò i naviganti più deboli.

La Fortuna gli fu favorevole, se solo avesse saputo accontentarsi!

Egli e i suoi compagni, non contenti delle ricchezze accumulate, mentre cercavano di diventare straricchi, furono catturati e derubati da alcune navi saracene. Molti di loro furono uccisi e la loro nave fu affondata.

Martuccio fu condotto a Tunisi, fu imprigionato e viveva in grande miseria.

A Lipari giunse la notizia che tutti quelli che erano sulla nave con Martuccio erano stati annegati.

La giovane, avuta la triste notizia, pensando che il suo amore fosse annegato, decise di morire, ma scelse una modalità alquanto insolita.

Uscita di notte dalla casa del padre, trovò, per caso, una navicella di pescatori fornita di remi e di vela. Salita su di essa, si spinse in mare con i remi: era abbastanza esperta della navigazione, come lo erano tutte le donne dell’isola. Poi gettò via i remi e il timone e si abbandonò al vento.

Sicura di sfracellarsi contro uno scoglio e di morire si sdraiò sul fondo della barca e si coprì il capo con un mantello.

Ma le cose andarono diversamente.

Il giorno seguente, alla sera, grazie al vento e a correnti favorevoli, la barca la portò sulla costa dell’Africa, a cento miglia da Tunisi, in una spiaggia vicina alla città di Susa.

La giovane non si accorse di nulla e rimase sul fondo della barca, col capo coperto, pensando di essere morta.

Per caso, quando la barca urtò contro la spiaggia, vi era una giovane donna di umili origini, che levava dal sole le reti dei pescatori. La donna si meravigliò che una barca fosse giunta a terra con le vele spiegate. Pensò che i marinai si fossero addormentati; si avvicinò quindi alla barca e vide soltanto la giovane che dormiva profondamente.

La chiamò più volte, per farla svegliare. Ben presto capì che la ragazza era cristiana perché parlava italiano. Le chiese come fosse arrivata fin lì, sola soletta.

Gostanza, sentendo parlare italiano, credette di essere ritornata a Lipari, ma, non riconoscendo le strade, domandò alla donna dove ella fosse. La giovane rispose che era a Susa, in Tunisia.

Gostanza, addolorata per non essere morta, si sedette, piangendo, vicino alla barca.

Solo dopo molte insistenze la buona donna riuscì a farsi raccontare tutta la storia e a farle mangiare un po’ di cibo, dato che era digiuna. Gostanza, rifocillatasi, le chiese il suo nome e come mai lei sapesse parlare italiano.

La donna rispose che veniva da Trapani e il suo nome era Carapresa. Il nome udito sembrò a Gostanza di buon auspicio e, scomparso il suo desiderio di morte, senza dare informazioni su di sé, pregò la donna di darle consigli per sapere come dovesse comportarsi una ragazza in quel paese che non era il suo.

Carapresa, messe a posto le reti, coperta Gostanza col mantello, la condusse a Susa, da una buona donna saracena all’antica e di buona indole, sicura che questa l’avrebbe accolta come una figlia. Lì si sarebbe potuta trattenere fino a quando Dio non le avesse mandato una sorte migliore.

L’anziana saracena si commosse per il triste racconto; prese Gostanza per mano e la condusse nella sua casa, dove viveva con diverse donne, senza alcun uomo.

Le donne facevano, con le proprie mani, diversi lavori di seta, di palma, di cuoio. La giovane imparò rapidamente e cominciò a lavorare insieme a loro. Gostanza fu trattata con grande affetto dalla padrona di casa e dalle altre donne che, in breve, apprese anche il loro linguaggio.

Frattanto a Lipari Gostanza era creduta morta.

Il re di Tunisi si chiamava Meriabdela.

Ma un giovane di Granada, potente e nobile, diceva che il reame di Tunisi apparteneva a lui. Quindi questo giovane saraceno di Granada attaccò il re di Tunisi per cacciarlo dal suo regno.

Martuccio Gomito, in prigione, udì queste cose e disse ai suoi compagni che, se avesse potuto parlare con il re, gli avrebbe dato un consiglio che gli avrebbe fatto vincere quella guerra.

La guardia riferì immediatamente la cosa al re che fece chiamare Martuccio per sentire il suo consiglio.

