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Rivoluzione francese Settecento storia

Il dominio napoleonico in Italia

La presenza francese in Italia

La presenza francese in Italia fu suddivisa in due fasi.

  • Tra il 1797 e il 1799 – le repubbliche giacobine
  • Tra il 1800 e il 1814 – l’età dell’Impero

La presenza francese non si configurò come una semplice occupazione ma fu una presenza incisiva sul piano economico, giuridico e politico.

Ebbe dunque conseguenze profonde sulla vita civile del nostro paese.

Repubbliche giacobine

La rivoluzione francese era stata salutata anche in Italia come l’inizio di una nuova era.

Si era formato un movimento giacobino italiano la cui base sociale era costituita non solo da esponenti del ceto medio borghese (avvocati, medici, militari, intellettuali, artigiani) ma anche da aristocratici innovatori e da rappresentanti dei ceti più bassi.

Dal punto di vista ideologico si andava da un polo moderato con idee liberali a un’ala estrema che proponeva un programma di rivoluzione sociale.

Tutti i patrioti avevano alcuni obiettivi in comune; volevano:

  • rompere definitivamente con l’antico regime,
  • aprire un’epoca nuova,
  • aderire agli ideali di libertà civile, politica e religiosa proclamati dalla rivoluzione,
  • riconoscere il diritto di proprietà,
  • ridurre le disuguaglianze sociali,
  • favorire l’istruzione della popolazione per favorire il rinnovamento della società.

Nel 1796 l’arrivo delle armate napoleoniche ruppe gli antichi equilibri fra gli stati italiani.

Si aprì la strada alla costituzione di nuove repubbliche (Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana e Partenopea). Inizialmente i patrioti videro Napoleone Bonaparte come un liberatore.

Però con il Trattato di Campoformio, con il quale Napoleone cedette Venezia e il Veneto all’Austria, fu evidente a tutti che l’azione napoleonica si configurava come una conquista.

La delusione di patrioti e di intellettuali fu bruciante. Ne abbiamo una testimonianza nel romanzo di Foscolo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Inoltre non si può negare che il dominio francese impose alle repubbliche italiane requisizioni e pesanti tributi in denaro, beni e opere d’arte.

Ma per la penisola l’arrivo di Napoleone non fu solo negativo. La presenza francese portò con sé novità di rilievo. Innanzitutto fu esportata la forma repubblicana, una novità nel panorama dell’assolutismo dei regimi della penisola. Portò anche l’adozione di carte costituzionali modellate sulla forma di quella francese del 1795.

Vennero emanate importanti leggi modernizzatrici come

  • l’istituzione del matrimonio civile,
  • l’abolizione di vecchi istituti giuridici che non favorivano la compravendita dei beni mobili (fidecommesso, mano morta e vendita beni ecclesiastici).

Nel corso del 1799 maturò al fine delle repubbliche giacobine italiane.

Le sconfitte militari dell’armata francese nella penisola e le sollevazioni popolari contro i governi repubblicani favorirono il ripristino del potere asburgico sulla penisola.

Vincenzo Cuoco (patriota partenopeo) spiega il fallimento delle repubbliche giacobine.

Cuoco parla di “rivoluzione passiva”.

 Lui ritiene che questa rivoluzione, che è stata importata, non abbia trovato le masse della penisola pronte a una tale novità. Pertanto le repubbliche giacobine erano state sostenute dagli intellettuali e dalla borghesia ma non erano state appoggiate dalle masse. Tale rivoluzione era stata subita dal popolo che era distante socialmente e culturalmente dal ristretto gruppo dei patrioti.

In Francia invece la rivoluzione era partita dal popolo e in diversi momenti la massa era diventata una forza politica.

Il ritorno di Napoleone

Nel corso del 1800 Napoleone tornò però sulla penisola.

Iniziò una campagna di conquista dell’Italia che gli garantì, in breve tempo, il controllo dell’intera penisola. I territori italiani si trovarono così divisi in tre tipologie:

  • territori appartenenti al regno d’Italia
  • territori annessi all’Impero francese
  • territori affidati a membri della famiglia imperiale.

Questa soluzione, adottata da Napoleone, spense tutte le speranze unitarie che i patrioti italiani coltivavano, ma cambiò la frammentazione regionale che aveva caratterizzato la penisola per molti secoli.

Il governo napoleonico impose un dominio pesante all’Italia:

  • pesanti tributi in denaro
  • leva obbligatoria
  • politica doganale a favore della Francia
  • requisizioni

Tale situazione provocò un movimento di opposizione antinapoleonica sia di carattere popolare che politica. Gli oppositori cominciarono a organizzarsi in società segrete che avranno poi grande importanza nel corso del Risorgimento.

Eredità del regime napoleonico

In Italia Napoleone introdusse una serie di riforme, alcune delle quali avranno conseguenze anche dopo la fine del suo impero che portarono a razionalizzare le amministrazioni e il sistema fiscale. Il governo napoleonico:

  • impose tasse anche ai ceti facoltosi, per esempio. sulle rendite dei terreni
  • impose tasse sui bolli, sui pedaggi, sul sale e sul tabacco, mettendo in difficoltà la popolazione;
  • istituì il demanio pubblico, che amministrava i beni statali;
  • istituì un ufficio del registro e della conservazione delle ipoteche per custodire i contratti pubblici e privati;
  • istituì una banca, chiamata Monte Napoleone, che raccoglieva i ricavi delle confische per far fronte alle spese dello Stato italiano;
  • favorì il ripianamento del debito pubblico grazie al miglioramento del sistema fiscale e alla messa in vendita dei beni ecclesiastici favorì la bonifica delle paludi, grazie alla confisca delle terre dei monasteri;
  • favorì la distribuzione di terreni incolti ai contadini;
  • introdusse la figura del prefetto;
  • introdusse i Codici appena approvati: il codice civile, il codice di procedura penale, il codice penale e il codice di commercio;
  • obbligò l’Italia a esportare tutta la propria seta grezza in Francia, sfavorendo uno sviluppo industriale autonomo del tessile;
  • vietò l’importazione delle macchine;
  • abolì le dogane interne che ostacolavano lo sviluppo del commercio;
  • unificò monete, pesi e misure;
  • creò ospedali e manicomi;
  • favorì l’istruzione superiore;
  • introdusse la vaccinazione contro il vaiolo;
  • impose la costruzione extra-urbana di nuovi cimiteri, vietando le sepolture nelle parrocchie delle città;
  • fece costruire strade, canali, ponti, e fece fare il traforo del Sempione.

Questi provvedimenti favorirono prevalentemente le classi possidenti perché furono funzionali alla concentrazione della proprietà terriera e allo sviluppo di sistemi capitalistici.

La crescita della burocrazia favorì lo sviluppo di un ceto intermedio e aprì la strada alla creazione di nuove carriere nel campo della pubblica amministrazione.

Domande prima parte 

  1. Quali caratteri ebbe il dominio francese in Italia?
  2. Che cosa intendeva Vincenzo Cuoco con l’espressione “rivoluzione passiva”?
  3. Quale assetto politico fu imposto alle regioni italiane da Napoleone?
  4. Che conseguenze ebbe il primo dominio napoleonico nel Regno d’Italia?
  5. Quale classe sociale ebbe benefici dalle riforme napoleoniche?

Fonti

http://www.homolaicus.com/storia/moderna/napoleone.htm

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/149/l-italia-agli-inizi-del-1799

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, 2 Dall’antico regime alla società di massa., Pearson.

Bertini, Storia è … fatti, collegamenti, interpretazioni, Mursia Scuola.

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Antico regime Rivoluzione francese Settecento storia

La rivoluzione francese

La parola chiave della rivoluzione francese è cittadino. La parola non è nuova, ma assume un significato simbolico. Infatti indica la fine dell’antico regime perché toglie di mezzo i titoli nobiliari, fa appello all’idea di uguaglianza fraternità e libertà diffuse dall’Illuminismo e sostituisce il termine suddito che deriva dalla parola latina subdere che significa sottomettere. La stessa parola cittadino rivendica la sovranità del popolo.

Le cause della Rivoluzione francese

Le cause che hanno portato l’esplosione in Francia di una rivoluzione che ha cambiato l’assetto dell’Europa e che ha dato l’avvio alla trasformazione della società sono molteplici.

  1. Il primo fattore che portava alla Rivoluzione francese era una struttura sociale antiquata caratterizzata dall’immobilismo del sistema politico e sociale. Luigi XVI governava il paese più popoloso d’Europa, aveva quasi 25 milioni di abitanti, tre volte l’Inghilterra, aveva un’economia florida e una vita intellettuale decisamente attiva.
  2. La società dell’antico regime era una società in cui due classi ricche e privilegiate, che costituivano meno del 2% della popolazione francese del Settecento, vivevano sulle spalle del Terzo stato, costituito da una popolazione molto varia, con possibilità economiche e culturali molto diverse. Inoltre la popolazione subiva molteplici vincoli alla libertà. Non c’era coesione sociale: clero e nobiltà si sentivano minacciati nei privilegi, mentre la borghesia non vedeva riconosciuto un peso politico proporzionato al suo ruolo economico. Il popolo era in miseria, sempre più schiacciato dai ceti alti e il malcontento esplodeva in frequenti ed inutili rivolte.
  3. A questo primo elemento bisogna poi aggiungere la diffusione dell’illuminismo. L’incapacità di governare dei successori di Luigi XIV, il Re Sole, che aveva dato origine a uno degli assolutismi più riusciti nel continente europeo, Luigi XV e in particolar modo Luigi XVI, fece nascere l’ostilità del popolo.
  4. Il bilancio dello stato francese era in decifit e il debito era in continua e progressiva crescita.

Le cause anche in questo caso sono:

  • le spese militari: la guerra dei Sette anni era costata tantissimo alla Francia che inoltre era stata sconfitta:
  • le somme utilizzate per mantenere il lusso della vita di corte
  • le mancate entrate a causa dei privilegi e delle immunità;

e principalmente per i privilegi.

  • La Francia era il paese più popoloso d’Europa, ma una serie di annate sfortunate avevano dato origine a una serie di carestie che metteva in difficoltà la popolazione francese.
La monarchia francese di fine Settecento è incapace di ridurre i privilegi dei ceti dominanti e di imporre riforme e la rivoluzione francese fu lo spartiacque tra antico regime e modernità, all’origine della storia contemporanea. Fu un laboratorio di ipotesi e di modelli destinati a sopravvivere alla rivoluzione.

La Francia di Luigi XVI

Dal 1774 al 1791 Luigi XVI fu il Re di Francia.

La monarchia assoluta è la forma di governo della Francia settecentesca. Il re è re per diritto divino, teoricamente onnipotente. Lui è la legge, incarna la legge per i propri sudditi. Governa il paese attraverso i suoi intendenti e garantisce la struttura sociale basata su ordini.

La corte francese vive a Versailles, e non a Parigi, dai tempi di Luigi XIV. La vita di corte è scandita da rituali e cerimoniali. Centinaia di nobili gravitano intorno alle figure reali.

Luigi XVI

La vita a Versailles

Luigi XVI, nato nel 1754 e incoronato Re di Francia a vent’anni, fu un uomo piuttosto mite, ma debole e irresoluto, inadatto al ruolo che era chiamato a ricoprire.

La regina Maria Antonietta d’Austria

Era sposato con Maria Antonietta, figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa. La fanciulla, di bell’aspetto e con una ricca dote al seguito, era stata sposata da Luigi quando entrambi erano ancora adolescenti. Maria Antonietta non era mai stata amata molto dai francesi, non la sentivano loro sovrana e la chiamavano con disprezzo, l’“Austriaca”.

Su di lei giravano un sacco di aneddoti, molti dei quali falsi. Uno dei più diffusi è questo.

Durante una rivolta popolare, il popolo affamato dalla carestia chiedeva “pane”. Si dice che la regina avrebbe commentato «Se non hanno più pane, che mangino brioche». La frase invece fu pronunciata probabilmente da Madame de Mably, citata in “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.

Maria Antonietta d’Austria – Joseph Ducreux http://www.ladyreading.net/marieantoinette/big/marie21a.jpgUploaded 24/07/2006 from http://expositions.bnf.fr/fouquet/grand/f219.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1021695

In realtà, a parte i suoi indubbi difetti, Maria Antonietta era stata educata da una madre illuminista, una grande regina che non credeva all’inferiorità della donna rispetto all’uomo e che aveva retto saldamente un impero. Ma l’intelligenza e l’energia femminili non erano apprezzate alla corte di Francia, dove spadroneggiavano le dame oziose e intriganti, gli uomini fatui e le cameriere corrotte.

