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Letteratura italiana Poesia Prosa

Glossario

Endecasillabo

Nella metrica italiana, l’endecasillabo è il verso in cui l’ultimo accento tonico cade obbligatoriamente sulla decima sillaba. La parola endecasillabo deriva dal greco e significa letteralmente parola con 11 sillabe.

Settenario

Il settenario, nella metrica italiana, è un verso nel quale l’ultimo accento tonico si trova sulla sesta sillaba. Se l’ultima parola è piana (cioè accentata sulla penultima sillaba) il verso è costituito da sette sillabe, se invece l’ultima parola è tronca (cioè accentata sull’ultima sillaba) o sdrucciola (cioè accentata sulla terzultima sillaba) ne ha rispettivamente sei oppure otto.

Sonetto

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana. Il nome deriva dal provenzale sonet che significa piccolo suono, diminutivo di son che significava canto, melodia. Il sonetto infatti è un componimento breve, costituito da 14 versi. La struttura è semplice: 14 endecasillabi, raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e due terzine a rima varia. Lo schema rimico del sonetto è molto vario. Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC EDC.

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Duecento italiano Poesia

La scuola siciliana

La lirica d’amore alla corte di Federico II

La poesia italiana in volgare nasce in Sicilia nella prima metà del Duecento (1230- 1250), alla corte di Federico II di Svevia.

A Palermo, città che lui ama profondamente, l’imperatore Federico pone la sede di uno stato moderno. Accentra il potere nelle sue mani, affida la gestione amministrativa a funzionari laici e borghesi, che rispondono solo al lui, e crea un centro culturale slegato dal controllo ecclesiastico.

I suoi funzionari si dedicano, oltre che alla gestione dello stato, anche alla poesia e danno vita alla cosiddetta Scuola siciliana: una ventina di rimatori che scrive poesie con scelte tematiche e stilistiche comuni. Questi poeti utilizzano il volgare italiano per le loro raffinate liriche amorose e, subendo l’influenza dei trovatori provenzali, rappresentano l’unico esempio di letteratura cortese in Italia.

Per i poeti siciliani, come per quelli provenzali, Amore significa dedizione totale alla donna, che è quasi sempre un’aristocratica bella e inaccessibile e questo loro amore diventa occasione di perfezio­namento morale. Ma i poeti siciliani vanno oltre sia sul piano della forma che del contenuto.

Innanzitutto va detto che i rimatori siciliani non sono professionisti della letteratura come i trovatori provenzali, ma sono funzionari imperiali – giudici, notai, segretari – che scrivono nei momenti di svago. Inoltre non conoscono la musica e le loro opere sono destinate alla declamazione e non al canto. Questo comporta che la forma deve essere perfetta in quanto non sostenuta dalla musica. Dall’esperienza siciliana si vengono a delineare le strutture metriche e retoriche che diventano il modello della tradizione lirica italiana come la canzone, la canzonetta e il sonetto.  

Per quanto riguarda il contenuto, i rimatori siciliani cantano l’amore per la donna bella e l’elevazione morale che ne cosegue, ma pongono particolare attenzione agli effetti emotivi che tale amore provoca nell’animo di chi scrive.

Della maggior parte dei poeti siciliani è giunto solo il nome e i testi loro attribuiti dai copisti di fine Duecento sono spesso incerti.

Al termine dell’esperienza federiciana scrittori e opere si disperdono e l’eredità viene raccolta dalla scuola toscana.

Jacopo da Lentini

Jacopo da Lentini
https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

Jacopo, o Giacomo, nasce a Lentini, un piccolo borgo siciliano, intorno al 1210. È considerato il massimo rappresentante della Scuola poetica siciliana. Della sua vita si conosce ben poco; da documenti d’archivio emerge che Jacopo da Lentini lavora come funzionario presso la corte di Federico II in qualità di Notaio imperiale.

Le sue liriche sono dedicate esclusivamente all’amore cortese. Il poeta descrive:

  • la gioia e il dolore che provengono dal sentimento amoroso,
  • i giochi amorosi di coraggio, di audacia e di ritrosia,
  • la sottomissione nei confronti della donna,
  • la bellezza della donna paragonandola alle bellezze della natura,
  • i sospiri d’amore, gli sguardi fuggevoli,
  • la natura dell’amore.

Questi temi verranno poi sviluppati nella poesia dello Stilnovo toscano.

Le sue liriche, composte tra il 1233 e il 1240 sono una trentina; in esse troviamo diverse forme metriche come canzoni, canzonette e sonetti. Proprio a Jacopo da Lentini si attribuisce l’invenzione del sonetto, la forma metrica più utilizzata dai poeti italiani nel corso dei secoli.

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana. Il nome deriva dal provenzale sonet che significa piccolo suono, diminutivo di son  che significava canto, melodia. Il sonetto infatti è un componimento breve, costituito da 14 versi. La struttura è semplice: 14 endecasillabi, raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e due terzine a rima varia. Lo schema rimico del sonetto è molto vario. Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC EDC.

Meravigliosamente

Si tratta di un tipico testo della scuola siciliana, scritto da Jacopo da Lentini. Il poeta canta la bellezza della donna amata presentandosi come un innamorato timido, che non osa né esprimere i propri sentimenti né guardare direttamente la dama quando lei passa per strada. Jacopo racconta anche la sofferenza che prova nel nasconderle il proprio amore. Per arrivare a lei l’autore affida il messaggio amoroso al suo stesso componimento: nell’ultima strofa infatti egli invita la canzonetta a recarsi dalla donna e a riferirle la purezza del suo amore.

Metro: canzonetta formata da sette stanze (strofe) di nove versi settenari ciascuna, con schema della rima ABCABCDDC.

Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ’nvoglia
allora arde più loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.

S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.

Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte le parti
di bellezze ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti,
che voi pur v’ascondete.
Sacciatelo per singa,
zo ch’eo no dico a linga,
quando voi mi vedrite.

Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
levati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino.»

Un amore mi stringe il cuore e mi tiene, mi fa vivere, in modo meraviglioso ogni momento.Come un uomo che osserva un soggetto [exemplo] e dipinge una pittura che sia simile a tale soggetto, così, o mia bella, faccio anch’io la stessa cosa, perché porto la tua figura, la tua immagine, come dipinta nel mio cuore.
Sembra che io vi porti nel cuore, dipinta così come apparite, ma la cosa non traspare all’esterno [non lo do a vedere]. O Dio, non immaginate quanto questo mi sembri difficile da sopportare [duro].
Non so se sapete quanto io vi ami lealmente; infatti io mi vergogno così tanto [di mostrare i miei sentimenti] che vi guardo sempre di nascosto e non vi dimostro il mio amore. 
Avendo io un grande desiderio di voi, ho dipinto un quadro, o mia bella, che vi somiglia, e quando non vi vedo guardo quell’immagine e mi sembra che voi siate davanti a me: io sono proprio come colui che  crede di salvarsi in virtù della sua fede anche se non vede nulla davanti a sé.
Nel cuore mi brucia un dolore terribile, sono come uno che tiene il fuoco nascosto nel suo petto; quanto più egli cerca di soffocarlo, tanto più forte il fuoco brucia e non può stare rinchiuso: io ardo, io brucio allo stesso modo quando passo [per strada] e non guardo verso di voi, o viso che ispirate l’amore dentro di me.
Se io quando passo per la strada vi vedo, io non mi giro verso di voi per guardarvi di nuovo.
Mentre cammino, ad ogni passo faccio grandi sospiri che mi fanno angosciare;
e la mia angoscia è così profonda, così grande, che mi riconosco a malapena [sono stravolto], tanto bella tu mi appari.
O mia signora [madonna da mea domina, in latino = mia signora] vi ho molto lodato per tutti gli aspetti della vostra bellezza. Non so se vi hanno raccontato che io vi lodo solo per esercitare la mia arte, dal momento che voi vi nascondete a me. Sappiate che io vi lodo con sincerità, guardate i miei gesti quando mi vedete, perché io non parlo solo per parlare.
O canzonetta che io ho appena composto, vai da lei a cantare questa cosa nuova; alzati al mattino presto [e presentati] davanti alla donna più bella che è come il fiore di ogni donna innamorata e che è più bionda dell’oro zecchino [e dille]: «Il vostro amore, che è cosa cara e preziosa, donatelo al Notaio [Jacopo] che è nato a Lentini».
 
Lettura e spiegazione del testo – a cura della prof.ssa Silvana Poli

Commento

Il testo presenta un innamorato timido, che ha paura di esprimere i suoi sentimenti, che guarda l’amata di nascosto, che non si volta a rimirarla quando passa per strada per proteggerla da maldicenze.

Nelle prime due strofe il poeta tiene sul cuore l’immagine della donna in modo da poterla guardare quando lei è lontana.

Nella terza dice di aver realizzato un dipinto che la ritrae come se fosse un’immagine sacra: il suo atteggiamento è paragonato a quello del credente che ha fede in qualcosa che non può vedere. In questa lirica emerge il significato religioso dell’amore. A differenza della poesia provenzale questo testo ruota intorno alle reazioni emotive e psicologiche che l’amore provoca nell’animo di Giacomo, più che intorno alla bellezza di lei.

L’ultima strofa funge da congedo: il poeta si rivolge direttamente al componimento e lo invita a presentarsi alla donna per esprimerle ciò che lui non ha il coraggio di dirle apertamente. Inoltre conclude la canzonetta con la “firma” dell’autore, che si presenta come il “Notaro”, soprannome con cui era noto, e dice di essere originario di Lentini.

Amor è un desìo che ven da core

Il sonetto segue lo schema delle rime alternate nelle quartine ABAB ABAB e delle rime ripetute nelle terzine CDE CDE.

Amor è uno desìo che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
 
Ben è alcuna fiata om amatore                      5
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:
 
ché li occhi rapresentan a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio,                  10
com’è formata naturalmente;
 
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
Parafrasi
L’amore è un desiderio che proviene dal cuore per il grande piacere che la donna suscita, che ispira. L’amore è generato prima di tutto dagli occhi e poi è alimentato, nutrito dal cuore.
È ben vero
È ben vero che a volte può capitare di innamorarsi di una donna senza vederla di persona, ma quell’amore che diventa passione travolgente, può nascere solo dalla vista della donna amata: perché gli occhi trasmettono al cuore l’immagine di tutto quello che vedono, buono o cattivo che sia, come esiste in natura, e il cuore, che elabora ciò (di zo è concepitore), si crea delle immagini, si crea delle aspettative e si compiace di quel desiderio: questo è l’amore che regna nel mondo.

Il sonetto Amor è uno desìo che ven da core è il più famoso della Scuola siciliana. In esso Jacopo da Lentini riflette sulla natura dell’amore e sul modo in cui esso si manifesta. Il poeta sostiene che l’amore si nutre nel cuore ma dichiara che nel cuore l’amore si accende attraverso la vista, attraverso gli occhi: l’uomo vede l’amata, l’immagine di lei arriva al cuore e lì l’amore viene nutrito e alimentato. Questo concetto è già presente nella poesia provenzale e verrà poi sviluppato dagli stilnovisti e da Dante.

Questo sonetto è particolarmente interessante perché è strutturato come un testo argomentativo. In esso infatti troviamo espressi in modo chiaro la tesi, l’antitesi e due argomenti a favore della tesi: nelle quartine abbiamo tesi e antitesi, nelle terzine gli argomenti.

Tesi vv. 1 – 4L’amore è un desiderio che viene dal cuore: gli occhi accendono l’amore che è alimentato dal cuore.
Antitesi e confutazione vv. 5 – 8È possibile, qualche volta innamorarsi senza aver visto l’amata, ma l’amore travolgente si sviluppa solo se la donna è stata vista.
1° argomento a favore della tesi vv 9 – 11Gli occhi trasmettono al cuore qualsiasi tipo di immagine, sia che si tratti di cose buone che cattive.
2° argomento a favore della tesi vv 12 – 14Il cuore, che accoglie il messaggio degli occhi, realizza un’immagine; sognare e ricordare questa immagine reca piacere al cuore. 

Fonti

G. Bellini, T. Gargano, G. Mazzoni, Costellazioni, manuale di letteratura, Editori Laterza.

B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI, Zanichelli Editore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

https://letteritaliana.weebly.com/meravigliosamente.html

https://www.atuttarte.it/autore/da-lentini-jacopo.html

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Duecento italiano Letteratura italiana Poesia

La poesia comico-realistica

In contrapposizione allo Stilnovo

Accanto all’esperienza aristocratica e illustre dello Stilnovo, si sviluppa in Toscana nello stesso periodo, un genere letterario che, per contrapposizione allo Stilnovo, viene indicato come poesia comico-realistica, detta anche giocosa o burlesca.

Pur senza costituire una vera scuola, le esperienze poetiche di questo filone sono accomunate dalla scelta di temi realistici, attenzione agli aspetti quotidiani e concreti dell’esistenza e dall’uso di uno stile basso rispetto a quello della lirica amorosa contemporanea.

In Toscana, nella seconda metà del Duecento, si assiste quindi ad una sorta di contrapposizione tra due diverse correnti poetiche: da una parte ritroviamo lo stile e i toni elevati della poesia stilnovista, dall’altra l’abbassamento sia stilistico che tematico della poesia comico-realistica. Mentre gli stilnovisti cantano la bellezza e le virtù della donna angelo, la poesia giocosa celebra il gioco, il godimento spensierato, il gusto della tavola e del vino. L’amore, non è più inteso come espressione spirituale ma come piacere dei sensi. Non mancano neppure la polemica politica, l’ingiuria verso gli avversari, il pesante sarcasmo contro parenti e amici, fino all’anticlericalismo insofferente dei privilegi ecclesiastici.

La realtà viene quindi rappresentata nei suoi aspetti più autentici, talvolta crudi. L’amore come piacere, il disprezzo della povertà e l’esaltazione della ricchezza, la vita colta nei suoi aspetti più triviali e plebei, litigi, battibecchi tra innamorati, gelosie, e ancora caricature e insulti: tutto questo è oggetto della poesia giocosa, che si esprime in un linguaggio colorito. Talvolta le regole sintattiche vengono disattese e il linguaggio è ricco di figure retoriche, tra le quali predominano l’iperbole, le similitudini audaci e metafore spesso volgari. La forma delle opere poetiche rispettava convenzioni letterarie e rispondeva a regole di stile precise, frutto di competenza espressiva retorica.

I temi trattati e il lessico usato rendono famoso questo genere di poesia presso un pubblico molto più ampio e più vario, rispetto a quello della ristretta cerchia d’intellettuali a cui si rivolgevano gli stilnovisti.

Tra gli esempi più interessanti di questo genere poetico sono da ricordare le esperienze di Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra. Ma non solo loro, anche scrittori di stile alto, come Guinizelli, Cavalcanti e Dante si cimentano in questo genere letterario.

Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri nacque a Siena, intorno al 1260 da una famiglia guelfa e decisamente benestante. Il padre era un banchiere, fu cavaliere e fece parte dei Signori del Comune. La madre era monna Lisa, appartenente a una nobile e potente casata.

Cecco trascorse la sua fanciullezza a Siena e sembra fosse poco incline al rispetto delle regole. Infatti dagli archivi del comune risulta che Cecco sia stato multato più volte: per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza, durante un assedio ai concittadini ghibellini, per esser stato trovato in giro di notte dopo il coprifuoco, per esser stato implicato in un ferimento. Intorno al 1226 fu anche allontanato da Siena, a causa di un bando politico. In quegli anni conobbe anche Dante Alighieri a cui indirizzò anche un sonetto.

Morì intorno al 1313 e i suoi cinque figli rinunciarono all’eredità perché troppo gravata dai debiti.

La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana e i suoi sonetti sono da considerare come polemiche caricature dello Stilnovo.

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Questo è il testo più famoso dell’Angiolieri.

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.
Parafrasi
Se fossi il fuoco, brucerei il mondo; se fossi il vento, lo colpirei con tempeste; se fossi l’acqua, lo annegherei; se fossi Dio, lo farei sprofondare;
Se fossi il papa, allora sarei contento, poiché metterei nei guai tutti i cristiani; se fossi l’imperatore, sai cosa farei? Taglierei a tutti la testa di netto.
Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei lontano da lui: farei la stessa cosa con mia madre.
Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, prenderei le donne giovani e belle e lascerei agli altri quelle vecchie e disgustose.

Forma

Il sonetto ha schema della rima ABBA, ABBA, CDC, DCD.

Figure retoriche

  • Anafora – “S’i’ fosse” ripetuta in tutto nove volte
  • Personificazione – Nei vv. 1- 4 tre elementi naturali (fuoco, aria, acqua) e l’immagine di Dio. Inoltre nei vv. 5-8 si identifica con le due autorità “universali” del Medioevo, il papa e l’imperatore.
  • Antitesi – vv. 9-11 morte… andarei / vita… fuggirei in parallelismo, vv. 13-14 donne giovani e leggiadre / vecchie e laidetorrei / lasserei.
  • Chiasmo sintattico vv. 13-14 verbo-oggetto-oggetto-verbo.

Commento

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di debiti!

La versione di De Andrè

Tre cose solamente m’ènno in grado

Questo è un sonetto che possiamo definire “programmatico”, è un testo in cui l’autore elenca le cose che gli procurano piacere nella vita. A lui sono graditi i divertimenti materiali, ovvero il piacere sessuale, il vino e il gioco d’azzardo. Non manca come in altri testi la polemica contro il padre avaro, che lo tiene a stecchetto e non gli fornisce denaro a sufficienza per i suoi stravizi, per questo motivo gli augura la morte.

Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.

Ma sì·mme le convene usar di rado,
ché la mie borsa mi mett’ al mentire;
e quando mi sovien, tutto mi sbrado,
ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.

E dico: «Dato li sia d’una lancia!»,
ciò a mi’ padre, che·mmi tien sì magro,
che tornare’ senza logro di Francia.

Ché fora a tôrli un dinar[o] più agro,
la man di Pasqua che·ssi dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.

(Sonetti, 87)
Parafrasi
Solamente tre cose mi sono gradite, anche se non me le posso permettere come vorrei, cioè la donna, la taverna [il vino] e il gioco d’azzardo; queste mi allietano il cuore.
Ma sono costretto a goderne raramente, poiché la mia borsa mi smentisce [essendo vuota]; e quando ci penso mi metto a sbraitare, poiché per la mancanza di denaro non posso realizzare i miei desideri.
E dico: “Che sia colpito con una lancia!”; questo a mio padre, che mi tiene così a stecchetto che tornerei [a piedi] dalla Francia senza dimagrire ulteriormente [perché sono già magrissimo].
Infatti la mattina di festa, quando si dà la mancia [ai bambini], sarebbe più difficile scucire un quattrino [a mio padre] che far acchiappare una gru a una poiana
[bozzagro].