Martuccio ben conosceva il modo di combattere dei saraceni: essi conducevano le battaglie utilizzando soprattutto gli arcieri.

Perciò spiegò al re che bisognava fare in modo che agli avversari mancassero le frecce, mentre i suoi arcieri avrebbero dovuto averne in abbondanza. In questo modo si sarebbe vinta la battaglia.

Martuccio continuò dicendo che bisognava modificare gli archi degli arcieri, preparando corde più sottili di quelle che comunemente si usavano, con le cocche adatte soltanto alle corde sottili. Ma consigliò di fare tutto questo segretamente.

Che cosa sarebbe accaduto? Dopo il lancio degli arcieri nemici e quello dei propri, al momento di raccogliere le frecce, i nemici non avrebbero potuto utilizzare le frecce degli arcieri del re, perché non si adattavano ai loro archi, mentre i soldati del re di Tunisi avrebbero avuto saette abbondanti.

Al re il consiglio di Martuccio piacque molto, lo seguì e vinse la guerra.

Fu così molto grato al giovane che gli rese onori e ricchezze.

La notizia di questi avvenimenti giunse a Gostanza. Lei, che per lungo tempo aveva creduto morto Martuccio Gomito, gioì.

Ella comunicò alla buona donna che la ospitava di voler andare a Tunisi per vedere, con i propri occhi, come stavano le cose.

La donna, imbarcatasi con la giovane, come se fosse stata sua madre, andò a Tunisi a casa di una parente, dove fu ricevuta onorevolmente.

Subito Gostanza mandò Carapresa, che era andata con loro, da Martuccio e gli disse che con lei a Tunisi era venuta anche la sua Gostanza.

Il giovane, lieto per la buona notizia, si recò con lei alla casa dove era ospitata la sua amata.

La fanciulla, come lo vide, quasi morì per la gioia; gli corse incontro, gli buttò le braccia al collo e, senza parole, cominciò a piangere.

Martuccio, sorpreso, rimase un po’ in silenzio, poi, sospirando, disse

“Gostanza mia, sei viva? Per molto tempo ti ho creduta morta e anche a casa tua non si sapeva niente di te”.

Poi l’abbracciò e la baciò teneramente. Gostanza gli raccontò le sue avventure e l’onore che aveva ricevuto dalla gentildonna, che l’aveva accolta nella sua casa.

Martuccio, allontanatosi, andò dal suo signore, gli raccontò tutto e gli chiese il permesso di sposarla secondo la religione cristiana. Il re fece portare molti doni per i due innamorati e li lasciò liberi di fare ciò che volevano.

Martuccio compensò con molti doni la gentildonna che aveva accolto Gostanza. Poco dopo la donna partì, salutata dalla giovane in lacrime. Poi, con il permesso del re, saliti sopra una navicella, portando con loro Carapresa, se ne ritornarono a Lipari, dove furono accolti con grandi feste.

A Lipari il giovane sposò la sua donna con grandi nozze e da quel giorno vissero insieme in pace, godendo del loro amore.

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Il Decameron

Il Decameron è la più importante delle opere di Giovanni Boccaccio. È una raccolta di cento novelle inquadrate in una cornice narrativa. L’opera viene scritta nel periodo terribile della peste a Firenze, tra il 1348 e il 1353. L’autore continua poi un lavoro di revisione fino al 1370 circa, epoca a cui risale la stesura definitiva autografa.

Il titolo deriva dalla lingua greca e significa Dieci giornate e si riferisce alla struttura narrativa del testo.

Il Decameron racconta che durante la peste del 1348, a Firenze, un’«onesta brigata» composta da sette ragazze e tre ragazzi decide di scappare dalla città e si rifugia in una villa presso Fiesole per sfuggire al contagio. Tra gli altri passatempi, i giovani raccontano per dieci giorni una novella a testa. Ogni giorno uno di loro stabilisce il tema delle novelle che verranno narrate; solo nella prima e ultima giornata il tema è libero.

Narratori e temi delle giornate

La struttura a cornice

Boccaccio introduce la sua opera presentando la situazione di Firenze. Quindi introduce la vicenda dei dieci giovani che decidono di fuggire; questa vicenda fa da cornice ai cento racconti narrati dai giovani.