Più tardi, quando scoppiò la Rivoluzione, Maria Antonietta fu effettivamente imprudente e antipatriottica: temendo per la monarchia e poi per la vita stessa della sua famiglia, si compromise scrivendo al fratello Leopoldo II, imperatore d’Austria, per ottenerne l’aiuto e fu in corrispondenza con molti aristocratici esuli che tentavano di rientrare in Francia alla testa di truppe straniere. La polizia rivoluzionaria intercettò tutte le sue lettere e ciò, in un periodo tanto turbolento, aggravò notevolmente la posizione della monarchia.

Per un approfondimento su Maria Antonietta

La società francese nell’Antico Regime

La nobiltà

La nobiltà, che corrispondeva all’1,2% della popolazione francese, aveva perso gran parte del proprio peso politico con Luigi XIV. Il monopolio aristocratico degli alti comandi militari era stato seriamente danneggiato dal processo di professionalizzazione dell’esercito. I nobili mantenevano i propri privilegi e la propria egemonia sociale; erano inoltre esentati dal pagamento delle imposte.

Il clero

Il clero, 0,5% della popolazione, costituiva il secondo ordine privilegiato della società francese. Il clero esercitava un forte potere economico ed era come la nobiltà esentato dal pagamento delle imposte.

 Terzo Stato

Era ormai chiaro che la divisione in ordini non rifletteva la realtà della società francese.

Il terzo stato è diventato un’entità composita difficilmente definibile, percorsa da interessi anche antagonisti tra loro, come quelli del proletariato urbano, dei contadini e della borghesia. La parte più dinamica del Terzo Stato era rappresentata dalla borghesia. Il ruolo della borghesia in ambito politico ed economico diventa sempre più rilevante. La maggior parte del terzo stato era costituita da contadini e salariati. La maggior parte del carico fiscale ricadeva sul Terzo Stato (perché nobiltà e clero erano esenti dal pagamento delle imposte).

Vignetta satirica francese della fine del Settecento.
La vignetta descrive con amara ironia la situazione della Francia prima della Rivoluzione. Sono raffigurati un rappresentante del clero e uno della nobiltà mentre schiacciano un contadino sotto un enorme perso fatto di «tributi, imposte, corvée».
Tributi e imposte erano le tasse, le corvée erano le giornate lavorative gratuite per pulire fossi e canali o per altri lavori utili al nobile proprietario della terra.

La crisi economica

Il deficit di bilancio

Sulla Francia gravava l’annoso problema del deficit di bilancio, la pesante eredità della politica di potenza condotta dalla monarchia, ulteriormente aggravatosi con la Guerra dei Sette anni.

A ostacolare il raggiungimento del pareggio di bilancio erano, infatti, i numerosi difetti del sistema fiscale francese come le esenzioni di cui godevano nobiltà e clero e il peso delle imposte indirette sui generi di prima necessita, che gravavano soprattutto sul popolo.

Il fallimento della riforma fiscale

Durante il regno di Luigi XV, tutti i tentativi di riforma fiscale fallirono per l’opposizione della nobiltà, che non accettava di vedere ridotti i propri privilegi. Le cose non vanno meglio con Luigi XVI al trono. Quando il sovrano aveva tentato di intervenire con una politica di riforme la monarchia si era trovata senza consenso. Inoltre la monarchia era esposta agli attacchi degli innovatori che ne contestavano il dispotismo.

Quando il sovrano aveva tentato di fare delle riforme era stato osteggiato dai parlamenti.

Il parlamento nell’Antico regime aveva poteri giudiziari e legislativi.
Essi esercitavano una parte della sovranità attraverso il diritto di registrazione, per il quale avevano la facoltà di registrare tutte le leggi e le misure del monarca prima della loro applicazione, in piena autonomia reciproca e nei confronti del monarca.
Nel registrare gli editti del sovrano i parlamenti potevano avanzare rimostranze se non condividevano il contenuto dell’editto o se l’editto era in conflitto con altre ordinanze o con consuetudini.
Il loro parere era consultivo, quindi il re poteva imporre la propria volontà, ma la procedura era comunque complessa.
Tredici erano i parlamenti in Francia e il più autorevole era quello di Parigi.
Erano composti prevalente da esponenti della nobiltà di toga che erano ben attenti a difendere i propri privilegi fiscali e di ceto e che si presentavano anche come paladini della libertà.  

Luigi XVI un sovrano debole

In una simile situazione sarebbe stato necessario un re dotato di particolare intelligenza politica e di grande energia.

Non si può negare che il re non fosse pieno di buone intenzioni. Infatti Luigi XVI si mostrò dapprima, disposto a concedere alcune riforme, promosse da abili ministri delle finanze come Robert-Jacques Turgot (1727-1781) e Jacques Necker (1732-1804), seguaci delle nuove dottrine economiche.

Essi però vennero apertamente ostacolati dalla corte, specie quando proposero forti riduzioni di spese e alcune tasse anche per il clero e per la nobiltà.

Nonostante l’insensatezza delle resistenze dei nobili e dell’alto clero, il re non ebbe la forza di opporsi. Anzi, fece di più, licenziò i ministri avviando la Francia verso la rovina finanziaria.

La convocazione degli Stati generali

Gli Stati generali erano un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali – clero, nobiltà, terzo stato – che esistevano in Francia.  L’assemblea, di origine feudale, aveva la funzione di limitare il potere monarchico.

Gli Stati Generali si riunivano quando incombevano sul paese pericoli imminenti. Erano l’unico organo che rappresentava i tre ordini, ma non erano più stati convocati dal 1615 perché la monarchia assoluta non amava che ci fosse chi poteva limitarne il potere.

Nel 1788 Luigi XVI approvò un’Imposta Fondiaria per evitare la bancarotta dello stato, ma il parlamento di Parigi non registrò l’editto e esautorando il Re.

A quel punto il sovrano non ebbe scelta, consapevole che fosse necessario fare delle riforme, decise di convocare l’antica assemblea degli Stati generali, che da più di 150 anni non veniva convocata, ma che era l’unica istituzione in grado di intraprendere una riforma fiscale del Paese.

Nell’estate del 1788 Luigi XVI convocò quindi, per il maggio successivo l’assemblea degli stati generali.

La notizia dell’imminente (i tempi della politica nel Settecento erano più dilatati rispetto a oggi) assemblea, rese necessaria l’elezione dei deputati che avrebbero partecipato all’assemblea. Durante le assemblee convocate a questo scopo vennero registrate critiche, lamentele e richieste indirizzate al sovrano. Sono arrivate a noi circa 60.000 lagnanze e probabilmente almeno altrettante sono andate perdute. Erano lettere che i Francesi chiamavano cahiers de doléances, “note di lagnanze”, e provenivano dai villaggi, dalle parrocchie, dai parlamenti locali, dalle associazioni artigiane.

Erano di due tipi:

  • quelli stilati nelle assemblee preliminari delle parrocchie e delle corporazioni,
  • quelli compilati direttamente nelle assemblee elettorali di clero e nobiltà.

Tutte le lagnanze sono unanimi nel chiedere:

  • la riforma della fiscalità,
  • la libertà di stampa
  • una costituzione che ponesse limiti ai poteri del re.
  • eguaglianza civile integrale
  • soppressione dei diritti feudali.

I cahiers dimostrano che la stragrande maggioranza dei sudditi credeva fermamente che il sovrano li amasse, ma, al tempo stesso, fosse malinformato e mal consigliato dai ministri.

Maggio 1789 – Assemblea degli Stati Generali

Nella Francia prerivoluzionaria gli stati generali erano costituiti da 1139 deputati così distribuiti:

Auguste Couder: Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali

Voto per testa o per ordine?

Gli Stati generali si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789. Le prime riunioni si incentrano sulla questione del voto per ordine o per testa, cosa che avrebbe influito in maniera sostanziale sull’esito delle consultazioni.

In una votazione per ordine, clero e nobiltà avrebbero votato compatti, bloccando ogni provvedimento di riforma del sistema fiscale che intaccasse i loro privilegi e mantenendo quindi lo status quo.

In una votazione per testa il Terzo Stato sarebbe risultato avvantaggiato, in quanto i suoi rappresentanti erano più numerosi della somma degli altri due. In questo modo si sarebbero aperte nuove possibilità per il 98% della popolazione francese. Il voto per testa richiama l’idea di rappresentanza politica.

Su questa prima questione l’assemblea discute per giorni e giorni, ma la situazione non si sblocca.

L’assemblea nazionale

Il Terzo Stato vuole il voto per testa.  Dopo settimane di inutili discussioni il terzo stato compie un’azione con cui, di fatto, inizia la rivoluzione. Infatti il 17 giugno 1789 il terzo stato si stacca dall’assemblea degli Stati generali, si riunisce in un’altra aula e si proclama Assemblea nazionale. Invita a prendere parte a questa assemblea anche il clero e la nobiltà.

Il sovrano reagisce facendo chiudere l’aula in cui si trova l’assemblea.

Dalla Pallacorda alla Costituente

Alla chiusura operata dal sovrano l’Assemblea si trasferisce, per protesta, nella Sala della Pallacorda. L’accordo che viene stipulato è questo: l’Assemblea Nazionale non si sposta fino a quando non sarà scritta una nuova costituzione per la Francia.

Il re non immaginava che questa sarebbe stata la reazione del terzo stato e forse nessuno aveva il polso della situazione. Sovrano e consiglieri avevano sottovalutato la determinazione del popolo.

Alla fine il re invita clero e nobiltà a riunirsi al Terzo Stato e a ricostituire l’assemblea che cambia il proprio nome e chiarisce decisamente il suo progetto: da assemblea nazionale a Assemblea Costituente con lo scopo e la responsabilità di elaborare la Costituzione che legittimasse una nuova monarchia.

In questo momento nessuno mette in dubbio né l’autorità del sovrano né la stratificazione sociale.

La presa della Bastiglia e la rivoluzione municipale

Mentre il re sta cercando di creare una situazione per bloccare i lavori dell’assemblea costituzionale e prepara le sue truppe, a Parigi si forma una milizia popolare, la Guardia nazionale. Il popolo teme che, come al solito il re userà la forza contro il popolo, ma ormai i tempi sono maturi. A Parigi la popolazione non intende più subire.

Il 14 luglio il re ordinò ad alcuni reggimenti fedeli a lui di marciare su Parigi per restaurare l’ordine. Ma nella capitale la popolazione era affamata e si era ribellata per protestare contro l’aumento del prezzo del pane.

Quando si diffuse la voce che truppe fedeli al re stavano marciando su Parigi in città esplose un grande tumulto e una folla di manifestanti diede l’assalto alla Bastiglia, una fortezza utilizzata come prigione e deposito di armi.

14 luglio, l’assalto alla Bastiglia, simbolo del potere assoluto

La Bastiglia era il simbolo del potere assoluto, nella Bastiglia venivano richiusi i prigionieri politici, vi era anche stato recluso Voltaire.

Presa della Bastiglia

La grande paura

Nelle province agricole dilagò in quei giorni un fenomeno che gli storici hanno chiamato Grande Paura: i contadini, non comprendendo ciò che accadeva a Parigi e temendo l’arrivo di eserciti stranieri, si abbandonarono ad atti di violenza dettati dall’ignoranza e dal terrore.

I contadini, in migliaia, assaltarono i castelli, i monasteri e le dimore degli aristocratici, sia per distruggere luoghi che simboleggiavano l’antico ordine sociale, sia per bruciare i documenti che sancivano i privilegi signorili esercitati sulla popolazione, che permettevano ai signori di esigere affitti e corvée.

Nel periodo della grande paura, la rivoluzione si trasferiva anche nelle campagne, portando con sé panico e confusione.

da Mondadori Education

Il 4 agosto 1789 queste notizie arrivarono a Parigi e turbarono i membri dell’Assemblea nazionale: la rivolta doveva essere immediatamente sedata. Ma per sedare la rivolta era necessario dare alla rivolta uno sbocco politico.

Due furono i documenti che produsse l’assemblea costituente: l’abolizione della feudalità e la dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Abolizione della feudalità

Lo stesso 4 agosto 1789, per sedare il furore popolare, si delibera l’abolizione della feudalità. Venne elaborato un documento nel quale si dichiarava l’abolizione di:

  • Diritti di servitù personale,
  • Canoni e censi,
  • Decime,
  • Venalità delle cariche,
  • Diritti sulle persone e sulle decime, soppressi senza riscatto,
  • Diritti reali, cioè sulle cose, aboliti con riscatto.

Vengono cancellate immunità fiscali e privilegi e viene dato libero accesso a tutti i cittadini:

  • alle cariche ecclesiastiche civili e militari,
  • agli impieghi pubblici.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo

Il 26 agosto 1789 viene approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questi documenti costituiscono la fine dell’Antico Regime.