Forma: il sonetto ha schema della rima ABAB, ABAB, CDC, DCD.

Commento

Nella prima quartina Cecco elenca le cose che gli danno piacere cioè le donne, il vino delle taverne e il gioco.

Nella seconda quartina, che è introdotta dal ma, il poeta ci spiega i motivi per cui deve rinunciare a tali piaceri: tali piaceri non possono essere soddisfatti perché lui è perennemente senza denaro per poterli appagare.

Nelle terzine l’Angiolieri attacca furiosamente suo padre, che non gli fornisce denaro, pur essendo tanto ricco. Per questo gli augura la morte (vv. 9-11).

Nel verso 11 la parola logro può essere interpretata in due modi: logro inteso come logoro, magro, consumato, stremato oppure logro come il richiamo da caccia usato dai falconieri per i loro falconi. Se si considera la prima accezione il verso verrebbe a significare che lui è tanto magro che anche se tornasse a piedi dalla Francia, non dimagrirebbe ulteriormente; se si prende per buona la seconda si intende che Cecco tornerebbe dalla Francia senza bisogno di richiamo, pur di ricevere dei soldi dal padre.

Nell’ultima terzina Cecco inserisce un paragone iperbolico spiega la taccagneria del padre. Nelle mattine di Pasqua i padri danno ai bambini qualche monetina: ma è più difficile che il padre dia soldi al figlio che vedere una poiana [rapace molto lento] catturare gru [veloce e agile].

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

https://www.fareletteratura.it/

https://it.wikipedia.org/

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fascismo Letteratura italiana Novecento Poesia

Eugenio Montale

È uno dei poeti più amati del Novecento.

Perché Montale è famoso?

  1. Montale è famoso innanzitutto perché ha saputo raccontare le paure, i sogni e le speranze degli uomini del suo tempo.
  2. In secondo luogo egli ha saputo testimoniare il disagio degli intellettuali del Novecento, che si trovano disarmati di fronte ad una realtà nuova, che non riconoscono. Infatti nel corso del ventesimo secolo molte certezze sono crollate, si sono dissolte le illusioni che provenivano dalla religione – lui si dichiara ateo – ma anche quelle che provengono dalle ideologie, che hanno fatto sperimentare all’Europa il dramma di due guerre. Montale è sato chiamato alle armi in entrambe.
  3. Il poeta, attraverso le sue poesie, ha raccontato gli aspetti essenziali della condizione umana di ogni tempo.
  4. Nonostante il periodo storico nel quale vive, il poeta riesce a porre nei suoi testi una straordinaria lezione di libertà e di dignità. Con le sue liriche Montale testimonia la sua costante ricerca della via d’uscita, del varco nel muro che ci chiude, la maglia che non tiene, della realtà che non si vede.

Biografia

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 da famiglia borghese. Si diplomò in ragioneria nel 1915. A causa di grossi problemi di salute da giovane Eugenio non collaborò con l’azienda di famiglia e non potè frequentare la scuola. Si formò così da autodidatta con l’aiuto della sorella.

Amava la letteratura e studiò i poeti simbolisti francesi, conobbe i romanzi di Svevo e approfondì il pensero di Nietzsche e Schopenhauer. Di indole artistica prese lezioni di canto dall’infanzia e coltivò, per tutta la vita, la passione della pittura. Trascorse la sua giovinezza in Liguria e le estati nella casa di famiglia alle Cinque Terre. Il paesaggio delle Cinque Terre fa da sfondo alle liriche della sua prima raccolta poetica.

Curioso e vivace Montale, attento alla cultura contemporanea italiana ed europea, Montale si confrontò con la grande poesia del passato. In particolare amò Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi, al cui pensiero si sentiva particolarmente affine.

Alle armi 1917

Nel 1917 fu chiamato alle armi e svolse il servizio militare in Vallagarina come sottotenente di fanteria.

Dopo la guerra iniziò a pubblicare, nel 1922-23, le sue prime poesie. Qui prevaleva un forte senso di smarrimento di fronte ai misteriosi meccanismi che governano l’esistenza umana.

Nel 1925 pubblicò la raccolta Ossi di seppia.

Durante il Fascismo

Nel 1925 prese le distanze dal fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali antifascisti, di Benedetto Croce. Nel 1927 si trasferì a Firenze, dove trovò lavoro presso l’editore Bemporad. Qui conobbe Drusilla Tanzi, con la quale si legò sentimentalmente. In quegli anni conobbe Gadda, Vittorini, Palazzeschi, Gatto e Quasimodo ed entrò a far parte del gruppo di “Solaria”. In questo periodo approfondì la lettura di Pound, Proust, Valéry, Kafka e, soprattutto, Eliot. Fu proprio riflettendo sul rapporto fra linguaggio quotidiano e linguaggio poetico che trovò ispirazione poetica e riflessione filosofica.

Nel 1929 ottenne la direzione del Gabinetto Vieusseux, una delle più pre-
stigiose istituzioni culturali fiorentine. Fu però allontanato da tale incarico dieci anni dopo per non aver voluto aderire al fascismo. Fu così sottoposto a regime di sorveglianza speciale dalle autorità fasciste.

In quegli anni aveva conosciuto la studiosa americana, di origini ebraiche, Irma Brandeis, alla quale si legò. Con il nome di Clizia, la Brandeis fu la musa ispiratrice a cui dedicò molte liriche della nuova raccolta Le occasioni (1939). Questa relazione, importante per Eugenio, si interruppe bruscamente alla partenza di lei per gli Stati Uniti, dopo che in Italia erano state emanate le leggi razziali.

La seconda guerra

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Montale fu dapprima costretto a lavori saltuari, come collaborazioni editoriali, traduzioni;
poi, nel 1940, venne richiamato alle armi e fu infine congedato nel 1942.

Nel 1943 uscì la raccolta Finisterre. Venne stampata in Svizzera per aggirare la censura, dal momento che molte liriche avevano carattere decisamente polemico di diverse liriche.

Furono anni dolorosi sotto il profilo personale: perse la madre, la sorella e Irma. Eugenio aveva previsto di seguire Irma, ma i due non si incontrarono mai più.

Il secondo dopoguerra

Finita la guerra Montale militò nelle file del Partito d’azione, fra il 1944 e il 1946. Nel 1948 si trasferì a Milano, prese le distanze da ogni idelogia e dalla vita pubblica. A Milano collaborò con il “Corriere della sera”, conobbe la poetessa Maria Luisa Spaziani, pubblicò la raccolta di poesie La bufera e altro e le prose della Farfalla di Dinard (1956) e nel 1962 sposò Drusilla Tanzi. La loro relazione, pur tra alterne vicende, era iniziata negli anni Vent; finalmente si sposarono. Purtroppo pochi mesi dopo Drusilla morì lasciando il poeta bnello sconfonto.

Molte erano state le donne che avevano inciso sul cuore di Eugenio, ma Drusilla era stata la presenza più forte e costante.

Montale ricevette prestigiosi riconoscimenti: la laurea in lettere honoris causa (1961), il premio internazionale Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei (1962), la nomina a senatore a vita (1967), infine il premio Nobel (1975).

Nel frattempo andava pubblicando le ultime raccolte di prose – Auto da fé (1966) e Fuori di casa (1969) – e di poesia – Satura (1971), Diario del ‘71 e del ‘72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), Altri versi (1980) –.

Morì nel 1981 a Milano ed ebbe l’onore dei funerali di stato in Duomo.

Raccolte poetiche
Il primo Montale: la Liguria e gli Ossi di seppia (1896-1926)
Il secondo Montale: Le Occasioni e il periodo fiorentino (1927-1948)
Il terzo Montale: La Bufera e altro, il giornalismo a Milano (1948-1964)
Il quarto Montale: Satura, senatore a vita (1964-1971)
Il quinto Montale: Diari e altri versi, il premio Nobel (1972-1981)

Per un approfondimento sulla vita https://biografieonline.it/biografia-montale

La poesia di Montale

Montale in diverse occasioni sostiene che la letteratura ha valore morale e conoscitivo, come proposto dai grandi della letteratura che lui amava di più Dante e Leopardi. Il poeta è uomo disincantato, saggio, chiamato a
capire e a interpretare il presente.

Classicismo montaliano

Montale riteneva che le forme della tradizione possono assicurare alla scrittura la tenacia e la solidità necessaria per potersi far carico dei drammi dell’uomo contemporaneo. Il classicismo per Montale diventa una sorta di antidoto contro ogni eccesso, per assicurare alla poesia obiettività e resistenza al tempo e alle mode.

Il “correlativo oggettivo”

Il “correlativo oggettivo” è la tecnica espressiva che Montale utilizzò a partire dalle poesie inserite nella seconda edizione di Ossi di seppia del 1928.

Gli oggetti hanno il potere di trasmettere, oltre al loro significato elementare, un senso ulteriore: gli oggetti quotidiani possono diventare delle manifestazioni, delle epifanie, che fanno riferimento ad elementi che la sensibilità del poeta non riesce a esprimere altrimenti.

Montale trae questa tecnica in particolare da Eliot.

Il linguaggio poetico di Montale è estremamente ricco e articolato. I suoi modelli sono Dante e gli stilnovisti, Petrarca, Leopardi, fra gli italiani; Shakespeare, Donne, Browning, Baudelaire, fra gli stranieri.

I temi montaliani

L’ispirazione del poeta ruota attorno a tre poli:

  • il rapporto con la natura,
  • l’esperienza dell’amore,
  • il miracolo, ossia il desiderio di libertà, la via d’uscita.

La ricerca della verità porta Montale a rifiutare

  • sia la visione materialistico-positivistica della realtà
  • che quella derivante dalla religione cattolica o dalle ideologie ottocentesche.

La domanda centrale è l’uomo è libero oppure è costretto a obbedire a forze superiori?

A questa domanda la risposta non è semplice, nè univoca. Montale quindi ci propone una polarità.

Da un lato ci mostra il «male di vivere», il disagio esistenziale dell’uomo, e dall’altra testimonia la sua ricerca del varco, della via d’uscita, della via di fuga, del «miracolo».

La scrittura del poeta segue queste direzioni rimanendo nell’orizzonte concreto segnato dal paesaggio, dalla natura, dalla storia dell’uomo

La “via d’uscita” dal “male di vivere”

Il «male di vivere» raccontato in Ossi di seppia è, per Montale, sia malattia individuale che frutto del disorientamento in cui la cultura europea è franata nella prima metà del Ventesimo secolo. Questo «male di vivere» porta insicurezza, isolamento, incomunicabilità.

Ma questo «male di vivere», testimoniato nelle liriche di Ossi di seppia, è sempre associato alla sua ricerca della via d’uscita.

Nelle Occasioni la rottura dell’ordine negativo è affidata all’avvento di un personaggio esterno, un “fantasma salvifico”, capace di comprendere e dominare la realtà. Questo “fantasma” assume tratti femminili; è la donna che sa condividere la sofferenza umana per il male del mondo, ma che ne rimane incontaminata: sembra quasi una nuova Beatrice dantesca.

Questa donna angelo permette al poeta di coltivare speranza pur nel timore.

Nelle poesie di Satura la figura femminile che prevale è quella della
moglie defunta,

Ossi di seppia

La raccolta ebbe quattro edizioni: nel 1925, 1928, 1931 e 1948. Le
poesie sono riunite in quattro sezioni:

  • Movimenti,
  • Ossi di seppia,
  • Mediterraneo,
  • Meriggi e ombre.
  • Sono inoltre inserita due liriche isolate, In limine e Riviere.

L’espressione che dà il titolo alla raccolta, «ossi di seppia», allude a quei residui di seppia che rimangono abbandonati sulla spiaggia. Questa immgine ci racconta quell’essenziale che si rivela una volta consumato il superfluo.

In queste liriche il poeta sceglie una poesia antiretorica, che aderisce alla realtà quotidiana. Qui Montale cerca La verità nascosta dietro le apparenze. A differenza di D’Annunzio Montale rifiuta il prototipo dannunziano del poeta vate: non ha nessuna pretesa ideologica.

In attesa di certezze che non ci sono il poeta esprime quantomeno le sue distanze «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (da Non chiederci la parola). La raccolta è attraversata dall’immagine del disagio esistenziale, quel «male di vivere» che affligge chi non trova, nella realtà, nulla in cui riporre fiducia.

Il poeta che soffre quella situazione di disorientamento attuale, ha una sola possibilità: la ricerca del «varco» che gli apra una via di fuga. E il suo compito è quello di testimoniare tale ricerca. In questo suo lavoro di ricerca il poeta si riferisce spesso a un “tu”, quasi sempre femminile, una figura impalpabile e legata alla memoria più che alla realtà. Si tratta infatti di donne che sono state presenti nella vita del poeta e che entrano nelle sue liriche nel momento in cui occupano uno spazio nella sua memoria. Il poeta affida a queste “donne angelo” speranze, ideali e aspirazioni, per averne forza, fiducia, sostegno.

Stile di Ossi di seppia

Il lessico è semplice, i termini sono tratti dall’uso comune. Non cerca facile musicalità, talvolta traduce con forme secche e dure la disarmonia del mondo. La sintassi è prevalentemente di tipo ipotattico. Le incertezze esistenziali del poeta sono testimoniate dall’uso di frasi condizionali e ipotetiche.

Per quanto riguarda la forma Montale sceglie soluzioni metriche tradizionali e rifiuta la strada ungarettiana della dissoluzione delle forme.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
PARAFRASI

Prima strofa – Anche in questa lirica il poeta si rivolge direttamente al lettore, all’ascoltatore. Non chiedere a noi – noi intellettuali, noi poeti, noi uomini di quest’epoca – la parola, la spiegazione che possa dare una definizione precisa – che squadri – dei segreti del nostro animo indecifrabile, informe; non chiederci quella parola che potrebbe essere scolpita con lettere indelebili, marchiata a fuoco, quella parola che sappia dare delle spiegazioni in modo chiaro e lucente, come risplende un fiore di zafferano, il croco, con il suo colore vivido che risplende anche in mezzo a un campo polveroso.

Seconda strofa – Ah, è un’interiezione di sospiro, di disappunto! C’è anche chi, in questa fase storica – siamo in pieno fascismo e Montale è un antifascista – in questo momento, va dritto per la sua strada, procede senza preoccupazioni, perché è molto sicuro di sé stesso e del suo prossimo; quest’uomo non si preoccupa dell’ombra che proietta sul muro senza intonaco nella calura estiva, procede dritto certo senza dubbi.

Terza strofa – Qui nuovamente il poeta si rivolge di nuovo a noi, lettori e ascoltatori, chiede di nuovo di non pretendere, di non chiedere a lui, ai poeti, agli intellettuali, di rivelare la formula che possa spiegare le nuove prospettive, di conoscere il mondo, che possa aprire nuovi mondi, che possa dare nuove interpretazioni.
L’unica cosa che ci si può aspettare in questo momento è qualche sillaba distorta e secca come un ramo. Dal momento che in questo momento non ci sono certezze, il poeta può solo chiarire quello che non vuole, quello che non è, quello da cui vuole prendere distanza. Ma non è solo, altri con lui possono almeno prendere distanza da ciò che non condividono: quindi oggi i poeti possono dire quello che non sono e quello che non vogliono.

Il componimento Non chiederci la parola apre la raccolta Ossi di seppia. Montale scrive questa raccolta negli anni in cui si sta affermando il Fascismo. Il messaggio contenuto in questa lirica è quindi anche rivolto contro la veemenza e le false certezze ostentate dal regime. E di fronte alla sicumera del fascismo che fa paura, il poeta non ha certezze da rivelare.

Negli anni Venti, dopo i drammi della guerra e l’affermarsi del fascismo, con la sua diffusa violenza, il poeta non ha certezze da comunicare.

Nel momento in cui la situazione è difficile, quando sembra svanita ogni certezza, l’unica cosa che il poeta può fare è testimoniare la sua ricerca di una via d’uscita dalla situazione, la ricerca di un varco.

In questo componimento, nella strofa centrale, il poeta si pone in chiara polemica contro coloro che ostentano le loro sicurezze con forza e violenza, coloro che non si preoccupano dell’ombra che diffondono nel mondo scalcinato, perché ancora stremato dalla Grande Guerra. Montale, che era dichiaratamente antifascista, esprime il suo dubbio, nei confronti di questi nuovi potenti pieni di certezze.

Dopo aver dichiarato di non aver parole certe per spiegare la realtà di oggi, dopo aver preso distanza da chi non si preoccupa di calpestare gli altri, esprime la sua ricerca, racconta la sua verità. Se il poeta non può dire la formula magica che apra il mondo, che spieghi il mondo, che possa dare certezze, il poeta può comunque esprimersi, anche se solo tramite qualche storta sillaba, qualche parola secca come un ramo.

Ma rimane una certezza: il desiderio di prendere distanza e dichiarare quello che essi non sono, quello che non vogliono.

Noi impariamo a conoscere il mondo e, facendo esperienze, decidiamo quello che non ci piace, per capire quello che ci piace.

Ecco questo è il procedimento che utilizza Eugenio Montale.

Per ora, in questo componimento poetico, lui può dire quello che non vuole, quello che non è.

Riflessioni sul testo

  • E oggi, che cosa non sei, che cosa non vuoi?
  • Da cosa prendi distanza?
  • A che cosa non ti associ?

Meriggiare pallido e assorto

Trascorrere le ore del pomeriggio immersi in una luce accecante e nel torpore della calura presso un muro d’orto arroventato; ascoltare tra i rovi e la sterpaglia i rumori improvvisi e secchi prodotti dai merli e i fruscii delle serpi.
Spiare nelle fessure del terreno arido e sulla veccia (erba) le file di formiche rosse che ora si spezzano e ora si incrociano sulla sommità dei minuscoli mucchietti di terra a lato dei formicai.
Osservare da lontano tra le fronde degli alberi la superficie tremolante del mare,  che scintilla  come una distesa di rilucenti frammenti di metallo simili alle squame dei pesci, mentre dall’alto delle colline arse,  prive di vegetazione, si innalzano i tremuli scricchiolii delle cicale che friniscono.
E procedendo sotto il sole abbagliante avvertire, con triste stupore, il tormento continuo e il dolore di un’esistenza arida e solitaria, mentre si continua a costeggiare un muro invalicabile disseminato, sulla cima, di cocci di bottiglia taglienti.