Struttura del Decameron

I protagonisti dell’opera di Boccaccio, tramite la parola e il racconto, ricreano artisticamente un mondo nuovo da contrapporre a quello in cui vivono, devastato dalla pestilenza che incombe sulla città e su tutto il mondo in quegli anni.

Il novellare di Boccaccio

Boccaccio crea una struttura coerente sia da un punto di vista formale che di contenuto. Tra la prima e l’ultima novella, che rappresentano una il male e l’altra il bene, è ritratta una variopinta umanità che si colloca tra le due polarità.

Il male è rappresentato dalla figura di Ser Ciappelletto nella prima novella della prima giornata, il bene è rappresentato da Griselda, nell’ultima novella dell’ultima giornata. In questo modo Boccaccio realizza un percorso ascensionale, dal male al bene.

Nelle diverse novelle Boccaccio percorre diversi temi e presenta anche le sue riflessioni sulle finalità e sui modi del novellare.

Nelle novelle Boccaccio racconta l’intera gamma delle esperienze umane, presenta uno spaccato della varia umanità del Basso medioevo con un’attenzione particolare alla borghesia, classe sociale a cui anche lui appartiene. In essa egli alterna vari toni, diversi temi e variopinti personaggi.

I temi affrontati sono:

  • Fortuna
  • Intelligenza
  • Amore
  • Comicità

Fortuna

La fortuna è intesa come sorte capricciosa, perché è lei che determina il successo o il fallimento di ogni iniziativa; all’uomo non rimane che prenderne atto e mettere a frutto tutte le sue risorse cercando così di raggiungere gli obiettivi che si pone.

Nelle novelle emerge chiaro il pensiero che abbandonarsi irrazionalmente alle proprie passioni porta effetti negativi.

Intelligenza

Intelligenza, audacia e spirito di iniziativa sono le virtù a cui l’uomo deve affidarsi per poter interagire positivamente con la sorte. Anche se la fortuna rimane comunque arbitra ultima di ogni esito, arguzia impegno e coraggio aiutano a risolvere anche la malasorte. Si precisa che Boccaccio non cerca mai di proporre modelli di azione, ma si limita solo ad osservare, a catalogare le molteplici e contraddittorie sfaccettature delle vicende umane.

Amore

L’uomo per sua natura aspira alla felicità; tale felicità spesso si identifica con il possesso della persona amata. La sorte talvolta è favorevole e altre volte è contraria. L’amore accende sempre lo spirito di iniziativa, sia nell’uomo che nella donna. Anche se non sempre tali iniziative hanno esiti fortunati, l’intraprendenza è dote necessaria all’uomo per risolvere qualsiasi situazione.

Il tema della sessualità è spesso presente. L’autore però sottolinea come la sessualità sia solo uno degli aspetti della passione amorosa, il più basso e il più rozzo.

Anche Boccaccio come gli stilnovisti, mostra che l’amore è una forza che conduce l’uomo a raffinarsi e a innalzarsi moralmente al di sopra di sé stesso.

La comicità

Per Boccaccio la comicità, la risata, è uno degli ingredienti indispensabili ad una vita felice, importante quanto l’amore. Le giornate sesta settima e ottava offrono una serie di novelle, che mostrano le infinite sfaccettature del comico. La comicità assume spesso i tratti della beffa, beffa che viene ordita a volte per ottenere un vantaggio concreto, altre solo per mettere alla prova l’ingegno del beffatore di fronte all’ingenuità del beffato.

La società del Decameron

Col Decameron Boccaccio mette in scena la società del tempo in tutte le sue contraddittorie componenti economiche e sociali. Con grande sagacia Boccaccio ci mostra pregi e difetti dei vari ceti che popolano la sua epoca.

Nel suo osservare, Boccaccio sembra anche proporre un nuovo modello di civiltà, che si ponga in armonico equilibrio fra lo spirito pratico e scaltro della borghesia e quello liberale e magnanimo della nobiltà.

Non risparmia neppure il clero, del quale presenta abitudini e pratiche che si discostano dagli ideali spirituali a cui sarebbe chiamato.

Lo scopo dell’opera

Nel proemio Boccaccio dichiara il suo intento: vuole offrire al lettore sia distrazione e svago che consigli pratici su cosa utile evitare.