Si tratta di un documento di eccezionale importanza, nel quale furono fissati i principi del nuovo ordine politico e che divenne il punto di riferimento di tutte le moderne Costituzioni.

In questo documento la libertà ha un posto fondamentale. Si parla delle libertà: personali, d’opinione, religiosa, di stampa e di editoria.

Anche l’uguaglianza ha un ruolo importante, ma più modesto:

  • uguaglianza di fronte alle tasse, che pone fine ai privilegi;
  • uguaglianza di accesso agli impieghi pubblici;
  • uguaglianza di fronte alle leggi.

In questo documento la proprietà è un diritto sacro e inviolabile. Va unita alla sicurezza e alla resistenza all’oppressione che è corollario della libertà.

I diritti della nazione ruotano intorno a due affermazioni fondamentali:

  • Il principio della sovranità nazionale, per cui la legge è espressione della volontà generale
  • Il principio della separazione dei poteri, ispirato a Montesquieu, basilare per una Costituzione.

Testo

Dichiarazione diritti dell’uomo e del cittadino – Parigi, 26 agosto 1789
I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.
Di conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino.


Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.
Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.
Art. 5 – La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.
Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.
Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emanano, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente: opponendo resistenza si rende colpevole.
Art. 8 – La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.
Art. 9 – Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.
Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.
Art. 11 – La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.
Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini in ragione delle loro capacità.
Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione, la riscossione e la durata.
Art. 15 – La società ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione ad ogni pubblico funzionario.
Art. 16 – Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione.
Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo.

La marcia delle donne su Versailles

Ai primi di settembre i portavoce dell’Assemblea si recarono a Versailles con due documenti, il Decreto sull’abolizione del sistema feudale e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che non potevano diventare legge senza la firma del re. Luigi si rifiutò di firmarli: continuava a esasperare gli animi e a non capire che le forze che si erano messe in movimento erano ormai inarrestabili.

Perciò il 6 ottobre del 1789 un corteo di popolane parigine marciò fino a Versailles e “sequestrò” il re, imponendogli di firmare gli atti dell’Assemblea e di trasferirsi con moglie e figli alle Tuileries, il vecchio palazzo reale situato nel centro di Parigi.

Dopo la Bastiglia, era la seconda volta che il popolo assumeva la guida della Rivoluzione.; ma era la prima volta che l’iniziativa partiva dalle donne.

Le donne del popolo parigino marciano su Versailles per costringere il re a trasferirsi in città. Sono armate di tutto punto, si portano appresso persino un cannone.

Le donne del popolo parteciparono attivamente all’insurrezione. Il POPOLO diventa per la prima volta FORZA POLITICA; per la prima volta si parla di politicizzazione delle masse. Le donne diventano forza politica e esprimono, per la prima volta nella storia volontà di emancipazione.

 à Vedi documento Diritti delle donne

Inoltre è evidente che l’opinione pubbliche si muove con le parole: la parola fu una delle grandi protagoniste di una rivoluzione che in pochi mesi distrusse un ordine consolidato da secoli.

La confisca dei beni della chiesa

Nel novembre 1789 l’Assemblea costituente dovette prendere dei provvedimenti relativi alla situazione economica.

La fame, i debiti esteri, le attività economiche bloccate rendevano necessario un provvedimento che contribuisse a migliorare la situazione.

Due furono i decreti: la vendita dei beni della chiesa e la costituzione civile del clero.

Con il primo decreto, necessario per far fronte alla crisi finanziaria, si stabiliva che tutti i beni della Chiesa fossero tolti al clero e dati allo Stato, per essere poi divisi e venduti ai privati. In tal modo si pensava che lo Stato potesse procurarsi almeno in parte il denaro di cui aveva estremo bisogno.

Curiosità sugli assegnati
Già prima della Rivoluzione le casse dello stato francese erano esauste. Il debito assommava ad una somma compresa fra i 4 ed i 5 miliardi di lire francesi, causato, per circa la metà dai costi della guerra in appoggio alla rivoluzione americana.
Per cercare di arginare la situazione l’Assemblea nazionale Costituente, dietro proposta dell’allora deputato Talleyrand, il 2 novembre 1789 decise che i beni del clero, valutati sui 2 miliardi di lire francesi, fossero messi a disposizione della nazione.
Il problema fu che la vendita di una cospicua quantità di beni immobili richiedeva tempi lunghi mentre le esigenze finanziarie dello stato erano sempre più drammatiche.
Si trovò quindi la soluzione nell’emissione di assegnati, in rappresentanza di una parte dei beni messi in vendita e che dovevano essere obbligatoriamente usati per pagare i beni stessi una volta venduti al miglior offerente.
In tal modo lo stato avrebbe incassato subito moneta corrente con cui pagare i debiti mentre i possessori di quei biglietti erano garantiti dai beni stessi e ricevevano inoltre un interesse del 5%.
Ma qualcosa andò storto.
Lo stato continuò ad aumentare l’emissione di assegnati tanto che dal 1790 al 1793 si svalutarono del 60% mentre le emissioni raggiunsero i 2,7 miliardi di lire a settembre 1792, 5 miliardi nell’agosto 1793 e 8 miliardi all’inizio del 1794.
Il 19 febbraio 1796 il Direttorio della repubblica francese decise di terminare il sistema degli assegnati e di bruciare pubblicamente in place Vendôme le tavole di stampa, i punzoni, i timbri e tutto il materiale usato per fabbricarli. In quella data le emissioni erano arrivate ad un totale di 45 miliardi contro i 2 miliardi previsti inizialmente.
Intanto i beni demaniali furono venduti in moneta svalutata favorendo le persone facoltose che potevano fare incetta di assegnati dalla povera gente.
 
Fonte: https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/05/14/breve-storia-triste-della-moneta-fiscale-gli-assegnati-della-rivoluzione-francese/
 

La costituzione civile del clero

Il secondo provvedimento dell’assemblea prevedeva che preti e vescovi, visto che i beni della chiesa erano stati confiscati, diventassero impiegati dello Stato. Inoltre venne ridotto il numero delle diocesi e delle parrocchie al fine di ridurre le spese del culto, divenute ormai spese pubbliche.

Fra i doveri dei sacerdoti, sottratti all’autorità del papa, vi era anche quello di prestare giuramento di fedeltà alla nazione, al re e alla Costituzione.

Tale decisione incontrò, com’era prevedibile, l’aperta opposizione del papa e di molti sacerdoti, che si rifiutarono di giurare e di seguire le nuove disposizioni.

Si ebbero così da una parte un clero “giurato” e “costituzionale” e dall’altra un clero “non giurato” o “refrattario”.

Il papa reagì con la massima durezza e la stragrande maggioranza del clero francese si rifiutò di giurare preferendo la miseria alla disobbedienza al pontefice. In un Paese profondamente cattolico come la Francia, il gesto dell’Assemblea risultò altamente traumatico.

Il tentativo di fuga all’estero della famiglia reale

Intanto molti nobili ed ecclesiastici cercavano scampo all’estero, dove anche il re cercò di rifugiarsi insieme alla famiglia. Giunto in incognito a Varennes, nei pressi della frontiera orientale, venne però fermato, riconosciuto e ricondotto a Parigi il 25 giugno 1791.

Il popolo interpretò l’iniziativa del re come un tradimento e manifestò contro di lui, mentre l’Assemblea sospendeva il sovrano temporaneamente dalle sue funzioni e assumeva pieni poteri. Tuttavia, poco dopo, temendo che senza il re sarebbero aumentati i disordini, restituì a Luigi XVI le sue funzioni, permettendogli così di ratificare con la sua firma la nuova Costituzione, il 3 settembre 1791.

Stampa dell’epoca che raffigura il ritorno forzato della famiglia reale a Parigi dopo il tentativo di fuga sventato.

Documento – “Dichiarazione a tutti i Francesi“ di Luigi XVI

Estratto della lettera lasciata a palazzo reale prima della fuga

Francesi, e soprattutto voi Parigini, abitanti di una città che gli antenati di Sua Maestà si sono compiaciuti di chiamare la buona città di Parigi, diffidate dei suggestioni e delle menzogne dei vostri falsi amici, tornate al vostro Re, egli sarà sempre il vostro padre, il vostro migliore amico.
Che piacere che avrebbe di dimenticare tutte queste ingiurie personali e di ritrovarsi in mezzo a voi quando una Costituzione che egli avrà accettato liberamente farà sì che la nostra santa religione sia rispettata, che il governo sia stabilizzato in modo solido e utile, che i beni e lo stato di ciascuno non siano più turbati, che le leggi non siano più violate impunemente, e infine che la libertà sia posta su basi ferme e solide.
A Parigi, li 20 giugno 1791, Luigi”.

https://www.fattiperlastoria.it/luigi-xvi-fuga-varennes/
 

I simboli della rivoluzione

La coccarda tricolore simbolo della nuova repubblica francese

I simboli della rivoluzione contribuiscono a diffondere le idee della rivoluzione e creare consenso e entusiasmo.

Rappresentata come una giovane donna col cappello frigio la Marianne personifica la Repubblica francese, rappresenta la permanenza dei valori della Repubblica; Liberté, Égalité, Fraternité

La Marianne – La libertà che guida il popolo – di Eugène Delacroix.
La messa a dimora dell’albero della libertà – Pierre-Etienne Le Sueur

La nuova costituzione

La nuova Costituzione sanciva la nascita della monarchia costituzionale. La sua caratteristica essenziale era la divisione dei poteri:

  • il potere legislativo era affidato per un biennio a un’assemblea di 750 membri;
  • il potere esecutivo era assegnato a ministri scelti dal re, che non governava più per diritto divino, ma per volontà del popolo sovrano;
  • il potere giudiziario, indipendente dagli altri due, era a sua volta esercitato da giudici eletti dal popolo e, nei processi di una certa importanza, da giurie composte da cittadini estratti a sorte.

La prima frattura nel Terzo stato: il voto solo ai più ricchi

Il suffragio ristretto: non tutti i cittadini sono uguali

Malgrado il riconoscimento di alcuni fondamentali principi democratici, ricapitolati nello schema a fianco, la nuova legge non introduceva il suffragio universale, ossia non concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini, bensì soltanto a una ristretta minoranza di elettori, che godevano di un certo reddito (suffragio ristretto).

Di conseguenza le grandi masse popolari erano escluse dalla vita politica (su più di 25 milioni di Francesi solo 40 mila erano ammessi a votare!) e restavano pertanto in condizioni di sottomissione rispetto alla borghesia. Si determinò così una grave spaccatura all’interno del Terzo stato, che contribuì a esasperare il popolo.

Altre iniziative dell’Assemblea costituente

L’Assemblea costituente prese anche altre iniziative; deliberò infatti:

• l’unificazione dei pesi e delle misure e l’adozione del sistema metrico decimale in modo da eliminare la confusione determinata dalla coesistenza di diversi sistemi di misurazione;

• l’eliminazione delle dogane interne;

• l’abolizione delle tasse feudali e dei titoli nobiliari;

• l’istituzione presso ogni Comune degli uffici di stato civile, cui fu assegnato il compito di annotare in appositi registri la nascita, la morte e i matrimoni dei cittadini. Prima della loro creazione i registri erano tenuti dai parroci, ma non esistevano norme precise per la registrazione, né lo Stato poteva controllare quanto in essi veniva trascritto. Gli uffici di stato civile sono divenuti da allora un’istituzione fondamentale per ogni Stato moderno.

Le diverse “anime” della Rivoluzione

Intanto, la capitale era in preda a una vera e propria febbre rivoluzionaria. La stampa è finalmente libera da censure. Nascono club che organizzavano e alimentavano movimenti di opinione. I club rivoluzionari erano circoli privati in cui i cittadini si riunivano per discutere d’interessi comuni. I più importanti club rivoluzionari erano i foglianti, i girondini e i giacobini.

Il 30 settembre 1791 fu sciolta l’Assemblea costituente e il giorno dopo al suo posto fu convocata l’Assemblea legislativa, con lo scopo di fissare le leggi che dovevano attuare la Costituzione. Essa era composta da diverse correnti politiche.

Alla destra del presidente sedevano i foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale, guidati da La Fayette e detti così perché si riunivano in un convento dell’ordine monastico dei Foglianti.

A sinistra vi erano i girondini e i giacobini.

I girondini erano quasi tutti avvocati, giornalisti e letterati, venivano detti così perché i loro più importanti rappresentanti erano stati eletti nel dipartimento della Gironda. Essi rappresentavano la ricca borghesia provinciale di moderate tendenze repubblicane.