Un ambiente assolato, caldo, metafora del disagio esistenziale, del grigiore della vita fa da sfondo a questa poesia montaliana. Ma anche qui, appare pur nella fatica la presenza di uno spiraglio. Per ora siamo nella fase della ricerca, che il poeta testimonia con il suo “seguitare”.

Temi

  • Muro e muraglia con cocci aguzzi di bottiglia costituiscono il limite invalicabile che condanna l’uomo all’isolamento.
  • L’orto è la prigione dell’esistenza.
  • Le crepe del suolo, i pruni, gli sterpi, i calvi picchi le formiche rosse raccontano l’aridità e il grigiore della vita.
  • Il palpitare lontano delle scaglie di mare è l’unica immagine positiva, perché suggerisce idea di infinito, di speranza.

Il sole è troppo caldo e troppo luminoso, non illumina ma abbaglia, non riscalda ma arroventa. Inoltre il meriggio è l’ora del torpore, in cui la mente non è lucida. Quindi è quella meno adatta alla conoscenza.

Eppure … Eppure il poeta non si arrende, continua a seguire quel muro alla ricerca del varco, della via d’uscita.

Sintassi e suoni

Perché l’aggettivo qualificativo è collocato prima del sostantivo? Il poeta mette in risalto le qualità dell’oggetto, spesso negative, rispetto  all’oggetto stesso, correlativo oggettivo del disagio esistenziale.

Perché la maggior parte dei verbi è coniugata all’infinito? Il tempo indeterminato connota l’azione in senso durativo. Questo permette di esprimere la situazione come assoluta, universale e non soggettiva. L’uso dell’infinito esprime senso di monotonia, di dolorosa immutabilità del destino dell’uomo.

La sonorità è dura con la frequenza di consonanti doppie, di suoni spinosi come l’ambiente descritto: “i”, “r”, i gruppi consonantici “st”, “sc”, “sch”.

Conclusione

Il disagio esistenziale è innegabile. La situazione dell’intellettuale, del poeta, dell’uomo a inizio Novecento è caratterizzata da un profondo disagio. Ma la dimensione vitale è presente, pur lontana. C’è, il mare laggiù, che scintilla, con l’acqua che si contrappone all’aridità della terra. Certo quella vitalità appare lontana, eppure la fatica della condizione esistenziale arida e non impedisce al poeta di cercare la sua ricerca, di proseguire nel suo cammino ripetitivo, alla ricerca della via d’uscita, del varco, che permetterà di superare quella muraglia coperta di cocci di bottiglia.

Figure retoriche

Figure retoriche

  • Allitterazioni  della “r” ” pResso “; ” tRa i pRuni “; “meRli”; “fRusci”; “cRepi”; “intRecciano”; “fRondi”; “scRicchi”; “spiaR le file di Rosse foRmiche/ ch’oRa si Rompono ed oRa si intRecciano”; del gruppo “tr”: “menTRe”; “TRemuli”; “TRiste”, “Travaglio; della “c”:”sCriCChi di CiCale dai Calvi piCChi”; di “c” e “z”: “Che ha in Cima CoCCi aguZZi”; di “s” e “sc”: “SchioCChi di merli, fruSCi di Serpi”
  • Analogie  “il palpitare / lontano di scaglie di mare” (vv.9-10): l’andirivieni della marea, è paragonato al battito di un cuore e l’intero mare sotto il sole cocente a un animale con scaglie luminose e scintillanti. Inoltre “si levano tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi” (vv. 11-12): i picchi delle alture prive di vegetazione sono paragonati a teste calve.
  • Climax  “crepe del suolo” (v. 5) – “minuscole biche” (v. 8) – “calvi picchi” (v. 12) – muraglia (v. 16): la poesia fa partire la sua descrizione dal di sotto del livello del terreno e man mano innalza la sua prospettiva sino ad arrivare alla cima della muraglia finale.
  • Enjambements  “palpitare / lontano di scaglie di mare” (vv. 9-10); “scricchi / di cicale” (vv. 10-11): l’unità di senso si completa nel verso successivo.
  • Metafore  “com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.” (vv.15-17): l’asprezza della vita è accostata, attraverso l’utilizzo della tecnica del correlativo oggettivo, a un cammino sulla cima di una muraglia piena di vetri rotti.
  • Onomatopea  “schiocchi” (v. 4); “fruscii” (v. 4); “scricchi” (v. 11): i termini riproducono i suoni prodotti dagli animali della riviera ligure (uccelli, serpenti e cicale).
  • Ossimori  “triste meraviglia” (v.13): il paesaggio suscita nel poeta la metafora finale, che è una rivelazione stupefacente ma allo stesso tempo malinconica.
  • Sineddoche  “e andando nel sole” (v.13): (il tutto per la parte) propriamente il cammino non è verso il sole ma verso la luce prodotta dal suo raggio che illumina il terreno.

I limoni

La poesia I limoni può essere considerata come una dichiarazione di poetica dell’autore. Il poeta infatti si rivolge direttamente al lettore e dichiara di rifiutare le poesie difficili dei poeti laureati, che hanno ottenuto l’alloro poetico, un prestigioso riconoscimento, per raccontare, invece, la realtà comune, il paesaggio della sua terra, con le sue asperità e col la fragrante esplosione di gioia e di colore di un giardino di limoni.

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
PARAFRASI
Ascoltami, i poeti laureati, cioè i poeti che hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento della laurea poetica, come D’Annunzio ad esempio, a cui Montale si contrappone, scrivono poesie usando nomi altisonanti, usano termini difficili, elevati, come bossi ligustri o acanti.
Il poeta invece dichiara di amare le strade di campagna, tra erba e fossi, addirittura nelle pozzanghere mezze prosciugate i ragazzi possono anche agguantare qualche anguilla, che può essere rimasta dopo le piene estive.
Il poeta dichiara di apprezzare le vie che corrono lungo gli argini, le vie che passano tra canneti e portano fino agli orti dove si coltivano gli alberi dei limoni.
 
È meglio quando le gazzarre degli uccelli tacciono, si spengono perché i volatili si sono alzati e sono spariti nel cielo. È meglio perché in quel momento si può ascoltare il sussurro dei rami amici, rami che sussurrano nella aria ferma. E in quel silenzio si accendono le percezioni sensoriale e si percepiscono ancora di più gli odori, la fragranza penetrante dei limoni che permea la terra e che arriva all’animo dell’uomo e lo travolge con una dolcezza inquieta. L’inquietudine dolce è preludio di qualcosa di magico, di qualcosa che sta per arrivare.
In questa situazione di divertimento di entusiasmo in cui le passioni sono accese, come per miracolo la guerra tace. E non solo tace la guerra ma qui anche i poveri possono godere di una straordinaria ricchezza, una ricchezza per tutti, lo straordinario odore dei limoni
 
Nella terza strofa il poeta si rivolge di nuovo a noi ascoltatori e si apre ad una riflessione. Quando il silenzio ci avvolge, quando le cose sono nella loro essenza, sembra che possano raccontare, tradire il loro segreto. In quel momento di magica sospensione, può accadere qualcosa di strano:
In quel momento ci si può aspettare di scoprire qualcosa di inaspettato, uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, ci si può aspettare di scoprire la verità; è come se quello che noi vediamo fosse un’illusione, mentre la verità, quella vera è nascosta. Ma in quel preciso momento, l’aria rarefatta ci permette di passare oltre. E allora lo sguardo si accende, si guarda attorno, fruga d’intorno, la mente indaga, per capire, cogliere comprendere. E questa ricerca è permessa dal dilagante profumo dei limoni.
In quell’atmosfera magica, in quel silenzio, si può vedere al di là del materiale. Il Divino che si nasconde in ogni uomo emerge e può capitare di vedere nelle ombre che si allontanano le luce delle divinità evocate.
 
Nella quarta strofa però il poeta decide di porci di fronte alla realtà materiale. Sembra dirci: mi spiace, era tutta un’illusione e questa illusione se ne va via. Il tempo, la vita ci riporta nelle città rumorose, perché la realtà vera è quella delle città rumorose. Il resto è illusione tanto che l’azzurro è visibile solo a pezzi, sopra gli stipiti di porte e finestre. In città, nel grigio, il nostro animo si intristisce, la pioggia sfinisce l’uomo e la città.
Sembra che la luce intuita prima sia ormai persa …
Ma, accade invece l’inaspettato. Un giorno, da un portone malchiuso, lì tra il grigiore della città, tra gli alberi di un cortile appaiono agli occhi i gialli dei limoni. Ma allora era tutto vero, il potere della luce, dell’energia della forza dei limoni si impone alla vista e a tutti i sensi. I limoni infatti fioriscono e fruttificano sempre, tutto l’anno. E così e il gelo del cuore si scioglie perché il canto colorato e profumato dei limoni esplode e riempie il nostro petto, le trombe d’oro della solarità.

Nella prima strofa il poeta innanzitutto afferma di rifiutare le poesie difficili, per raccontare, invece, la realtà comune, il paesaggio semplice e colorato della sua terra, che si accende all’interno di un giardino di limoni. Qui compare per la prima volta il riferimento ai limoni, che rappresentano lo stato d’animo del poeta.

Nella seconda strofa il paesaggio Ligure diventa l’occasione per un’esperienza meravigliosa: la calma dell’estate, l’azzurro del cielo, il profumo dei limoni, tutti questi elementi creano un’atmosfera di sospensione che sembra preannunciare un evento miracoloso, quello che è anticipato dalla “dolcezza inquieta”. Ma quell’inquietudine è mitigata dalla fragranza delle piante di limone che rassicura l’uditore.

La terza strofa si apre invece alla magia, alla dimensione immateriale, spirituale forse, al miracolo laico di cui parla Montale. Il poeta afferma, con certezza, che si può vedere al di là della realtà che tutti vedono. Lui sembra dirci: “attenti, la realtà non è solo quella che vedete”! E sono magici i momenti in cui si può accedere a quella realtà. Sono quelli i momenti in cui la dimensione divina dell’uomo si mostra, perché è stata evocata, è stata disturbata e quindi è emersa.

La quarta strofa è giocata come l’antitesi in un testo argomentativo. Non c’è nulla di vero, sembra dire il poeta. Quella magia evocata dai limoni è solo un’illusione, un’illusione che è sfumata. La verità è un’altra, la realtà è triste e grigia, monotona. Era tutto finto, solo il grigiore e la tristezza sono reali. Ma … un giorno, nel grigiore appare di nuovo il colore dei limoni. Eccolo qui il varco, la via d’uscita, la verità … e allora, qual era l’illusione?  Qui il poeta sembrqa volerci chiedere di scegliere, ma ribadisce che, proprio in mezzo al grigiore, esplodono le trombe d’oro della solarità.

La realtà è un’illusione, benché persistente.

Albert Einstein

  • E io, quale via d’uscita io posso trovare? 
  • Cosa voglio fare? A quale illusione decido di credere? 
  • In coda voglio credere?

Spesso il male di vivere ho incontrato

Questa è una delle più famose poesie di Montale nella quale il poeta utilizza la tecnica del correlativo oggettivo per esprimere uno stato d’animo.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La poesia è costituita da due strofe le due strofe sono introdotte da due parole in antitesi, in polarità: male e bene.

Nella prima strofa in cui il poeta ci parla del male di vivere egli ci mostra tre immagini del male di vivere, nella seconda invece egli ci mostra la via d’uscita.

Il male di vivere è rappresentato da tre immagini:

  • il rivo strozzato che gorgoglia: il corso d’acqua che viene bloccato da qualche ostacolo e che rumoreggia,
  • l’accartocciarsi della foglia riarsa: attenzione qui non si parla di una foglia secca in autunno, quando è naturale che cada, qui il male di vivere è rappresentato da una foglia che si accartoccia perché è senza acqua, è assetata;
  • un cavallo stramazzato, a terra.

Il male di vivere è una condizione di disagio esistenziale che il poeta analizza racconta nelle sue varie liriche, un dolore, un male che è presente nella normalità della vita e che non deriva da alcun atto violento.

Qui però lo mette in polarità con il bene.

Infatti la seconda strofa esordisce con la parola “bene”. “Bene non seppi” cioè non ho trovato altro bene cioè “al di fuori del prodigio”, del miracolo, “che schiude la divina Indifferenza” che è permesso dall’indifferenza sovrumana; al male di vivere il poeta oppone il prodigio della divina Indifferenza.

E come possiamo capire cosa intende quando parla di Divina indifferenza? Il poeta ci offre altre tre immagini:

  • la statua che, alta, impettita, guarda tutto quello che accade, senza lasciarsi influenzare, durante le ore della calura pomeridiana, quando la sonnolenza avvolge la mente dell’uomo;
  • la nuvola che vaga nel cielo, che dall’alto riesce a vedere tutto, che non si lascia coinvolgere, ma che sempre osserva;
  • il falco in alto levato, il falco che parte dal terra e si eleva al di sopra di tutto e guarda le vicende degli uomini dall’alto.

La divina Indifferenza è dunque quell’atteggiamento che ci permette di prendere distanza dalle piccole fatiche quotidiane, per alzare lo sguardo al di là dell’orizzonte, per ampliare il nostro orizzonte, per essere più vicini al cielo, come la statua come la nuvola come il falco.

Quindi qual è la ricetta del … bene di vivere … in opposizione al male di vivere? È quella di riuscire a guardare le cose con distacco, come testimoniano tante tradizioni spirituali.

L’invito del poeta è quindi quello di non lasciarci schiacciare a terra, di puntare verso l’alto, di non farci travolgere dalla piccole cose della vita. E dal momento che questo non è facile il poeta ritene che ci sia del miracoloso nel riuscire a mantenere la divina Indifferenza.

Lettura di Vittorio Gassman

Le occasioni

La raccolta comprende circa cinquanta liriche composte tra il 1926 e il 1939. Il tema di queste liriche è legato all’attesa di una presenza
d’amore capace di salvare l’uomo dal nulla.

Il titolo della raccolta mette in evidenza il fatto che ogni testo sia legato a una particolare occasione. Queste occasioni sono da intendersi come un istante fatale dell’esistenza, uno di quegli istanti in cui appare, all’improvviso, la possibilità:

  • di intravedere una realtà diversa da quella che si vede,
  • di afferrare un senso.

Rispetto a Ossi di seppia, nelle Occasioni

  • cambia il paesaggio, si passa dalla Liguria alla Toscana
  • la riflessione del poeta acquista una maggiore dimensione politica e sociale.

I temi affrontati nella raccolta Occasioni sono:

  • la precarietà del destino,
  • la lacerazione legata alla separazione,
  • la contemplazione,
  • la tragedia della guerra,

Il personaggio femminile che domina le liriche diquesta raccolta è Clizia, pseudonimo di Irma Brandeis, la studiosa americana con cui Montale aveva stretto una relazione.

Clizia – Irma Brandeis

Irma era ebrea. Quando anche in Italia vennero applicate le leggi razziali Irma dovette scappare e tornare negli Stati Uniti. Questa separazione causò una lacerazione nell’anima del poeta.

Le donne incontrate in questa raccolta sono celebrate nel ricordo. Nel ricordo diventano figure angeliche, simbolo di bellezza e purezza ideali, capaci di dare un senso alla vita, di preservare l’uomo dalla follia e di consentirgli di sopravvivere all’inferno.

La raccolta sembra un canzoniere d’amore ambientato nei tempi minacciosi del totalitarismo nazifascista.

Anche in questa raccolta Montale riprende l’uso del «correlativo
oggettivo», cercando di tradurre il proprio mondo interiore in oggetti
e immagini allegoriche.

In alcune liriche il linguaggio è difficile, allusivo e a volte oscuro.

Il lessico in particolare è ricco, ricercato e colto.

Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’alte ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

La poesia è dedicata a Irma Brandeis, il suo angelo salvifico. Lei arriva dal cielo, come per magia, in un giorno freddo.

Clizia, è il suo angelo: la tradizione dell’angelo proviene dalla tradizione stilnovistica, l’uso dello pseudonimo porta con sé la tradizione della lirica cortese e quella più recente di Petrarca.

La presenza dell’angelo libera il poeta dalla mediocrità del presente e porta luce nella terribile oscurità del periodo storico in cui il poeta sta vivendo.

In queste poesie Montale delinea la psicologia di un uomo assediato dalla presenza-assenza della donna amata.

Il messaggio che ne deriva è caratterizzato da una speranza che diventa fiducia nel momento in cui l’angelo arriva. L’angelo è messaggero di salvezza per l’umanità.

Nella conclusione il poeta sembra voler dire che il messaggio salvifico non è per tutti in quanto non tutti sono ancora pronti ad accogliere il miracolo.

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Tu non ricordi la casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

La bufera e altro

La raccolta, pubblicata nel 56, comprende cinquantotto liriche, composte fra il 1940 e il 1954 e suddivise in sette sezioni.

La «bufera» del titolo allude alla guerra, ma diviene anche emblema di tutte le forme che il dolore può assumere nella vita dell’uomo; In questa ottica il nazifascismo appare una manifestazione del male assoluto.

Fu quello un periodo denso di avvenimenti:

  • la morte della madre,
  • la malattia di Drusilla,
  • la guerra,
  • la resistenza,
  • la guerra fredda,
  • la società di massa,
  • la paura per la guerra nucleare

Il poeta sperava nel rinnovamento dopo lal guerra e la resistenza, ma vive la delusione postbellica. Egli assiste all’affermarsi della società di massa e vive la nuova paura che incombe sul mondo: la minaccia della guerra nucleare. La situazione politica mondiale sembra far perdere la speranza a Montale che in questa raccolta affronta i temi

  • della violenza,
  • della follia della guerra,
  • delle speranze deluse nella fase di ricostruzione.

In questa raccolta affronta temi vari, da quelli alti e sublimi a quelli più quotidiani e colloquiali.

•Clizia figura mitologica •Abbandonata da apollo, trasformata in girasole, segue sempre il sole – conduce chi la ama alla verità e alla poesia  à poesia è un momento magico che dura un attimo •Clizia portatrice di valori positivi (moderna beatrice) porta messaggio di speranza •L’io lirico si concentra nella quasi religiosa attesa della salvezza per tutti – una salvezza laica, che ha e porta speranza •Questi valori si oppongono alla barbarie della guerra •Si tratta di una poesia allegorica •Non si può comprendere il significato della poesia bufera se non si conosce il dramma della guerra

Anche qui Clizia rappresenta la speranza e la consolazione: solo la tenacia dell’amore può ribaltare la negatività della storia.