«diletto di sollazzevoli cose e utile consiglio su ciò che sia da fuggire e da seguitare»

Boccaccio, proemio Decameron

Il  pubblico del Decameron è identificato da Boccaccio nelle donne.

Dalle novelle il suo progetto educativo nel quale rinuncia a proporre rigide regole di comportamento per mostrare invece quanto sia necessario osservare lucidamente, e con spirito critico, questo mondo contraddittorio e mutevole in modo da trovare strategie e vie d’uscita.

La conclusione

L’opera si conclude con parole di ringraziamento.

Nobilissime giovani, a consolazion delle quali io a cosí lunga fatica messo mi sono, io mi credo, aiutantemi la divina grazia, sí come io avviso, per li vostri pietosi prieghi, non giá per li miei meriti, quello compiutamente aver fornito che io nel principio della presente opera promisi di dover fare; per la qual cosa, Iddio primieramente ed appresso voi ringraziando, è da dare alla penna ed alla man faticata riposo. 
Io , Giovanni Boccaccio, concludo il mio lavoro rivolgendomi a voi,  nobilissime  giovani, dicendo che ho scritto per voi, con l’aiuto della grazia divina,  un’opera che mi è costata una grande fatica.
Sicuramente mi hanno giovato, nel portare a termine un lavoro così impegnativo, le vostre preghiere.
Ringrazio, quindi, prima di tutto Dio e poi tutte voi, prima di dar riposo alla penna e alla mano.

Decameron – Proemio

Il testo è parafrasato e talvolta semplificato per essere accessibile a tutti.

Comincia il libro chiamato Decameron, nel quale sono raccolte cento novelle narrate in dieci giorni da sette donne e da tre giovani uomini.

È caratteristica degli esseri umani avere pietà degli afflitti: soprattutto di coloro che nella vita hanno, a loro volta, ricevuto conforto e compassione da alcuni. Io, Giovanni Boccaccio, sono uno di quelli.

Infatti, da quando ero molto giovane ad oggi sono stato innamorato di una donna di stirpe reale, Maria d’Aquino o Fiammetta. Io mi sono innamorato di lei nonostante io sia di umile origine: infatti sono figlio di un mercante.

Questa situazione ha fatto nascere in me una continua ansia, che non mi dava mai tregua, non per crudeltà della donna amata, ma per un’angoscia che tormentava la mia mente. Mi hanno dato sollievo i ragionamenti e le consolazioni di alcuni amici, che mi hanno impedito di morire.

Ma dal momento che tutte le cose del mondo sono destinate a finire, come piace a Dio, il mio immenso amore, pian piano, diminuì da solo. E fu così che nella mia mente il dolore sparì e rimase solo il piacere e la dolcezza di questo amore.

Ma, cessata la pena, mi rimane ancora il ricordo del sostegno ricevuto dagli amici e del sollievo che mi procurarono. Questo ricordo rimane in me e non passerà mai. Di questo sono ancora molto grato a loro e io donerò questa mia gratitudine alle donne leggiadre, più che agli uomini.

Infatti le donne, tengono spesso nascoste, nei loro cuori delicati, le fiamme dell’amore. Inoltre, spesso obbligate dalla volontà dei padri, delle madri, dei fratelli e dei mariti, trascorrono gran parte del tempo nello spazio limitato delle loro piccole camere, stando sedute quasi oziose, sole con i loro pensieri, che non sempre sono allegri.

E quando la loro mente è intristita da qualche malinconia d’amore, questa tristezza vi rimane a lungo, se non viene rimossa da nuovi pensieri.

Lo stesso invece non avviene negli uomini innamorati. Infatti essi hanno molti modi di alleggerire i pensieri e le malinconie d’amore: possono andare a caccia, pescare, cavalcare, giocare, dedicarsi al commercio. Tutte queste sono occupazioni che li distraggono dal noioso pensiero dell’amore, fino a quando esso non diminuisce naturalmente come è accaduto a me.

Per questo io voglio narrare queste mie cento novelle, per porre riparo al torto che la sorte fa alle donne. Le cento novelle sono raccontate in dieci giorni da una allegra brigata composta da dieci giovani, sette donne e tre uomini. I racconti sono stati fatti durante la pestilenza che ha provocato tante morti. Non ci sono solo le novelle ma si trovano qui anche alcune canzoni, cantate dalle donne per divertimento.