I giacobini, al nome dell’ex convento domenicano di San Giacomo (Jacob) dove si riunivano, erano tutti accesi repubblicani e convinti sostenitori del suffragio universale. Essi venivano indicati anche con il nome di Montagna o di montagnardi, perché sedevano sui banchi più alti del settore loro assegnato (i banchi più bassi erano occupati dai girondini).

Al centro, infine, stava la maggioranza dei deputati, privi di idee politiche definite, denominati per disprezzo la “palude”. La palude era però necessaria sia alla destra che alla sinistra per raggiungere la maggioranza, e approvare le leggi.

Assemblea legislativa – Francia 1791 – 1793

Domande

  • Come divideva il potere la nuova Costituzione?
  • Per quale motivo si creò una spaccatura all’interno del Terzo stato?
  • Numera le varie iniziative prese dalla Assemblea costituente.
  • Individua i nomi dei gruppi che sedevano nell’Assemblea, le classi sociali che li costituivano e le idee politiche che li contraddistinguevano.
Robespierre, forse il più controverso protagonista della Rivoluzione.
A capo del governo rivoluzionario giacobino dal luglio 1793 al luglio 1794, inaugurerà il
periodo del Terrore caratterizzato dalla più brutale repressione.

Il giacobino Robespierre

Del gruppo dei giacobini faceva parte Maximilien Robespierre (1758-1794), un giovane avvocato di Arras seguace del pensiero di Rousseau. Egli era stato eletto deputato nel 1789 agli Stati Generali come rappresentante della borghesia. Per qualche tempo aveva nutrito fiducia nella possibilità di riformare la Francia attraverso la monarchia costituzionale.

In seguito si era ricreduto ed era diventato repubblicano, affrontando con fermezza una serie di battaglie contro la repressione armata dei moti popolari e in favore dell’uguaglianza tra tutti gli uomini.

I suoi appassionati discorsi per la libertà di stampa e di opinione, per il suffragio universale e per l’istruzione gratuita e obbligatoria gli fecero acquistare popolarità come nemico della monarchia e promotore di riforme democratiche: così nell’aprile del 1790 era divenuto presidente del movimento dei giacobini. Da allora si impegnò totalmente per il trionfo degli ideali rivoluzionari, conquistando sempre più potere. Per la sua fermezza fu chiamato “l’incorruttibile”.

L’assemblea legislativa e la guerra

Intanto all’interno del Paese il disordine aumentava ogni giorno di più, alimentato da malcontenti di ogni sorta e dalla crisi economica.

Al di là dei confini, i sovrani di Austria e di Prussia temevano che il fermento rivoluzionario dilagasse anche nei loro paesi. Per questo si preparavano ad attaccare la Francia per ristabilirvi la monarchia assoluta.

Inoltre molti nobili francesi, fuggiti dalla Francia, desiderosi di rientrare in patria non appena si fosse ristabilita la pace, sollecitavano gli altri sovrani europei affinché placassero i moti rivoluzionari.

In Francia i girondini e il re erano a favore della guerra mentre i giacobini erano contrari.

Il re era favorevole alla guerra perché sperava che le truppe rivoluzionarie sarebbero state sconfitte dagli eserciti degli altri sovrani europei e lui avrebbe così potuto ritornare serenamente al trono.

Il re, fin dal luglio 1791, in una lettera indirizzata a suo cognato, l’imperatore d’Austria Leopoldo II, aveva dichiarato che si considerava “prigioniero a Parigi”

La guerra contro l’Austria e la Prussia

In un’atmosfera piena di tensioni, il 20 aprile 1792, l’Assemblea legislativa dichiarò guerra all’Austria e alla Prussia, convinta non solo che i popoli si sarebbero ribellati ai loro sovrani come aveva fatto il popolo francese, ma anche che il re di Francia si sarebbe messo alla testa della nazione contro gli stranieri.

Ben presto si allearono ad Austria e Prussia al loro altri stati di Europa, perché temevano che la rivoluzione dilagasse.

Ebbero inizio così nelle zone di confine operazioni militari, che si risolsero per i Francesi in una serie di sconfitte a causa dell’inefficienza dell’esercito. Inoltre il malumore serpeggiava in Francia: il popolo parlò di tradimento e accusò il re di aver stipulato accordi segreti con il nemico. Non dimentichiamo che il sovrano asburgico era il fratello di Maria Antonietta.

Le pesanti sconfitte fanno temere la disfatta. Il Re è ritenuto responsabile di tradire la Francia. Intanto gli assegnati si svalutano e questo causa l’aumento dell’inflazione. Si delibera allora la requisizione dei beni degli emigrati, i nobili espatriati per paura, ma il Re pone il veto.

La Convenzione nazionale

I sospetti che gravavano su Luigi XVI favorirono lo scoppio di violente rivolte popolari. Infatti il 20 giugno migliaia di persone invadono il palazzo reale Tuileries. I sanculotti costringono il Re a brindare alla rivoluzione. Il 10 agosto 1792 l’Austria minaccia ripercussioni militari se il Re fosse stato oltraggiato e i n risposta a tale minaccia il popolo assaltò il palazzo reale delle Tuileries che si trasformò in un vero e proprio colpo di Stato.

A quel punto l’Assemblea legislativa decise di sospendere il re dalle sue funzioni e di farlo imprigionare insieme alla sua famiglia.

Contemporaneamente l’Assemblea veniva sciolta e poco dopo, il 20 settembre 1792, venne eletta una nuova Assemblea costituente, chiamata Convenzione nazionale, incaricata di decidere se la Francia dovesse essere una monarchia o una repubblica.

Il re era d’accordo con il nemico e la sua posizione si aggravava sempre più.

Vittoria di Valmy

Il 20 settembre 1792 le truppe francesi registrano il primo successo a Valmy contro i prussiani. Si allontana la minaccia dell’invasione.

Jean_Baptiste Mauzaisse, La battaglia di Valmy, 1835

La “rivoluzione totale” dei sanculotti

Il termine fu inizialmente coniato (1791-92) in accezione spregiativa dagli aristocratici francesi per indicare coloro i quali indossavano i pantaloni lunghi, anziché i calzoni corti e le calze di seta caratteristici dell’abbigliamento della nobiltà.

Furono una forza attiva della Rivoluzione francese. Appartenevano alla piccola borghesia e al proletariato cittadino. Sostennero le posizioni più radicalmente democratiche, organizzati in club e sezioni

Furono protagonisti nelle fasi più drammatiche della rivoluzione, affrontarono i problemi relativi alla difficoltà dell’approvvigionamento e all’aumento dei prezzi, reclamando la regolamentazione dell’economia; diffusero l’uso dell’appellativo di «cittadino».

Sanculotti
Si tratta di cittadini passivi: artigiani bottegai domestici salariati
Sono i protagonisti dei successivi due anni di guerra
Chiedono:
• suffragio universale,
• solidarietà popolare contro i privilegi della ricchezza,
• la lotta contro i nemici della rivoluzione
• si trovano nelle sezioni elettorali
• sono in grado di mobilitare migliaia di persone
 

Era ormai iniziata una nuova fase della Rivoluzione, quella cioè gestita dalle forze popolari.

La situazione era divenuta dunque veramente grave, anche perché dal fronte della guerra giungevano notizie di alcune sconfitte.

La reazione popolare non si fece attendere: il popolo di Parigi invase

le prigioni, dove erano stati rinchiusi i nobili che non erano riusciti a fuggire, massacrando indiscriminatamente centinaia e centinaia di nobili, di preti e di detenuti per reati comuni, sotto l’accusa di complotto ai danni dello Stato.

A destra: un “sanculotto” che indossa i tipici pantaloni lunghi a righe; da una stampa dell’epoca.

La repubblica e la condanna del re

La Convenzione nazionale, costituita in gran parte da repubblicani, nella sua prima seduta del 21 settembre dichiarò decaduta la monarchia e proclamò la repubblica.

Le elezioni della Convenzione si erano svolte in clima di TERRORE: nonostante il Suffragio universale maschile si registra alto astensionismo: solo il 10% degli aventi diritto si presenta. Questo costituisce un segnale di frattura tra rivoluzione e popolazione.

La Convenzione aveva l’incarico di stabilire una nuova Costituzione.

Subito dopo ebbe inizio il processo al re, che, sotto l’accusa di alto tradimento, venne condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

La decapitazione del sovrano

«Popolo, io muoio innocente! Perdono i miei nemici e desidero che il mio sangue sia utile ai francesi e plachi la collera di Dio”.

Queste le ultime parole di Luigi XVI.

In questa stampa dell’epoca il boia mostra alla folla la testa del sovrano decapitato dalla ghigliottina.
Ghigliottina: macchina per le esecuzioni capitali mediante decapitazione utilizzata fin dal XVI secolo in vari Stati europei.
Il nome deriva da J.J. Guillotin (1731-1814), medico francese che ne promosse l’uso durante la Rivoluzione.

Il nuovo calendario rivoluzionario

Il 22 settembre 1792 viene stabilito il nuovo calendario per la nuova repubblica francese.

Dopo Valmy, la guerra diventava sempre più rivoluzionaria e propagandistica. La Francia si trovò presto in guerra con quasi tutti gli Stati europei (Prussia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Stati italiani) mentre le conquiste francesi si trasformavano in annessioni: Savoia, Nizza, Belgio, Renania.

Crisi in Francia

Visto il proseguire della guerra la Francia decreta la leva di 300000 uomini provocando proteste e tumulti, ma nonostante l’ampliamento dell’esercito, nel 1793 armata francese viene travolta e la Francia perde tutti i territori conquistati.

 E in questo periodo la situazione si fa sempre più grave, alla crisi militare si affianca la crisi economica con la svalutazione degli assegnati. Il popolo è sempre più in difficoltà e tali difficoltà sfoceranno in una nuova ondata insurrezionale.

Guerra civile in Vandea

Nelle province dove era più forte l’attaccamento ai valori tradizionali e alla monarchia diventa sempre più attiva la propaganda controrivoluzionaria.

Nel dipartimento della Vandea, si scatena infatti una insurrezione contadina con la creazione di un esercito controrivoluzionario, una rivolta realista, che si trasforma presto in un vero e proprio moto popolare controrivoluzionario.

La ribellione della Vandea mostra l’estraneità alla rivoluzione di una larga parte del mondo rurale. Dalle popolazioni rurali la rivoluzione viene sempre più subita. Infatti solo la borghesia fino ad allora aveva tratto i reali benefici dai moti rivoluzionari. Ad esempio aveva beneficiato della vendita dei beni della chiesa.

In questa fase si registra una progressiva perdita di consenso alla rivoluzione da parte della massa meno abbiente, mentre i ceti medi e agiati sono soddisfatti delle loro conquiste.

La regione della Vandea

Il dilagare dei movimenti anti rivoluzionari porta alla definizione di provvedimenti eccezionali per arginare la crisi.

Con la costituzione del 1793 il potere passa ai giacobini.

Vedi allegato Costituzione del 1793 in Francia.

La Costituzione dell’anno I della Repubblica francese (1793), prevedeva il suffragio universale maschile, il diritto di tutti al lavoro e ai beni di sussistenza. Si trattava di una Costituzione non più di ispirazione borghese, ma basata invece su principi assai più democratici.

Essa però dovette essere al momento sospesa a causa dello stato di emergenza che travagliava il Paese. Purtroppo finì per non essere mai messa in atto.

Per affrontare la situazione la Convenzione creò:

  • Tribunale rivoluzionario contro i sospetti, contro i rivoltosi controrivoluzionari e votò una serie di misure, come la confisca dei loro beni.
  • Maximum dipartimentale, un calmiere, per cereali e farina,
  • Comitato di salute pubblica, il vero organo di governo, costituito da 9 membri scelti dalla Convenzione.
Incisione raffigurante uno dei numerosi “tribunali del popolo” che affiancavano il Tribunale rivoluzionario nei suoi sforzi implacabili per scovare i nemici della Rivoluzione.
Le truppe francesi difendono la città di Lille, nel nord della Francia, assediata dall’esercito austriaco nel 1792 in un dipinto dell’epoca.
Un tamburo dell’esercito rivoluzionario decorato con i simboli della Rivoluzione

I contrasti tra giacobini e girondini si facevano sempre più accesi. I giacobini erano appassionati sostenitori del movimento popolare, e i girondini invece, di tendenze moderate erano odiati dalle masse parigine per avere difeso Luigi XVI prima della condanna.

Lo scontro fu inevitabile e si risolse con il trionfo dei giacobini: il 2 giugno 1793, infatti, con un atto di forza e l’appoggio dei sanculotti, 29 girondini vennero arrestati e condannati alla ghigliottina, mentre gli altri furono dispersi.