A volte la figura femminile sembra acquisire un valore religioso, di mediazione fra l’uomo e Dio, come la donna angelo di Dante.

Ma non c’è solo Clizia,; a lei si contrappongono altre due figure femminili, più sensuali.

Anche in questa raccolta le scelte formali nascono da un’esigenza
di aderenza al contenuto. La realtà storica è tragica e lacerata, a questa corrisponde un linguaggio poetico caratterizzato da registri diversi che creano una studiata disarmonia.

Montale non è interessato ai fatti concreti, quindi rinuncia alla cronaca e alla descrizione e evoca la guerra solo per via metaforica: la guerra è in realtà il segno di un principio infernale, di un’istanza cattiva e perversa.

La bufera

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio

Satura

La raccolta Satura, pubblicata nel 1971, appartiene all’ultima stagione poetica di Montale. L’ultima stagione poetica di Montale si apre dopo diversi anni di silenzio. Tra il 1971 e il 1980 Montale pubblicò cinque raccolte di versi.

  • Satura nel 1971,
  • Diario del ‘71 e del ‘72 pubblicato nel 1973,
  • Quaderno di quattro anni nel 1977,
  • Altri versi e Poesie disperse nel 1980.

Il titolo rimanda a un genere letterario della poesia latina che mescolava componimenti poetici scritti in forme diverse e che trattavano di argomenti vari, come favole o riflessioni morali o altro ancora. Ma il termine fa anche riferimento a testi, a carattere moralistico, comico, ironico o addirittura sarcastico.

In questa raccolta Montale adotta un linguaggio semplice e quotidiano per parlare, con tono ironico, dei piccoli accadimenti della vita quotidiana.

Lo stile delle poesie di questi anni è radicalmente cambiato. Possiamo dire che in questo periodo si inaugura per Montale una nuova stagione poetica, nella quale le sue poesie si avvicinano sempre di più alla forma della prosa, in cui il linguaggio utilizzato è molto vicino al linguaggio parlato. Montale ritiene infatti che la società di massa non abbia più bisogno di poesia destinata a pochi eletti, ma ritiene che la poesia possa e debba arrivare a tutti.

Gli argomenti delle poesie montaliane sono tratti sia dalla quotidianità che della cronaca. In alcuni casi il poeta si pone in polemica nei confronti del presente. A volte non si distinguono più i valori, non è più chiara la differenza tra il bene e il male; altre volte sembra quasi che sia chiuso ogni varco, ogni via d’uscita, ogni possibilità di salvezza.

Ma noi sappiamo che Montale non smette mai di cercare la via d’uscita, la strada che ci porta ad elevarci al di sopra della quotidianità. Talvolta accade che attraverso la memoria possa far riaffiorare personaggi capaci di elevarci sopra la quotidianità. In questo mondo le ombre sono depositarie dei valori del passato.

Riappare così la donna angelo, Mosca, pseudonimo di Drusilla Tanzi, la moglie defunta, che lo apre a una dimensione metafisica. Molti sono i ricordi relativi alla loro vita in comune. La quotidianità della loro relazione diventa una poesia quotidiana, fatta di piccoli gesti che si riempiono del sentimento che legava Eugenio a Drusilla.

Dai toni sublimi e tragici delle altre raccolte Montale passa a toni umili e comici.

“I primi tre libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama”

Eugenio Montale a proposito delle sue ultime raccolte

“Ho voluto suonare il pianoforte in un’altra maniera, più discreta»

Nelle sue liriche Montale ha sempre preso spunto da avvenimenti della sua vita o dell’attualità. In queste poesie molti testi scaturiscono da avvenimenti, minimi che accendono nell’autore l’atteggiamento satirico, tanto che, a volte la realtà viene rappresentata quasi come una farsa.

La raccolta è divisa in 4 sezioni:

  • le prime due Xenia I e Xenia II sono dedicate alla moglie, Drusilla Tanzi, detta anche la Mosca, morta nel 1963
  • le altre due sono Satura I e satura II. In queste liriche l’autore riflette in modo satirico su vicende legate al quotidiano. Le poesie acquistano così caratteristiche di un diario poetico, in connessione con la realtà e la vita di ogni giorno.

Ho sceso dandoti il braccio

Questa poesia è un canto di celebrazione dell’amore quotidiano fatto di piccoli gesti, un amore che lascia un terribile vuoto nel poeta dopo la morte della moglie.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Questo testo è di facile comprensione, perché nell’ultima stagione poetica Eugenio Montale usa un linguaggio che è molto vicino al linguaggio della prosa.

Nel primo verso il poeta si rivolge direttamente a lei e dice Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale. Va detto che Drusilla era affetta da una grave miopia, er questo le scale potevano diventare pericolose. L’espressione almeno un milione di scale è un’espressione decisamente esagerata, un’iperbole, ma permette di farci capire quante volte loro abbiano sceso le scale assieme e ci racconta che la loro storia è stata molto lunga.

Nel secondo verso dice e ora che non ci sei, è il vuoto ad ogni gradino. Attenti! Non dice è vuoto ogni scalino. No Eugenio Montale assolutizza: dice è il vuoto, come se si aprisse una voragine davanti a lui. In questo modo abbiamo la percezione di quanto lui senta la sua mancanza.

Il terzo verso recita anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Ecco che qui il poeta dichiara che il loro viaggio è stato lungo: si erano conosciuti nel ’27 e lei è morta nel ’63. La loro relazione era durata, tra alterne vicende, più di trent’anni. Eppure anche se lungo, questo viaggio per Montale è stato troppo breve, perché lui ora è rimasto solo.

Nel quarto verso dice il mio dura tutt’ora. Si riferisce ovviamente al viaggio della vita … e poi prosegue dicendo né più mi occorrono – cioè mi bastano – le coincidenze le prenotazioni le trappole gli scorni – cioè le frustrazioni – di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Qui Montale dichiara che non gli bastano più tutte le attività che ha sempre svolto, fatte di coincidenze e di prenotazioni. Lui è un giornalista che ha sempre girato per lavoro. Non gli bastano più quindi le piccole occupazioni della quotidianità, quelle che servono per sentirsi vivi a chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ma a che cosa si riferisce con questa espressione? Pur non dicendolo chiaramente qui Montale fa riferimento all’esistenza di un’altra realtà. Ci dice indirettamente: non crederete mica che la realtà sia solo quella che vedete? Ci suggerisce quindi l’idea che esista un’altra realtà, un’altra verità. E questo è un tema frequente nelle poesie di Montale.

Nella seconda strofa riprende dicendo di aver sceso milioni di scale. Aumenta quindi l’esagerazione: non più almeno un milione di scale, ma milioni di scale, dandoti il braccio, ma continua affermando che non lo faceva perché con quattro occhi si vede di più, non lo faceva per evitare che lei cadesse.

Qui Eugenio ci rivela qualcosa di importante. Nel verso seguente dice con te le ho scese perché sapevo che di noi due, le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.

Da queste parole emerge tutta la profondità del loro legame. Non era lui che sosteneva lei, ma era lei che vedeva di più di Eugenio, era lei che nonostante avesse le pupille offuscate, vedeva al di là della realtà che si vede. Gli occhi della donna infatti avevano la capacità di penetrare il vero senso delle cose al di là delle apparenze. Il poeta quindi riconosce che la moglie rappresentava non solo la compagna della sua quotidianità, ma soprattutto il sostegno e la guida della sua vita.

Commento

Quella cha abbiamo ascoltato è decisamente una poesia d’amore, nella quale emerge la nostalgia per quella persona che era stata particolarmente importante nella sua vita. Lui la chiamava affettuosamente Mosca perché, per colpa della sua grave miopia, indossava lenti molto spesse. Montale era solito attribuire degli pseudonimi alle donne che erano importanti per lui. Ma nonostante molte siano state le figure femminili che lo hanno accompagnato e che gli hanno ispirato poesie, in questo testo emerge con evidenza la profondità del sentimento che lo legava a Drusilla.

Drusilla in questa poesia, non ha il valore simbolico di altre figure femminili viste in altre opere come Clizia o Volpe; qui il ricordo della sua Mosca assume contorni realistici, carichi di affetto, legati a gesti quotidiani, come quello compiuto tante volte, di scendere le scale.

La prospettiva dalla quale Eugenio Montale scrive è quella della saggezza, quella di quando la vita non si lascia più travolgere dalle incombenze quotidiane, da tutte quelle attività futili che danno solo l’illusione di vivere.

In questa lirica Montale accenna, come in molte altre, ad una realtà diversa da quella che si vede, a quella realtà che Drusilla lo aiutava a vedere.

Questa è una poesia che parla di amore, della sopravvivenza dell’amore, di un amore che dura aldilà dei contrattempi della vita, al di là delle avventure o delle disavventure, al di là delle incombenze di ogni giorno.

Questo è un amore che rimane anche dopo la morte. È un amore che nonostante la morte di lei sopravvive ad ogni gradino, che risuona nel vuoto e che riverbera nell’animo del poeta.

Figure retoriche

Anafora v. 1: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”; v. 8: “Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio”;

Enjambement vv. 4-5: “né più mi occorrono/ le coincidenze”; vv. 5-6: “le coincidenze, le prenotazioni/ le trappole, gli scorni”;

Iperbole v. 1-8: “milioni di scale”; l’esagerazione sottolinea la lunga durata della vita vissuta insieme alla moglie;

Metafora v. 1: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”; v. 2: “il vuoto ad ogni gradino”; v. 3: “Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio”; vv. 5-6: “le coincidenze, le prenotazioni/ le trappole, gli scorni”; v. 9: “non già perché con quattr’occhi forse si vede di più”; vv. 11-12: “le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”;

Ossimoro v. 3: Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio;

Sineddoche v. 11: pupille (per occhi)7

“Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio

La poesia appartiene alla prima sezione Xenia. Si tratta di una poesia che parla di sua moglie Drusilla ed è un po’ particolare in quanto è strutturata in forma dialogata.

Drusilla era stata sua compagna di vita per oltre un trentennio. La loro relazione aveva raggiunto una profonda intesa. 

“Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio
perché fa ritrovare
gli ombrelli smarriti e altri oggetti
del guardaroba di Sant’Ermete”.
“Per questo solo?” “Anche per i suoi morti
e per me”.
“È sufficiente” disse il prete.

Accanto al letto di morte della Mosca s’instaura un colloquio tra il sacerdote, che l’ha assistita, e il marito – poeta. 

Il sacerdote chiede se la moglie, in vita, fosse solita pregare. Il poeta risponde che Drusilla, sì, pregava, però pregava a modo suo, cioè pregava Sant’Antonio, quando aveva perso qualcosa.

Secondo la tradizione popolare, il Santo di Padova permetteva di ritrovare gli oggetti smarriti. C’è anche una famosa filastrocca infantile che recita Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca.  Sant’Antonio è qui presentato quindi come il santo della superstizione delle donne che lo ritenevano capace di far loro trovare gli oggetti smarriti.

Poi il poeta prosegue facendo riferimento agli altri oggetti del guardaroba di Sant’Ermete. Con queste parole egli si riferisce agli oggetti che venivano dimenticati nella parrocchia di sant’Ermete, parrocchia di Forte dei Marmi dove Eugenio e Drusilla erano soliti trascorrere le vacanze estive. Alla sagra annuale venivano venduti per beneficienza tutti gli oggetti che erano stati dimenticati in parrocchia durante l’anno.

Il riferimento ai due santi è legato più al folklore popolare che alla spiritualità.

Ma dopo questo inizio scanzonato il messaggio si fa più serio. Il sacerdote accoglie la risposta ma lo incalza, vuole andare oltre e chiede:“Per questo solo?”

E la risposta del poeta “Anche per i suoi morti e per me” rivela la spiritualità di sua moglie. Drusilla pregava per i suoi genitori e pregava anche per lui.

“È sufficiente” disse il prete. La risposta del marito soddisfa il sacerdote. Non si parla mai di Dio, ma vi si allude. La donna pregava per i suoi morti, ma pregava anche per il poeta che di fronte a quella morte è smarrito e ha bisogno della preghiera della sua amata. 

Montale è poeta di una religiosità laica. Durante la sua vita, pur manifestando apertamente la sua laicità, ha continuato però a cercare nel mistero della vita umana e ad affermare la presenza di una dimensione spirituale.

Il tema di questa lirica è decisamente impegnativo, tanto che si presterebbe ad essere trattato in forme alte e solenni. Invece Montale sceglie di utilizzare un tono scanzonato, che può essere quasi scambiato per irriverente. 

Costruisce un dialogo, botta e risposta. Sono sette versi in cui due persone si alternano in ben cinque turni di dialogo, con uno scambio di battute serrato. Così abbassa il tono generale della poesia.

La struttura è teatrale. Una conversazione. Ma si tratta di una conversazione in cui ogni parola è anche una rivelazione.

Il tono sembra leggero, inizialmente grazie anche al riferimento agli oggetti di uso comune: gli ombrelli smarriti, gli oggetti del guardaroba di Sant’Ermete

Ma pian piano sembra di assistere ad una confessione rituale: la domanda, la risposta, la sequenza conclusiva. 

Il dialogo è costruito con una progressione ascendente, potremo dire un climax che va dal quotidiano al sublime. 

Ed è straordinario come termini tanto semplici siano carichi di una profonda sacralità.

Alla risposta del poeta, il prete sembra poter pronunciare la sua “sentenza definitiva”, le parole del poeta sembra che lo autorizzino ad aprire le porte del regno dei cieli a questa donna. Il tono scanzonato dell’inizio quindi si eleva nella conclusione che ha il sapore della consolazione dell’anima, una consolazione che è frequente nelle poesie di Montale. 

Fonti

  • Stefano Prandi, La vita immaginata, A. Mondadori Scuola
  • www.libriantichionline.com/divagazioni/eugenio_montale_limoni_1925
  • www.laricerca.loescher.it/letteratura
  • G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola
  • M. Magri, V. Vittorini, Tre Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, Vivere la letteratura, Zanichelli
  • G. Bellini, T. Gargano, G. Mazzoni, Costellazioni, manuale di Letteratura, Einaudi Laterza
  • G. Barberi Squarotti, I miti e il sacro: poesia del Novecento, Feltrinelli
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori
  • www.treccani.it
  • library.weschool.com
  • www.fareletteratura.it
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Duecento italiano Poesia

Il dolce stil novo

La nascita della poesia in Toscana

Il Dolce Stil Novo è una corrente poetica che prende forma e si sviluppa durante la seconda metà del 1200, ma il movimento stilnovista influenzerà la poesia italiana nel corso dei secoli successivi.  

Gli stilnovisti sono accomunati dalla convinzione che solo i “cuori gentili”, che sono contraddistinti da nobiltà d’animo, possono provare amore. Di conseguenza l’amore non può trovare sede in cuori volgari. I poeti dello Stilnovo pensano dunque che la poesia d’amore debba rivolgersi solo ad un pubblico selezionato di gentili

Con lo Stilnovo il linguaggio diventa ricercato ed aulico. Il tema prediletto dagli stilnovisti è quello amoroso: i poeti non si limitano più a cantare i patimenti dell’amore o le doti dell’amata, ma si concentrano sull’effetto che l’esperienza amorosa ha sull’anima del poeta e sulla sua esperienza terrena.

Gli autori maggiormente rappresentativi di questa corrente sono Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti e il giovane Dante Alighieri.

Guido Guinizelli

Guido Guinizelli https://www.autori.net/storiadellaletteraturaitalianadelmedioevo/2020/06/05/guido-guinizzelli

Cenni sull’autore

Guinizelli è indicato da Dante come padre del nuovo stile. Bolognese di origine, di professione faceva il giudice, è stato molto attivo nella vita politica della sua città. La sua famiglia apparteneva al partito dei ghibellini. Quando i guelfi presero il sopravvento venne esiliato.

Scrive Al cor gentile rempaira sempre amore che è considerato il manifesto dello stilnovo perché ne sono enunciati i temi della n tale componimento affronta tre temi.

  • Identità tra amore e cuore gentile: l’amore può essere provato e vissuto solo da chi sia dotato di un cuore nobile, non da tutti gli esseri umani. Si introduce quindi il concetto di nobiltà d’animo diversa da quello di nobiltà di sangue.
  • Funzione salvifica della donna: le virtù della donna hanno il potere di elevare l’animo delle persone.
  • Dimensione angelica della donna: la donna non è più una bellezza terrena, ma sembra sia scesa dal cielo, un angelo.

Per un approfondimento su questo componimento vai a https://letteritaliana.weebly.com/al-cor-gentil-rempaira-sempre-amore.html

Io voglio del ver la mia donna laudare

Il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare esprime il nuovo stile inaugurato da Guido Guinizelli. In questo sonetto la lode della bellezza e della virtù della donna amata si accompagnano al valore “salvifico” del suo saluto: quel saluto acquista un importante significato religioso perché permette di convertire alla fede cristiana chi non crede in essa. Tra le immagini con cui viene descritta la donna vi sono i tradizionali fiori (la rosa, il giglio) i corpi celesti e tutte le bellezze del mondo naturale.

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.               4

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.           8

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;               11

e no·lle pò apressare om che sia vile;           
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.         14
Parafrasi
Io voglio, in verità, lodare la mia donna e voglio paragonare a lei la rosa e il giglio: la mia donna splende e appare [e si mostra a me] più bella della stella Venere, e io paragono a lei ciò che di bello vi è lassù [in cielo].
Paragono a lei una verde campagna e [paragono a lei] l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro [i lapislazzuli] e anche i gioielli molto preziosi che possono essere donati: lo stesso Amore grazie a lei [attraverso lei] diviene più perfetto.
[La mia donna] passa per strada così bella e così nobile che fa abbassa l’orgoglio alla persona a cui lei porge il suo saluto e [oltre a questo] lo fa diventare della nostra fede [cristiana], se lui non crede in essa;
e [dico di più] non le si può avvicinare un uomo che sia di animo gretto [vile]; vi dirò che ella ha una virtù ancora più grande: nessuno può pensare male fino a quando egli la vede.

Spiegazione

Il sonetto si divide in due parti simmetriche. Nelle quartine Guinizelli loda la bellezza della donna, mentre nelle terzine sposta l’attenzione sulle sue virtù “salvifiche” dell’amata: dice infatti che la donna, con il suo saluto, abbassa l’orgoglio di chi la vede per strada: riesce cioè a rendere umili le persone. E non solo, riesce addirittura a convertire i non credenti alla fede cristiana!

La nobiltà d’animo di questa donna è un tutt’uno con la sua bellezza: non solo riesce a tenere a distanza gli uomini “vili”, cioè quelli non nobili di cuore, ma con il suo atteggiamento impedisce alle persone di pensare male.