In queste novelle sono raccontate diverse storie casi d’amore, ambientate sia nei tempi moderni che in quelli antichi.

Le donne, leggendo queste novelle, potranno divertirsi, distrarsi e ricavarne qualche utile consiglio su cosa sia meglio fuggire, finché non si placano le pene d’amore. E, se questo accadrà, invito le donne a ringraziare Amore, che liberandomi dalla sofferenza, ha permesso che mi dedicassi ai loro piaceri.

Introduzione

Versione semplificata, sintetizzata e parafrasata per essere comprensibile a tutti.

Situazione di Firenze

Dico, dunque, era l’anno 1348, quando nella città di Firenze e nelle altre bellissime città d’Italia, giunse la terribile pestilenza, che, per opera degli astri celesti o per la giusta ira di Dio, fu mandata come punizione sui mortali a causa delle nostre opere inique. Incominciata alcuni anni prima in Oriente, senza fermarsi, la pestilenza si spostò, ampliandosi, verso Occidente.

A nulla valsero la prudenza e i provvedimenti presi per motivi sanitari,: fu pulita dalle immondizie tutta la città, ad opera di ufficiali all’uopo comandati e agli ammalati fu proibito di entrare in città. A nulla valsero neppure le preghiere rivolte a Dio da persone devote, né servirono le processioni.

All’inizio della primavera la pestilenza cominciò a dimostrare i suoi terribili effetti. [ … ] Solo pochissimi guarivano, anzi, quasi tutti al terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, morivano.

La peste passava dagli infermi ai sani, come fa il fuoco con le cose secche. Il contagio si diffondeva non solo se si parlava o si stava vicino agli infermi, ma anche se si toccavano i panni o qualsiasi cosa che era stata da loro usata.

E accadde un’altra cosa imprevedibile in questa pestilenza: essa attaccava non solo gli uomini tra loro, ma passava anche agli animali, uccidendoli in brevissimo tempo. Un giorno vidi con i miei occhi che erano stati gettati in mezzo alla strada gli stracci di un pover’uomo morto di peste. Due maiali li afferrarono e vi si avvolsero. Dopo appena un’ora i porci caddero a terra morti. Per questo i vivi pensarono bene di evitare gli infermi e le loro cose, sperando, in tal modo, di acquistare salute.

Alcuni ritenevano che vivere con moderazione, senza cose superflue, li avrebbe protetti dalla peste. Si riunivano in gruppetti e vivevano isolati nelle case in cui non c’era alcun malato, mangiando cibi e bevendo vini leggeri e delicati, evitando ogni lussuria e non parlando né di morti, né di infermi.

Altri, al contrario preferivano bere molto e godere, mangiare smodatamente, beffandosi di ogni cura e medicina, andando in giro per taverne, facendo solo ciò che arrecasse loro piacere. Certi che non sarebbero vissuti a lungo, abbandonavano le loro case. Per questo molte case erano state abbandonate ed occupate da estranei e da ammalati.

In tanta miseria, nella città le leggi non avevano più autorità perché i ministri o gli esecutori di esse o erano morti o erano malati. Per questo non potevano attendere ai propri doveri. E tutti facevano quello che volevano, senza alcun rispetto delle leggi.

Altri, ancora, seguivano una via di mezzo tra i due estremi.

Bevevano e mangiavano moderatamente, usavano le cose, senza rinchiudersi, andavano in giro portando nelle mani fiori e spezie odorose, avvicinandole continuamente al naso, per vincere il puzzo dei morti, dei malati e delle medicine.

Altri, ancora, ritenevano che la cosa migliore fosse abbandonare la propria città ed andare in campagna, in periferia, pensando che la peste colpisse solo chi abitava in città.

Ormai ogni cittadino evitava l’altro e non ci si prendeva più cura dei parenti, uomini e donne. Un fratello abbandonava suo fratello, la moglie abbandonava il marito, i padri e le madri, cosa terribile, abbandonavano i figli, quasi come se non fossero propri, e si rifiutavano di accudirli. Per questo chi si ammalava non aveva alcun aiuto. Restava solo la carità degli amici, in verità molto pochi, e l’avidità dei servitori. Questi non facevano altro che porgere agli ammalati alcune cose da loro richieste e stare a guardare quando morivano. Spesso poi questi perdevano anche sé stessi insieme con il guadagno, perché morivano per il contagio.