Ebbe allora origine un’aperta ribellione contro il Comitato di salute pubblica, in cui dominava incontrastato Robespierre: alcune città della Francia meridionale si sollevarono, massacrando i giacobini e chiamando in aiuto le truppe della coalizione antifrancese.

Nel frattempo una giovane monarchica, Carlotta Corday, assassinava Jean Paul Marat (1743-1793), uno dei più agguerriti e sanguinari deputati della Montagna, con l’intento di vendicare i girondini.

Dipinto di Jacques-Louis David, Marat assassinato, 1793. L’assassina sorprese la vittima durante uno dei frequenti bagni che il tribuno dei montagnardi prendeva a causa di una malattia della pelle.

Si creò allora un clima da guerra civile, tra la crescente pressione degli eserciti stranieri, le continue voci di tradimento dei propri reparti in armi e insieme la paralisi delle industrie e dei commerci e il rincaro dei generi di prima necessità, causato dall’inflazione e dalla carestia.

L’anno del Terrore

Il Comitato di salute pubblica approvò allora dei provvedimenti eccezionali per frenare le agitazioni popolari e soffocare le rivolte girondine.

A sua volta, il Tribunale rivoluzionario intensificò la propria attività, dando così inizio al periodo del Terrore (17 settembre 1793), destinato a protrarsi per circa un anno.

Fu così che molti girondini, membri della Convenzione, vennero arrestati e uccisi con l’accusa di non essere abbastanza rivoluzionari: solo pochi riuscirono a sfuggire alla cattura e a trovare rifugio nelle province ribelli, in particolare nella Vandea, ricca regione della Francia occidentale fortemente legata alla monarchia e al cattolicesimo, che fin dal marzo 1793 si era ribellata alla politica antireligiosa voluta da Parigi.

Il Comitato di salute pubblica riuscì comunque, con disperata tenacia e usando ogni metodo, a tener testa alla situazione e a passare al contrattacco.

L’esercito rivoluzionario riuscì a domare le ribellioni interne, la Vandea fu domata e fu bloccato l’attacco degli eserciti stranieri.

La dittatura di Robespierre

Con l’eliminazione della maggior parte degli oppositori interni, si era fatto strada a poco a poco nell’opinione pubblica un movimento favorevole a una politica meno violenta.

Questo movimento era sostenuto da Georges Jacques Danton (1759-1794) e da tutti gli elementi moderati e borghesi della Convenzione.

Contro di essi, con l’appoggio dell’ala estrema della Montagna, si schierò Robespierre, che accusava i moderati di volere sabotare la Rivoluzione, di perseguire una politica antirivoluzionaria.

Robespierre seppe così ben manovrare la situazione nell’ambito del Comitato da ottenere l’eliminazione di tutti i più diretti avversari, compreso Danton, che fu accusato di essersi venduto ai monarchici e allo straniero e ghigliottinato il 6 aprile 1794.

Rimasto padrone del campo e sicuro dell’appoggio della maggioranza degli esponenti della Convenzione, Robespierre diede inizio a una vera e propria dittatura, che sfociò in una serie di condanne. Le condanne si basavano anche su semplici indizi o sospetti e venivano eseguite anche senza processo.

In un mese e mezzo, nella sola Parigi vennero ghigliottinate 1376 persone.

Fra le vittime più illustri vi fu l’ex regina Maria Antonietta, accusata di tramare a favore delle potenze straniere.

La rivolta contro Robespierre

Ma tanta violenza, una così efferata ondata di sangue alimentata dal regime del Terrore non poteva però durare a lungo. L’incubo e la paura per i continui massacri suscitarono un po’ ovunque una decisa opposizione che si trasformò ben presto in una aperta rivolta. A questo movimento di rivolta aderirono sia alcuni membri dello stesso Comitato di Salute Pubblica che la maggioranza della Convenzione.

E fu così che, non appena si presentò il momento favorevole, la Convenzione votò a maggioranza l’arresto di Robespierre. L’incorruttibile Robespierre fu condannato, senza processo, il 28 luglio 1794 e fu ghigliottinato assieme ai suoi più fidati collaboratori.

Aveva termine così l’epoca del Terrore.

L’arresto di Robespierre
Domande
A quali nazioni la Francia dichiarò guerra nel 1792?
Quale fu la data in cu venne dichiarata la repubblica?
Indica le riforme della Costituzione del 1793.
Cosa si intende quando si parla del periodo del Terrore?
Cosa accadde in Vandea?
Quali idee perseguiva Danton? Perché fu ucciso?
In cosa consistette la dittatura di Robespierre?

Terza fase della rivoluzione francese

Tentativi controrivoluzionari e alleanza tra borghesia ed esercito

Dopo l’eliminazione di Robespierre la borghesia moderata tornò a prendere in mano il potere e diede vita nell’agosto del 1795 a una nuova Costituzione, che in un certo senso segnava un passo indietro nel cammino del popolo francese verso la democrazia.

Ricordiamo che la costituzione del 1793, che era straordinariamente moderna e ampiamente ispirata ai principi illuministi non venne mai attuata.

Con la costituzione del 1795 infatti venne abolito il suffragio universale maschile e si tornò al suffragio censitario, cioè venne riconosciuto il diritto di voto unicamente ai possessori di una proprietà fondiaria e quindi soggetti al pagamento di un’imposta diretta.

Per quanto riguarda l’organizzazione della repubblica, la nuova Costituzione del 1795 continuò a ispirarsi al concetto della separazione dei poteri:

  • il potere esecutivo venne affidato a un Direttorio, composto di cinque membri, cui spettava la nomina dei ministri e dei capi dell’esercito,
  • il potere legislativo fu affidato a due Camere il Consiglio dei Cinquecento, che proponeva i disegni di legge, e il Consiglio degli Anziani, costituito da 250 membri, che le approvava.

Il nuovo regime entrò in funzione il 27 ottobre 1795, il giorno dopo lo scioglimento della Convenzione. Questa data segna l’uscita dalla fase più propriamente rivoluzionaria della repubblica francese.

Il primo Direttorio

I problemi più urgenti che il Direttorio doveva affrontare furono quelli economico-finanziari: l’aumento dei prezzi, la caduta di valore degli assegnati, la penuria di merci e prodotti.

I provvedimenti presi innescarono un meccanismo che incrementava il disavanzo finanziario dello Stato. Per risolvere il problema, lo Stato fu costretto a vendere sotto costo dei beni confiscati ad aristocratici e a ecclesiastici.

Al di là delle difficoltà di bilancio, il sistema francese era caratterizzato da profonde contraddizioni.

  • Da un lato posizioni moderate e quindi avverse al democratismo dei giacobini.
  • Dall’altro posizioni controrivoluzionarie fomentate dai nobili e dal clero che non esitarono a cercare l’appoggio dei giacobini.
Riunione del Consiglio dei Cinquecento in una stampa dell’epoca
Una pubblica udienza sotto il Direttorio; stampa tratta da un dipinto dell’epoca
Nel periodo del Direttorio il lusso tornò in auge, come mostra questo dipinto dell’epoca in cui vediamo la nuova borghesia opulenta frequentare i rinati negozi alla moda.

Il contrasto interno e il Terrore bianco

Il governo del Direttorio non era però destinato ad assicurare alla Francia la pace interna da molti desiderata.

La nuova Costituzione, infatti, non poteva soddisfare né i giacobini, che non riuscivano a rassegnarsi a una simile soluzione antidemocratica e antipopolare, né i realisti che rimpiangevano l’antico regime e la monarchia.

Vi furono infatti rivolte dall’una e dall’altra parte.

I realisti arrivarono addirittura a mettere in atto un tentativo di rivolta, subito però stroncato dall’intervento di alcuni reparti armati al comando del giovane generale Napoleone Bonaparte (1769-1821).

Stampa popolare che celebra le virtù patriottiche e militari del giovane generale Napoleone Bonaparte
 

Ad appesantire ulteriormente la situazione contribuì anche una lunga serie di persecuzioni e di crudeli violenze compiute da frange controrivoluzionarie contro giacobini e sanculotti, il cosiddetto Terrore bianco.

Tutte queste tensioni costituivano una minaccia per le nuove istituzioni.

Tale situazione favorì l’alleanza fra la borghesia e l’esercito, che avrebbe caratterizzato la storia della Francia postrivoluzionaria.

Infatti, benché la Prussia, la Spagna e l’Olanda avessero nel 1795 stipulato la pace con la Francia repubblicana, restavano ancora in armi l’Inghilterra, l’Austria e il Piemonte, contro cui il Direttorio si trovava impegnato ad affrontare un vasto piano di azione, potenziando l’esercito repubblicano.

Ci si avviava così, con la fine del periodo più ardente ma anche più drammatico della grande rivoluzione, a vivere una nuova fase “rivoluzionaria” destinata a protrarsi in forma più moderata ancora per qualche anno, cioè fino al 9 novembre 1799, allorché un colpo di Stato attuato da Napoleone Bonaparte e dalle sue truppe pose fine a ogni forma di sovranità popolare e di idealità democratica.

Jean-Baptiste Belley: da schiavo a deputato

Questo poco noto, ma importante dipinto a firma del pittore Anne-Louis Girodet (1767-1824) è dedicato al nero francese Jean-Baptiste Belley, nato schiavo ed eletto deputato della Convenzione nazionale come rappresentante della Repubblica di Santo Domingo, grande isola dell’America centrale nel Mare Caraibico.

In uno dei momenti più difficili della storia della rivoluzione francese, Belley condusse nel 1794 con pieno successo la campagna per l’abolizione della schiavitù nelle colonie, ottenendo il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza per tutta la popolazione di colore. Particolarmente significativo l’accostamento nel quadro tra Belley nero nella sua vistosa divisa di deputato e il bianco marmoreo busto del filosofo e storico francese Guillaum Thomas Raynal (1713-1794), convinto e combattivo antischiavista

Sintesi

In Francia, alla fine del XVIII secolo, il potere era nelle mani del clero e della nobiltà, che erano esentati dal pagamento delle tasse e godevano di ogni privilegio; il Terzo stato, composto dalla borghesia e dalle masse popolari, era escluso dalla politica ed era gravato da ogni sorta di imposta.

Nel 1788 il re fu costretto a convocare gli Stati Generali per poter deliberare sulle nuove tasse necessarie per sanare il disastroso bilancio, gravato da enormi debiti.

Il Terzo stato intendeva votare per testa, avendo la maggioranza dei rappresentanti, mentre clero e nobiltà, alleati, volevano votare per “stato”. Ne nacque una controversia che costrinse la nobiltà e il clero a unirsi al Terzo stato in un’Assemblea costituente.

Il 14 luglio 1789 la tensione dovuta alla crisi economica esasperò gli animi e la Bastiglia, simbolo della tirannia e dell’assolutismo, venne assalita da un gruppo di rivoltosi.

Le agitazioni dilagarono ben presto in tutto il Paese. Per porre un freno ai disordini si abolirono i privilegi del clero e della nobiltà, si soppressero i diritti feudali e si approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo; per far fronte alla crisi finanziaria lo Stato confiscò tutte le proprietà ecclesiastiche.

L’ondata rivoluzionaria portò alla nascita di una monarchia costituzionale, ma non al suffragio universale. Si crearono diversi orientamenti politici, dai più moderati foglianti, sino ai più rivoluzionari giacobini, guidati da Robespierre, che presero il sopravvento.

Nel 1792 la Francia si trovò impegnata anche in una guerra contro l’Austria e la Prussia, preoccupate che la rivoluzione potesse dilagare anche entro i loro confini. Venne convocata una nuova Assemblea costituente, la Convenzione nazionale, che proclamò la Repubblica, il suffragio universale maschile e condannò a morte il re, sospettato di tramare contro la nazione.

Dopo aver eliminato qualsiasi opposizione, i giacobini salirono al potere. Ogni tentativo di moderazione o

di pacificazione veniva scambiato per tradimento degli ideali rivoluzionari. Gli anni del Terrore portarono alla ghigliottina migliaia di persone, tra le quali finì lo stesso Robespierre. Dopo la caduta della dittatura di Robespierre la borghesia moderata promulgò una nuova Costituzione (1795) che abolì il suffragio universale e affidò il potere esecutivo a un Direttorio che non riuscì però ad assicurare al Paese la pace desiderata.

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Categorie
italiano Ottocento

Alessandro Manzoni

Perchè Manzoni è famoso?

Alessandro Manzoni è stato il primo autore italiano a scrivere un romanzo, genere letterario destinato a dominare la letteratura occidentale.

Nelle sue opere Manzoni critica ferocemente i principi  su cui si reggeva la società dell’antico regime e quindi anche la società italiana.