In Guinizelli la nobiltà d’animo e l’amore sono strettamente connessi. Questo tema è molto presente nella sua poesia e diventerà uno degli elementi costitutivi dello Stilnovo.

La novità introdotta da questo autore consiste proprio nel valore religioso assunto dalla figura femminile, tanto che poi Cavalcanti e Dante la configureranno proprio come una “donna-angelo”.

Guinizelli, paragona la donna al giglio e alla rosa. I due fiori sono simbolo di purezza e nobiltà nella poesia classica e anche il loro colore ha valore simbolico. Infatti il bianco del giglio rimanda al colore della pelle e, forse, a quello del sorriso, mentre il rosso della rosa allude alle labbra.

Il paragone si arricchisce poi con altri elementi naturali. La donna è paragonata al pianeta Venere chiamato “stella dïana”, cioè la stella del giorno. Infatti la luce di Venere è l’ultima che si spegne al mattino, quindi annuncia la venuta del giorno, e la prima che si accende la sera.

L’amata è paragonata anche a elementi del paesaggio – una verde campagna, l’aria – e a variopinti elementi del mondo minerale e dei preziosi – l’oro, l’azzurro dei lapislazzuli, i gioielli – secondo uno schema che si trova poi anche in altri Stilnovisti.

Per un approfondimento su Guido Guinizelli vai a https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guinizelli http://www.treccani.it/enciclopedia/guido-guinizzelli/ https://library.weschool.com/lezione/guido-guinizzelli-poesie-stilnovo-al-cor-gentil-10833.html

Guido Cavalcanti

Cenni sull’autore

Guido Cavalcanti nasce a Firenze a metà del Duecento, in una famiglia guelfa, di parte bianca, come Dante. Fu attivo nella vita politica di Firenze e venne esiliato dopo esser stato coinvolto in disordini violenti. Fu grande amico di Dante. Di lui troviamo traccia sia nella Divina Commedia di Dante che nel Decameron di Boccaccio. Fu un uomo inquieto che aveva modi aristocratici, spirito laico e pensiero filosofico.

Chi è questa che vèn ch’ogni om la mira

Il sonetto Chi è questa che vèn è tra i più celebri di Cavalcanti. In esso troviamo due elementi: il primo è, come per Guinizelli, la lode della bellezza della donna e il secondo è relativo all’incapacità del poeta nel descrivere tale angelica bellezza. Infatti il poeta sente che la sua capacità di scrittura è limitata e non riesce a descrivere la meraviglia, la perfezione della donna amata.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?              4

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.           8

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.             11

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.       14
Parafrasi
Chi è questa donna che arriva, che ogni uomo ammira, che fa tremare l’aria di luminosità, e che porta con sé l’amore, tanto che nessuno riesce a parlare, ma ognuno può solo sospirare?
O Dio, che cosa meravigliosa sembra quando lei muove gli occhi! Lo dica Amore, poiché io non lo saprei descrivere: mi sembra una donna talmente umile che ogni altra donna, al suo confronto, io la definisco malvagia, a me sembra cattiva.
La sua bellezza poi non si potrebbe raccontare, poiché a lei si inchina ogni virtù nobile e la Bellezza stessa la indica come sua dea.
La nostra mente non è mai stata così elevata e in noi non c’è mai stata così tanta perfezione, che noi possiamo avere una conoscenza piena e completa di tale bellezza.

Metro: sonetto con schema della rima regolare ABBA, ABBA, CDE, EDC.

Il sonetto ha lo stile semplice, tipico dello Stilnovo. Celebra la bellezza della donna amata e arricchisce il tema con riferimenti religiosi secondo il modello di Guinizelli. Sviluppa il motivo dell’ineffabilità della bellezza femminile: la bellezza è espressione della grazia divina, pertanto è impossibile da cogliere e da esprimere a causa della limitatezza della mente del poeta.

Fin dall’inizio l’atmosfera del componimento è mistica. La donna è avvolta da una luce, come un’aureola, che fa ammutolire tutti coloro che la guardano; essa è umile più di qualunque altra donna e ciò la rende paradossalmente superiore a tutte le altre, mentre la Bellezza, intesa come la Dea della bellezza, la sceglie come suo modello (oggi potremmo dire come suo testimonial).

Il poeta ammira questa donna ma è consapevole di non essere in grado di cogliere pienamente tale bellezza. Qui il discorso si fa filosofico, infatti il poeta dichiara che la mente umana non è in grado di comprendere fino in fondo il miracolo di una bellezza che proviene dalla grazia divina. Si comprende così che l’esperienza amorosa dello stilnovo diventa quasi un’esperienza mistica, troppo profonda per essere espressa a parole.

Col termine ineffabilità si intende l’incapacità del poeta di esprimere a parole quello che lui sente.

Per un approfondimento su Guido Cavalcanti https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Cavalcanti http://www.parafrasando.it/POESIE/CAVALCANTI_GUIDO/Chi-e-questa-che-ven.html http://www.parafrasando.it/BIOGRAFIE/cavalcanti-guido.html http://www.treccani.it/vocabolario/ineffabile/

Il giovane Dante Alighieri

Cenni sull’autore

Il giovane Dante conosce Guido Cavalcanti che non ha ancora 20 anni. il loro legame sarà molto profondo e intenso. In quegli anni Dante Alighieri e Guido Cavalcanti fondano la scuola poetica che prende il nome di Stilnovo. Di Dante parleremo diffusamente in seguito.

Tanto gentile e tanto onesta pare

Questo sonetto è inserito nel XXVI capitolo della Vita Nova ed è considerato il sonetto più celebre di Dante. In questo testo l’autore esprime la lode della bellezza e della virtù di Beatrice e le reazioni di ammirazione che provoca in chi la vede camminare per strada.   

Il sonetto è introdotto da un testo in prosa in cui Dante presenta il contenuto della lirica.

L’autore dice che questa donna meravigliosa, definita gentilissima, era caratterizzata da tanta Grazia che, quando lei passava per la strada, le persone accorrevano per vederla.

Dice anche che quando lei era vicino a qualcuno, un’incredibile onestà e virtù arrivava nel cuore di questi, tanto che la persona non osava alzare gli occhi e non osava neppure rispondere al saluto di lei.  L’autore dichiara che questo fatto è testimoniato da molti. Lei procedeva incoronata e vestita di umiltà, senza vantarsi per l’ammirazione che suscitava.

Dante riferisce quello che viene detto su di lei: “Non è una donna, ma un meraviglioso angelo del cielo” “Lei è una meraviglia!” “Sia benedetto il Signore che crea opere così ammirabili”.

Il poeta dichiara che lei si mostrava così gentile e così bella e che tutte le persone che la guardavano sentivano dentro di sé una dolcezza onesta e soave, così grande che loro non erano in grado di spiegarla. E non basta: tra le persone che la ammiravano non c’era nessuno che all’inizio non fosse costretto a sospirare. Le virtù della donna erano così straordinarie che lui ha voluto scrivere questo sonetto affinché anche chi non la poteva vedere potesse conoscerla attraverso le sue parole.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.          4

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.          8

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi non la prova:    11

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.              14
Quando saluta qualcuno [per la strada] la mia donna  
sembra così nobile e dignitosa che ogni lingua, tremando, ammutolisce [cioè le persone non riescono più a parlare quando sono di fronte a lei]
e i loro occhi non hanno neppure il coraggio di guardarla [quindi le persone abbassano lo sguardo].
Lei prosegue, sentendosi lodare dagli altri, è così umile che sembra benevolmente vestita di umiltà; e sembra che sia una creatura venuta dal cielo sulla terra,
per mostrare un miracolo [qualcosa di straordinario].
lei si mostra così bella a chi la guarda, tanto che attraverso gli occhi suscita nel cuore una dolcezza straordinaria, che non può essere compresa da chi non l’abbia provata:
e sembra che dal suo volto si muova un soave sospiro pieno d’amore, che suggerisce all’anima di sospirare.

Metro: il sonetto ha schema delle rime ABBA, ABBA, CDE, EDC

Commento

Il sonetto costituisce un esempio semplice e formalmente perfetto di poesia in lode di Beatrice. Si noti la presenza di alcuni vocaboli propri del linguaggio stilnovista, come “gentile” (nobile d’animo), “onesta” (dignitosa nel comportamento esteriore), “piacente” (bella e di piacevole aspetto). Beatrice viene elogiata non solo per la sua bellezza ma anche per la sua straordinaria umiltà e per gli effetti che produce in chi la osserva per strada.

Il sonetto riprende molti motivi già presenti in Cavalcanti: l’apparizione della donna quando passa per strada, il saluto fa ammutolire tutti e li spinge a guardare in basso, la sensazione di essere di fronte ad un miracolo, la “donna-angelo”, la dolcezza che ispira a chi la osserva, il sospiro che provoca in chi la osserva e la consapevolezza che tale sensazione non possa essere compresa a pieno, se non da chi ne ha già fatto diretta esperienza.

Confronta le tre poesie

Per approfondire https://letteritaliana.weebly.com/tanto-gentile-e-tanto-onesta-pare.html

Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Questo sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante; è stato scritto tra il 1283 è il 1290, era indirizzato a Guido Cavalcanti, suo grande amico.  Il tema centrale di questo componimento è la concezione stilnovista dell’amicizia e dell’amore vissuti in un’atmosfera incantata. Dante trae spunto dalla tradizione letteraria francese e fa riferimento a mago Merlino, alla sua magia e ad un vascello incantato.

1. Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
2. fossimo presi per incantamento,
3. e messi in un vasel ch’ad ogni vento
4. per mare andasse al voler vostro e mio,

5. sì che fortuna od altro tempo rio
6. non ci potesse dare impedimento,
7. anzi, vivendo sempre in un talento,
8. di stare insieme crescesse ‘l disio.

9. E monna Vanna e monna Lagia poi
10. Con quella ch’è sul numer de le trenta
11. con noi ponesse il buono incantatore:

12. e quivi ragionar sempre d’amore,
13. e ciascuno di lor fosse contenta,
14. sì come i’ credo che saremmo noi.
 

Parafrasi
Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io fossimo presi, catturati, come per magia e fossimo e messi su una piccola nave; e vorrei che questa nave andasse per mare, mossa dal soffio del vento, seguendo il mio ed il vostro desiderio,
in modo tale che una tempesta o un altro tipo di cattivo tempo non ci potesse essere di ostacolo, non ci potesse dare alcun impedimento; anzi vorrei che, vivendo sempre in linea con i nostri desideri [talento], aumentasse sempre la voglia di stare insieme.
Io vorrei poi che Mago Merlino, il buon mago [incantatore, il mago buono della tradizione bretone] ponesse sulla barca con noi donna Vanna e donna Lagia [due splendide donne di Firenze] e anche quella donna [di cui non dice il nome] che è al trentesimo posto nell’elenco delle donne più belle della città
E vorrei che su questo vascello incantato noi trascorressimo il tempo a parlar d’amore e vorrei che ognuna di loro fosse felice, serena, così come credo che saremmo noi tre.

Commento

Il sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante ed è considerato come l’atto di nascita di quel movimento poetico che Dante stesso definirà “dolce stil novo”. Questo nuovo stile è caratterizzato da una lingua più delicata, limpida e sensibile ed è prerogativa di una ristretta cerchia di spiriti nobili.

Il tema principale del sonetto è la descrizione di un sogno ambientato nel mondo cortese, un sogno completamente staccato dalla vita reale in un ambiente di fantasia.

Le quartine raccontano dell’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, tre poeti stilnovisti; nelle terzine, invece, si introduce l’elemento principale che li accomuna, ovvero il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto esclusivo, fiabesco e rarefatto, tra spiriti eletti: tre uomini e tre donne.  

L’iniziale desiderio di Dante, “Guido, i’ vorrei”, si trasforma poi in un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici, in un crescendo del desiderio.

C’è una incredibile modernità in questo testo: infatti Dante mette sulla barca dei suoi sogni tre amici e tre donne, con le quali parlare di amore. Il suo sogno è che questa comunità ideale possa parlare, immergersi in ragionamenti amorosi, condividendo pensieri e sogni, in modo che ognuno di loro possa essere felice.

Sono interessanti anche altri due elementi: il tre e il trenta.

  • Dante utilizza il numero tre (tre gli amici e tre le donne amate) che è un numero legato al concetto di perfezione che ha quindi grande valenza simbolica.
  • Nel verso 10 parla di una donna ‘quella ch’è sul numer de le trenta’. Dante allude ad un suo componimento, ora perduto, in cui aveva elencato le sessanta donne più belle di Firenze. La donna invitata era quella che occupava il trentesimo posto di questa lista e che sicuramente i suoi amici conoscevano bene.

Forma: Sonetto di quattordici endecasillabi con schema di rime: ABBA-ABBA- CDE EDC

Figure Retoriche

  • Apostrofi – “Guido” (v. 1);
  • Allitterazioni – della “v: “vasel, vento, vostro” (vv. 3-4); della “s”: “stare, insieme, crescesse, disio” (v. 8); della “r”: “ragionar, sempre, amore” (v. 12);
  • Anastrofi – “di stare insieme crescesse il disio” (v. 8); “con noi ponesse il buono incantatore” (v. 11);
  • Polisindeti – “tu e Lapo ed io” (v. 1); “e monna Vanna e monna Lagia” (v. 9);
  • Perifrasi – “il buono incantatore” (v. 11);
  • Metafore – “vasel” (v. 3);
  • Similitudini – “contenta / sì come io credo che saremmo noi” (vv. 13-14).

Molte delle parole usate da Dante ci aiutano a capire che Dante sta esprimendo un desiderio: vorrei, incantamento [magia], vasel [vascello], fortuna, talento [desiderio], incantatore [Mago Merlino].  

La struttura del sonetto è circolare. Infatti il poeta inizia parlando in prima persona nel primo verso (“vorrei”) e anche nell’ultimo (“credo”).

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

A. Ronconi, M. M. Cappellini, A. Dendi, E. Sada, O. Tribulato, LA MIA LETTERATURA, C. Signorelli Scuola.

Categorie
Letteratura italiana Poesia Trecento

Francesco Petrarca

Perché è famoso?

  • Petrarca ha influenzato la lirica occidentale e la poesia amorosa fino ai giorni nostri.
  • È considerato il padre della cultura europea moderna.
  • Anche se quasi contemporaneo di Dante, che vive la religiosità cristiana con un’ottica medievale, Petrarca incarna una religiosità più moderna, più intima e tormentata.
  • Petrarca è un intellettuale moderno, attuale, caratterizzato dall’incertezza e dal dubbio, perennemente insoddisfatto dei risultati artistici ottenuti, sempre alla ricerca di una verità che si nasconde nell’intimo dell’anima.
  • La sua vita fu sempre segnata dal conflitto interiore: da un lato le glorie e i piaceri della vita mondana, dall’altro l’aspirazione all’elevazione spirituale, al distacco dal mondo.
  • Come molte moderne correnti di pensiero Petrarca è più portato a porsi domande che a dispensare risposte.

Nato sotto il segno dell’esilio

Francesco Petrarca nasce ad Arezzo nel 1304, da Pietro di Parenzo, notaio, guelfo bianco, amico di Dante, esiliato da Firenze nel 1302. Francesco dunque nasce «sotto il segno dell’esilio» e per questo lui dichiara di sentirsi «straniero ovunque».
Nel 1312 si trasferisce ad Avignone perché il padre era impiegato presso la corte pontificia. Nel 1316, per volontà del padre, intraprende gli studi di legge a Montpelier, studi che prosegue nel 1320 a Bologna insieme al fratello Gherardo.
Nel 1326, muore il padre. Lui decide allora di abbracciare la carriera ecclesiastica e prende gli ordini minori. La sua scelta non è dettata da una chiamata religiosa, ma dal desiderio di seguire la sua vocazione letteraria e filosofica.
Il 6 aprile 1327 torna ad Avignone. Francesco racconta che quel giorno, nella chiesa di Santa Chiara, incontra Laura, la donna alla quale dedicherà poi tutte le sue liriche d’amore. Non abbiamo notizie storiche su questa donna. Quello che sappiamo è stato riferito da Petrarca. Ma una cosa è certa, questo incontro cambia la vita del poeta. Per questo tale evento è caricato dal poeta di un profondo significato simbolico.
In quegli anni entra a servizio del cardinale Giovanni Colonna come cappellano di famiglia. Questo incarico lo porta a viaggiare molto ma gli concede ma anche di trovare pace e isolamento per i suoi studi. Sono gli anni in cui si dedica alla filologia e in cui fa importanti scoperte filologiche.

Nel 1337 si stabilisce a Valchiusa, un luogo di pace e studio, dove però inizia una relazione dalla quale nascerà il suo primo figlio naturale. Il conflitto interiore che segnerà tutta la sua vita, lui sarà sempre diviso tra il sogno di una vita ascetica e la ricerca della gloria poetica, emerge così anche nella sua vita.

In quegli anni inizia a lavorare ai Trionfi, al De viris illustribus e ai nove canti dell’Africa. Nel 1340 gli fu offerta la Laurea poetica, titolo di massimo prestigio per un poeta, sia da Roma che da Parigi. Petrarca decise di accogliere la proposta di Roma e venne esaminato a Napoli dal Re Roberto d’Angiò. L’8 aprile del 1341 fu quindi incoronato poeta a Roma, in Capidoglio ottenendo il privilegium laureae, titolo che conferiva il diritto di insegnamento.


Il 1343 è un anno molto importante per il poeta:

  • nasce la sua seconda figlia, evento che testimonia l’incoerenza della sua vita;
  • il fratello Gherardo decide di farsi monaco certosino; la scelta di coerenza del fratello mostrano a Francesco la sua vita incoerente;
  • muoiono alcuni dei suoi protettori, tra cui lo stesso re di Napoli Roberto d’Angiò;
  • conosce Cola di Rienzo.

Questi eventi aprono un periodo di profonda crisi spirituale per Petrarca che percepisce la vanità della vita e si accentua il suo senso di colpa: lui non riesce a staccarsi dalle cose terrene e a placare il suo bisogno di gloria.
In quest’anno scrive il Secretum, il De otio religioso, e i Psalmi penitentiales e tra il 1342 e il 1343 inizia la stesura del Canzoniere. Tra il 1346 e 1347 inizia il De vita solitaria e il Bucolicum carmen.