Per l’abbandono da parte dei parenti e degli amici, si diffuse una consuetudine mai udita prima. Quando una donna, anche se molto bella, si ammalava, prendeva a suo servizio un uomo. A lui si affidava per tutte le cure e le incombenze, anche le più intime, che la sua malattia richiedeva. Questo comportamento portò le donne sopravvissute ad acquisire comportamenti di discutibile moralità.

E siccome morirono tantissime persone, quelle che sopravvissero, fecero cose contrarie agli onesti costumi di prima. Era usanza che i parenti e i vicini di casa del morto si riunissero e piangessero. Era solito venire anche un rappresentante del clero che portava il morto in chiesa. Man mano che la pestilenza divenne più feroce, queste usanze cambiarono. Molti morivano da soli, senza alcun conforto e non potevano essere trasportati nella chiesa che avevano scelto. Venivano, invece, prelevati da persone pagate, chiamate “beccamorti”, che li portavano nella chiesa più vicina. Lì, senza solenni rituali i cadaveri venivano seppelliti in qualche tomba ancora vuota.

La gente umile stava ancora peggio. Poiché non aveva potuto lasciare la propria casa abitata da molte persone, venivano contagiati rapidamente, non avevano alcun aiuto e tutti morivano.

I vicini, temendo per sé, gettavano i corpi dei morti o degli infermi nella strada. I vicini tiravano fuori i morti, li ponevano davanti agli usci e facevano venire le bare. Ben presto le bare furono insufficienti e allora misero molti cadaveri in una sola bara. Nei cimiteri venivano messi anche
sei o otto morti sotto una stessa croce, senza che essi fossero onorati da alcuna lacrima, senza candele, senza conforto. I morti venivano trattati come capre.

Man mano che la moltitudine dei cadaveri aumentava, non fu possibile seppellirli in terra sacra, nelle chiese e quindi si scavarono delle grandissime fosse comuni dove si misero i morti a centinaia.

Anche nella periferia della città le cose non andarono meglio: i poveri, con le loro famiglie, morivano come bestie, abbandonando i sani costumi antichi, lasciando i loro animali, buoi, asini, pecore, capre, porci, polli e cani. Gli animali andavano in giro per la campagna, nutrendosi a sazietà, senza controllo, e, a sera, ritornavano a casa spontaneamente.

Dunque, ritornando alla città di Firenze, si può dire che, tra il marzo e il luglio del 1348, morirono più di centomila creature umane. Quanti palazzi e belle case, in precedenza pieni di nobili famiglie, rimasero vuoti!

Introduzione alla narrazione

Un martedì mattina, [ … ] nella Chiesa di Santa Maria Novella [ … ]si ritrovarono sette donne di età compresa tra i diciotto e i ventotto anni. Queste giovani donne erano unite da amicizia o da parentela; erano tutte di sangue nobile, molto belle ed oneste. Non posso dire i loro nomi perché le cose da loro raccontate, potrebbero metterle in difficoltà e attirare loro delle critiche. Però, per poter comprendere chi racconterà le novelle nei vari giorni, darò loro un nome di fantasia.

Chiamerò la prima Pampinea, che è la più grande di età, la seconda Fiammetta, la terza Filomena, la quarta Emilia, la quinta Lauretta, la sesta Neifile, la settima, a ragione, Elissa.

Le fanciulle sono sette come i giorni della settimana, come i pianeti, come le virtù teologali e cardinali, come le Arti Liberali e sono le nuove Muse, ispiratrici di poesia. Le sette fanciulle, trovatesi lì per caso, dopo aver pregato a lungo, cominciarono a ragionare.