In particolare nelle sue opere critica:

  • l’oppressione esercitata dal ricco sul povero, del potente sull’umile;
  • l’inefficacia delle leggi che puniscono i deboli e proteggono i potenti;
  • la connivenza di tutti coloro che consentono con la loro vigliaccheria di perpetuare un sistema di potere profondamente ingiusto.

Manzoni racconta storie ambientate nella storia e attraverso il racconto delle ingiustizie della storia, ci offre esempi straordinari di sacrificio e di solidarietà. Nelle sue opere affronta temi e problemi attuali, invitando il lettore a giudicare i fatti e i personaggi, a prendere posizione, a riconoscere e combattere l’ingiustizia.

Manzoni, educato ai valori dell’illuminismo, esprime, in ogni sua opera, l’amore per la libertà e per la verità.

  • Amore per la libertà: libertà politica, libertà religiosa, libertà di giudizio, libertà stilistica;
  • Amore per la verità inteso come fedeltà al vero della storia.

Un altro elemento che caratterizza l’opera di Manzoni è la ricerca di una lingua nuova adatta alla sensibilità e alle possibilità del popolo italiano.

Biografia

Manzoni nasce a Milano il 7 marzo del 1785 da una relazione extraconiugale. Sua madre, Giulia Beccaria, è la figlia di Cesare Beccaria, uno dei più famosi illuministi milanesi del Settecento. La bella Giulia, anche se sposata con Pietro Manzoni, un gentiluomo benestante, molto più anziano di lei e di carattere cupo, vive una relazione con Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro Verri, illuministi milanesi.

Alla nascita, Alessandro viene comunque riconosciuto come figlio legittimo da Pietro Manzoni.

Nel 1791, a soli 6 anni, il piccolo Manzoni entra nel collegio dei padri Somaschi, che in seguito definirà un “sozzo ovile”, e poi in quello dei Barnabiti. Qui riceve un’educazione rigida e formale che lo porta a sviluppare, per reazione, un atteggiamento democratico ateo e giacobino.

L’anno successivo la madre si separa da Pietro e va a Parigi con Carlo Imbonati. Quando Alessandro esce dal collegio ha 16 anni, torna a vivere in casa Manzoni e inizia a frequentare i circoli illuministi dove assimila gli ideali democratici che caratterizzano tutte le sue opere.

Il giovane Manzoni è un adolescente difficile: tra primi amori, amici scapestrati e gioco d’azzardo Alessandro conduce una vita dissipata che preoccupa non poco l’anziano padre. Oltre al gioco e alle avventure galanti Manzoni si dedica anche al lavoro intellettuale e alle composizioni poetiche come il poemetto “Trionfo della libertà”, l’idillio “Adda” e alcuni Sermoni.

Nel 1805 lascia Milano e raggiunge la madre a Parigi, poco dopo la morte del compagno di lei Carlo Imbonati. In suo ricordo scrive “In morte di Carlo Imbonati”, un carme in 242 versi. Quando era stato in collegio Alessandro aveva sofferto molto per la mancanza di sua madre. a Parigi finalmente tra loro si crea una stretta relazione.

Nella capitale francese frequenta gli ambienti intellettuali e i circoli illuministi francesi, in opposizione al regime napoleonico. La frequentazione di questo ambiente rafforza nel giovane Manzoni gli ideali democratici e egualitari. Nello stesso periodo entra in contatto anche con le grandi correnti romantiche.

Nel 1808, durante un breve soggiorno a Milano, incontra Enrichetta Blondel, giovane calvinista figlia di un banchiere svizzero. I due si sposano con rito calvinista e dalla loro unione nasceranno ben dieci figli; purtroppo otto di loro morirono tra il 1811 e il 1873.

Nel 1810 avviene un altro episodio importante: i due sposi si convertono al cattolicesimo e la coppia decide di celebrare nuovamente il matrimonio con rito cattolico. L’adesione alla fede cattolica raffforza e approfondisce i sentimenti di libertà e giustizia che già animavano Manzoni.

Al rientro a Milano nel 1810 segue un quindicennio di intensa produzione; in questo periodo Manzoni compose molte delle sue opere maggiori. In questi anni scrive gli Inni Sacri, Il conte di Carmagnola, l’Adelchi e altre opere.

Nel 1821 scrive due odi famose Marzo 1821 e Il 5 maggio dedicate ad avvenimenti della storia contemporanea.

Nel 1821 inizia anche la stesura del suo romanzo I promessi sposi che concluderà nel 1840.

Per il Manzoni, questo è però un periodo molto triste dal punto di vista familiare. Molti lutti segnano la sua vita familiare e nel 1833 muore la moglie, ennesimo lutto che getta lo scrittore in un grave sconforto.

Passano quattro anni e nel 1837 si risposa con Teresa Borri. La tranquillità familiare, però, è ben lungi dal profilarsi all’orizzonte, tanto che nel 1848 viene arrestato il figlio Filippo.

Nel 1839 scrive una lettera al Carena “Sulla lingua italiana” e tra il ’52 e il ’56 si stabilisce in Toscana.

La sua fama di letterato, di grande studioso di poetica ed interprete della lingua italiana si andava sempre più consolidando e i riconoscimenti ufficiali non si fanno attendere, tanto che nel 1860 viene nominato Senatore del Regno.

Purtroppo, accanto a questa soddisfazione di rilievo segue sul piano privato un altro grande dolore: appena un anno dopo la nomina, perde la seconda moglie.

Nel 1862 viene incaricato di prendere parte alla Commissione per l’unificazione della lingua e sei anni dopo presenta la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla”.

Alessandro Manzoni muore a Milano il 22 maggio 1873, venerato come il letterato italiano più rappresentativo del secolo e come il padre della lingua italiana moderna. Per la sua morte Giuseppe Verdi compone la stupenda “Messa da Requiem”.

Il cinque maggio

L’obiettivo che si pone Manzoni non è tanto glorificare la figura straordinaria del generale francese, ma fare una riflessione sui limiti dell’agire umano e sul grande disegno della Provvidenza divina a cui è necessario adeguarsi. 

Il 16 luglio 1821 la “Gazzetta di Milano” pubblicò la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio nell’isola di Sant’Elena, dove l’imperatore francese era da sei anni in esilio.

La notizia della morte di Napoleone colpì profondamente Manzoni. Lui aveva seguito le imprese e gli atti di Napoleone, ma non si era mai espresso nei confronti di questo grande personaggio. Alla notizia della sua morte invece lasciò che la sua penna gli dedicasse un’opera. Così, in preda a un furore compositivo, cosa per lui assolutamente insolita, compose in pochi giorni l’ode Il cinque maggio. L’ode fu composta tra il 17 e il 20 luglio ma fu subito censurata dal governo austriaco. Poté quindi essere pubblicata solo in Francia e in Germania; venne anche tradotta in tedesco da Goethe nel 1822. In Italia fu pubblicata solo nel 1823 da un editore torinese.

La vicenda storica di Napoleone è riletta dal Manzoni come l’ennesima incarnazione della superbia umana che vuole fare a meno di Dio, che vuole sostituirsi a lui. Manzoni considera Napoleone come esempio di quella «provvida sventura» a cui più volte l’autore fa riferimento.

Nell’ode, secondo la visione manzoniana, Napoleone fu accecato dal successo mondano e dalla gloria mentre dominava fra gli oppressori. Ma una volta relegato, nell’infelicità dell’esilio, il grande uomo ha, forse, accolto la mano tesa di Dio, ha abbandonato la propria «superba altezza» e si è inchinato alla grandezza del Dio cristiano.

Forma metrica:

  • diciotto strofe composte da sei versi settenari
  • schema ABCBDE
Il 5 maggio
 
Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,25
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.30

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito35
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;40
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,45
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,50
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio55
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.60

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere65
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,70
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,75
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
 
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,80
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio85
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;90

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre95
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza100
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,105
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
PARAFRASI
Egli fu (è morto, è trapassato, non c’è più). Ecco perché ora giace immobile, dopo aver esalato l’ultimo respiro, il suo corpo è rimasto senza più ricordi, privato della sua anima: chiunque nel mondo ha saputo la notizia di questa morte è sconvolto.
 
Tutti restano muti, senza saper dire niente, pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo del suo calibro tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso.
 
 
Io, come poeta, ho visto Napoleone trionfante, sul trono (soglio) imperiale, ma ho taciuto, non ho detto né scritto nulla su di lui; neppure quando fu sconfitto, cadde, poi tornò al potere e cadde ancora, io non dissi nulla, la mia poesia continuò a tacere, a restare in disparte. Io non ho unito la mia voce a tutte quelle che adulavano Napoleone;
 
Oggi il mio ingegno poetico vuole parlare, dal momento che non lo ha mai fatto, e si innalza commosso, senza elogi servili o vili insulti, all’improvvisa morte di una figura così grande; oggi il mio ingegno offre alla tomba di quest’uomo un componimento che forse resterà eterno, sarà immortale. (ricordi la funzione eternatrice della poesia di Foscolo?)
 
Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania le azioni rapidissime di quest’uomo seguivano il suo pensiero fulmineo, egli condusse imprese dalla Sicilia fino al Don in Russia, dal Mediterraneo all’Atlantico. La sua fama è conosciuta in tutto il mondo.
 
Fu vera gloria la sua? Spetta a coloro che verranno la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente di fronte al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone un simbolo della sua potenza divina.
 
La pericolosa e trepida gioia di un grandissimo disegno, l’insofferenza di un animo indomito che serve il regno ma pensa al potere. Quando poi realizza il suo obiettivo ottiene un premio che sarebbe stato una follia ritenere possibile.
  
Tutto egli sperimentò e visse: la gloria, tanto più grande dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere regale e l’esilio. Due volte cadde, due volte fu sconfitto, e due volte fu vincitore.
  
Si diede il titolo imperiale da solo, si nominò imperatore: due epoche (secoli) tra loro opposte (il Settecento e l’Ottocento) guardarono a lui sottomesse, come se lui avesse in mano il destino. Egli impose il silenzio e si sedette tra loro come un arbitro.
 
Nonostante tanta grandezza, lui scomparve rapidamente e concluse la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola. Il fatto che sia stato mandato così lontano manifesta la paura che l’Europa aveva di lui. Lui suscitò sentimenti contrastanti: immensa invidia e rispetto profondo, di grande odio e di grande passione.
 
Proprio come sulla testa del naufrago si avvolge pesante l’onda su cui poco prima lo sventurato tendeva alto il suo sguardo, e cercava rive lontane che non avrebbe mai potuto raggiungere.
 
 Allo stesso modo su quell’anima si abbatté il peso dei ricordi (come fa l’onda sul naufrago). Ah, quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie per i posteri, ma su tutte quelle pagine cadeva la sua mano stanca e lui interrompeva così il lavoro che aveva intrapreso …
 
Quante volte alla fine di un giorno improduttivo abbassò lo sguardo vivace e fulmineo, e si pose che le braccia conserte al petto, in balia dei ricordi dei giorni ormai andati.
  
E ripensò agli accampamenti militari in continuo movimento con le tende e le trincee, e ricordò lo scintillare delle armi e gli assalti della cavalleria, e gli ordini dati imperiosamente e alla loro rapida esecuzione.
  
Ah, forse fra tanto dolore crollò il suo spirito in ricerca e lui si disperò: ma ecco che giunse in quel momento l’aiuto di Dio a quel punto, che lo condusse in un’aria più serena, con la sua mano dal cielo; 
 
E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze, verso i campi eterni, lo condusse alla beatitudine eterna, verso il premio supremo, che supera ogni desiderio umano, lo guidò dove la gloria terrena non vale nulla, e svanisce nel silenzio e nel buio.
  
Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Scrivi anche questo tuo trionfo, e rallegrati; perché nessuna personalità più grande di Napoleone si è mai chinata davanti al disonore della croce di Cristo.

Tu (Fede) allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola meschina e vile: il Dio che abbatte e rialza, che abbatte e che consola, si pose vicino a lui, per consolarlo nel momento solitario della sua morte.

Per approfondire

https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html

Domande su Il cinque maggio

Comprensione 

  • 1. Nell’ode Napoleone viene raffigurato in circostanze diverse: quali? Elenca le diverse fasi dell’esistenza di Napoleone.
  • 2. Manzoni fa riferimento a sé come poeta. In quali versi? Quale finalità assegna ora alla sua poesia?
  • 3. Nell’ode si può dedurre quale fosse il giudizio di Manzoni su Napoleone? Indica gli elementi del testo su cui si basa la tua risposta.
  • 4. La conclusione del testo contiene un intenso messaggio religioso: riassumilo.