Il periodo di crisi esistenziale fa risvegliare anche la sua coscienza morale e religiosa. Decide di partecipare attivamente agli eventi politici. Si definisce in lui il disegno utopico della restaurazione di un ordine universale. Questo è un pensiero molto medievale; ricordiamo che anche Dante aveva accarezzato un simile sogno.
Nel 1347 infatti Petrarca appoggia il tentativo rivoluzionario di Cola di Rienzo a Roma. Lui tenta di raggiungerlo ma quando Cola viene arrestato, Francesco si ferma a Verona e va poi a Parma.
E proprio a Parma, nel 1348, lo raggiunge la notizia della morte di Laura, vittima della peste. Scrive allora Il trionfo della morte.
Sono anni inquieti per il poeta che fino al 1362, continua irrequieto a spostarsi tra Verona, Mantova, Padova, Firenze e Milano; scrive De remedii utriusque fortunae.
Nel 1350 conosce Giovanni Boccaccio, già amico di Roberto d’Angiò. Con lui si crea un legame profondo.
Tra il 1362 e il 1368 rimane a Venezia e scrive De sui ipsius et multorum ignorantia. Nel 1368 avvia la costruzione di una casa sui colli Euganei nel padovano, ad Arquà dove poi si trasferisce. Negli ultimi anni della sua vita si dedica alla stesura del Canzoniere. Muore ad Arquà Petrarca nel 1374, assistito dalla figlia e dal genero.

Il pensiero e la poetica

Petrarca incarna un nuovo modello di intellettuale, che crede

  • nella dignità delle lettere
  • nella forte coscienza di sé e del proprio ruolo di letterato.

Petrarca è il primo intellettuale che rompe con l’esperienza comunale e si apre a una dimensione «europea». Lui accarezza un ideale di libertà che solo la letteratura e la cultura possono garantire. Esule per nascita e perennemente in viaggio, in conflitto con i suoi tempi, preferisce parlare

  • con autori classici e cristiani del passato,
  • con i lettori del futuro.

Un altro elemento di modernità sta nel fatto che Petrarca è il primo autore italiano ad aver lasciato molte notizie su di sé. Egli non lascia che i posteri raccolgano informazioni su di lui, ma si preoccupa di costruire un autoritratto ideale da consegnare ai posteri. Anche di Laura noi abbiamo poche informazioni, tutte sue, tutte funzionali a costruire un’immagine di questo amore, che non ha nulla di storico, ma molto di simbolico.

Un altro aspetto importante nella produzione petrarchesca e nell’attenzione all’interiorità: il poeta continua una ricerca del senso della propria esistenza e della conoscenza di sé.

La sua vita è caratterizzata da un dissidio, da una lacerazione che percorre ogni giorno della sua vita; e proprio il legame tra vita e letteratura diventa lo strumento con cui il poeta dà ordine e valore simbolico ai frammenti sparsi della propria vita interiore, nel tentativo di ricomporre i moti dell’anima e le sue intime lacerazioni.

Petrarca primo filologo

Petrarca si avvicina ai classici con cui dialoga con una nuova coscienza critica e storica. Fino ad allora i testi classici erano stato letti con l’ottica cristiana tipica del medioevo che vedeva Dio al centro del mondo e di ogni respiro dell’uomo. Egli invece si approccia ai testi antichi con rispetto e attenzione, vuole capire i valori culturali e linguistici che sono alla base di quei testi, vuole conoscere i valori del mondo antico.

Ma quando Petrarca si approccia ai classici si rende però conto che le trascrizioni medievali sono piene degli inevitabili errori dei copisti. Come fare allora per capire esattamente cosa avevano scritto gli antichi? Come fare a cancellare gli errori dei trascrittori? Come restaurare opere che portano il segno deiu tempi?

Petrarca inizia a confrontare diverse trascrizioni dello stesso testo: dal confronto tra diverse versioni, dalla correzione degli errori dei diversi amanuensi, emerge un testo molto vicino alla forma originale.

Questo suo lavoro anticipa l’attività filologica che verrà consacrata dagli umanisti nel corso del Quattrocento. Si può però affermare che già con Petrarca la filologia diviene una scienza.

Petrarca rappresenta una figura di intellettuale complessa in cui convivono tratti che ne fanno un poeta moderno, precursore dell’Umanesimo, e tratti di segno opposto che delineano una figura di poeta tipicamente medievale.
È un uomo del Medioevo per la sua profonda religiosità, per l’obbedienza ai dogmi, per la formazione patristica che lo porta a mettersi in dialogo con Sant’Agostino e per i rapporti con le correnti mistiche medievali.
È uomo dell’Umanesimo per il suo amore per i classici, per l’intensa attività filologica, per la sua fede in una cultura disinteressata, per la ricerca di una vita appartata dedita allo spirito e non alle attività pratiche.
 

Confronto tra Dante e Petrarca

Le opere in latino

De vita solitaria – Scritta nel 1346 il De vita solitaria è un’opera di carattere religioso e morale. In questo testo il poeta esalta la solitudine. L’isolamento dello studioso in una cornice naturale che favorisce la concentrazione è l’unica forma di solitudine e di distacco dal mondo che Petrarca riuscì a perseguire. Lui non riteneva che tale solitudine fosse in contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto secondo lui la saggezza contenuta nei libri, nei testi classici, era in perfetta sintonia con i valori spirituali. Questa posizione è definita «umanesimo cristiano».

Il letterato deve vivere in campagna, praticare caccia, agricoltura

De vita solitaria – Francesco Petrarca

De otio religioso – Nel 1347 scrive il De ozio religioso, un trattato scritto dopo la visita al fratello Gherardo che è monaco presso la certosa di Montrieux. Petrarca rimane colpito dallo stato d’animo gioioso dei monaci, ma si rende conto che quell’isolamento rigoroso dal mondo non è adatto a lui.

Secretum – scritto tra il 1347 e il 1353 è un dialogo immaginario tra Petrarca e sant’Agostino. Questa è forse l’opera che meglio riflette la sua crisi interiore in cui il poeta esprime il suo dissidio che nasce sia dal desiderio di assaporare le gioie del mondo che dal richiamo alla religione e alla vita ascetica.

Nei tre libri confessa le sue debolezze di uomo, medita

  • sulla seduzione delle passioni terrene,
  • sulla fragilità della volontà,
  • sulla precarietà della vita terrena
  • sul problema della morte,
  • sulla sua «accidia», una complessa malattia dell’animo, paragonabile alla moderna depressione.

Epistulae – Sono lettere scritte a intellettuali, a signori, a uomini di Chiesa. Si tratta di componimenti letterari sottoposti a lunga elaborazione. Queste lettere tracciano il ritratto ideale del letterato che deve adempiere al suo ruolo di guida degli uomini del suo tempo, a cui deve offrire la saggezza ottenuta attraverso la conoscenza della letteratura latina.

Africa – è un poema epico rimasto incompiuto sulla seconda guerra punica. Scritto in esametri latini ha come obiettivo la celebrazione poetica di Roma.

De viris illustribus – contiene la biografia di 37 grandi uomini romani.

Bucolicum carmen – raccoglie 12 egloghe in cui si intrecciano elementi autobiografici e culturali.


Anche nelle altre opere latine Petrarca tratta i temi privilegiati della sua riflessione:

  • la precarietà di tutte le cose umane e terrene,
  • il mistero della morte,
  • la ricerca del senso vero dell’esistenza.

Petrarca sceglie il latino per i testi destinati ad un pubblico di dotti. Ma anche nelle opere in volgare lui trasferisce il decoro classico. Nella stesura delle sue opere pratica un lavoro costante di limatura sulle sue opere, un “labor limae”, finalizzato a rendere perfetta la forma dei suoi testi.

Testo dal Secretum – Una malattia interiore: l’«accidia»

Video con lettura del testo

Nel secondo libro del Secretum, passando in rassegna i sette vizi capitali, Agostino mette spietatamente in rilievo il peccato più grave di Francesco: l’accidia.

Non si tratta di pigrizia né di una patologia ma di una malattia morale e psicologica, priva di cause precise che trascina l’individuo in una condizione di passività segnata da noia esistenziale, sconforto e angoscia.

AGOSTINO Ti domina una funesta malattia dell’animo, che i moderni hanno chiamato accidia e gli antichi aegritudo.
FRANCESCO II nome solo di essa mi fa inorridire.
AGOSTINO Non me ne meraviglio, poiché ne sei tormentato a lungo e gravemente.
FRANCESCO È vero; e a ciò s’aggiunge che mentre in tutte quante le passioni da cui sono oppresso è commisto un che di dolcezza, sia pur falsa, in questa tristezza invece tutto è aspro, doloroso e orrendo; e c’è aperta sempre la via alla disperazione e a tutto ciò che sospinge le anime infelici alla rovina. Aggiungi che delle altre passioni soffro tanto frequenti quanto brevi e momentanei gli assalti; questo male invece mi prende talvolta così tenacemente, da tormentarmi nelle sue strette giorno e notte; e allora la mia giornata non ha più per me luce né vita, ma è come notte d’inferno e acerbissima morte. E tanto di lagrime e di dolori mi pasco con non so quale atra voluttà, che a malincuore (e questo si può ben dire il supremo colmo delle miserie!) me ne stacco.
AGOSTINO Conosci benissimo il tuo male; tosto ne conoscerai la cagione. Di’ dunque: che è che ti contrista tanto? il trascorrere dei beni temporali, o i dolori fisici o qualche offesa della troppo avversa fortuna?
FRANCESCO Un solo qualsiasi di questi motivi non sarebbe per sé abbastanza valido. Se fossi messo alla prova in un cimento singolo, resisterei certamente; ma ora sono travolto da tutto un loro esercito.
AGOSTINO Spiega più particolarmente ciò che ti assale.
FRANCESCO Ogni volta che mi è inferta qualche ferita dalla fortuna, resisto impavido, ricordando che spesso, benché da essa gravemente colpito, ne uscii vincitore. Se tosto essa raddoppia il colpo, comincio un poco a vacillare; che se alle due percosse ne succedono una terza e una quarta, allora sono costretto a ritirarmi – non già con fuga precipitosa ma passo passo – nella rocca della ragione. Ivi, se avviene che la fortuna mi si accanisca intorno con tutta la sua schiera, e mi lanci addosso per espugnarmi le miserie della umana condizione e la memoria dei passati affanni e il timore dei venturi, allora finalmente, battuto da ogni parte e atterrito dalla congerie di tanti mali, levo lamenti. Di lì sorge quel mio grave dolore: come ad uno che sia circondato da innumerevoli nemici e a cui non si apra alcuno scampo né alcuna speranza di clemenza né alcun conforto, ma ogni cosa Lo minacci. Ecco, le macchine sono drizzate, sotto terra i cunicoli sono scavati, già oscillano le torri; le scale sono appoggiate ai bastioni; s’agganciano i ponti alle mura; il fuoco percorre le palizzate. Vedendo d’ogni parte balenare le spade e minacciosi i volti nemici, e prevedendo prossimo l’eccidio, non paventerà esso e non piangerà, posto che, se anche cessino questi pericoli, già solo la perdita della libertà è dolorosissima agli uomini fieri?
AGOSTINO Benché tu abbia trascorso su tutto ciò un poco confusamente, pure capisco che la causa di tutti i tuoi mali è un’impressione sbagliata che già prostrò e prostrerà infiniti altri. Giudichi tu di star male?
FRANCESCO Anzi, pessimamente.
AGOSTINO Per qual ragione?
FRANCESCO Non per una, certo, ma per infinite.
AGOSTINO Tu fai come quelli che per qualsiasi anche lievissima offesa tornano al ricordo dei vecchi contrasti.
FRANCESCO Non è in me piaga così antica che abbia ad essere cancellata dalla dimenticanza; le cose che mi tormentano sono tutte recenti. E ancor che col tempo qualche cosa si fosse potuta sanare, la fortuna torna cosi spesso a percuotere in quel punto, che nessuna cicatrice può mai saldare l’aperta piaga. Aggiungi l’aborrimento e il disprezzo dello stato umano; da tutte queste cagioni oppresso, non mi riesce di non essere tristissimo. Non do importanza che questa si chiami o aegritudo o accidia o come altrimenti vuoi. Siamo d’accordo sulla sostanza.
AGOSTINO Poiché, a quanto veggo, il male ti si è abbarbicato con profonde radici, non basterà averlo tolto via alla superficie, che rispunterebbe rapidamente: bisogna strapparlo radicalmente; ma sto incerto donde incominciare, tante sono le cose che mi trattengono. Ma per agevolare l’effetto dell’opera col ben precisare, percorrerò ogni singolo particolare. Dimmi dunque: quale cosa ritieni per tè precipuamente molesta?
FRANCESCO Tutto quanto primamente vedo, odo ed intendo.
AGOSTINO Perbacco, non ti piace nulla di nulla.
FRANCESCO nulla o proprio poche cose.
AGOSTINO Speriamo almeno che ti piaccia ciò che è salutare! Ma che ti spiace di più? Rispondimi per favore.
FRANCESCO Ti ho già risposto.
AGOSTINO Tutto ciò è caratteristico di quella che ho chiamata accidia. Tutte le cose tue ti spiacciono.
Trad. it. di E. Carrara, in F. Petrarca, Prose.

Commento

Lettura del commento

Nel Secretum l’autore ci mostra un animo sdoppiato. Nella misteriosa e inaccessibile interiorità dell’animo umano si nascondono contraddizioni difficili di risolvere. Il dialogo cerca di spiegarle: infatti Petrarca contrappone due posizioni: la voce di Agostino, ovvero la voce religiosa, e quella di Francesco, la voce dell’uomo.

Agostino, la voce religiosa dell’animo di Petrarca, mostra come l’accidia, la pigrizia esistenziale di Petrarca, sia dannosa per Francesco. Agostino ritiene che il tormento di Francesco si possa eliminare solo estirpando le cause del male. Agostino analizza le manifestazioni dell’accidia e le sue cause e sostiene che solo agendo sulle cause di essa il poeta potrà ritrovare la libertà interiore, una libertà che può essere rafforzata dalla fede.

Ma quali sono i motivi della sua oppressione? L’essere vittima della percezione del tempo che passa inesorabile, i dolori fisici, della contrarietà del destino.

Secondo Agostino il dramma di Francesco è legato ad un errore di valutazione sulla realtà.

L’uomo, incapace di rafforzare la sua razionalità, di gestire un ricordo, cede all’irrazionalità (un’impressione sbagliata che già prostrò e prostrerà infiniti altri..; tu fai come quelli che per qualsiasi anche lievissima offesa tornano al ricordo dei vecchi contrasti).

Francesco al contrario esagera la negatività della sua condizione. Usa immagini tratta dal mondo militare, immagini che troviamo anche in alcuni suoi sonetti: quella dell’assedio.

Il poeta dice di vedere espugnata, suo malgrado, la rocca della ragione da un esercito di fattori avversi. Molti elementi lo schiacchiano e lo costringono a percepire solo la miseria dell’uomo, caratterizzato solo da contraddizioni e debolezze.

Ma da questa riflessione emerge dato nuovo ed inaspettato: stare in questa condizione di prostrazione interiore procura al poeta un amaro piacere, “atra voluttà”. C’è qualcosa di dolce in questo suo sentire!

Questa sensazione è caratterizzata quindi da ambiguità: Francesco ammette di staccarsi a malincuore dalla triste meditazione sulla sua condizione.

Agostino in un altro passo del Secretum accusa Francesco di non volersi liberare davvero di questo strano piacere prodotto dallo stato accidioso, pieno di nostalgia e di ricordi contraddittori, come l’amore per Laura.

E Agostino dice chiaramente che con l’aiuto della forza di volontà si riesce ad estirpare il male causato dall’accidia: solo la forza di volontà può estirpare radicalmente questo atteggiamento.

Francesco conferma il rapporto della sua accidia con il ricordo. Ogni ferita del passato lascia il suo segno nell’animo umano, ogni esperienza dolorosa lascia cicatrici nell’animo dell’uomo.

Seconfdo Francesco nessuna nuova esperienza permette di rinnegare le ragioni delle passioni che hanno travolto l’uomo. Tali passioni mostrano la debolezza dell’essere umano e talvolta la amplificano (Non è in me piaga così antica che abbia ad essere cancellata dalla dimenticanza; le cose che mi tormentano sono tutte recenti).

In conclusione Agostino e Francesco definiscono l’accidia come un sostanziale rifiuto della realtà.

I temi

L’accidia è la malattia dell’anima che colpisce la volontà dell’individuo e la priva di ogni energia. Ma c’è dell’altro: chi è affetto da questo male non vuole veramente guarirne, perché l’accidia provoca una sorta di autocompiacimento.

La malattia, come afferma Petrarca in altri luoghi della sua opera, nasce da un’errata valutazione delle cose umane: noi sentiamo il desiderio religioso dell’eterno, dell’infinito. Questa tensione non può essere soddisfatta dalle tensioni umane. Le cose umane ci attraggono, ma quando le raggiungiamo, le otteniamo, il loro possesso si rivela fragile ed effimero. Da questo deriva una continua insoddisfazione, un’inquietudine costante che può portare all’inerzia.

L’accidia di Petrarca consiste nel dissidio interiore, tra cose umane e cose divine, nel quale il poeta continua dibattersi. Questo dissidio è alimentato da un desiderio vago e mai appagato che non ha un aspetto ben definito. Questa lacerazione dell’animo si traduce in inerzia morale che gli impedisce al poeta di compiere qualsiasi azione risolutiva. Inoltre questa condizione interiore si accompagna anche alla consapevolezza che i beni terreni sono vani.

La consapevolezza della vanità delle cose del mondo porta il poeta a vivere in una condizione di perenne malinconia da cui non riesce ad uscire.

La struttura e le forme

Il brano ha struttura di testo argomentativo. Il discorso è condotto dalle domande di Agostino. Francesco nelle sue risposte descrive le sue esperienze interiori.

Agostino gli rimprovera in particolare l’accidia, la sua malattia dell’anima.

Francesco ne descrive accuratamente i sintomi: per essere più chiaro ricorre a metafore di carattere militare come “la rocca della ragione” e “le macchine d’assedio”. Poi ne ricerca le ragioni e considera che non ha alcun interesse, non prova gioia per ciò che gli sta intorno: nulla gli piace, tutto lo affligge.