Iniziò a parlare Pampinea e disse:

“Donne mie care non offendiamo nessuno se troviamo un sistema che ci permetta di sopravvivere in questa difficile situazione. Ogni volta che penso a come viviamo, sto male. Infatti trascorriamo le giornate ascoltando i nomi di chi è morto o di chi sta per morire e pensando ai parenti che soffrono. Quando torniamo alle nostre case, vediamo solo ombre dei nostri cari defunti. A mio avviso è inutile continuare a stare qui, a piangere i morti e a correre il rischio di morire noi stesse per contagio. Penso invece che sarebbe opportuno che noi lasciassimo la città e ce ne andassimo a stare in campagna. Lì potremmo vivere in allegria, vivendo tutto il piacere possibile, in onestà. In campagna si sentono gli uccelli cantare, si vedono le verdi colline e le pianure, i campi ondeggiare come il mare e alberi di vario genere; si vede il cielo aperto, un paesaggio molto più bello rispetto a quello che vediamo se stiamo a guardare dalle mura vuote della nostra città. In campagna c’è un’aria più fresca e muoiono meno persone che in città, perché ci sono meno case e meno abitanti. Qui noi non lasciamo nessuno, perché i nostri sono tutti morti. Perciò credo che sia una buona idea quella di prendere le nostre cose e spostarci oggi in un luogo, domani in un altro, dove poter vivere in allegria e in festa, prendendo quello che questo tempo lugubre può offrire, prima che sopraggiunga la morte”.

Le altre donne approvarono l’idea di Pampinea e, desiderose di attuarlo, si misero a discutere. Filomena prudentemente disse:

“Donne, ricordatevi che siamo tutte femmine e le femmine, senza l’aiuto e il consiglio di un uomo, non sanno regolarsi. Siamo volubili, litigiose, sospettose, paurose, per cui temo che, se non ci procuriamo qualche altra guida, la nostra compagnia si scioglierà presto. Per questo è opportuno organizzarci, prima di cominciare”.

Elissa, allora, disse:

“È vero che gli uomini sono a guida delle donne. Senza di loro raramente le opere femminili giungono a buon fine. Ma come possiamo avere noi questi uomini? I nostri sono morti o sono sparsi qua e là, è impossibile ritrovarli. Prendere uomini sconosciuti non è opportuno sia per la nostra salute che per lo scandalo che ne seguirebbe”.

Mentre le donne così ragionavano, entrarono nella chiesa tre giovani belli e garbati, il più giovane dei quali non aveva meno di venticinque anni. I tre si chiamavano Panfilo, Filostrato e Dioneo.

Essi erano i fidanzati di tre delle sette donne che stavano lì discutendo e provarono una grande consolazione nel vedere che le loro amate stavano bene. Tra loro c’erano anche alcune che erano loro parenti.

Appena le donne li videro, Pampinea, sorridendo, disse “Ecco che la fortuna è favorevole ai nostri progetti e ci pone davanti giovani onesti e valorosi, che, se vorranno, ci faranno da guida”.

Neifile, arrossì fortemente, perché era una delle tre fanciulle amata da uno dei giovani; quindi disse:

“Pampinea, dobbiamo stare attente perché, dal momento che questi tre giovani sono innamorati di alcune di noi, anche se non facciamo niente di male, questo potrebbe provocare tensioni e malintesi tra noi”.

Disse allora Filomena:

“Io credo che se viviamo assieme onestamente, non abbiamo niente da rimproverarci. Se essi fossero disposti a venire, come ha detto Pampinea, sarebbe un colpo di fortuna“.

Le altre fanciulle, alle parole di Filomena tacquero e assentirono. Tutte d’accordo, decisero quindi di chiamare i giovani e di chiedere se volevano partecipare con loro a quell’impresa.

Pampinea quindi si avvicinò con un sorriso, spiegò il programma e chiese loro di accompagnarle con animo puro e fraterno.

I giovani inizialmente credettero che si trattasse di uno scherzo, poi, vedendo che la donna parlava sul serio, risposero, lieti, di essere pronti per la partenza.

Preparata, dunque, ogni cosa, il giorno seguente, le donne, con alcune delle loro domestiche, e i tre giovani, con i tre servi, si allontanarono dalla città per circa due miglia e giunsero al luogo prescelto.