Analisi e interpretazione

  • 5. Nella prospettiva dell’io lirico, chi o che cosa trionfa sempre? Chi è il vero vincitore della vicenda napoleonica?
  • 6. La rievocazione delle gesta di Napoleone è contrassegnata da un ritmo concitato. Individua nel testo le espressioni e le immagini che trasmettono questo dinamismo.
  • 7. Considera l’uso dei tempi verbali: qual è il tempo prevalente? Per esprimere quali contenuti il poeta utilizza il tempo presente?
  • 8. Rifletti sulla domanda posta dall’autore sulla gloria terrena: si può davvero chiamare “gloria” il potere ottenuto tra gli uomini? 

I promessi sposi

I Promessi sposi è il primo e più importante romanzo storico italiano.

Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi narrati si fondano su documenti d’archivio e cronache dell’epoca. Il romanzo di Manzoni viene considerato:

  • una pietra miliare della letteratura italiana, in quanto è il primo romanzo moderno di questa tradizione letteraria
  • un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana.

I promessi sposi, inoltre, sono considerati:

  • l’opera più rappresentativa del romanticismo italiano,
  • una delle più importanti opere della letteratura italiana per la profondità dei temi affrontati.

Temi

Il ruolo degli umili

Inoltre, per la prima volta in un romanzo di tale successo, i protagonisti sono gli umili e non i ricchi e i potenti della storia. Gli umili sono i protagonisti di una vicenda che si concluderà con un lieto fine. Agli umili sarà affidato il compito di testimoniare i veri valori cristiani.

Concezione pessimistica della storia

Da quest’opera emerge che Manzoni ha una concezione pessimistica della storia: secondo l’autore la storia è la sede del male, la vita è costellata di momenti bui, la felicità è solo transitoria ed è frutto di molto dolore.

Secondo Manzoni solo la chiesa e i valori cristiani sono le uniche istanze capaci di moderare gli egoismi individuali e porre un freno alla rapacità dei ceti dirigenti. I ceti dirigenti opprimono la popolazione umile. Ma secondo l’autore neppure “popolo”, che lui definisce “marmaglia”, potrebbe costituire un’alternativa valida al malgoverno.

Egli infatti ritiene che se l’aspirazione a una maggior equità sociale è legittima, la rivolta violenta non è mai giustificabile.

Il problema della giustizia è molto sentito dall’autore, ma è sempre affrontato in un’ottica individuale e religiosa. L’autore ritiene infatti che l’operato umano sia sempre mosso dall’egoismo e dalla tendenza alla sopraffazione. Sente che l’operare umano, per quanto possa essere illuminato, non sarà mai in grado di eliminare l’egoismo dell’uomo e di ridurre la sua tendenza alla sopraffazione.

Dal momento che il male nella storia è innegabile, la vera giustizia non potrà mai realizzarsi nel mondo. Tuttavia talvolta, quando gli uomini agiscono rettamente, l’azione della Provvidenza può rendere giustizia agli uomini. La Provvidenza agisce nella storia in maniera misteriosa e imprevedibile.

Molte delle azioni dei personaggi si rivelano inefficaci, mentre il bene arriva inaspettato; questo bene può arrivare proprio dai personaggi negativi.

Ma se il male resta inspiegabile alla mente dell’uomo, tutto quello che accade nella storia accade per volontà di Dio.

Verità e verosimiglianza

Manzoni colloca la vicenda di Renzo e Lucia in un ampio affresco secentesco. La vicenda dei due popolani è naturalmente inventata. L’autore opera quindi una ricostruzione verosimile in contesto storico delineato con estrema cura e attenzione storiografica. Come la vicenda dei protagonisti è verosimile, anche il lieto fine sarà condizionato da criteri di verosimiglianza storica.

La composizione del romanzo

La composizione del romanzo richiede a Manzoni un lavoro lungo e impegnativo.

Manzoni scrive, sul primo manoscritto la data di inizio del suo lavoro: 24 aprile del 1821. L’opera è conclusa solo nel 1842 con la conclusione della stampa dell’edizione definitiva. Tre le tappe importanti di quest’opera.

  • Fra il 1821 e il 1823 viene composta la prima redazione, in quattro volumi, battezzata Fermo e Lucia.
  • Manzoni opera una profonda revisione del romanzo e nel 1824 esce il primo volume della nuova edizione con il titolo Gli sposi promessi; nel 1825 il secondo volume con il nuovo titolo di Promessi sposi; il terzo e ultimo volume viene stampato nel 1827.
  • A questo punto l’autore inizia il lavoro di revisione linguistica; decide di prendere come modello la lingua parlata dai fiorentini colti. Dopo essersi trasferito a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” arriva all’edizione definitiva, pubblicata a dispense fra il 1840 e il 1842. Questa terza e definitiva versione, accompagnata da numerose illustrazioni, è seguita dalla Storia della colonna infame.

Il genere del romanzo storico

Manzoni ebbe a disposizione solo modelli stranieri, come le opere di Voltaire, di Diderot, di Radcliff, di Defoe e, soprattutto, di Walter Scott, autore di Ivanhoe. Ivanhoe aveva narrato vicende rispettando poco la verità storica. Manzoni invece vuole essere fedele evitando di scadere nel romanzesco. Inoltre Manzoni non ama i colpi di scena emozionanti ma inverosimili.

Scott aveva scelto come ambientazione il Medioevo, mentre la scelta di Manzoni cadde sul Seicento. Ma perché il Seicento? Il XVII secolo fu un’epoca caratterizzata dal dominio dell’irrazionalità e dell’oppressione e segnata da eventi devastanti:

  • la calata dei Lanzichenecchi,
  • la peste.

In questa situazione difficile gli uomini del Seicento reagirono alle vicende con modalità opposte:

  • ci fu chi si abbandonò ai peggiori delitti,
  • e chi invece manifestò le più grandi virtù.

Secondo Manzoni era quindi il secolo giusto per dimostrare come la situazione storica possa condizionare comportamento umano, senza però determinarlo.

Ma c’è un altro motivo che portò Manzoni a scegliere di ambientare il suo romanzo proprio nel Seicento. Infatti a quell’epoca la Lombardia era dominata dalla Spagna. Il governo spagnolo aveva governato con estrema arroganza e arbitrarietà. Nella contemporaneità di Manzoni invece un altro potere straniero, quello austriaco, opprimeva la Lombardia e reprimeva con forza le legittime aspirazioni italiane all’unità e all’indipendenza nazionale. Manzoni, che a causa della censura non avrebbe potuto mettersi in aperta polemica col governo asburgico, raccontando le prepotenze e le ingiustizie del governo spagnolo, fa un riferimento indiretto al suo tempo, un riferimento che però è riconoscibile.

La questione della lingua

Manzoni era alla ricerca di una lingua comprensibile da tutti gli italiani alfabetizzati.

Lui, educato ai valori illuministi, voleva rivolgersi ad un pubblico molto più ampio di quello a cui solitamente erano destinati i testi letterari. Lui desiderava come suoi destinatari i cristiani di tutte le classi sociali. Infatti il suo romanzo ha carattere profondamente cristiano e democratico tanto che per la prima volta due giovani, umili e semianalfabeti sono scelti come protagonisti di questo straordinario affresco storico. Nonostante la loro semplicità, con l’aiuto di alcuni personaggi più istruiti e più potenti di loro, strumenti della Divina Provvidenza i due riusciranno a coronare i loro sogni.

In questa vicenda la storia romanzata dei personaggi inventati e la vera storia, con i suoi personaggi storici, si intrecciano grazie alla straordinaria penna di Manzoni.

Un testo di questo tipo doveva essere scritto in un italiano democratico e non in una lingua letteraria aristocratica e antidemocratica.

Per questo Manzoni operò una ricerca linguistica articolata in tre fasi:

  • la lingua del Fermo e Lucia era modellata su milanese, francese, toscano e latino;
  • la lingua dell’edizione 1827 era un toscano-milanese modellato sul toscano scritto;
  • la lingua dell’edizione del 1840 era quella parlata dai fiorentini colti.

Grazie alla sua scelta linguistica, I Promessi sposi divennero il primo veicolo dell’unità linguistica nazionale e costituiscono la seconda importante tappa della storia della lingua italiana, dopo la Divina Commedia dantesca.

La lettura del romanzo venne resa obbligatoria nei licei da Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione nel 1879 ed è ancora oggi una lettura cardine nei programmi scolastici.

Lo spunto narrativo
Sai che cos’è stato che mi diede l’idea di fare I Promessi Sposi?
È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione, e che faccio leggere, appunto, dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo dove si trovano, tra l’altro, quelle penali contro chi minaccia un parroco perché non faccia un matrimonio.
E pensai, questo sarebbe un buon soggetto per farne un romanzo (un matrimonio contrastato), e per finale grandioso la peste che aggiusta ogni cosa!”
Estratto da una lettera di Manzoni al figliastro Stefano Stampa

La trama

L’autore finge di aver trovato un manoscritto anonimo del XVII secolo che contiene una storia molto interessante. Decide così di riscriverla in linguaggio moderno.

La storia inizia la sera del 7 novembre 1628, quando Don Abbondio, parroco di un paesino sulle colline presso Lecco, viene minacciato da due bravi. I due malviventi sono al servizio di Don Rodrigo, che si è invaghito della giovane Lucia, una popolana che era promessa sposa di Renzo, un giovane filatore. Don Rodrigo decide di avere la ragazza e scommette con il cugino Conte Attilio, di farla sua.

Per questo i due bravi proibiscono a don Abbondio di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, sposalizio previsto per la mattina successiva.

Impaurito, il pavido curato convince lo sposo a rimandare la cerimonia, dopo aver rivelato sotto promessa di silenzio, la minaccia del signorotto locale.

I due giovani sconcertati chiedono aiuto all’avvocato Azzecca – Garbugli, ma il ricorso alla legge risulta vano in quanto l’avvocato Azzeccagarbugli è fidato uomo di don Rodrigo.

Lucia e Renzo si avvalgono anche nell’intervento di padre Cristoforo, un frate cappuccino ardito, paladino della povera gente, ma il suo aiuto si rivela inutile.

I due giovani tentano anche di forzare la mano al curato per obbligarlo a sposarli.

Purtroppo nessun tentativo ha esiti positivi.

E mentre don Rodrigo tenta di rapire Lucia, i due fidanzati sono costretti a fuggire.

Lucia finisce in un convento a Monza dal quale sarà poi rapita, mentre Renzo, dopo aver partecipato all’assalto dei forni a Milano e aver rischiato di finire sulla forca fugge nel bergamasco sotto falso nome.

L’innominato, un prepotente da tempo in preda a crisi di coscienza, dopo aver rapito Lucia per conto di don Rodrigo si pente e si rivolge al cardinal Federigo Borromeo. Da quell’incontro la vita dell’Innominato cambia: si converte e decide di vivere onestamente gli ultimi anni della sua vita.

La vicenda si svolge durante la guerra dei trent’anni che vede coinvolti molti stati europei. Nel 1630 le truppe imperiali dei lanzichenecchi scendono in Italia. La calata di questi mercenari si rivela una piaga per tutto il popolo, ma porta una piaga ancora peggiore: la peste che fa migliaia di vittime.  

Dopo esser guarito dalla peste Renzo si mette in cerca di Lucia. La trova convalescente al lazzaretto, struttura dove vengono portati i malati di peste. Renzo incontra lì anche Fra Cristoforo e don Rodrigo, in punto di morte. Solo dopo aver perdonato, non senza difficoltà e resistenze, il suo “nemico”, Renzo ritrova Lucia.

I due potranno sposarsi solo dopo che fra Cristoforo avrà sciolto il voto di castità fatto da Lucia la notte in cui era stata rapita.

I due si trasferiranno in un altro paese, avranno dei figli e vivranno serenamente. Il «sugo di tutta la storia»? Quando vengono i guai, «per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore».

Storia della colonna infame.

La ricerca storiografica sul Seicento ha portato Manzoni ad approfondire il tema della peste.

La Storia della colonna infame era nata come ampia digressione all’interno del Fermo e Lucia. Voleva raccontare il processo agli «untori» e la loro orribile fine nella Milano sconvolta dalla peste. L’argomento era troppo ampio per essere trattato all’interno del romanzo: divenne quindi un’appendice dello stesso.

Il testo fu pubblicato nell’edizione definitiva del 1840, come seguito dei Promessi sposi. Manzoni pone tale approfondimento al termine del romanzo perché ritiene fondamentale che i lettori leggano le due opere una di seguito all’altra.