Domande
 Comprensione
1.  L’argomento del brano è l’accidia: che cosa è esattamente?
2. L’accidia coglie Francesco per lunghi periodi o per brevi periodi?
3. Qual è l’origine del male di Francesco?
 Analisi
4. All’interno del dialogo qual è la funzione di Agostino?
5. Le risposte di Francesco sono esaurienti o sono vaghe ed elusive?
6. Le domande di Agostino sono incalzanti o insinuanti?
7.  Per spiegare l’origine dell’accidia quale linguaggio specifico adotta Francesco? 
Fonti:  
http://www.roberto-crosio.net/DIDATTICA_IN_RETE/SECRETUM_MAPPA.pdf
Prose. A cura de G. Martellotti e di P.G. Ricci, E. Carrara, E. Bianchi
M. Carlà, A. Sgroi, Letteratura in contesto, Palumbo editore.

Testo tratto dall’epistolario di Petrarca – Salita al Monte Ventoso

La lettera qui riportata, tradotta in italiano, è la più famosa dell’epistolario petrarchesco. È rivolta a Dionigi di Borgo San Sepolcro, un frate agostiniano che aveva regalato a Francesco Petrarca una copia delle Confessioni di sant’Agostino. Quel libro fu importante per la formazione del poeta e per la sua storia interiore. La lettera è del 26 aprile 1336: era venerdì santo il giorno di pentimento che precede la Pasqua e la Redenzione. La scelta, anche qui è decisamente simbolica.
Qui Petrarca ci racconta una camminata, una faticosa salita sulle pendici del Monte Ventoso.
[Ventoso: è il Mont Ventoux nel Comune di Malaucène, nella Provenza nord-occidentale, non lontano da Valchiusa, alto poco meno di duemila metri]

Francesco è in compagna del fratello Gherardo. Questa camminata diventa, per il poeta, l’occasione di rappresentare la propria vicenda esistenziale.

La conquista della vetta è la metafora della conquista della salvezza, della ricerca di salvezza. Ma, mentre Gherardo sale in modo sicuro e diritto, il poeta incontra continue difficoltà. Arrivato in cime al monte, Francesco legge ad alta voce un brano delle Confessioni agostiniane che sembra riferirsi proprio alla sua condizione.

Oggi spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso.
Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, sul versante settentrionale.
Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento.
La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa» [cit. da Virgilio, Georgiche I, 145-146.].
Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo.
In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni. Disse inoltre che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avessero ripetuto il tentativo.
Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto.
Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, ci diede molti avvertimenti e ce ne ripetè altri alle spalle, che già eravamo lontani.
Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente.
Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana.
Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto.
Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di
fare una strada più lunga, ma più piana.
Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava.
Annoiatomi e pentito, oramai, di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme.
Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà.
Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più.
Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere:
«Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo son invisibili e occulti.
La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce [riferimento al Vangelo di Matteo VII, 14].
Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. […]
C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non forse per ironia, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini.
Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo.
E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno.
Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. […]
Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi.
«Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna. Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste.
Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute; premettendovi le parole di Agostino:
‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. [Agostino, Confessioni II, 1, 1.]
Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio.
Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità.
È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza.
In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta:
‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’. [Ovidio, Amori III, 11, 35.]
Non sono ancora passati tre anni da quanto quella volontà malvagia e
perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un’altra, ribelle e contraria; e tra l’una e l’altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s’intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me». […]
Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo,
levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di
piccola mole ma d’infinita dolcezza.
Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota?
Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo.
Lo chiamo con Dio e testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi:
«E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». [Agostino, Confessioni X, 8, 15.]
Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già
da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.
Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio.
Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri.

Commento – Salita monte Ventoso

Lo stile di questo brano è costituito da una miscela di ricercatezza e di colloquialità. L’autore vuole creare una relazione confidenziale con il proprio interloutore, ma vuole costruire anche una narrazione esemplare, che valga come modello da imitare.

Il tema di questa lettera è quello dell’ascensione allegorica. Il monte rappresenta la vita che avvicina l’uomo alla salvezza, così come avviene per esempio nella Commedia dantesca. Le difficoltà incontrate nella salita rappresentano gli ostacoli che vanno superati per raggiungere Dio.

Ben si spiega che il fratello Gherardo salga in modo più disinvolto e spedito. Lui si era ritirato in convento e anche per questo il fratello costituiva, agli occhi del poeta, un modello di virtù a cui guardare con inevitabili sensi di colpa.

La natura allegorica del testo è rivelata dalla possibilità di leggerlo co-
me puro e semplice racconto autobiografico e di applicare a esso, ma anche come racconto del perrcosrso spirituale del poeta.

È qui cioè applicato in piccolo lo stesso modello presente nel poema di Dante.

Rispondi

1. Lo stile epistolare del testo si individua attraverso espressioni quotidiane e familiari; quali sono?
2. A che cosa servono, secondo te le citazioni?
3. A quali aspetti dell’ascesa Petrarca dà particolare rilievo?
4. Perché Gherardo sale più rapidamente di Francesco?
5. Che genere di riflessioni l’autore intreccia alla descrizione?
6. Quali significati allegorici suggerisce?
7. Perché la lettura del passo di Agostino mette in crisi il poeta?
8. Il ripiegamento su se stesso rivela il «doppio uomo» che vi-
ve in Petrarca. Quale duplicità emerge da questa lettera?

Le opere in volgare

Francesco Petrarca scrisse in volgare solo due opere Trionfi e Canzoniere, perché era convinto che fosse il latino la lingua letteraria per eccellenza e perché era certo che avrebbe raggiunto la fama proprio attraverso i suoi scritti in latino.

Nonostante questo Petrarca era consapevole che il volgare costituiva una risorsa linguistica nuova con la quale era possibile raggiungere forme espressive di elevato valore artistico.

Trionfi – Nel 1353 scrive i Trionfi, un poema allegorico in terzine a rima incatenata. Il poeta immagina di avere avuto la visione di sei carri trionfali: il carro dell’Amore, della Pudicizia, della Morte, della Fama, del Tempo, dell’Eternità.

Il Canzoniere

Titolo originale: Francisci Petrarche laureati poetae rerum vulgarium fragmenta

Il poeta e la sua Laura

Il Canzoniere è considerato il capolavoro di Francesco Petrarca. Si tratta di una raccolta selezionata e ordinata di componimenti lirici in lingua volgare. Il termine fragmenta fa riferimento sia alla frammentazione della vicenda narrata nei diversi componimenti poetici, che alla lacerazione dell’animo del poeta, quel dissidio che lo caratterizza.

La raccolta è costituita da 366 poesie (365 come i giorni dell’anno più un sonetto introduttivo). La maggior parte delle liriche è dedicata a Madonna Laura. Le prime liriche risalgono al 1337, quando si stabilì a Valchiusa: aveva conosciuto Laura il 6 aprile 1327 nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone. Quando nel 1348 muore Laura, vittima della peste, il poeta continua a scrivere poesie a Laura. In quell’anno la peste uccide molti dei suoi amici e il lutto assume un forte valore simbolico: la scomparsa della donna e quella di tanti amici, diventa il segno della fine di un’epoca. Questo spinge Petrarca ad avviare un bilancio della propria esperienza umana e intellettuale. È il momento della cosiddetta «mutatio animi», la trasformazione dell’animo, in cui matura l’idea di raccogliere le sue liriche in volgare in un libro unitario.

Il Canzoniere ha le caratteristiche dell’autobiografia, ma la vicenda va considerata come un tentativo di ricostruire idealmente la sua vita, come aveva fatto Dante nella Vita nova. Petrarca lavorò per quarant’anni a questa raccolta aggiungendo poesie e modificando di continuo l’ordine delle liriche.

L’intera raccolta è divisa in due parti che dipendono dalla condizione psicologica del poeta nei confronti della donna amata perché il suo stato d’animo muta dopo la morte di lei. Così le liriche si dividono in poesie

  • in vita di Madonna Laura, in cui Laura è presente e dominante nel suo animo,
  • in morte di Madonna Laura, nelle quali emerge il distacco dall’amore terreno.

Nelle poesie In vita di Laura, la donna è bellissima e indifferente. Il poeta è invece tormentato dal dissidio interiore. Il suo stato d’animo alterna tra momenti di gioia e di scoramento. Il paesaggio è in sintonia con lo spirito del poeta.

Nelle poesie In morte di Laura lei è compassionevole verso le sofferenze del poeta, che prova una profonda nostalgia per la sua amata. Qui Laura viene idealizzata. Anche in queste liriche il paesaggio è in sintonia con lo spirito del poeta. Sembra che l’ambiente riverberi dello stato d’animo dell’innamorato.

Temi del canzoniere

  • Amore tormentato, sia per la ritrosia di Laura, che per situazione di schiavitù a cui è stato posto da Amore.
  • Dissidio interiore: il poeta vive in perenne contrasto di sentimenti: è lacerato dal cedimento alle passioni terrene e dal richiamo religioso; ama il divino, ma non sa respingere ciò che è umano. Solo scrivendo il poeta trova pace nel dissidio.
  • Il tempo scorre – Il fascino terreno di Laura che subisce gli attacchi del tempo. Questo tema è nuovo nella poesia amorosa trecentesca.
  • Stanchezza e bisogno di quiete e di riposo. La morte viene vista come possibile soluzione.
  • Accidia è la malattia del poeta; quella di Petrarca è una malattia della volontà che lo tiene in un’eterna oscillazione tra ragione e sensi.
  • Temi politici: alcuni sonetti a tema politico rompono la monotonia dei testi amorosi; il poeta attacca la curia avignonese auspicando un ritorno a Roma.

Il Canzoniere narra quindi:

  • la storia dell’anima del poeta protagonista,
  • le sue oscillazioni tra stati fisici e psichici opposti,
  • la sua inquietudine,
  • i contrasti religiosi e morali.

Petrarca non realizza nel Canzoniere un diario sentimentale, cronologico, con intento narrativo, in quanto Laura è personaggio letterario e non biografico. Laura non è angelo, e in questo si discosta dalla tradizione dello Stilnovo, la sua immagine è solo metaforica, è una donna reale che invecchia e muore; è una donna bellissima, ma la sua bellezza sfiorisce. Inoltre mentre per gli stilnovisti la donna amata diventa un tramite per l’elevazione morale del poeta, per il suo miglioramento, Laura è percepita dal poeta come ostacolo al raggiungimento della pace spirituale. Infatti Petrarca è incapace di rinunciare ai beni terreni, sia a questo amore, pur cogliendone la peccaminosità, che ai sogni di gloria. Il poeta continua a oscillare tra la visione della donna come fonte di gioia e di beatitudine e come causa di sofferenza e rimorso.

In quest’opera Laura diventa il nodo di congiunzione tra sacro e profano.

Petrarca racconta di aver incontrato Laura il venerdì 6 aprile 1327, lui dichiara che fosse il Venerdì Santo. L’incontro è accaduto in chiesa, durante la celebrazione della passione di Cristo. Lui dà un’indicazione precisa, ma … quel giorno non era il Venerdì Santo. Questo e altri elementi fanno pensare che la figura di Laura abbia più un valore simbolico che storico.

Lo stile del Canzoniere

Nelle liriche Petrarca elimina tutti gli elementi quotidiani e concreti: usa un linguaggio selezionato per rispondere alla necessità di vincere il tempo. La lingua poetica che lui adotta è una lingua lontana dal quotidiano, è scritta solo per la letteratura. Il poeta realizza quindi una poesia controllata in cui elementi fonici, sintattici, lessicali e retorici sono in perfetto equilibrio, In tutte le sua liriche opera un attento lavoro di limatura e ottiene un linguaggio fluido ed elegante.

Le forme scelte da Petrarca sono:

  • Sonetti;
  • Canzoni: con cinque o sette stanze di endecasillabi o settenari, mantiene lo stesso schema di rime;
  • Ballate: con strofe e ritornelli, destinate alla danza;
  • Madrigali: di forma breve, realizza serie di terzine seguite da uno più distici.

Linguaggio

Lo stile petrarchesco si differenzia da quello di Dante: mentre Dante utilizza un’enorme ricchezza e varietà di stile e di registro, Petrarca usa uno stile unico costante e coerente chiamato unilinguismo.

Le forme sintattiche usate da Petrarca sono:

  • Asindeti e polisindeti: la sintassi semplice rende più armoniosa la coesione fra le parti;
  • Serie di aggettivi;

Le forme retoriche usate da Petrarca sono:

  • Chiasmi;
  • Antitesi:

Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

  • Ossimoro: … disgustoso piacere … illustre sconosciuto … silenzio assordante
  • Endiadi: solo e pensoso, lenti e tardi …
  • Enjambement tra aggettivo e sostantivo;
  • Parallelismi;
  • Calembour giochi di parole sul nome Laura

Petrarca vuole creare una lingua artificiale che applicabile solo alla letteratura.

Spazio e tempo

Lo spazio è colto soggettivamente e il tempo è segnato dalla consapevolezza del suo scorrere inevitabile. I suoi testi passano frequentemente tra presente e passato: il passato evocato dalla memoria e il presente. C’è un io di allora e un io di oggi, in cui l’esperienza soggettiva del poeta si pone come un esempio per l’uomo.

Influssi culturali nella concezione dell’amore in Petrarca

Il Canzoniere di Petrarca è una raccolta di 366 poesie, 317 dei quali sono sonetti, in cui il poeta canta il suo amore, inappagato e tormentato, per Laura.
La conflittuale vicenda d’amore non è fine a se stessa, ma è assunta a paradigma di un’esperienza più vasta. Il poeta infatti opera una continua introspezione, che lo porta ad indagare nel suo bisogno di assoluto in conflitto con il contemporaneo legame con i beni terreni.
Questo dissidio che lacera il poeta, non troverà mai una soluzione definitiva, se non nella limpidezza della forma.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

Questo è il primo sonetto del Canzoniere, ma l’ultimo per composizione. Costituisce un bilancio dell’esperienza amorosa.

PARAFRASI
Voi (lettori o ascoltatori) che ascoltate, in queste poesie staccate tra loro, il suono di quei sospiri d’amore con in quali io nutrivo il mio animo, nel tempo del mio primo traviamento giovanile, quando io ero, in parte, un uomo diverso da quello che sono ora,
 
(sottinteso voi che ascoltate il suono) dei diversi stili, con i quali io piango e mi esprimo, (mentre sono lacerato) fra le inutili speranze e l’inutile dolore, se (qualora) ci fosse (sottinteso tra di voi) qualcuno che sappia, perché lo ha provato, che cosa sia l’amore, spero di trovare (presso colui) compassione e perdono.
 
Ma ora mi accorgo chiaramente come, per tutto il popolo, sono stato, per molto tempo, oggetto di dicerie, per questo motivo spesso io provo vergogna, di me stesso, dentro di me;  
 
e la vergogna è il risultato del mio vaneggiare, il pentimento e la consapevolezza chiara che tutto ciò che riguarda la vita terrena è di breve durata.
FORMA: sonetto
SCHEMA delle rime: ABBA ABBA CDE CDE

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono viene posto all’inizio del Canzoniere, ma è stato composto più tardi, quasi sicuramente dopo la morte dell’amata Laura. Petrarca si volge indietro ed opera un bilancio della propria esperienza amorosa. Si rivolge a chi, come lui, soffre pene d’amore e chiede comprensione e perdono perché il suo “primo giovanile errore”, l’amore Laura, lo ha traviato e lo ha allontanato dall’amore per Dio. l'”io poetico” si presenta, dunque, come colui che ha sbagliato in passato ed ora se ne vergogna.

Il sonetto, quindi, rappresenta, contemporaneamente sia l’inizio che la fine, perché è collocato posto all’inizio della raccolta, ma ripercorre criticamente l’esperienza passata del poeta.

In Dante, il pentimento era legato a diversi peccati; qui, invece, l’unico peccato è stato l’amore.

L’attitudine all’introspezione è tipicamente petrarchesca, così come il binomio sacro e profano.

Petrarca inserisce un elemento di estrema modernità: la ricerca della musicalità del verso. Il poeta seleziona i termini da impiegare innanzitutto in nome della musicalità del suono: i vocaboli che formano rima o assonanza tra loro, “suono – sono – sogno”, sono le parole-chiave che costituiscono l’ossatura del Canzoniere (musicalità – poesia come espressione di sé – il sogno, l’arbitrio.

Petrarca invita noi, che ascoltiamo, che leggiamo le poesie, a partecipare ai suoi stati d’animo. Da alcune espressioni, come “rime sparse” (v. 1) e “vario stile” (v. 5) si intuisce che Petrarca condanna i suoi comportamenti, la sua incoerenza. Ma queste parole si riferiscono anche alla forma delle sue poesie. Infatti il poeta si aspettava di ottenere la gloria dal poemetto in latino Africa, mentre attribuiva un’importanza minore alle opere in volgare, le considerava frammenti, rime sparse, senza importanza.

Piani temporali

In questa poesia si intrecciano due piani temporali: il presente, che è il tempo della vergogna e del pentimento e il passato, che costituisce il momento dell’errore. In questo sonetto l’io poetico percepisce, con angoscia, lo scorrere inesorabile del tempo, da cui deriva la precarietà di tutte le cose terrene e quindi la vanità delle stesse.

La struttura del sonetto è divisa in due parti: le due quartine e le due terzine.

Nelle quartine, vi sono rime dai suoni dolci e armoniosi; qui si parla del pubblico e del contenuto dell’opera.

Nelle terzine, notiamo un certo incupimento, anche le rime hanno suoni chiusi e aspri; questa durezza scaturisce dal pentimento, dalla derisione e dalla vergogna che il poeta sente verso l’amore che lui ha vissuto per Laura. Questo amore è considerato come qualcosa di inutile, vano. Questa concezione viene evidenziata maggiormente dall’ultimo verso del sonetto: “che quanto piace al mondo è breve sogno” (v. 14). Da questo ultimo verso possiamo comprendere che il tema-chiave del sonetto è la vanità dei beni terreni.

Figure retoriche di rilievo

Il sonetto esordisce con un’apostrofe: “Voi ch’ascoltate…” in questo caso si rivolge al pubblico indistinto di tutti i suoi lettori.

Poniamo ora l’attenzione agli enjambement, che troviamo nei versi 1-2, 9-10, 10-11.

In secondo luogo ascoltiamo le allitterazioni:

La sintassi risulta tortuosa e complessa. Il poeta esordisce con un anacoluto. “Voi ch’ascoltate […] spero trovar pietà nonché perdono (vv. 1-8);

Nei versi 5 e 6 troviamo la figura del chiasmo: piango … ragiono … speranze … dolore».

Nell’ultima terzina troviamo un polisindeto: “e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto, / e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente …

Due sono i versi in cui il poeta fa uso di anastrofe.… del mio vaneggiar vergogna è il frutto” al verso 12; “favola fui gran tempo” al verso 10.

Domande relative al sonetto “Voi ch’ascoltate …”

  1. Qual è la funzione di questo primo sonetto?
  2. Nel sonetto compaiono due diverse espressioni che accennano alla struttura del Canzoniere e allo stile dei componimenti. Ritrovale e spiegane il significato.
  3. Per quale motivo Petrarca definisce il suo amore per Laura giovanil errore?
  4. In questo sonetto il poeta analizza la sua intera esistenza: passato e presente si intrecciano nella sua coscienza. Individua nel testo i termini e le espressioni che si riferiscono al presente e al passato.
  5. Nei versi 5 e 6 è presente la figura retorica del chiasmo che Petrarca usa per spiegare il suo dissidio interiore spiega In che cosa consiste la figura retorica e individua i termini che sono coinvolti.
  6. Sottolinea nel testo i termini che rimandano al campo semantico della vanità.

Arti a confronto – Vanità di Branduardi

Il tema della vanità è stato affrontato da molti artisti. Vi propongo la canzpone di Angelo Branduardi Vanità di vanità. Buon ascolto!

TESTO DELLA CANZONE
Vai cercando qua, vai cercando là,
Ma quando la morte ti coglierà
Che ti resterà delle tue voglie?
Vanità di vanità.Sei felice, sei, dei piaceri tuoi,
Godendo solo d’argento e d’oro,
Alla fine che ti resterà?
Vanità di vanità.Vai cercando qua, vai cercando là,
Seguendo sempre felicità,
Sano, allegro e senza affanni…
Vanità di vanità.Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno
Non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.Tutto vanità, solo vanità,
Vivete con gioia e semplicità,
State buoni se potete…
Tutto il resto è vanità.Tutto vanità, solo vanità,
Lodate il Signore con umiltà,
A lui date tutto l’amore,
Nulla più vi mancherà.Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno
Non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.Tutto vanità, solo vanità,
Vivete con gioia e semplicità,
State buoni se potete…
Tutto il resto è vanità.Tutto vanità, solo vanità,
Lodate il Signore con umiltà,
A lui date tutto l’amore,
Nulla più vi mancherà.
Fonte: Musixmatch Compositori: Angelo Branduardi / Luigi Magni / Luisa ZappaTesto di Vanità di vanità © Edward Kassner Music Co. Ltd

Era ‘l giorno ch’al sol

In questo sonetto si racconta il primo incontro con Laura. L’io poetico racconta che durante una celebrazione sacra il suo cuore è stato colpito dai dardi di Amore.

PARAFRASI
Era il Venerdì Santo (giorno in cui si ricorda la passione e la morte di Gesù) durante il quale i raggi del sole si oscurarono (le scritture dicono che quando morì Cristo si fece buio su tutta la terra) per la compassione nei confronti del loro Creatore; quel giorno io fui conquistato dall’amore, e non pensai a difendermi, perché i tuoi begli occhi, Laura, mi conquistarono.
(Poiché era un giorno di lutto e meditazione religiosa) non mi sembrava necessario difendermi dalle insidie di Amore; perciò ero fiducioso e senza timori; ma proprio in quel momento i miei guai ebbero inizio, i miei lamenti ebbero inizio in mezzo al dolore generale per la Passione di Cristo.
Amore mi colse del tutto disarmato, e trovò libero il varco per entrare nel mio cuore attraverso gli occhi, che ora sono diventati sorgente e luogo di passaggio delle mie lacrime.
Ritengo però che Amore non fu corretto nei miei confronti, il suo comportamento non gli fa onore, perché ha voluto colpire con la freccia me, che ero inerme; inoltre Amore non ha neppure mostrato l’arco a voi, Laura, che eravate ben difesa (dalla virtù e dalla castità).
FORMA sonetto
SCHEMA delle rime ABBA ABBA CDE DCE

Commento

Era il giorno ch’al sol si scoloraro è il terzo componimento del Canzoniere. Fa ancora parte dei testi introduttivi dell’opera che hanno lo scopo di inquadrarne e strutturarne il contenuto. Questa lirica ricorda il giorno dell’innamoramento di Francesco.

L’episodio è ambientato è il 6 aprile 1327. Ma il 6 aprile 1327 era un lunedì e non un venerdì. Petrarca modifica quindi l’elemento biografico per conferire alle date e ai numeri valore simbolico. Il poeta sceglie di far coincidere la data del suo innamoramento con l’anniversario della morte di Cristo. Questa concomitanza rappresenta quindi un presagio negativo su questo amore. Questo amore è quindi incorniciato tra due giorni di lutto, il 6 aprile 1327, giorno della Passione di Cristo, e il 6 aprile 1348, giorno della morte di Laura stessa.

L’amore per Petrarca è fonte di angoscia e Laura è quindi l’anello di congiunzione tra sacro e profano, un punto in cui le tensioni del poeta diventano dissidio e tormento.

L’amore tormentato del poeta riverbera sul dolore corale della comunità dei credenti. Queste due sofferenze sono in contrasto: alla sacralità della passione del Cristo si oppone un individuale dolore profano, una sofferenza privata. E questa situazione segna negativamente dunque questa storia d’amore che è marchiata con il marchio del peccato.

Si comincia così a definire quel dissidio inconciliabile fra la sua passione per Laura e l’amore per Dio, dissidio di cui il poeta soffrirà per tutto il corso della vita.

In questo sonetto per descrivere l’innamoramento il poeta utilizza immagini di guerra e di prigionia: gli occhi incatenano l’io, Amore sferra colpi con i suoi tradizionali attributi, l’arco e le frecce. E in questa situazione l’io poetico è disarmato. L’innamorato si lamenta: la guerra condotta da Amore è sleale, perché attacca l’avversario sprovveduto e inerme, mentre lascia Laura indenne.

In questo sonetto Petrarca si ricollega alle forme poetiche del passato:

  • al concetto d’amore stilnovistico quando dichiara che l’amore ha trovato la via del cuore attraverso gli occhi al cuore. «…li occhi in prima generan l’amore / e lo core li dà nutricamento», Jacopo da Lentini; «Voi che per li occhi mi passaste il core», Guido Cavalcanti; anche nel «Tanto gentile e tanto onesta pare» … la donna trasmette dolcezza attraverso gli occhi al cuore
  • per la tenzone d’amore della lirica cortese si ricollega a Dante. Al verso 7 troviamo che l’io poetico era “senza sospetto”, Paolo e Francesca, nel canto 5, al verso 129 dell’Inferno dichiarano che «soli eravamo e senza alcun sospetto».

Il lessico scelto dal poeta è puro e selezionatissimo.

Forma

Il sonetto è diviso in due parti:

  • nelle quartine troviamo la collocazione temporale della vicenda,
  • nelle terzine viene messa in evidenza la condizione dell’io lirico e della donna, entrambi inconsapevoli collocati in posizioni diverse: lui è bersaglio di Amore, lei è strumento di Amore.

Figure retoriche

  • Troviamo due enjambement tra il verso 5 e il verso 6 e tra il verso 6 e il verso 7.
  • Sono presenti alcune metafore che fanno riferimento al campo semantico della battaglia: “mi legaro” al verso 4, “colpi d’Amor” al verso 6 e “disarmato… armata” ai versi 9 e 14.
  • Il concetto di amore viene personificato, ai versi 6 e 9.
  • Ai versi 1 e 2 troviamo una perifrasi “il giorno ch’al sol si scoloraro… i rai”. Il poeta si riferisce al venerdì Santo, giorno in cui si ricorda la passione e la morte di Cristo; le scritture dicono che quando morì Cristo si fece buio su tutta la terra.
  • Al verso 7 troviamo l’allitterazione della s secur, senza sospetto…”.
  • Al verso 11 troviamo una endiadi, figura retorica molto utilizzata da Petrarca, “uscio et varco”.
  • Ai versi 13 e 14 troviamo un’antitesi “ferir me… non mostrar pur l’arco”.

Domande sul sonetto “Era ‘l giorno ch’al sol …”

  1. Nel testo è presente un tema costante in Petrarca: la contrapposizione tra la collettività e l’io del poeta. Come è costruito il parallelismo tra il dolore comune e quello individuale?
  2. Analizza la metafora guerresca presente nel componimento: quali termini la definiscono? Qual è la condizione di Petrarca di fronte alla possibile aggressione di Amore?
  3. In che modo è possibile stabilire una continuità narrativa con il sonetto Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono? Quali sono gli elementi comuni tra i due componimenti?

Solo et pensoso i più deserti campi

Solo e pensoso è la poesia in cui manifesta in maniera evidente il dissidio interiore.

Cammino solo e pensieroso percorrendo a passi lenti e lenti i campi più isolati, deserti e sono molto attento ad evitare (fuggire) tracce sul terreno che rivelino il passaggio di altri uomini.
Non trovo altro riparo per proteggermi dal fatto che la gente comprende (il mio stato interiore), perché nel mio atteggiamento triste e privo di allegria, è evidente a tutti quanto io, dentro, stia bruciando (d’amore);
credo (che questo sia così evidente) tanto che (sono certo) ormai che sia i monti e le pianure, sia i fiumi che i boschi sappiano di che tenore sia la mia vita (sappiano cosa sento) anche se cerco di nascondere agli altri (ciò che provo).
Ma tuttavia, per quanto io cerchi vie così impervie e solitarie, non riesco a trovare luoghi in cui Amore non mi raggiunga e non venga sempre a parlare con me, ed io con lui. FORMA sonetto
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Commento

I protagonisti del Canzoniere sono gli effetti che l’amore per Laura producono nell’animo del poeta.

L’amore che caratterizza questo sonetto è un amore tormentato, che investe sia l’anima che il corpo. L’amore è inteso come traviamento, deviazione, da cui il poeta vuole liberarsi. La natura tormentata di questo amore è evidente in questo sonetto.

La retorica che il poeta utilizza è quella tipica degli opposti: utilizza quindi le antitesi proprio per esprimere la natura opposta del sentimento e l’effetto che esso ha sul suo animo. Il gioco degli opposti è evidente in particolare nell’antitesi del v.8 (“di fuor si legge com’io dentro avampi”), dove l’effetto del sentimento amoroso è giocato tra il fuori, che rivela il sentimento, e l’interiorità del poeta, che arde nella passione dell’amore.

Nella poesia il poeta a passi tardi et lenti sta cercando di scappare, cerca la solitudine per non diventare oggetto del pettegolezzo. Qui è evidente che il sentimento amoroso viene vissuto come traviamento dell’animo, come tormento; per questo è naturale conseguenza la fuga, non solo dalla gente, ma anche dal sentimento amoroso stesso.

La conflittualità e il dissidio interiore si riflettono sull’uso delle antitesi ma la sua ricerca di equilibrio lo portano a creare un ritmo fluido e musicale e a creare una sintassi simmetrica. La ricerca della solitudine costringe il poeta a vagare nella natura, un paesaggio deserto e segnato solo da pochi riferimenti indeterminati, che diventa parte integrante dell’Io lirico e manifestazione del suo tormento.

La solitudine però non si realizza, poiché l’Io del poeta viene affiancato dall’onnipresente Amore, un amore tirannico che è personificato come in tutta l’opera, “venga sempre ragionando con meco”.

Figure retoriche

  • Il sonetto si apre con un verso nel quale della è presente l’allitterazione della sillaba “so” con maggior forza sulla “s”; altre allitterazioni possono essere considerate i gruppi consonantici “mp” o “nt”. Si noti che prevalgono i suoni vocalici aperti sulle parole rima delle quartine.
  • L’endiadi è una figura retorica molto frequente nei sonetti del Petrarca. Il poeta esprime un concetto attraverso l’uso si due sostantivi o di due aggettivi di significato simile. Al verso 2 troviamo “a passi tardi et lenti”, al verso 9 “monti et piagge” al 10 “fiumi et selve”.
  • Il chiasmo al verso 9 “monti et piagge” e 10 “fiumi et selve”.
  • L’antitesi dei versi 7-8: “atti di allegrezza spenti/di fuor si legge com’io dentro avampi“.
  • Petrarca utilizza due metafore, una al verso 2 “vo mesurando” e una al verso 8 “com’io dentro avampi” che si connota come la metafora tradizionale legata all’innamoramento.
  • Ai versi 9 e 10 troviamo un polisindeto monti et piagge/et fiumi et selve sappian di che tempre
  • L’inversione sintattica chiamata anastrofe si trova ai versi 12-13: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/cercar non so”.
  • Come spesso accade nei sonetti di Petrarca il concetto di amore viene personificato. Ai versi 13-14 la personificazione di Amore “ch’Amor non venga sempre/ragionando con meco, et io co llui”.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

I biondi capelli di Laura erano sparsi al vento, all’aria, all’aura.
Petrarca ama giocare col nome della sua amata. Il vento avvolgeva i suoi capelli e li annodava dolcemente.
I suoi meravigliosi occhi erano luminosi, splendenti, ardenti, quegli stessi occhi che ora sono più spenti; è passato molto tempo, Laura non ha più la bellezza sfolgorante della giovinezza.

Mi sembrava che il suo viso assumesse un’espressione di benevolenza nei miei confronti.
Non so però se questa fosse la realtà o se fosse invece solo una mia illusione. Io infatti avevo nel cuore la predisposizione ad amare, per questo mi infiammai subito, ma cosa c’è di strano se io mi innamorai subito di lei?
Se io subito arsi d’amore?

Il suo modo di camminare non era quello di un corpo mortale, ma di un angelo, e anche la sua voce aveva un suono diverso, non sembrava neppure la voce delle creature umane.

Quello che vidi io fu una creatura del cielo, una luce, un sole vivente.
La conclusione è un canto all’amore umano che dura nel tempo: se anche oggi Laura non è più così bella questo non cambia nulla perché, se anche la freccia (che fa innamorare) viene scagliata da un arco che ha la corda ormai allentata, la sua ferita rimane e non guarisce.
È come se Laura facesse innamorare Francesco ogni giorno, ogni giorno …

Commento

Il componimento numero 90 è probabilmente il più noto sonetto del Petrarca. Vi compare il celebre senhal, il gioco che prevede il nascondimento del nome, ponendo invece un’allusione del nome della donna amata (l’aura per Laura), un procedimento frequentissimo.

Non manca il tema stilnovistico della donna angelo, una creatura sovrannaturale e miracolosa. È però evidente la distanza fra l’impiego di questo motivo da parte di Dante e la rielaborazione petrarchesca. Innanzitutto, mentre l’apparizione angelica si impone allo stilnovista con certezza immediata e oggettiva, per Petrarca è proiettata nel passato, in un tempo remoto e imprecisato che sopravvive soltanto in un ricordo dai contorni sfumati. La Laura-dea che era splendida al momento dell’incontro adesso è invecchiata, come brevemente ricordano gli ultimi due versi. Si manifesta quindi il tema del trascorrere inesorabile del tempo e quello della caducità delle cose terrene.

Per Petrarca, pertanto, la natura angelica della donna è collocata in una pura dimensione soggettiva, di sensazione e di “impressione”, e anzi persino l’innamoramento è presentato come dettato da una condizione psicologica del poeta (vv. 7-8, i’ che l’esca amorosa al petto avea, / qual meraviglia se di subito arsi?).

Inoltre emerge la sensazione dell’incertezza in alcune espressioni: non so se vero o falso, mi parea, se non fosse or tale.

Forma

Anche in questo sonetto troviamo una solida struttura simmetrica fra quartine e terzine che gli conferisce una rigorosa architettura: erano (v. 1), or (v. 4) nelle quartine si oppone a non era (v. 9), non fosse or (v. 13) nelle terzine.

Il lessico è selezionato e tradizionale, quasi stereotipato: i nodi dei capelli sono dolci, il lume degli occhi è vago, gli occhi stessi sono belli.

Le metafore sono standard: i capelli biondi sono d’oro e per amore il poeta arse.

I tempi verbali oscillano tra presente e passato: Petrarca usa l’imperfetto del ricordo – Il viso di Laura sembrava mostrare pietà per le sofferenze dell’amante – il passato remoto esprime la condizione dell’io lirico e il presente è il tempo dello sfiorire della bellezza, ma anche del perdurare dell’amore.

Quello che salda i due momenti è il cuore del poeta, ferito un giorno dalla freccia d’amore ma che conserva l’immagine della bellezza di Laura.

Figure retoriche

  • Sono presenti diverse metafore tipiche del tema amoroso: v. 1: “d’oro”; v. 3: “ardea”; v. 7: “esca amorosa”; v. 8: “arsi”.
  • Frequenti le anastrofi: v. 1: “a l’aura sparsi”; vv. 5-6: “farsi/ non so se vero o falso, mi parea”; v. 9: “non era l’andar suo”.
  • Troviamo un’iperbole al v. 2: “mille dolci nodi gli avolgea”.
  • Al verso 12 il chiasmo di tipo sintattico “uno spirto celeste, un vivo sole”;
  • Al verso 8 troviamo una domanda retorica “qual meraviglia se di subito arsi?”.
  • L’antitesi dei vv. 9-10: “Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma” ci riporta al tema stilnovistico.
  • Anche in questo sonetto troviamo l’enumerazione per polisindeto: vv. 1-5: “i capei… e ‘l vago lume… e ‘l viso”.

Domande

Il tema del tempo è quello che più distanzia il sonetto dallo spirito stilnovista; metti a confronto i verbi coniugati al passato con i pochi coniugati al presente: qual è il valore di questi ultimi e a cosa sono riferiti?

Ritrova le due metafore della condizione d’amore presenti nel componimento: quale abbiamo già incontrato e in quale poesia del Petrarca?

Domande su Petrarca

  1. Chi è Francesco Petrarca?
  2. Per quali motivi Petrarca può essere considerato un precursore dell’Umanesimo?
  3. Per quali motivi può essere considerato il primo intellettuale moderno?
  4. Quali sono le cause del suo eterno dissidio? In quale modo il poeta riesce a superare tale dissidio?
  5. Quali sono le principali tematiche presenti nel Canzoniere?
  6. Come evolve nel Canzoniere la figura di Laura? Quali effetti suscita nel poeta la sua morte?
  7. Quali sono le differenze tra Dante e Petrarca?
  8. Qual è la struttura del Canzoniere di Petrarca?

Schema delle opere

Fonti

  • http://www.roberto-crosio.net/DIDATTICA_IN_RETE/SECRETUM_MAPPA.pdf
  • Prose. A cura de G. Martellotti e di P.G. Ricci, E. Carrara, E. Bianchi
    M. Carlà, A. Sgroi, Letteratura in contesto, Palumbo editore.
  • Monica Magri, Valerio Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • www.wikipedia.org