Questo luogo era su una collinetta sul colle di Fiesole, sembra fosse la casa abitata da Giovanni Boccaccio. Lontano dalle strade, tra piante e alberelli, sulla cima del colle vi era un palazzo con un grande cortile nel mezzo, con logge, sale e camere, tutte bellissime. Le stanze erano ornate di dipinti che raffiguravano prati e giardini, fonti di acqua. Inoltre vi erano cantine piene di vini preziosi, che si addicevano più ad esperti bevitori che a sobrie ed oneste fanciulle.

La casa era pulita, con i letti fatti, ed era piena di fiori di stagione.

Dopo essersi accomodati, Dioneo, giovane pieno di spirito, disse:

“Donne, che, con tanto senno, ci avete guidati qui, non conoscendo le vostre intenzioni, vi dico subito le mie. Io voglio scherzare, ridere e cantare insieme con voi. Ma se non siete d’accordo io me ne torno nella città piena di tribolazioni”.

Pampinea, lieta, rispose:

“Dioneo, parli bene, noi qui vogliamo vivere festosamente, per questo siamo fuggiti dalle tristezze della città. Ma, poiché le cose senza ordine non possono durare, io ritengo necessario che venga designato un capo a cui noi tutti obbediamo. E affinché ciascuno provi il peso della responsabilità e affinché non vi sia nessuno che provi invidia, propongo questo: a ciascuno di noi si attribuisca, per un giorno, il comando della brigata. Propongo inoltre che tutti noi eleggiamo chi comanderà per primo. Il Capo dei giorni che seguiranno, sarà scelto ogni giorno, al tramonto, da colui che ha comandato in quella giornata”.

Queste parole piacquero molto a tutti, ed essi, ad una voce, elessero regina Pampinea. Filomena corse a raccogliere un ramo di alloro, ne fece una ghirlanda che pose in testa a Pampinea. La corona quindi rimase ad indicare chi deteneva il comando nelle varie giornate.

Pampinea, incoronata regina, comandò che tutti tacessero, poi assegnò alla servitù i vari incarichi.

[ … ]

Quando tornarono all’ora stabilita e si sistemarono nello spazio assegnato dalla Regina, trovarono che Parmeno aveva organizzato il pranzo.

Furono portate delicatissime vivande e vini finissimi e silenziosamente i tre servi servirono le tavole. Tutti mangiarono lietamente, scambiandosi piacevoli discorsi.

Finito il pranzo, la regina ordinò che fossero portati gli strumenti per suonare, ritenendo che le donne sapessero cantare ed anche gli uomini sapessero suonare e cantare.

Dioneo prese un liuto e Fiammetta una viola e cominciarono a suonare una musica, la Regina con le altre donne e i giovani, mandati i servi a mangiare, scelse una canzone e, con passo lento, cominciò a cantare.

Si continuò così fino all’ora di andare a dormire.

Allora, per ordine di Pampinea, i tre giovani si ritirarono nelle loro stanze, separate da quelle delle donne, e tutti si addormentarono in stanze piene di fiori.

Era appena passata l’ora nona (circa le diciotto) che la regina, svegliatasi, fece svegliare tutti dicendo che era nocivo il dormire troppo, di giorno.

Così se ne andarono in un praticello al riparo dal sole, mentre spirava un soave venticello. Come ordinò la regina. Si posero a sedere in circolo.

Pampinea, allora, disse:

“Come vedete, qui è bello stare e fare qualsiasi gioco, perché ci sono tavolette per giocare a dama o a scacchi … Ma io vi propongo di non giocare, perché nel gioco c’è chi gioca e chi sta a guardare, annoiandosi. Vi propongo invece di raccontare novelle. Questo può essere più gradito a tutta la compagnia, in quanto uno racconta e tutti gli altri ascoltano. In questo modo trascorreremo la parte più calda della giornata. Quando tutti avremo finito di raccontare la nostra novella, il sole sarà vicino al tramonto, il caldo sarà diminuito e noi potremo andare dove più desideriamo.

Se il programma vi piace, realizziamolo, altrimenti … che ciascuno faccia ciò che vuole”. Tutti, uomini e donne, approvarono “il novellare”.
La regina, allora, stabilì che, nella prima giornata il tema delle novelle da raccontare fosse libero. E, rivolta a Panfilo, gli dette il comando di narrare lui la prima novella.

Fonti

https://decameronapuntate.blogspot.com/

https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/

https://library.weschool.com/

https://letteritaliana.weebly.com/