Si narra la vicenda del povero Guglielmo Piazza, processato e giustiziato come «untore»: non ebbe voce in capitolo né l’umana giustizia, né il buonsenso, né la ragione, ma neppure la pietà cristiana. Questo racconto sembra rappresentare il destino a cui avrebbe potuto andare incontro lo stesso Renzo Tramaglino quando è, a sua volta, preso per un untore. Renzo riesce a sfuggire alla folla inferocita, solo saltando sul provvidenziale carro dei monatti.

Con questo testo l’autore sembra voler ribadire che un romanzo non è la storia, perché nella storia il male e la follia degli uomini spesso prevalgono. E da qui un monito che è valido proprio oggi: è compito di tutti vigilare affinché simili atrocità non debbano più accadere.

Fonti del romanzo

  • Testo dello storico Giuseppe Ripamonti del 1640 che parla dell’epidemia di peste.
  • Due saggi di Merchiorre Gioia, pubblicati nel 1807 e 1809, che parlano della carestia e del conseguente aumento dei prezzi del grano nella prima metà del XVII secolo. 
  • Raccolta di grida (bandi e decreti legislativi del regime spagnolo dell’epoca).

Riassunto capitolo per capitolo

1
Mentre Don Abbondio passeggia leggendo il breviario, incontra i due bravi di don Rodrigo che gli proibiscono di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Don Abbondio, terrorizzato, ritorna a casa e confida con Perpetua.
2
Colloquio tra Renzo e don Abbondio. Renzo si dirige a casa di Lucia avvisando che il matrimonio è rimandato.
3
Renzo si consulta con Lucia e Agnese. Agnese consiglia Renzo di andare dall’avvocato il dottor Azzeccagarbugli. Non ottiene nulla perché l’avvocato è uomo di don Rodrigo. Lucia, attraverso fra Galdino, chiede l’aiuto di padre Cristoforo.
4
Viene narrata la storia di fra Cristoforo: si chiamava Lodovico, figlio di mercante era stato educato come un nobile. Si racconta la giovinezza del ragazzo, il delitto commesso e il successivo pentimento e il suo ingresso tra i cappuccini col nome di padre Cristoforo.
5
Padre Cristoforo decide di recarsi da don Rodrigo. Viene descritto il palazzotto di don Rodrigo. Don Rodrigo a pranzo col conte Attilio e altri.
6
Padre Cristoforo parla con don Rodrigo. Il signorotto insulta padre Cristoforo. Lui reagisce con una terribile nefanda profezia (“Verrà un giorno…”).
Renzo e Lucia intanto pensano a un matrimonio clandestino. Renzo cerca i testimoni e incontra suo cugino Tonio
7
Padre Cristoforo racconta ai due giovani l’esito dell’incontro con don Rodrigo. Intanto Renzo, Agnese e Lucia stanno organizzando un matrimonio clandestino, senza dirlo al frate. Lucia prima è riluttante, poi accetta. Don Rodrigo intanto reagisce al colloquio con padre Cristoforo progettando il rapimento di Lucia. Renzo si incontra con Tonio e Gervaso, i suoi due testimoni, all’osteria.
8
La Notte degli imbrogli. Renzo Lucia e i testimoni si presentano a casa di don Abbondio. Perpetua viene distratta da Agnese. Quando don Abbondio intuisce l’inganno, chiede aiuto. Il sagrestano Ambrogio ode le urla del suo curato e suona le campane per richiamare la gente. Il matrimonio ovviamente fallisce. Renzo, Lucia e Agnese vengono avvisati del tentativo di rapimento. Fuggono. Il capitolo si conclude con il famoso Addio ai monti di Lucia.
9
Lucia e Agnese arrivano a Monza e, sotto la protezione della monaca di Monza vengono ospitate presso un convento di monache. Viene descritta la fanciullezza e adolescenza di Gertrude, monaca di Monza.
10
Gertrude viene forzata dal padre e accetta di entrare nel monastero. Ma un giorno la giovane monaca si lascia sedurre da Egidio. Ne nasce una pericolosa relazione.
11
Dopo l’insuccesso del rapimento, don Rodrigo dà disposizioni al Griso di cercare la ragazza. Intanto il conte Attilio promette a don Rodrigo di rivolgersi al conte zio. Renzo intanto giunge a Milano dove è in corso una rivolta.
12
Si narra la carestia a Milano, il tumulto di San Martino e l’assalto ai forni. Renzo si lascia coinvolgere nel tumulto.
13
Prima viene assalita la casa del vicario di provvisione, poi arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer che conduce via il vicario nella sua carrozza. Renzo assiste a tutto questo.
14
Renzo, inesperto e emotivo tiene un piccolo comizio contro i prepotenti e i tiranni. Quindi viene accompagnato, da uno sbirro in incognito, all’osteria della Luna Piena. Qui il giovane filatore esibisce uno dei pani raccolti da terra durante la mattinata e si rifiuta di fornire all’oste le proprie generalità. Viene fatto ubriacare e, dopo aver parlato troppo, si addormenta ubriaco.
15
L’oste denuncia Renzo al palazzo di giustizia e lo fa arrestare. Il giovane, con le mani legate dagli sbirri, una volta in strada, richiama l’attenzione della folla. I birri e il notaio, per sfuggire al linciaggio, lasciano fuggire Renzo tra la folla.
16
Renzo lascia in fretta Milano, si dirige verso Bergamo; all’osteria di Gorgonzola ascolta i racconti sul tumulto avvenuto a Milano e sente che parlano di lui.
17
Renzo cerca il fiume Adda, che costituisce il confine con la Serenissima. Dopo aver dormito in una capanna riesce a farsi traghettare nel territorio della Repubblica di Venezia e raggiungere il bergamasco dove finalmente incontra il cugino Bortolo.
18
Contro Renzo è stato spiccato un mandato di cattura. Intanto don Rodrigo ordisce un nuovo piano per rapire Lucia. La giovane viene a conoscenza della fuga di Renzo e del suo rifugio nel bergamasco. Agnese viene informata che fra Cristoforo è stato trasferito a Rimini. Attilio incontra il conte zio.
19
Pranzo del conte zio con il padre provinciale dei cappuccini. Padre Cristoforo riceve l’ordine di trasferimento. Storia dell’Innominato.
20
Si descrive il castello dell’Innominato. Don Rodrigo chiede all’Innominato di rapire Lucia. L’Innominato accetta ma è colto da uno strano senso di colpa. Con l’aiuto di Egidio, amante di Gertrude, e la complicità di questa, Lucia viene rapita dai bravi dell’Innominato. L’Innominato attende la carrozza con Lucia.
21
La vecchia del castello prende in consegna Lucia. Il Nibbio racconta di aver provato compassione per Lucia rapita. Questo colpisce molto l’Innominato Durante la notte, nel castello, Lucia pronuncia il voto di castità in cambio della salvezza. In quella stessa notte l’Innominato prepara il suo pentimento.
22
Al mattino l’Innominato decide di recarsi a trovare il cardinale Federigo Borromeo, che è in visita pastorale nella zona. Viene presentato il personaggio del cardinal Federico Borromeo.
23
Si incontrano il cardinal Borromeo e l’Innominato, questi si converte e promette di liberare Lucia come prima azione della sua nuova vita. Il cardinale incarica don Abbondio di recarsi con l’Innominato al castello per liberare Lucia.
24
Lucia viene liberata e accolta in casa del sarto. Il cardinale parla con Agnese e Lucia. L’Innominato annuncia ai suoi bravi la propria conversione.
25
Don Rodrigo parte per Milano. Il cardinale visita il paese di Lucia e va a colloquio con don Abbondio.
26
Prosegue il colloquio tra il cardinale e don Abbondio. Lucia viene affidata a donna Prassede. Con fatica poi Lucia rivela alla madre di aver fatto il voto. Renzo si trasferisce in un altro paese del bergamasco e assume il nome di Antonio Rivolta.
27
Inizia la guerra per la successione al Ducato di Mantova e per il possesso del Monferrato. Renzo viene informato del voto fatto da Lucia. Lucia è accolta in casa di don Ferrante e di donna Prassede; viene descritta la biblioteca di don Ferrante.
28
La carestia a Milano. La fame a Milano. I soldati tedeschi i Lanzichenecchi invadono il Ducato di Milano.
29
Don Abbondio ha paura, tutti temono la calata dei soldati tedeschi. Don Abbondio, Perpetua e Agnese cercano accoglienza presso il castello dell’Innominato, che dopo la conversione offre asilo ai fuggiaschi dei paesi invasi o minacciati.
30
Don Abbondio, Lucia e Perpetua vengono accolti dall’Innominato. La vita nel castello. Le campagne e i paesi dopo il passaggio dei tedeschi.
31
Arriva la peste a Milano. Origine e diffusione della peste. L’accusa agli untori.
32
Le autorità milanesi si rivolgono al governatore e al cardinal Borromeo mentre la peste imperversa e dilaga l’incubo delle unzioni.
33
Don Rodrigo viene colpito dalla peste ed è consegnato dal suo fedele Griso ai monatti. Renzo intanto, guarito dalla peste, decide di partire in cerca di Lucia. Al paese incontra don Abbondio, trova la sua vigna sommersa dalle erbacce. Dopo una breve sosta si rimette in cammino verso Milano.
34
Renzo entra a Milano che è devastata dalla peste. La madre di Cecilia. Renzo viene scambiato per un untore, si salva su un carro di cadaveri.
35
Renzo arriva al lazzaretto dove incontra padre Cristoforo. Questi gli suggerisce dove cercare Lucia. Renzo si trova davanti a don Rodrigo moribondo. Padre Cristoforo lo invita al perdono.
36
Renzo ritrova Lucia che però lo respinge e lo informa del suo voto. Renzo si rivolge allora a padre Cristoforo che scioglie Lucia dal voto.
37
Finalmente scende la pioggia purificatrice che lava via la peste. Renzo ritorna al paese. Trova Agnese e riparte per il Bergamasco. Anche don Ferrante muore.
38
Lucia ritorna al paese ma don Abbondio si rifiuta ancora di celebrare il matrimonio. Solo dopo aver appresa la notizia della morte di don Rodrigo, don Abbondio accetta di sposare i due giovani. Il matrimonio tra Renzo e Lucia viene celebrato e quindi i due si trasferiscono con Agnese nel bergamasco. Renzo avvia una piccola attività imprenditoriale in campo tessile. Il sugo di tutta la storia.  

Audiolibro – I promessi sposi capitolo per capitolo

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/alessandro-francesco-tommaso-manzoni/i-promessi-sposi-edizione-a-mondadori-1985-audiolibro/

Per scaricare il testo in PDF

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/manzoni/i_promessi_sposi/pdf/manzoni_i_promessi_sposi.pdf

Esercizi

Capitolo 1

Immagina di essere un giornalista che abbia scoperto il divieto imposto a don Abbondio e intervisti il curato sul suo incontro coi bravi e sul proprio sistema. Per scrivere la tua intervista devi rileggere attentamente i brani del capitolo che riguardano l’argomento, selezionare i passi che ti serviranno a scrivere le risposte di don Abbondio, quindi elaborare, in base alle risposte del curato, le domande dell’intervistatore.

Capitolo 4

Mentre Lucia e Agnese aspettano che padre Cristoforo arrivi a casa loro per chiedergli consiglio sulla situazione che si è creata con don Rodrigo, il narratore esterno e onnisciente rallenta il ritmo della narrazione e racconta la storia di padre Cristoforo. In questo modo il lettore può comprendere
il carattere e l’animo puro del frate.

IDEA CHIAVE Un sincero pentimento aiuta a ottenere il perdono
per le proprie azioni malvagie.
PUNTI CHIAVE DELLA STORIA
Prima di diventare frate, padre Cristoforo si chiamava Lodovico.
Lodovico non era nobile, ma proveniva da una famiglia ricca.
Odiava i nobili che non lo accettavano e opprimevano gli altri
con i loro soprusi.
Un giorno, durante una lite, uccide un nobile.
Nello scontro muore anche un servitore di Lodovico
di nome Cristoforo.
Lodovico fugge in un convento per sfuggire alla giustizia, poi però
decide di diventare frate.
Lascia tutti i suoi averi alla famiglia di Cristoforo, ne assume il nome e
chiede umilmente perdono alla famiglia del nobile.

Vedi anche https://www.lerosa.it/cultura/letteratura/alessandro-manzoni-scrittore-biografia/

Fonti

  • https://www.lerosa.it/cultura/letteratura/alessandro-manzoni-scrittore-biografia/
  • https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html
  • Roncroni, Cappellini, Dendi, Sada, Tribulato, Le porte della letteratura, Signorelli Scuola, Mondadori
  • Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Pearson
  • https://www.liberliber.it/online/
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI – edizione verde © Zanichelli 2012
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori